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LA RASSEGNA STAMPA CON LE PRIME PAGINE DEI GIORNALI DI OGGI … a cura della redazione dell’Agenzia stampa “Cronache” direttore Ferdinando Terlizzi
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LA RASSEGNA STAMPA… BRIEFING…per capire il mondo che cambia in 5 minuti… il Punto e Prima Ora dal CORRIERE DELLA SERA/ ANTEPRIMA/ la spremuta di giornali di Giorgio dell’Arti e il meglio da: IL FATTO QUOTIDIANO/ DAGOSPIA / NOTIX E CRONACHEDI…CON LE PRIME PAGINE DEI GIORNALI DI OGGI a cura della redazione dell’Agenzia stampa “Cronache”direttore Ferdinando Terlizzi
La verità su Bagnoli. Mettiamo a confronto il progetto approvato e messo in atto durante il nostro mandato politico-amministrativo, e quello di Manfredi,il sindaco colla dei poteri forti. Il nostro lavoro: mobilitazione civile ed istituzionale per l’autonomia nelle decisioni su Bagnoli. Partecipazione dei comitati e dei cittadini. Bonifica integrale con la rimozione della colmata e tutela massima dell’ambiente e della salute. Recupero della linea di costa. Mare balneabile. Spiaggia pubblica e lungomare pedonale. Porto per piccoli natanti. Recupero del borgo antico di Coroglio. La fabbrica Italsider come archeologia industriale. Grande parco pubblico. Infrastrutture per la mobilità, terziario e servizi. Impiantistica sportiva. Polo per la ricerca e la formazione. Zero consumo aggiuntivo di suolo rispetto al piano regolatore a tutela del paesaggio e dell’urbanistica costituzionale. Clausola sociale per far lavorare sui cantieri i disoccupati del quartiere. Ordinanza chi inquina paga per l’importo di trecento milioni di euro circa nei confronti dei due soggetti che hanno inquinato l’area: la società Fintecna, di proprietà di cassa depositi e prestiti e quindi del governo, e Cementir, gruppo Caltagirone, editore tra l’altro del principale giornale della città di Napoli.
Veniamo a Manfredi & C. Manfredi viene nominato commissario su Bagnoli a tutela del governo e del patto comune-governo-poteri forti. Esclusione dei comitati e dei cittadini. Stop alla rimozione della colmata ma solo mera messa in sicurezza e non più bonifica. Esproprio per gli abitanti di Coroglio. Privatizzazione degli spazi pubblici. Nuovo piano di cementificazione affidato ai privati. Nessuna garanzia di tutela delle persone per il rischio bradisismo. Chi inquina non paga: Caltagirone da inquinatore non pagherà più nulla e diventerà benefattore. Rinuncia al risarcimento. Meno soldi dal governo perché li metterà la Regione prendendoli da risorse già destinate al territorio. Cessione dell’area di Bagnoli ad Invitalia, società del governo. Per mettere a compimento il disegno di sfruttamento del territorio e della città si è distrutto un piano e un progetto voluto dal popolo che stava procedendo alacremente.
Inoltre, si sono abbandonati gli abitanti di Bagnoli durante questi due anni di bradisismo per indurre all’abbandono delle case e del territorio. E per distrarre l’opinione pubblica ed imporre un’accelerazione delle operazioni si cala sul quartiere la Coppa America, evento positivo e segno della credibilità di Napoli conquistata dai tempi delle prime due edizioni della Coppa America, che non può essere però il pretesto per distruggere un progetto di città, voluto dal territorio, in cambio di volumi enormi di cemento, distruzione della linea di costa, della spiaggia pubblica, di un quartiere che vogliono far diventare una piccola Dubai del Mediterraneo. Il destino è la Napoli di oggi e di domani, che fatica ci è voluta per il riscatto, l’orgoglio e l’identità di Napoli dopo anni di malgoverno, malaffare e criminalità politica e affaristica, oggi non si può tollerare di consegnare Napoli a chi ha in mente solo interessi politici ed economici di pochi a danno della città e dei napoletani.
DAILY MAGAZINE
Spaventoso incidente sulla Provinciale, muoiono carabiniere di 23 anni e la fidanzata. NOME e FOTO
SESSA AURUNCA – Drammatico incidente, appena un’ora fa, nella frazione San Castrese di Sessa Aurunca, lungo la Provinciale SP 81 (da Appia a San Castrese): in sella ad una moto, hanno perso la vita il carabiniere di 23 anni Matteo Ferrara di Rongolise e la sua giovanissima fidanzata.
Lo schianto sarebbe avvenuto, pare, contro una vettura, forse per un sorpasso azzardato o una mancata precedenza. Sul luogo della tragedia, allertati dagli automobilisti di passaggio, sono poco dopo arrivati le forze dell’ordine, ambulanze e vigili del fuoco.
