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Delitti che ritornano: dall’orrore di Monte Roberto ai fantasmi di Garlasco, passando per Ielo, Zagari e Pierina Paganelli di Ferdinando Terlizzi
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Femminicidi, cold case, mafia e pentiti
Delitti che ritornano: dall’orrore di Monte Roberto ai fantasmi di Garlasco, passando per Ielo, Zagari e Pierina Paganelli di Ferdinando Terlizzi
Dall’ennesima donna massacrata in casa nell’anconetano alla riapertura del delitto di Garlasco con nuove perizie sul Dna e foto inedite, dal tabaccaio Bruno Ielo ucciso perché non voleva “abbassare la testa” alla lunga scia di sangue del killer-pentito Antonio Zagari, fino al processo per l’omicidio di Pierina Paganelli a Rimini: un viaggio nell’Italia dei delitti senza pace, dove i processi non finiscono mai e il sistema istituzionale mostra tutte le sue crepe.
In un solo giro di Google Alert, l’Italia nera si srotola come una mappa di ferite aperte: una donna pestata a morte nelle Marche, un cold case che torna a galla in Lombardia, una sentenza d’appello che ridisegna i contorni del movente mafioso in Calabria, la storia di un killer che ha “fatto carriera” nella ’ndrangheta prima di diventare il primo grande pentito al Nord, e un maxi processo a Rimini che cerca di dare un nome definitivo all’assassino di una pensionata uccisa nel sottoscala di casa.
Sono storie lontane tra loro per geografia e per contesto, ma legate da un filo comune: la difficoltà della giustizia di arrivare a una verità che sia non solo processuale, ma anche socialmente credibile.
Sadjide, uccisa a bastonate nel letto. E un sistema che non ha funzionato
Pianello Vallesina, comune di Monte Roberto, provincia di Ancona. Martedì mattina, 3 dicembre 2025, Sadjide Muslija, 49 anni, operaia, viene trovata morta sul letto di casa, il corpo devastato dalle percosse. Sul posto i carabinieri, chiamati dai familiari che non riuscivano a contattarla. Nel giardino, un tubo di ferro da cantiere, sequestrato come possibile arma del delitto.Il Fatto Quotidiano+3La Stampa+3la Repubblica+3
Il marito, Nazif Muslija, 50 anni, macedone, è subito irreperibile. La caccia all’uomo dura poco più di 24 ore: viene trovato dai carabinieri in una zona impervia di Matelica, nel Maceratese, riverso a terra, gravemente ferito. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe tentato di impiccarsi a un albero; un cacciatore lo nota, riesce a tagliare la corda e a far scattare i soccorsi. L’uomo viene stabilizzato dal 118 e portato in ospedale in condizioni critiche. È indagato per omicidio volontario aggravato.Zazoom+3Il Resto del Carlino+3Quotidiano Nazionale+3
Ma la storia di Sadjide non è “solo” l’ennesimo femminicidio. È anche la fotografia di un sistema che perde colpi. Nazif era già stato condannato per maltrattamenti: la sua libertà era condizionata alla partecipazione a un percorso per uomini violenti. Quel percorso non è mai iniziato, perché la struttura non aveva posti. Nel frattempo, l’uomo è tornato in casa e il resto lo raccontano i lividi su quel corpo massacrato.Corriere della Sera
Qui il delitto sconfina nell’illecito “di sistema”: la domanda non è solo chi ha ucciso Sadjide, ma quanti snodi istituzionali hanno consentito che quell’uomo rientrasse in famiglia senza un reale controllo.
Garlasco, 18 anni dopo: Dna, foto inedite e una verità che continua a sfuggire
13 agosto 2007, Garlasco (Pavia): Chiara Poggi viene trovata morta in una pozza di sangue nella villetta di famiglia. Il fidanzato Alberto Stasi sarà condannato in via definitiva a 16 anni di carcere. Un caso che sembrava chiuso, e che invece da anni vive di colpi di scena, istanze di revisione, nuove piste.
L’ultima svolta è arrivata con la perizia affidata alla genetista Denise Albani nell’ambito di un incidente probatorio sulla nuova indagine che riguarda Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara. Sotto le unghie della vittima erano state isolate tracce genetiche maschili: la nuova consulenza indica una compatibilità con la “linea paterna” della famiglia Sempio (l’aplotipo Y), con un supporto biostatistico definito “moderatamente forte/forte”. Ma la stessa perita precisa che non è possibile arrivare a identificare un singolo soggetto: il dato non è scientificamente affidabile per dire “è Sempio”, ma solo per dire “è compatibile con la sua linea maschile”.RaiNews+2Corriere Milano+2
È benzina su un fuoco che non si è mai spento.
