Politica, la paura del Termidoro
di Vincenzo D’Anna*
Siamo una nazione in cui la merce politica più rara è il riformismo. Lo stesso vale per un popolo di eterni protestatari che, tuttavia, rigetta puntualmente ogni proposta referendaria o legislativa finalizzata a cambiare l’esistente.
Persino la Magna Carta costituzionale promulgata nel 1948, ormai anacronistica e manchevole in più parti, sopravvive nel terzo millennio e resiste agli stravolgimenti del progresso sociale, rapido e radicale, cui è soggetta la società italiana. Guai anche solo a ipotizzare modifiche che riguardino l’assetto delle istituzioni e i meccanismi che governano lo Stato repubblicano.
A Roma si è più avanti nell’esegesi dei Vangeli compiuta dai teologi che nella revisione di una legge che non ha nulla di sacro né di rivelato. Chiunque tenti di riformare la scuola, la sanità o la giustizia si scontra con lo stesso risultato: il popolo sovrano, quello che imperversa sui social vomitando ogni giorno improperi contro lo Stato e le sue istituzioni, si oppone ad ogni cambiamento e ne trae persino motivo di soddisfazione.
Ma tant’è. Non resta allora che la vituperata politica ad attirare l’attenzione e a far trapelare ipotesi di cambiamento nelle formule e negli assetti che dovrebbero, a loro volta, rappresentare il presupposto di una diversa gestione del potere e del governo della nazione.
Insomma, se la cosiddetta società civile langue e si disinteressa del bene comune e della gestione della cosa pubblica, limitandosi a rimarcarne difetti e inefficienze, non resta che la politica, e chi la rappresenta, a farsi latrice di qualche novità.
È in questa situazione paradossale che si consuma la vita della nazione, stretta nella forbice tra un popolo disincantato e permanentemente insoddisfatto e un ceto politico che, pur spesso insufficiente per qualità culturale e spessore della rappresentanza, continua a svolgere il ruolo di patrocinatore del cambiamento.
Nella terra di mezzo tra queste due realtà si inseriscono i cosiddetti intellettuali, i commentatori politici, i giornalisti e i grandi organi di informazione. Tra questi ultimi alligna anche la mala pianta dei saccenti e dei moralisti: Marco Travaglio, Corrado Augias, Sigfrido Ranucci, Bianca Berlinguer, Giovanni Floris, Antonio Padellaro, Corrado Formigli, spesso integrati, all’occorrenza, da magistrati come Nicola Gratteri, filosofi come Massimo Cacciari e storici come Luciano Canfora, quasi tutti accomunati dal medesimo orientamento politico e culturale.
Costoro indossano il candido manto delle vestali della moralità pubblica e si arrogano il compito di essere la coscienza critica del popolo, sebbene essi stessi siano spesso faziosi, ideologici e partigiani.
Ne deriva un blocco culturale che distribuisce patenti di ortodossia politica e attestati di moralità quasi sempre a sodali ideologici e compagni di cordata. Una riedizione del vecchio progetto egemonico di matrice gramsciana, volto ad assumere il monopolio dell’etica pubblica e dell’orientamento politico della sinistra italiana.
Eppure quella stessa area politica che si autodefinisce “progressista” si distingue, nei fatti, per il più ostinato conservatorismo: in campo istituzionale e costituzionale, sul piano economico-finanziario, con l’avversione al capitalismo e al libero mercato concorrenziale; in quello sociale, con la riproposizione dell’assistenzialismo permanente, dei redditi garantiti e dell’espansione incontrollata della spesa pubblica, finanziata attraverso il debito e l’aumento della pressione fiscale.
In sostanza, un blocco politico e culturale che continua a richiamarsi a concetti e programmi ormai superati da una società travolta dall’innovazione tecnologica, dalla globalizzazione, dai nuovi modelli produttivi e dal mutamento radicale degli stili di vita.
In questo sempiterno pantano, ogni ipotesi che miri a modificare le alleanze politiche oltre gli usuali steccati pseudo-ideologici tra destra e sinistra, ogni tentativo di limitare il potere assoluto della magistratura o di ridurre la sua interferenza nella politica, viene considerato un sacrilegio.
Senza questa premessa non si comprenderebbe, ad esempio, perché Marco Travaglio abbia condotto campagne feroci contro Sergio Mattarella o perché attacchi Elly Schlein per aver incontrato Barack Obama e sostenuto che l’alleanza tra Italia, Europa e Stati Uniti resti un valore strategico, a prescindere dalle lucide e talvolta destabilizzanti “follie” di Donald Trump.
Chiunque osi guardare oltre lo steccato dell’esistente, abbandonando la faziosità manichea, viene immediatamente tacciato di trasformismo. E se il Partito Democratico dovesse allontanarsi dalla prospettiva del “campo largo” con il M5S per dialogare anche con Forza Italia e con le forze moderate, ecco arrivare la sentenza di alto tradimento.
La risposta è semplice: questa intera schiera di presuntuosi atteggiatisi a maîtres à penser perderebbe potere, ruolo, influenza e forse anche qualche prebenda.
Hanno paura, da rivoluzionari farlocchi e radical chic, che possa arrivare la stagione del Termidoro, cioè il superamento del terrore giacobino e della ghigliottina esercitata a mezzo stampa.
Vogliono che tutto resti livido e immutabile. Proprio come la faccia e la postura di Travaglio.
*già parlamentare










