Giustizia di Pace, la rivoluzione incompiuta: digitalizzazione senza risorse e garanzie a rischio. Lo Studio Vizzini di Napoli chiede interventi al Ministro

Napoli, 21 feb 2026 – Doveva essere la rivoluzione della Giustizia di prossimità: più veloce, più semplice, più vicina ai cittadini. Invece, la digitalizzazione – senza strumenti adeguati, risorse e competenze – rischia di trasformarsi in un boomerang. Piattaforme fragili, personale non formato, procedure complicate: così l’innovazione finisce per indebolire le garanzie invece di rafforzarle.

La Giustizia non può ridursi a una “app”. Per far funzionare i tribunali non basta un click: servono investimenti, organizzazione e visione.

La riforma voluta dall’allora Ministra Marta Cartabia nasceva con un obiettivo ambizioso: modernizzare e snellire il sistema giudiziario, ampliando le competenze del Giudice di Pace per alleggerire i Tribunali civili. Un disegno che, nelle intenzioni del legislatore, avrebbe dovuto rendere la giustizia più rapida e più vicina ai cittadini.

Eppure, secondo lo Studio Legale Associato Vizzino – nelle persone della Dott.ssa Flavia Chiarolanza, del giurista e saggista Adriano J. Spagnuolo Vigorita, abilitato all’avvocatura, dell’Avv. Emma Vizzino e dell’Avv. Riccardo Vizzino, Cassazionista e Responsabile Nazionale di Civicrazia contro le truffe – l’ampliamento delle competenze non è stato accompagnato da un adeguato rafforzamento di mezzi e risorse.

Lo squilibrio tra competenze e risorse

All’aumento delle materie trattate non

è corrisposto un potenziamento dell’organico né delle infrastrutture. I Giudici di Pace si trovano a gestire carichi di ruolo elevatissimi, spesso superiori a quelli dei magistrati togati, in condizioni logistiche precarie e con strumenti informatici obsoleti. Per lo Studio Legale Associato Vizzino, questo squilibrio strutturale rischia di compromettere la qualità della decisione e l’efficienza complessiva del sistema.

Il paradosso del processo telematico

Il processo telematico, introdotto per velocizzare, si è trasformato in molti uffici in un fattore di rallentamento. Malfunzionamenti del portale, difficoltà di accesso agli atti, verbali cancellati o non caricati correttamente generano continui rinvii e un accumulo di arretrato.

Tale situazione espone lo Stato a un aumento dei ricorsi per irragionevole durata del processo, con conseguenti costi risarcitori. “Il danno – sottolinea – non è solo organizzativo, ma anche economico”.

Le garanzie a rischio

Le criticità non si fermano all’efficienza. L’uso di strumenti digitali non certificati per la verbalizzazione delle prove, denunciato dallo Studio Legale Associato Vizzino, solleva questioni delicate in tema di privacy e contraddittorio. Per la Dott.ssa Flavia Chiarolanza, “la tecnologia deve essere al servizio del diritto, non può diventare un fattore di vulnerabilità del giusto processo”.

Anche Adriano J. Spagnuolo Vigorita parla di una contraddizione di fondo: competenze ampliate, ma senza formazione adeguata e senza uno status giuridico ed economico coerente per i magistrati onorari. L’Avv. Emma Vizzino, inoltre, richiama l’attenzione sul progressivo svuotamento dell’oralità: “L’udienza non può ridursi a uno scambio telematico. Il processo è confronto, è presenza, è garanzia”.

Un appello al Ministero

Per gli avvocati firmatari, non si tratta di fermare l’innovazione, ma di correggerne le storture. Lo Studio Legale Associato Vizzino chiede interventi immediati: potenziamento dell’organico amministrativo, presidio informatico stabile in ogni ufficio, formazione obbligatoria e adeguamento delle postazioni di lavoro.

Perché, concludono, quando la giustizia di prossimità si inceppa, a farne le spese sono i cittadini. E il diritto di difesa sancito dall’articolo 24 della Costituzione non può essere sacrificato sull’altare di una digitalizzazione incompleta.