“DE LAURENTIIS RAPPRESENTA UN’ECCEZIONE ALLA REGOLA IN BASE ALLA QUALE NEL CALCIO ITALIANO I SOLDI SI BRUCIANO, NON SI GUADAGNANO” – UN’INCHIESTA DELLA “GAZZETTA” MOSTRA CHE ADL È L’IMPRENDITORE CHE HA INVESTITO MENO IN SERIE A: “QUASI UN MILIARDO (958) L’HA ‘BRUCIATO’ LA ROMA, I FRIEDKIN. POI C’È IL MILAN, CON 825 MILIONI. E PER CHIUDERE IL PODIO ECCO LA HOLDING DEGLI AGNELLI CHE È A QUOTA 730” – VOLETE SAPERE QUANTO HA INVESTITO NEL NAPOLI DE LAURENTIIS DAL 2004? 16 MILIONI. NESSUNO MENO DI LUI. MA AURELIONE SA GESTIRE UNA SOCIETA’ DI CALCIO, A DIFFERENZA DEGLI AMERICANI…
“Da quindici anni alla guida del TgLa7. Devi capire tu quando è il momento di staccare, senza che siano gli altri, o il pubblico, a dirtelo”: Enrico Mentana lascia?
Sui social c’è anche chi lancia una ipotesi suggestiva: il direttore sarebbe stato solleticato all’idea di fondare il Tg9 per il colosso Warner Bros. Discovery
Giovedì 3 luglio si terranno i Palinsesti de La7 con Urbano Cairo pronto a presentare alla stampa in un hotel in centro a Milano tutte le novità e soprattutto le conferme della prossima stagione televisiva del gruppo.
Ma a qualche giorno dall’incontro con i media, Enrico Mentana lascia aperta la strada per il suo futuro. Almeno stando a quello che ha scritto e condiviso sui social in queste ore: “Il 2 luglio saranno 15 anni da quando presi la guida del TgLa7. Un grande viaggio, anche per me che pure avevo vissuto i primi 12 anni del Tg5, e da redattore ne avevo trascorsi 9 al Tg1. Tutti intensissimi, e esaltanti. Tutti affrontati come fosse stato ‘per semprè, senza mai pensare a un altrove, a cosa fare dopo”.
Poi il punto criciale: “Ma il più grande insegnamento è un altro: devi capire tu quando è il momento di staccare, senza che siano gli altri, o il pubblico, a dirtelo”. Si tratta di un addio? Un rilancio in vista del rinnovo, in vista dei palinsesti? Non è la prima volta che il direttore lancia delle riflessioni sul suo lavoro.
Una “uscita social” che subito ha sollevato diversi dubbi tra gli utenti: “Mentana non puoi assolutamente abbandonarci. In questi tempi cupi, dove l’informazione vacilla, resti una delle pochissime voci autorevoli”, si legge. “Non faccia scherzi, la prego”, fa eco un altro utente. Tra i commenti spicca anche quello dell’ex collega del Tg5 Cristina Parodi che ha scritto: “Ma tu Enrico non azzardarti ad abbandonare, per favore”.
Sui social c’è anche chi lancia una ipotesi suggestiva: e se il direttore è solleticato all’idea di fondare il Tg9 per il colosso Warner Bros. Discovery? Se ne parlò anche lo scorso anno, ma il gruppo aveva smentito investimenti in tal senso. Al momento ci sono delle pillole di informazione curate dalla CNN.