A complicare il quadro arrivano anche le foto inedite, rimaste in un cassetto per 18 anni e ora emerse grazie alla fotografa Stefania Villani e al canale YouTube “Bugalalla Crime” di Francesca Bugamelli: negli scatti, ripresi il pomeriggio del 13 agosto 2007 davanti alla villetta dei Poggi, si vede Andrea Sempio insieme alle gemelle Cappa, poche ore dopo l’omicidio. La fotografa racconta una scena di relativa calma, “ben lontana dalla ressa” evocata in alcune testimonianze successive.Virgilio.it+2la Repubblica+2
Queste immagini, insieme alla nuova perizia genetica, non chiudono nulla. Anzi: riaprono, nei corridoi dei tribunali, la partita sulle prove scientifiche, sulle indagini di allora e sui presunti intrecci del “sistema Pavia”, già finito sotto inchiesta per possibili inquinamenti nelle indagini sul delitto Poggi.Corriere della Sera
Garlasco resta così il paradigma del processo infinito: una verità giudiziaria cristallizzata in una condanna definitiva e una verità “sociale” che continua a oscillare, alimentata da nuovi accertamenti, media, programmi tv, canali YouTube e opinionisti della cronaca nera.
Antonio Zagari, “Ammazzare stanca” e i sedici delitti al Nord
In controluce rispetto ai casi di oggi, la Google Alert richiama un’altra storia che appartiene già alla memoria criminale del Paese ma che torna d’attualità grazie al cinema: quella di Antonio Zagari, figlio del boss Giacomo, calabrese trapiantato nel Varesotto, killer della ’ndrangheta e poi primo grande pentito del Nord.Wikipedia+1
Negli anni Settanta e Ottanta Zagari mette in fila – secondo lui stesso e secondo le ricostruzioni giornalistiche – almeno sedici omicidi nel Varesotto, oltre a una lunga catena di rapine, sequestri di persona e attentati. Il suo memoir “Ammazzare stanca”, uscito nel 1992, è uno dei primi tentativi di raccontare dall’interno la colonizzazione ’ndranghetista del Nord, tra sequestri come quelli di Emanuele Riboli e Cristina Mazzotti e la nascita delle operazioni “Isola Felice” che porteranno a decine di ergastoli e centinaia d’anni di carcere.Corriere Milano+2Corriere della Calabria+2
Oggi quella storia torna sugli schermi con il film “Ammazzare stanca” di Daniele Vicari, in concorso a Venezia e ora in sala, coprodotto da Rai Cinema. Il film ripercorre la parabola di Zagari: il battesimo nella ’ndrangheta, l’ascesa come killer, la rottura con il padre-boss, la decisione di collaborare con la giustizia e di raccontarsi a un giornalista, prima di scomparire dietro il programma di protezione e poi morire – secondo le ricostruzioni – in un incidente in moto nel 2004.RaiNews+2Liberainformazione+2
In una rassegna sulla cronaca di oggi, la vicenda Zagari funziona quasi da controcampo storico: ci ricorda che dietro ogni sentenza, dietro ogni ergastolo chiesto da una Dda, ci sono spesso le parole di uomini come lui, nati carnefici e diventati, a loro modo, archivio vivente di un’epoca di sangue.
Bruno Ielo, ergastoli confermati ma cade l’aggravante mafiosa
A sud, a Reggio Calabria, il nome che torna nelle cronache è quello di Bruno Ielo, 66 anni, ex carabiniere diventato tabaccaio nel quartiere di Gallico. Il 25 maggio 2017 viene ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre rientra a casa in scooter: secondo le indagini, paga con la vita la decisione di non chiudere la sua tabaccheria, ritenuta di intralcio agli affari del clan.RaiNews+1
In primo grado, nel 2022, la Corte d’Assise di Reggio Calabria infligge due ergastoli a Franco Polimeni – cognato del boss Pasquale Tegano – ritenuto mandante del delitto, e a Francesco Mario Dattilo, indicato come killer. A Cosimo Scaramozzino vengono dati 30 anni, a Giuseppe Antonio Giaramita 15, per i fatti collegati (rapina, tentato omicidio e pressioni per costringere Ielo e la figlia a chiudere l’attività).RaiNews+1
La recente sentenza d’appello, depositata il 27 novembre 2025, conferma i due ergastoli per Polimeni e Dattilo e condanna ancora Scaramozzino e Giaramita, ma fa cadere l’aggravante mafiosa. Per i giudici, mancano elementi sufficienti a qualificare il delitto come esecuzione di ’ndrangheta: resta un omicidio maturato in un contesto di feroce conflitto economico e personale.ilreggino.it+3Il Fatto Quotidiano+3Calabria inchieste+3
Una scelta che provoca indignazione nella famiglia, in particolare nella figlia Daniela, che non comprende come il padre – tabaccaio che si oppone alle pressioni del cognato di un boss – possa essere cancellato dall’elenco delle vittime “mafiose” pur a fronte di condanne pesantissime.RaiNews+1
Il caso Ielo apre un altro fronte: quello del riconoscimento giuridico dei delitti di matrice mafiosa. La linea sottile tra omicidio d’impresa “normale” e omicidio funzionale al controllo criminale del territorio viene qui ridisegnata in appello, con effetti non solo simbolici ma anche sul piano dei risarcimenti e della memoria pubblica.
