mercoledì, 21 Ottobre 2026
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L’Editoriale di Vincenzo D’Anna *Board of Peace per Gaza, il fardello dell’uomo bianco*

L’Editoriale di Vincenzo D’Anna *Board of Peace per Gaza, il fardello dell’uomo bianco*

Tanto per non smentirsi, l’accolita dei bastian contrari, dei contestatori inconsolabili, moderne prefiche — quelle che nell’antica Grecia accompagnavano piangendo il defunto — che si sono dati la definizione politica di “Campo Largo”, ha dato vita, in Parlamento, a una contestazione ben sopra le righe contro il governo Meloni. L’argomento riguarda la politica internazionale, i rapporti tra Italia e Stati Uniti e la decisione di Palazzo Chigi di partecipare, in veste di osservatore, alla riunione del Board of Peace per Gaza indetta da Donald Trump. Quest’ultimo ha assunto su di sé la responsabilità di proporre un piano di pace per porre fine alla guerra in Terra Santa, all’occupazione militare israeliana e al martirio del popolo palestinese, prima vittima del terrorismo assassino delle bande armate di Hamas, che lo hanno assoggettato, sfruttato e sacrificato per portare a compimento il disegno di cancellare Tel Aviv dalla carta geografica. Un’escalation cominciata con il proditorio attacco ai coloni ebrei il 7 ottobre 2023, il massacro e il rapimento degli stessi, oltre al coinvolgimento di altri gruppi terroristici come Hezbollah, i ribelli Houthi yemeniti e le milizie armate e finanziate dagli ayatollah iraniani. Eventi coordinati e concatenati, parte di un unico disegno per annichilire lo Stato della stella di David. Una sequela di fatti che buona parte dei pacifisti di casa nostra, frange oltranziste della sinistra, ha minimizzato e talvolta giustificato come espressione di un legittimo movimento di liberazione dei territori palestinesi occupati da Israele. Di converso, quando l’esercito ebraico ha invaso Gaza, l’atteggiamento dei medesimi soggetti è radicalmente cambiato: è iniziata, infatti, una serie di proteste contro Israele, trasformando l’azione militare in un genocidio volto a sterminare il popolo palestinese. La solita doppia morale, la mistificazione artatamente proposta della storia dei conflitti in Palestina, che durano dalla metà del secolo scorso, con l’aggressione militare araba al neonato Stato d’Israele. Nel marasma politico e diplomatico, assente come sempre l’Unione Europea, è dovuta intervenire l’amministrazione USA per tentare di far cessare il conflitto. Piaccia o meno l’agire del miliardario newyorchese seduto alla Casa Bianca, l’unico risultato capace di porre termine allo scorrere di sangue innocente e agli stenti di un intero popolo non è venuto dagli strepiti nei cortei dei pacifisti né dalla flottiglia di imbarcazioni, mai approdata sui lidi palestinesi, ma da Washington. E tuttavia quel piano tarda a essere attuato perché Hamas non vuole deporre le armi e, di converso, Benjamin Netanyahu lascia sul campo il proprio esercito: uno stallo che consente ai coloni israeliani di occupare nuovi territori. Come uscirne? Nessuno ha un’altra ricetta fattibile che non sia quella americana, men che meno l’ormai inutile Organizzazione delle Nazioni Unite. Un’istituzione rimasta quella uscita dalla Seconda guerra mondiale, con un Consiglio di sicurezza che ospita i vincitori di quel conflitto, dotati del diritto di veto sulle risoluzioni. Un meccanismo anacronistico sotto il profilo politico e organizzativo, che ha trasformato l’Onu in un ente di assistenza internazionale. Ma la sinistra strepita e si appella a quell’inerte istituzione, definisce Giorgia Meloni un vassallo di Trump e della sua politica coloniale. Anche in questo le opposizioni tradiscono un ritardo storico-culturale, un difetto ideologico: sentono l’odio di sé in quanto occidentali, gravati sulla coscienza dai sensi di colpa per i peccati mortali dell’Occidente inteso come sfruttatore e predatore. Del colonialismo, però, non si dovrebbero ricordare solo vessazioni, angherie, tratta degli schiavi, sfruttamento di miniere e piantagioni. Lo sguardo sarebbe parziale se dimenticasse il solidarismo, l’azione svolta in quei lontani luoghi da insegnanti, medici, educatori, missionari, la costruzione di strade, scuole, ospedali e opere infrastrutturali. E vi sono stati viaggiatori, esploratori, mercanti che hanno portato con loro emancipazione e conoscenze: dal famoso inglese David Livingstone agli italiani come il Duca degli Abruzzi, fino a Pietro Savorgnan di Brazzà, da cui prende il nome Brazzaville, in Congo. Il colonialismo quindi non fu solo sfruttamento e dominio, come oggi sostengono i tardo epigoni dell’internazionalismo rivoluzionario marxista e terzomondista, quelli della lotta totale  al capitalismo, insomma gente che riesce sempre a marcare il proprio settarismo ideologico ed anacronistico, essere sempre in ritardo e dalla parte sbagliata della storia. Oggi servono  le terre rare, il petrolio e le risorse naturali: ricchezze che portano benefici e sviluppo, che fanno avanzare il progresso tecnologico e merceologico e che, quindi,  saranno utili a tutti in ogni angolo della Terra. Un contrappeso da pagare esiste sempre nella storia della umanità, per dirla con il poeta Rudyard Kipling, occorre sobbarcarsi il “fardello dell’uomo bianco”.

*già parlamentare