MARTEDÌ 24 GIUGNO 2025
Clamoroso
Il 70 per cento delle morti per annegamento è collegato al consumo di alcol [AdnKronos].In prima pagina
• Israele e Iran hanno concordato un cessate il fuoco a partire dalle 6 italiane di questa mattina. Se durerà più di 24 ore allora, sostiene Trump, «pace sarà fatta». È stata fondamentale la mediazione del Qatar
• Tel Aviv durante tuttta la notte ha attaccato pesantemente Teheran. Sono stati i bombardamenti più violenti dall’inizio della guerra. Sono stati distrutti i simboli della città, come l’orologio della «Distruzione di Israele», che faceva il conto alla rovescia dei giorni mancanti alla fine dello Stato ebraico
• La rappresaglia di Teheran contro gli Usa è stata più che altro simbolica. Quattrodici missili sulla base statunitense in Qatar che non hanno fatto danni. Dopo l’attacco, Trump ha ringraziato l’Iran «per averci avvisato in anticipo»
• A indurre l’Iran a una rappresaglia morbida potrebbe essere stato Putin. Ha detto che la Russia proverà ad aiutare «il popolo iraniano», non chi guida il popolo iraniano
• I servizi segreti ucraini hanno sventato un attentato contro Zelens’kyj in un aeroporto polacco
• Oggi all’Aja inizia il vertice Nato dedicato all’obiettivo del 5 per cento del Pil da destinare alla difesa. Rutte sostiene che non c’è stata nessuna deroga per la Spagna, ma Sánchez ha insistito sui social
• Trump ha nominato un ex giardiniere di 22 anni a capo del Center for Prevention Programs and Partnerships, una divisione che previene il terrorismo
• Alla Camera Meloni ha chiesto un cessate il fuoco a Gaza, una de-escalation in Medio Oriente, e ha sostenuto l’innalzamento della spesa militare Nato. Oggi parlerà al Senato
• Il Financial Times scrive che Germania e Italia starebbero valutando di prelevare il loro oro, conservato dalla Federal Reserve americana, per riportarlo in patria (ma quelli di Fdi non sarebbero convinti)
• Il petrolio ha chiuso in forte calo ma la benzina costa sempre di più. Secondo Assopetroli, però, non c’è speculazione
• A Milano la metro M1 si espanderà in direzione Baggio per altri 3,3 chilometri
• Antonio Filosa ha assunto ufficialmente il ruolo di ad di Stellantis. Nel suo gruppo di lavoro ci sono 13 persone, tre sono italiane (una è donna)
• «Devi capire tu quando è il momento di staccare, senza che siano gli altri, o il pubblico, a dirtelo» ha scritto Mentana in un post sui social. Ci vuol dire che vuole lasciare La7? Online e sui giornali si legge di tutto
• Il funambolo francese Antoine Mesnage ha camminato per ottocento metri su una fune sospesa a 700 metri da terra e tesa tra due vette nel massiccio del Bianco
• Al San Gerardo di Monza i medici hanno separato due gemelli siamesi di due anni e mezzo. Durante l’intervento una delle due è morta
• In India l’overtourism sta creando problemi. A Panjim i residenti cacciano i turisti incivili e maleducati a colpi di bastone. Le autorità hanno mobilitato squadre di agenti speciali
• Il M5s ha dato il via libera al terzo mandato
• I cellulari degli spiati nell’ambito del caso Paragon verranno analizzati dalla polizia postale
• Luca Canfora, il costumista di Parthenope, sarebbe stato ucciso. Le sue lesioni non sono compatibili con una caduta. Si indaga per omicidio volontario
• Il 3 giugno, cioè 4 giorni prima del ritrovamento del cadavere, Anastasia Trofinova era viva. Quella notte Francis Kaufmann fu protagonista di una rissa in un bar del centro di Roma e lei e la bambina erano con lui
• Tre poliziotti sono stati accusati di aver rubano 36 mila euro in una finta perquisizione. Altri due sono ai domiciliari per spaccio
• Il pilota di F1 Kimi Antonelli, 18 anni, è stato promosso alla maturità. Venerdì lo aspetta il Gp d’Austria
• Sono cominciate le qualificazioni di Wimbledon con il passaggio del turno di Zeppieri. Oggi Paolini al Bad Homburg incontrerà Fernandez. A Eastbourne bene Sonego e Bellucci
• I Coldplay vogliono ristampare i loro album utilizzando bottiglie di plastica riciclata
• È morto lo scultore Arnaldo Pomodoro (alla vigilia del suo 99esimo compleanno). Sono mancati anche l’otorinolaringoiatra Gabriele Molteni (45 anni), il ciclista Franco Testa (87), il pianista Marco Vavolo (86)Titoli
Corriere della Sera: Trump, intesa per la tregua
la Repubblica: Trump: «Tregua di 12 ore»
La Stampa: Vendetta Iran, tensione Trump-Ue
Il Sole 24 Ore: Fondi pensione / investimenti / in Italia / a quota 19.3%
Avvenire: Risposta silenziata
Il Messaggero: Iran, Trump annuncia la tregua
Il Giornale: Guerra anche nella sinistra
Leggo: L‘Iran attacca le basi Usa in Qatar
Qn: Colpiti i simboli dell’Iran / Missili sulle basi americane
Il Fatto: Sempre più in guerra: / «Forze Nato a Hormuz»
Libero: I petardi degli ayatollah
