di Sofia Flauto*
Oggi 29 aprile ricorre la Giornata Internazionale della Solidarietà tra le Generazioni. Una data che, nel calendario civile, rischia di scivolare via come l’ennesimo esercizio di retorica buonista. Eppure, mai come oggi, questa ricorrenza dovrebbe bruciare come un rimprovero. Perché la verità è che viviamo in una società che ha smarrito la propria identità proprio nel momento in cui ha deciso di recidere il legame con le proprie radici.
Siamo figli di un’epoca che idolatra il nuovo, l’immediato, il performante. In questa corsa forsennata verso un futuro, l’anziano è diventato un ingombro estetico e produttivo. Abbiamo scambiato la sapienza con l’informazione: siamo convinti che un algoritmo possa spiegarci il mondo meglio di chi quel mondo lo ha costruito, sofferto e tramandato. Ma l’informazione è solo un dato freddo; la sapienza è l’informazione che ha attraversato la vita.
La crisi di identità che stiamo attraversando — quella sensazione di vuoto etico che pervade le nostre città e le nostre comunità — nasce proprio da questo filo spezzato. Senza il passaggio di testimone, la società diventa un eterno presente senza memoria, e un popolo senza memoria. L’anziano non è solo la memoria storica di ciò che è stato; è la bussola morale che ci ricorda quali sono i valori che resistono all’usura del tempo: il sacrificio, la pazienza, la dignità del lavoro, il senso del limite.
In un’Italia che invecchia anagraficamente, assistiamo al paradosso di un ringiovanimento forzato dei costumi, dove l’esperienza viene declassata a nostalgia. Abbiamo trasformato i nonni in ammortizzatori sociali — necessari per tappare i buchi di un welfare carente — ma abbiamo smesso di ascoltarli. Li usiamo come baby-sitter, ma non li consultiamo come saggi. In questo modo, priviamo i giovani dell’unico antidoto efficace contro l’angoscia del futuro: il racconto di chi quel futuro lo ha già attraversato e superato.
La solidarietà tra generazioni non deve essere un atto di carità generosa del giovane verso il vecchio, ma un atto di egoismo intelligente. Il giovane porta con sé la forza del motore, ma è l’anziano a possedere la mappa del percorso. Senza la mappa, il motore gira a vuoto, consumando energia senza produrre progresso.
Recuperare l’identità perduta significa rimettere l’anziano al centro del villaggio globale. Significa capire che una società che isola i propri vecchi è una società che sta commettendo un lento suicidio culturale.
In questo 29 aprile, l’augurio è che si torni a parlare, a sedersi attorno a un tavolo che non sia quello di un consiglio d’amministrazione, ma quello di una famiglia o di una comunità. Dobbiamo ricostruire quel patto intergenerazionale che è l’unica vera infrastruttura capace di reggere l’urto del tempo. Perché senza lo sguardo di chi ci ha preceduto, non avremo mai una visione chiara di ciò che diventeremo.
L’identità di un popolo non si inventa: si eredita. E non c’è eredità senza qualcuno disposto a raccontarla.
*pedagogista