Pierina Paganelli, il sottoscala di Rimini e il maxi processo a Dassilva
A nord-est, tra Emilia-Romagna e Riviera, è in aula il processo per l’omicidio di Pierina Paganelli, 78 anni, uccisa la sera del 3 ottobre 2023 nel sottoscala del suo condominio a Rimini. Imputato unico è Louis Dassilva, accusato di omicidio volontario aggravato. Le udienze scorrono tra contraddizioni, rapporti familiari incandescenti e una rete di sospetti che per mesi ha avvolto anche altri protagonisti della storia.Corriere di Bologna+2video.corrieredibologna.corriere.it+2
Nelle scorse udienze ha testimoniato a lungo Loris Bianchi, fratello di Manuela (nuora di Pierina ed ex compagna di Dassilva), in passato a sua volta finito tra i sospettati prima che la procura ne chiedesse l’archiviazione. Bianchi ha ricostruito i suoi spostamenti, i rapporti con l’imputato, le tensioni in condominio: una deposizione definita “senza scossoni” dai cronisti in aula, ma comunque decisiva per il mosaico degli alibi e delle relazioni tossiche attorno alla vittima.Corriere di Bologna+2Mediaset Infinity+2
Ora, però, l’attenzione si concentra sulla nipote di Pierina, minorenne, indicata come testimone chiave: il 15 dicembre la ragazzina sarà ascoltata nel maxi processo a Dassilva per chiarire, soprattutto, l’alibi di Manuela e dello stesso Loris nella sera del delitto. Il suo racconto di quella notte dovrà essere ripercorso in aula, sottoposto alle domande delle parti e alle contestazioni incrociate: un passaggio delicatissimo, che potrebbe incidere sulla tenuta dell’impianto accusatorio.Zazoom+3Il Resto del Carlino+3Il Resto del Carlino+3
Qui la cronaca giudiziaria svela un altro volto: non solo il sangue versato nel sottoscala, ma la rete di rapporti familiari, gelosie, presunte manipolazioni, sospetti incrociati sui Bianchi e sulla stessa Manuela, che la difesa di Dassilva prova a mettere al centro del dibattito processuale.Agenzia Dire
Un’Italia che non dimentica (ma fatica a imparare)
Femminicidi in case “normali”, cold case che si riaprono dopo perizie e fotografie ritrovate, delitti d’impresa che oscillano tra mafia e “semplice” conflitto economico, pentiti che diventano soggetti cinematografici, processi che si allungano per anni.
Se si guarda insieme al femminicidio di Sadjide Muslija, alla vicenda giudiziaria di Garlasco, alla storia di Antonio Zagari, al caso Bruno Ielo e al processo per Pierina Paganelli, l’impressione è quella di un Paese che non riesce mai davvero a chiudere i propri delitti simbolo: ogni volta, qualcosa ritorna.
Ritornano le vittime, attraverso i volti dei loro figli nelle interviste fuori dai tribunali. Ritornano gli imputati, i nuovi indagati, gli avvocati che si fronteggiano su una traccia di Dna o su un fotogramma sgranato. Ritornano i pentiti, trasformati in protagonisti di film e libri.
E ritornano, soprattutto, le domande di fondo:
quanto funzionano davvero i percorsi di prevenzione contro la violenza domestica?
quanto sono solidi – e non manipolabili – gli apparati investigativi chiamati a gestire i casi più delicati?
quanto, nel riconoscere o escludere l’aggravante mafiosa, incide la capacità dello Stato di leggere i segnali del territorio?
L’Italia dei delitti senza pace è anche l’Italia dei processi che provano, faticosamente, a dare un senso alla morte. Ma ogni volta che una storia sembra chiusa, una nuova perizia, una foto ritrovata, una sentenza d’appello o la voce di una figlia davanti alle telecamere ci ricordano che la verità, in tribunale come nella coscienza collettiva, è sempre un cantiere aperto.