La Verità: Ma allora si può: Spagna / esentata dal 5% in armi
Il Mattino: Raid dell’Iran, attacco alle basi Usa
il Quotidiano del Sud: Iran, attacco show alle basi Usa
il manifesto: Colpisce / ancora
Domani: La piccola vendetta dell’Iran / Il mondo in ansia per l’escalation
IN TERZA PAGINA Alessandro Barbera parla dell’oro italiano che si trova negli Usa. Silvia Martelli traccia una ritratto di Thomas Fugate, giardiniere di 22 anni ora a capo dell’antiterrorismo per Trump. Giampiero Moncada fa sapere che i volantini piacciono a tutti, anche ai giovani. Alessandro Ruta parla dei calciatori dell’Under 21 che nessuno conosce. E, per finire, Stefano Lorenzetto fa le pulci ai giornali
IN QUARTA PAGINA Paolo Mastrolilli racconta le ultime folli 24 ore di Trump. Guido Olimpio spiega che l’Iran ha poche armi. Stefano Montefiori scrive che Reza Pahlavi, il figlio dello Scià, è pronto a tornare in Iran
L’Iran risponde ai raid Usa: missili contro basi americane in Qatar e Iraq. Trump nella Situation Room
La risposta dell’Iran all’attacco statunitense non si è fatta attendere: nel tardi pomeriggio di oggi, ora italiana, una base americana in Siria sarebbe stata attaccata con colpi di mortaio, secondo quanto riferisce l’agenzia iraniana Mehr. Missili anche su una base Usa in Qatar, mentre l’allarme è scattato nelle basi Usa in Kuwait e Bahrein. L’Iran aveva infatti avvertito gli Stati Uniti di gravi ripercussioni a seguito degli attacchi statunitensi agli impianti nucleari della Repubblica islamica. «Questo atto ostile amplierà la portata degli obiettivi legittimi delle forze armate iraniane e aprirà la strada all’estensione della guerra nella regione – aveva affermato il portavoce delle forze armate Ebrahim Zolfaghari -. I combattenti dell’Islam vi infliggeranno conseguenze gravi e imprevedibili con operazioni militari potenti e mirate». Attualmente il presidente Donald Trump, il capo di stato maggiore congiunto Dan Caine e il capo del Pentagono Pete Hegseth si trovano nella Situation Room per monitorare gli attacchi dell’Iran.
Sventato un attentato a Zelensky in Polonia, vicino al confine ucraino
Il servizio di intelligence militare ucraino Sbu ha riferito che un attentato per assassinare il presidente Volodymyr Zelensky è stato sventato all’aeroporto di Rzeszów in Polonia. Lo riporta l’agenzia polacca Pap. Il capo dello Sbu, Vasyl Malyuk, ha raccontato ai giornalisti che sono stati i propri uomini a sventare il tentativo di assassinio, senza tuttavia precisare quando ciò questo sarebbe accaduto. «L’obiettivo era quello di rimuovere fisicamente il presidente Zelensky all’aeroporto di Rzeszow. Erano stati presi in considerazione diversi metodi. Uno di questi era un drone Fpv, un altro un cecchino», ha affermato il capo dei servizi di sicurezza ucraini, aggiungendo che il tentativo sarebbe stato condotto da un soldato polacco in pensione, reclutato anni fa. Malyuk ha inoltre ricordato che un altro attentato contro il presidente ucraino era stato sventato lo scorso anno presso il suo quartier generale a Kiev.
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Ogni martedì c’è l’appuntamento con Rotta a Nord Ovest, notizie, analisi e storie del territorio che cambia
In occasione del Giubileo dei Seminaristi e dei Sacerdoti, il prossimo 26 giugno, dalle 15 alle 18, presso l’Auditorium Conciliazione, l’appuntamento di incontro, riflessione e condivisione organizzato dal Dicastero per il Clero dal tema tratto dal Vangelo di Giovanni “Vi ho chiamati amici”. …
Reportage dai luoghi di missione di Robert Francis Prevost in Perù. Tappa nella capitale del Paese sudamericano tra gli agostiniani che ricordano il confratello …
A Callao, periferia povera di Lima, l’allora amministratore apostolico avviò una rete di solidarietà e distribuzione di alimenti, acqua, medicine per tutti gli …
Inizia oggi pomeriggio, 23 giugno, la 98.ma assemblea della Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali che farà il punto sulla situazione in Terra Santa (in …
Preti, presuli e candidati al sacerdozio da tutto il mondo parteciperanno ai tre eventi giubilari previsti questa settimana. Il Papa pronuncerà due catechesi …
Facendo seguito alle parole di Papa Leone XIV all’Angelus, il Vicariato di Roma ha organizzato un’ora di adorazione, il prossimo 26 giugno, alle 20.30, …
I missionari consegnano kit da pesca artigianale e materiali da costruzione ai nuclei familiari maggiormente colpiti dal disastro ambientale del 13 marzo …
Si terranno nel pomeriggio di oggi, 23 giugno, i funerali della presidente che guidò il Movimento dei Focolari dopo la scomparsa della fondatrice Chiara Lubich. …
È salito ad almeno 30 morti e 60 feriti il bilancio dell’attentato di ieri alla chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia, a Damasco. Il Patriarcato di Antiochia, …
