La parola del giorno è

[per-lu-strà-re (io per-lù-stro)]

SIGN Percorrere un luogo ispezionandolo con attenzione

voce dotta⬀ recuperata dal latino [perlustràre] ‘percorrere con lo sguardo’, derivato di [lustrare] ‘purificare’, ma anche ‘percorrere’, da [lustrum] ‘purificazione’, col prefisso [per-] ‘attraverso’.

es. «Abbiamo perlustrato tutta la casa, qui non ci sono!»

È un verbo dal forte sapore di guardia e di esplorazione, e però nasconde dei passaggi di significato che hanno una poesia quasi ermetica. Vista la parola è paradossale che siano così difficili da sondare — si dovrebbero poter perlustrare. Ma iniziamo da qui: si vede bene, si sente bene, che dentro c’è un ‘lustrare’.

Per noi ‘lustrare’ è qualcosa che si fa proverbialmente con l’argenteria (se mai se ne avesse), magari con la carrozzeria dell’automobile subito prima che piova sabbia, e il ‘lustro’ non è che il brillante. Non che siano significati abusivi, fuori strada: in latino lustrare significa ‘rischiarare, illuminare’, ed è un verbo che molte ipotesi collegano con la radice di luce, lume, luna — quella radice protoindoeuropea⬀ ricostruita come leuk-, che indica giusto il brillare.
Il fatto interessante è che il lustrare non aveva questi come significati principali: era innanzitutto un purificare; tant’è che ci sono ipotesi etimologiche alternative imperniate piuttosto sulla radice del vebro lùere, ‘lavare’ (anche il lustro, quinquennio, nasce come cerimonia di purificazione compiuta ogni cinque anni), o anche su un altra radice ancora, col significato di ‘liberare’: il rischiarare sarebbe un esito finale. Di mezzo sta quel che ci interessa di più, che è il passaggio meno trasparente.

Il lustrare era anche un attraversare, un percorrere, perfino un passare in rassegna. Abbiamo quindi un percorso semantico che va dal purificare al passare in rassegna. Invero misterioso.
Però, che il lustrare sia un processo, con un che di rituale che richiede grande precisione è vero anche per noi: quando nel giorno delle pulizie lustro il rubinetto da potermici specchiare, non lo faccio certo in maniera bracalona, ho un metodo (non mi spingerei a dire d’avere una liturgia ma insomma) e devo studiarne la superficie e interessarla col detergente in maniera certosina. Non è peregrino che la purificazione passi attraverso un’osservazione chepassa attraverso ogni sfaccettatura impura. Non si compie una purificazione attenta senza un percorrere, senza un controllo minuzioso dello stato della situazione. Dopotutto il perlustrare latino è principalmente un ‘percorrere con lo sguardo’.

Ad ogni modo, è da questa matrice rituale che il perlustrare trae la sua meticolosità, che trasporta in teatri relativamente ampi.
Lo percepiamo in maniera cristallina a confronto coi sinonimi. L’esplorare, che certo è vigile e registra molto, è anche più sbrigativo, preso da orizzonti più vasti, perfino sognanti; d’altro canto l’ispezionare è più limitato nello spazio, e più burocratico; il battere (come quando si battono le campagne) è un’azione più agitata e dura che attenta e certosina; l’esaminare è uno studio addirittura strettissimo, incentrato spesso su un singolo elemento. Nel perlustrare sono valorizzati caratteri di zelo e concentrazione, espressi sistematicamente in un luogo articolato.

Così la polizia perlustra lo stabile in cerca del punto d’ingresso dei ladri, la zia perlustra subito il mercato per vedere se ci sono affari buoni da concludere, la fotografa perlustra la villa per immaginare in anticipo i punti migliori per i suoi scatti.
Una parola dall’equilibrio davvero unico.

La parola del giorno è

Ut

[ùt]

SIGN Nome della prima sillaba dell’esacordo secondo il sistema guidoniano; fuori dal campo musicale, parola traslata dal latino con il significato di ‘come’ o ‘affinché’

prestito dal latino [ut], sillaba iniziale del primo emistichio dell’inno a San Giovanni Battista: [Ut queant laxis].

es. «Ma non avevi già scritto che l’antico Do si chiamava Ut?»

