Scontro Usa-Vaticano, una guerra di religione?

di Vincenzo D’Anna*

La stragrande maggioranza dei commentatori politici, e credo anche dei comuni cittadini, ritiene che l’attacco di Donald Trump a Papa Leone XIV sia di natura politica, ossia tragga origine dal fatto che il pacifismo del Papa rappresenti, di per sé stesso, un contrasto all’attuale politica statunitense. In parole povere, che il Papa infranga il principio, enunciato dalle nostre parti da Camillo Benso Conte di Cavour, della “libera Chiesa in libero Stato”.

Ed in effetti la costante denuncia papale dell’utilizzo della guerra come strumento politico, al posto di quello diplomatico adottato dalla Casa Bianca in Medio Oriente, travalica la sfera morale e spirituale che compete al Pontefice per diventare un plateale contrasto alla politica estera di Donald Trump. Per quanto fastidiosa essa possa risultare alle orecchie dell’amministrazione americana, dovrebbe essere ritenuta espressione della precipua missione spirituale ed etica a cui è chiamato il Papa e non come un sottinteso espediente per criticare la dottrina trumpiana.

Leone XIV fa il proprio “mestiere” con zelo e fervore nella cura delle anime a cui è rivolta la sua parola, ma in determinate situazioni, fin da quando esiste il mondo civilizzato, la predicazione morale può confliggere con le finalità politiche. Quanta malizia politica sottintesa ci possa essere nelle parole del Papa non è dato saperlo e ciascuno ne misura la dimensione a seconda della propria suscettibilità e della misura che utilizza.

D’altronde una siffatta vicenda, che oggi solleva scandalo nel mondo politico italiano e viene esecrata unanimemente da tutte le forze politiche, non è nuova ed è come tale ben nota dalle nostre parti. Lo Stato italiano raggiunge la sua conformazione territoriale ed il definitivo assetto politico proprio con la presa di Porta Pia, il venti settembre del 1870, e la proclamazione di Roma capitale d’Italia, in aperto contrasto con gli interessi politici dello Stato Vaticano.

Questo fu possibile, manu militare, sulla base del principio che il potere temporale del Papa non avesse più ragion d’essere, che il governo degli italiani spettasse allo Stato e che alla Chiesa competesse un potere spirituale, senza alcun’altra sovranità territoriale che quella circoscritta al perimetro della Città del Vaticano.

In seguito, anche in epoca repubblicana, le forze laico-socialiste e quelle comuniste hanno sempre polemizzato, a volte con toni asperrimi, sugli interventi del Vaticano in ambito sociale ed in altre circostanze, quando le esternazioni provenienti da oltre Tevere toccavano tematiche para-politiche.

Che oggi molti si scandalizzino per il rozzo intervento e per i giudizi espressi da Donald Trump nei confronti della politica pacifista del Papa rappresenta una grossolana dimenticanza di quanto accaduto dalle nostre parti. E tuttavia resta lo sdegno per la modalità proditoria e scomposta del miliardario newyorkese che si è sentito oggetto di critica e di contestazione sottintesa dalle parole del Vescovo di Roma.

Alla radice di questa modalità spicciola ed inconsueta di polemica messa in atto dall’establishment statunitense, a ben vedere, non c’è solo il disappunto politico, la rivendicazione di distinguo a tenere separati compiti, ambiti e argomenti laici da quelli religiosi, la stizzita reazione per un’indebita ingerenza della Chiesa in questioni che appartengono alla politica internazionale e, nello specifico, alla politica estera a stelle e strisce nel Medio Oriente.

La diversità di vedute tra Trump e Leone, il primo Papa americano, nasce in qualche misura dal diverso credo religioso tra i due protagonisti della vicenda. Lo evidenzia anche il fatto che gli Usa abbiano sempre taciuto allorquando Papa Francesco ha calcato la mano sulle tematiche della povertà, delle disuguaglianze sociali ed economiche scaturenti dal regime capitalistico, la perorazione di tesi più vicine al socialismo ed ai suoi dettami che agli stili di vita liberali.

Un silenzio tutto politico, ancorché le tesi di Bergoglio suscitassero disagio tra le fila della Chiesa stessa. Perché mai adesso la Casa Bianca protesta con veemenza?

Perché Donald Trump è, di religione, un presbiteriano e quindi un calvinista, un fratello “eretico” per i cattolici. Quelli appartenenti a quella corrente religiosa credono nella predestinazione, credono ad esempio che la ricchezza sia un dono di Dio e non lo sterco del diavolo.

Credono che il destino di un uomo sia predeterminato e non il frutto della propria opera terrena, che intanto si realizza per il volere divino. È plausibile che Trump si senta un predestinato, un “unto del Signore”, e che, come tutti i megalomani, creda che la propria azione salvifica per le sorti del mondo gli provenga direttamente dal destino che Dio gli ha assegnato.

Insomma, la “guerra” tra The Donald e Leone nasce da una diversità religiosa. E, come tutte le fedi che confidano nel destino, essa assoggetta i fedeli all’imperativo di operare per un disegno ultraterreno e come tale ineludibile: che sia destino dell’America realizzarlo e che quindi sia addirittura blasfemo contestarlo.

*già parlamentare