A 24 ore di distanza dall’attacco degli Stati Uniti all’Iran, il presidente americano Trump dai social afferma di aver annientato i siti nucleari iraniani. …
Fondata nel 2022, la stazione radio trasmette 24 ore su 24 e oltre ai programmi per i giovani fornisce informazioni essenziali sull’adattamento ai cambiamenti …
Il cast della della fortunata produzione americana ha incontrato i giornalisti nella Sala San Pio X. Il quarto episodio sarà proiettato in anteprima nella …
Silvano Pedrollo e Anna Fiscale, che si sono impegnati nel loro lavoro per il bene comune, sono i vincitori della terza edizione del Premio Internazionale per …
Domenica 22 giugno si è spento a Milano il celebre scultore, dalla lucida creatività visionaria, noto soprattutto per le forme geometriche in dialogo con lo …
La Libreria Editrice Vaticana pubblica in italiano la biografia di fratel Luc, trappista, medico e martire. Figura chiave della comunità dei monaci di …
I Giubilei tematici che animano quello della speranza sono lo spunto per raccontare la vita, gli inciampi e le risalite di molte persone appartenenti a diverse …
Un racconto basato sulle voci, raccolte in strada, di turisti e romani e su quelle dei bambini del catechismo della parrocchia Santa Silvia di Roma. A …
La differenza tra Iran e Gaza, le basi italiane, le città più vivibili, azioni e cannoni, Elio e le storie belle
di Gianluca Mercuri
Bentrovati. Ecco il menu di oggi:
C’è guerra e guerra Quella contro l’Iran (qui tutti gli aggiornamenti di oggi) e quella contro i palestinesi sono diverse per molti motivi. Un tentativo di riassumerli prelude a una serie di commenti alquanto significativi.
Le basi militari in Italia E se gli americani ci chiedessero di usare le basi sul nostro territorio, dove sono di stanza soldati e mezzi Usa, per attaccare l’Iran? Si aprirebbe una questione politica e giuridica molto complicata. La ricostruisce Alessandro, con l’aiuto di costituzionalisti, politici e militari.
Le città migliori La classifica dei posti più vivibili al mondo viene redatta ogni anno dall’Intelligence Unit dell’Economist. E, spiega Elena, mostra bene come la crescente polarizzazione politica e le tensioni internazionali stiano cambiando il mondo in cui viviamo. Purtroppo non in meglio.
Armi preziose I grandi gruppi industriali della difesa stanno aumentando in modo esponenziale il loro valore in Borsa: un altro segno dei tempi, che ispira le riflessioni di Ferruccio de Bortoli nel suo Frammento di oggi (trovate la rubrica tutti i giorni sul sito: qui la raccolta).
Viva Elio A Paolo Baldini, la favola del bambino che cerca gli alieni nello spazio per sfuggire a un’infanzia infelice è piaciuta un sacco (4 stelle su 5). Motivo: «Riesce a conciliare codici espressivi e linguaggio romanzesco del cartoon classico Disney – una carezza al cuore, un carico di speranza, un pizzico di retorica – con l’esplosiva creatività digitale dei professori dell’officina Pixar».
Perché la guerra all’Iran e la guerra a Gaza sono diverse
Gianluca Mercuri
Dunque «Bibi» Netanyahu ce l’ha fatta: ha trascinato l’amico Donald nella guerra all’Iran, un sogno coltivato da decenni e mai realizzato per il fermo rifiuto dei 4 presidenti americani precedenti. Ma a prescindere dalle incognite che gravano sull’attacco di Israele e Stati Uniti – dalla sua legalità alle sue prospettive – che differenza c’è tra la guerra all’Iran e quella a Gaza?
Si può provare a fissare anzitutto alcuni punti su cui ogni osservatore provvisto di buone informazioni e buone intenzioni potrebbe (dovrebbe?) trovarsi d’accordo, per poi passare in Rassegna una serie di commenti significativi. E dunque:
Israele ha il diritto di esistere, e questo è un punto che i suoi nemici evidenti come i suoi antipatizzanti più o meno espliciti devono accettare una volta per tutte. È un diritto innegabile e inestirpabile da qualsiasi lato lo si prenda: sia che si considerino gli israeliani uno dei popoli indigeni di quella terra, con radici che affondano nella storia e nella Bibbia; sia che si consideri il sionismo un movimento nazionalista ma anche neo-coloniale; Rashid Khalidi, un grande storico palestinese, sostiene per esempio che la «natura coloniale» di Israele non negherebbe affatto il suo diritto all’esistenza, ma anzi ne sarebbe paradossalmente il fondamento più saldo, molto più delle pretese «bibliche», esattamente come lo è per gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia o la Nuova Zelanda: luoghi in cui si sono costruite e affermate nazioni di cui nessuno può discutere oggi la legittimità. Lo stesso vale per Israele, per la nazione vibrante che il sionismo ha costruito in Palestina.
