[fa-mi-ge-rà-to]

SIGN Che ha fama dubbia o cattiva

voce dotta⬀ recuperata dal latino [famigeratus] ‘famoso, celebre, illustre’, composto di [fama] ‘fama’ e [gèrere] ‘portare’.

es. «È il famigerato bandito di cui tutti parlano!»

Quando diciamo che le parole dotte hanno una particolare vocazione ad essere usate in senso ironico, non stiamo parlando di una possibilità scolastica o bizantina: è una tendenza che può determinare il destino intero di una parola, anche piuttosto comune.

‘Famigerato’ è un aggettivo ricercato sì, ma non troppo: si è trovato una nicchia di significato splendida, utile e poco affollata — il famoso di cattiva fama. Non è l’unica parola ad avere questo significato: c’è anche il malfamato, che squaderna l’attributo in maniera piuttosto didascalica. E che però si attaglia a cose, luoghi e persone di fama cattiva sì ma anche squallida. Un locale malfamato è facilmente buio, lurido, frequentato da gente truce, un locale famigerato conserva un tratto piuttosto brillante, perfino magnetico. Un individuo malfamato è da emarginare, le sue macchie sono basse non ci dà nemmeno l’impressione di chissà quale acume. Un individuo famigerato d’altro canto può avere qualcosa di catilinario e di vincente.
Queste sono osservazioni che possono contare anche su ragioni etimologiche.

Il famigeratus latino non ha niente di ostile. È davvero illustre, è bellamente famoso — letteralmente ‘reso famoso’.
L’italiano lo prende in prestito nel Rinascimento, ma non ingrana fino all’Ottocento inoltrato. In questa fase della sua storia è un latinismo bello e buono. E l’altro ieri, come anche oggi, che cosa fai con un latinismo fresco di conio? Lo usi in maniera paludata per una fama da incensare? Certo, perché no. Ma più probabilmente lo trovi subito utile per esercitare l’ironia — in particolare usi una parola esageratamente elevata, quale è un latinismo nuovo, e la usi per qualificare una fama più che dubbia. Magnificando, sminuisci.

Conseguentemente, le belle trovate si cristallizzano finché il senso stesso della bella trovata diventa del tutto opaco. Oggi ci potremmo immaginare legittimamente che il famigeratus latino fosse già un poco di buono. Non lo era. L’uso ironico di un termine elevato ripreso e adattato dal latino si è normalizzato fino a non far più percepire alcuna ironia.

Così posso parlare del famigerato manuale che spiega poco e male ma è firmato da una persona troppo importante perché l’acquisto non venga caldeggiato, di un comandante famigerato che guida un gruppo paramilitare, della famigerata torta dello zio (a stento commestibile — però attenzione, se non prendi la seconda fetta si offende).

Dall’illustre allo scadente fino al perfido. Mica male, come risultato del giocare con le parole!

[so-lìn-go]

SIGN Distante, inaccessibile, deserto; schivo, ritirato, isolato

da [solo], con suffisso [-ingo].

es. «Il parco giochi è stato chiuso tempo fa per motivi amministrativi, e adesso anche nei pomeriggi di sole è solingo e silenzioso.»

È una parola che ha una netta aura letteraria: e questo non la distanzia di un passo dalla nostra esperienza — anzi. Ci offre un elemento in più per discernere un modo ricorrente di essere solitari, inaccessibili, remoti.

Che ‘solingo’ derivi da ‘solo’ è abbastanza chiaro. Anche che ‘solingo’ somigli molto, nei significati, a ‘solitario’, è piuttosto facile da notare. Ma noi vogliamo le differenze, le sfumature — e il nodo da sciogliere è l’effetto di quel suffisso -ingo.

Sui dizionari troviamo riportato che si tratta di un suffisso di ascendenza germanica, che ci racconta uno stato, una condizione. È quello che riconosciamo anche nel guardingo, nel casalingo, nel ramingo.
Possiamo notare che i caratteri che ne vengono fuori non si distinguono per stabilità, non sono tratti intrinseci: come aggettivi e anche come sostantivi, comunicano più la verve dell’atteggiamento.
Quello del guardingo è un modo di stare cauto, di procedere con circospezione quando occorre; la cucina casalinga è un piglio culinario, una postura — il nome del piatto può essere lo stesso nel ristorante blasonato e sulla tavola della nonna; il ramingo ha un’aria che spira dalla sua condotta errante.

Una cosa del genere vale per il solingo. Una montagna solitaria si erge isolata, e se sei un tipo solitario, sto notando un tuo profilo permanente — è caratteriale. Invece una montagna solinga è sì remota, ma è anche e soprattutto spopolata — la montagna solitaria resta solitaria anche quando ci abitano sotto tutti i nani di un regno, mentre una montagna solinga può cessare di esserlo quando il borghetto si ripopola di gente nuova, il bosco di animali da lungo tempo assenti.

Posso parlare dell’ozio solingo che mi concedo in un pomeriggio assolato che sa già di primavera; della stanza solinga in cui solo ieri giocavano frotte di bambini (o del muto orto solingo che molte persone hanno mandato a memoria prima del tempo in cui l’avrebbero potuto comprendere); della sopportazione solinga di una notizia che non è ancora il caso di rivelare; del tipo solingo che intravedo nella radura, e che al mio arrivo si tuffa nel bosco.

C’è una distanza impraticabile, nel solingo, una distanza che incontra l’abbandonato, e che è il luogo per contegno schivo, ritirato, isolato. Tutto questo declina il concetto di ‘solo’, ma capiamo bene che le sottigliezze sono maggiori di quelle offerte dal solitario. In effetti, per la sua rarità, il solingo è un aggettivo più solingo del solitario — e anche questo ha il suo effetto.