Ut è una parola latina e non italiana, ma si usa ancora in diversi ambiti, soprattutto cólti: ad esempio, «ut supra» vale al posto di «come sopra» e può figurare in un saggio o in un articolo che riguardi vari campi del sapere.

I francesi invece la usano anche come sostantivo maschile per indicare la moderna nota che ora in Italia si chiama Do. Come termine musicale, Ut nasce infatti con la solmisazione teorizzata dal monaco Guido d’Arezzo: si tratta di un antico metodo di organizzazione dei suoni, concepito con finalità didattiche, che permise di imparare per la prima volta canti sconosciuti, in precedenza affidati solo all’arte della memoria.

Guido si servì di una sequenza scalare formata dalle sei sillabe dedotte dall’Inno a S. Giovanni Ut queant laxis. Come accennato a proposito del solfeggio e della nota La, nella solmisazione le sei sillabe (o esacordo) potevano disporsi in tre diverse posizioni, cominciando dalle moderne note Do, Fa e Sol, ma si chiamavano sempre Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La. Quindi, con un esempio pratico, sia Do-Re-Mi, sia Fa-Sol-La, sia Sol-La-Si, si solmisavano sempre Ut-Re-Mi.

Con il tempo, nella maggior parte delle lingue neolatine la sillaba Ut della pratica musicale venne sostituita da Do, come del resto avvenne in Italia. Una tradizione non attestata vorrebbe che Do derivasse dalle lettere iniziali del cognome di Giovanni Battista Doni. Tuttavia, già nel 1983 Alberto Basso riportava che la prima testimonianza letteraria del termine si trova nei Ragionamenti di Pietro Aretino del 1536, molti anni prima che Doni nascesse. In un passo dei Ragionamenti, notoriamente di contenuto altamente licenzioso, i numerosi partecipanti a un ‘convegno amoroso’ a un certo punto si ‘accordano’ come i cantori e tutti insieme sembrano «do la sol fa mi rene…». Dunque, non solo sono citate le sillabe dell’esacordo (do sostituisce ut e rene fa le veci di re), ma tradisce che all’epoca già si diceva Do.

In area anglo-germanica il Do si indica invece con la lettera C, derivata dalla notazione alfabetica medievale attribuita allo pseudo-Odo. Quindi una sonata in Do minore diventa en ut mineur in Francia e in c-Moll in Austria.

Le sillabe della solmisazione hanno fornito lo spunto melodico per musiche composte “super voces musicales” (per la cronaca, in questo caso voces è sinonimo di syllabae), come la celebre Missa Hercules dux Ferrariae di Josquin des Prez che omaggia il nome del duca di Ferrara Ercole I usando proprio le syllabae Re-Ut-Re-Ut-Fa-Mi-Re:

re (Her) ut (cu) re (les) ut (dux) re (Fer) fa (ra) mi (ri) re (e)

La solmisazione si rivelò un sistema talmente efficace che superò perfino la prova del tempo. Nel primo Novecento il compositore Zoltán Kodály ne fece la base per la sua didattica. Grazie a lui i bambini ungheresi impararono a leggere la musica con una certa facilità. Il suo ingegnoso e rivoluzionario metodo, che tra l’altro prevedeva un’intensa pratica della coralità e un sistema semplificato per riconoscere le durate ritmiche dei suoni, prendeva le mosse dall’antica solmisazione. Il metodo Kodály si diffuse anche in Italia grazie alla passione di un bravissimo musicista scomparso prematuramente, Roberto Goitre. Un esempio per capire meglio: analogamente all’antica solmisazione, dove Ut-Re-Mi sono le prime sillabe di qualsiasi esacordo, anche le note La-Si-Do# o Mib-Fa-Sol, nel sistema chiamato da noi ‘del Do mobile’ diventano Do-Re-Mi. Sicuramente di più facile comprensione.

Insomma, da quell’Ut, prima sillaba di un inno liturgico, è nato il Do. Da questo cambiamento, ne abbiamo ricavato qualche vantaggio? Sicuramente. Ma per fortuna i mutamenti che sono occorsi alla storia della musica, come quelli alla storia dell’umanità, non sempre sono stati motivati dal freddo calcolo del do ut des.

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