Se il diritto all’esistenza di Israele non può essere decentemente negato, Israele ha dunque il diritto di difendersi anche preventivamente da chi, come il regime iraniano, dal 1979 è apertamente impegnato alla distruzione dello Stato ebraico.
I palestinesi sono l’altra nazione innegabilmente autoctona del territorio sottoposto al mandato britannico tra il 1920 e il 1948, una nazione che si è definita in termini identitari proprio in contrapposizione al sionismo – è uno dei paradossi ricorrenti della storia: il nemico che genera il nemico – e il cui popolo viveva lì da secoli.
Il diritto all’esistenza di Israele sta dunque in piedi solo insieme al diritto all’esistenza della Palestina, e il diritto all’esistenza della Palestina sta in piedi solo insieme al diritto all’esistenza di Israele: simul stabunt, simul cadent.
Si può discutere all’infinito su chi porti le maggiori responsabilità del conflitto, ma è il modo più sicuro per perpetuarlo. Meglio stare ai fatti incontrovertibili: gli israeliani hanno vinto tutte le guerre, i palestinesi le hanno perse. Gli israeliani controllano tutta la terra dal fiume al mare, dal Giordano al Mediterraneo. I palestinesi sono o cittadini di Israele, o profughi all’estero o sottoposti a un regime di occupazione sempre più stringente, con gli ultimi lembi di terra su cui poggiano i piedi progressivamente erosi dall’espansione degli insediamenti coloniali israeliani.
Entrambe le nazioni hanno da sempre correnti oltranziste che vogliono tutta la terra. In questa fase storica, le correnti oltranziste israeliane – destra laica nazionalista e destra ultrareligiosa – sono al potere: sulla scia del massacro di 1.200 israeliani (e del rapimento di altri 250) compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023, intendono liquidare per sempre la questione nazionale dei palestinesi, con l’annessione formale di tutta la terra dal fiume al mare e la cacciata dell’altro popolo. La corrente oltranzista palestinese, che consiste essenzialmente nel movimento islamista Hamas, vorrebbe anch’essa tutta la terra dal fiume al mare ma non ha la minima possibilità di riuscirci, tanto più dopo il drastico ridimensionamento subito con la reazione di Israele dopo il 7 ottobre e quello del suo principale sponsor, l’Iran.
Le correnti moderate di Israele, favorevoli al riconoscimento dello Stato palestinese, sono oggi largamente minoritarie. La corrente moderata palestinese è incarnata dall’Anp (Autorità nazionale palestinese), erede storico dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), e riconosce lo Stato di Israele da oltre trent’anni, senza aver ottenuto il riconoscimento simmetrico di un proprio Stato.
Tra il 2006 e il 2007, l’Anp ha combattuto una sanguinosa guerra civile contro Hamas ed è stata estromessa dalla Striscia di Gaza. Hamas ha governato da allora quel territorio con l’assenso dei governi di Israele, in particolare quelli guidati da Benjamin Netanyahu, che – mentre cooptava al potere i suoi, di estremisti – ha favorito per anni l’afflusso di denaro dal Qatar alla Striscia. L’obiettivo era tenere divisi i palestinesi e far dimenticare al mondo la loro questione nazionale.
L’errore di calcolo di Netanyahu si è tragicamente rivelato il 7 ottobre: Hamas non era affatto sazia del controllo della Striscia. Da quel momento, il premier sta facendo di tutto per passare alla storia non come il leader che non ha protetto il suo popolo dal peggiore pogrom dal 1945, ma come quello che ha eliminato per sempre tutti i nemici. Da qui la guerra totale non solo contro Hamas, ma anche contro gli Hezbollah libanesi e il regime iraniano.
I critici di Netanyahu affermano che la guerra totale serve al premier per evitare elezioni prima della scadenza dell’autunno 2026 e per rinviare i processi per corruzione cui è sottoposto da anni. Con questo obiettivo, prima del 7 ottobre, il premier aveva tentato quello che è stato definito un «golpe giudiziario», basato sull’asservimento della Corte Suprema al potere esecutivo, e sventato dalla protesta di piazza di centinaia di migliaia di israeliani.
La reazione di Israele a Gaza, inevitabile e inizialmente indiscutibile, ha prodotto, secondo Hamas, quasi 56 mila morti, ma secondo organizzazioni e studi internazionali è una sottostima, perché decine di migliaia di cadaveri sono rimasti sotto le macerie. La Corte penale internazionale dell’Aja ha emesso mandati d’arresto per crimini di guerra nei confronti di Netanyahu, dell’ex ministro della Difesa Gallant e dei leader di Hamas (nel frattempo tutti uccisi).
A Gaza, ogni giorno l’esercito israeliano emette ordini di evacuazione che costringono la popolazione a spostarsi: 680 mila negli ultimi tre mesi, 242 mila solo nell’ultimo mese. In questo momento, l’82% per cento del territorio è off limits per i suoi abitanti, che sono ammassati nel restante 18%. Vuol dire che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in 65 chilometri quadrati.
Il sovraffollamento è intollerabile, le malattie si diffondono. Pulci, zanzare, ratti e vermi parassiti prosperano nei campi. I bombardamenti hanno distrutto il sistema fognario e le attrezzature usate per rimuovere detriti e rifiuti. Tra le tende c’è un bagno per ogni 200 persone.
La distribuzione di aiuti è stata tolta alle agenzie umanitarie e gli israeliani uccidono ogni giorno decine di civili tra le migliaia che si accalcano per ricevere cibo. I bambini uccisi in questa guerra sono quasi 20 mila mila (a Gaza il 40% della popolazione è sotto i 14 anni).
La situazione è particolarmente disperata per le donne. Un recente rapporto delle Nazioni Unite, scrive Haaretz, avverte che «molte donne gazawi evitano di bere acqua per non dover fare pipì. Molte evitano di andare in bagno o di fare la doccia per non essere viste da uomini sconosciuti. Inoltre, le donne stanno prendendo misure per interrompere le mestruazioni perché non hanno prodotti igienici. Le donne che allattano hanno smesso di farlo perché non hanno privacy per farlo. Centinaia di migliaia di donne a Gaza stanno affrontando il disagio emotivo derivante dalla mancanza di privacy e di igiene di base».
Gli Stati arabi moderati e l’Unione europea premono per un piano di pace – condiviso dalla precedente amministrazione americana del presidente Biden – fondato sul rilascio degli ostaggi israeliani (quelli vivi sono una ventina), il ritiro delle truppe e un’amministrazione arabo-palestinese, nell’ambito di un progetto di portata regionale che porti al riconoscimento tra Israele e l’Arabia saudita e a negoziati per un mini-Stato palestinese a Gaza e in parti della Cisgiordania. Ogni negoziato, naturalmente, dovrebbe includere garanzie credibili sul disarmo di quel che resta di Hamas e sulla fine dell’espansione delle colonie israeliane.
Israele è molto interessato alla pace con i sauditi ma esclude drasticamente qualsiasi forma di Palestina indipendente. L’ultradestra mira alla conquista di tutta la terra e Netanyahu dà ormai l’idea di condividere questo programma. Un programma che, secondo la stragrande maggioranza degli osservatori, minerebbe l’anima democratica di Israele e non aumenterebbe la sua sicurezza. Perché uno Stato che sia al tempo stesso ebraico, democratico ed esteso su tutto il «Grande Israele» dal fiume al mare non è possibile: per essere ebraico e democratico non può prendersi tutta la terra e cacciare i palestinesi, per essere ebraico e su tutta la terra non è più democratico. Uno Stato esteso dal fiume al mare, deportando i palestinesi o privandoli sempre più di terra e libertà, non sarebbe nemmeno più sicuro. Perché la questione palestinese resterebbe apertissima (non si rassegneranno mai).
Ecco dunque perché sono due guerre diverse. Alcuni commenti aiutano ad approfondire il concetto.
Thomas Friedman prende atto con gioia del colpo subito dall’Iran. Lo vede come una sconfitta dell’asse antidemocratico mondiale, guidato dalla Russia. Perché «Putin e gli ayatollah vogliono lo stesso tipo di mondo. Un mondo sicuro per l’autocrazia, sicuro per la teocrazia, sicuro per la loro corruzione; un mondo libero dai venti delle libertà personali, dello Stato di diritto, della libera stampa; un mondo sicuro per l’imperialismo russo e iraniano contro i vicini dalla mentalità indipendente». Dopodiché aggiunge:
«Sono un grande sostenitore del fatto che due (e a volte tre) cose contraddittorie possono essere vere allo stesso tempo. E una di queste contraddizioni oggi è che Israele è una democrazia con molte persone che vogliono far parte del mondo dell’inclusione. Ma ha un governo messianico che è il più estremo della sua storia e aspira apertamente ad annettere la Cisgiordania e forse anche Gaza. Questa aspirazione è una minaccia fondamentale per gli interessi americani, per gli interessi di Israele e per gli interessi degli ebrei di tutto il mondo».
«Per parafrasare una frase che il mio amico Nahum Barnea, editorialista dello Yedioth Ahronoth israeliano, mi ha detto l’altro giorno: “Mi opporrò senza vergogna all’agenda annessionista di Netanyahu, al suo rifiuto di prendere in considerazione uno Stato palestinese a condizioni sicure e al suo tentativo di rovesciare la Corte Suprema di Israele, come se Israele non fosse in guerra con l’Iran. E loderò senza vergogna Netanyahu per aver affrontato il terribile regime iraniano, come se Israele non fosse nella morsa dei suoi suprematisti ebrei guidati da Bibi, che a loro modo minacciano un Medio Oriente più inclusivo. Elogerò senza vergogna Trump per gli sforzi volti a ridurre le capacità dell’Iran di produrre bombe nucleari, come se non fosse impegnato in un pericoloso progetto autocratico in patria. E mi opporrò con tutte le mie forze alle mosse autocratiche di Trump in patria, come se non stesse affrontando l’autocrazia iraniana all’estero. Sono tutte cose vere e vanno dette».
Per questo, secondo il grande giornalista, ora Trump dovrebbe dire a Netanyahu questo: «Esci da Gaza in cambio di un cessate il fuoco da parte di Hamas e della restituzione di tutti gli ostaggi israeliani. Lascia che una forza di pace araba si trasferisca lì, benedetta da un’Autorità palestinese riformata, e poi iniziate quello che dovrà essere un lungo processo di costruzione da parte dei palestinesi di una struttura di governo credibile, in cambio di uno stop a tutte le costruzioni di insediamenti israeliani in Cisgiordania. Questo creerebbe le migliori condizioni per la nascita di uno Stato palestinese».
Amos Harel, analista militare, analizza la situazione sul piano strategico e arriva alle stesse conclusioni di Friedman: «Il grande successo militare in Iran deve ora essere convertito in un risultato diplomatico: un accordo che costringa il regime a rispettare rigorosamente le richieste della comunità internazionale ed elimini la minaccia di armi nucleari e missili per Israele e la regione. Dopo Fordow, questo risultato non sembra più del tutto irraggiungibile, nonostante le sfide già citate. Ma la preoccupazione di Israele per l’Iran non lo esime dall’affrontare l’altra questione urgente e irrisolta: Gaza. La guerra contro Hamas continua a mietere vittime, senza che si intraveda una soluzione all’orizzonte. L’indebolimento dell’Iran e l’evidente fragilità di Hamas a Gaza possono rappresentare un’opportunità per un accordo globale che potrebbe porre fine alla guerra su entrambi i fronti. Ma una tale risoluzione richiederebbe significative concessioni israeliane: un rilascio di prigionieri su larga scala e l’abbandono delle pericolose aspirazioni di ricostruire insediamenti nella Striscia, sogni che persistono nelle fazioni di estrema destra del governo israeliano».
La sondaggista Dahlia Scheindlin rileva che, in base alle analisi di questi giorni, più o meno la stessa percentuale di israeliani – tra il 75 e l’80% – ha accolto con favore l’attacco all’Iran mentre vorrebbe la fine della guerra a Gaza. Non è solo per l’euforia per il successo recente, la stanchezza per un conflitto infinito e il desiderio di liberare gli ostaggi. L’analisi di Scheindlin va oltre:
«Gli israeliani sono anche minimamente consapevoli che sotto il terrore nichilista di Hamas, le radici della guerra di Gaza affondano nel conflitto incancrenito, nell’occupazione stessa, nell’espansionismo messianico o ultranazionalistico e nelle ambizioni di insediamento che hanno impedito per sempre una soluzione politica nel corso di decenni. Gli israeliani non vogliono certo ammetterlo, ma se gli attacchi preventivi contro l’Iran sembrano puliti, Gaza è la guerra sporca di Israele. Gli israeliani hanno più di un dubbio sulle vere ragioni per continuare la guerra a Gaza, 20 mesi dopo il suo inizio. Tre quarti degli israeliani finirebbero la guerra se si trattasse di correggere gli orrori del 7 ottobre, ottenendo il rilascio degli ostaggi. Se invece la guerra è diventata una questione di conquista di Gaza, di ricostruzione di insediamenti, di massacro o di espulsione della popolazione e di realizzazione di un febbrile sogno messianico che rappresenta una pietosa percentuale a una cifra della popolazione israeliana, a chi serve?».
«Forse gli israeliani sanno anche che i messianici mullah febbricitanti che stanno costruendo un nuovo paradiso a Gaza pieno di insediamenti ebraici sono gli stessi estremisti che hanno cercato di impadronirsi della società, delle istituzioni e della vita civile israeliana dal momento in cui si è insediato il governo Netanyahu alla fine del 2022. Gli israeliani si sono ostinatamente rifiutati di collegare il sabotaggio delle istituzioni democratiche israeliane nel 2023 al progetto di dominio militare autoritario permanente sui palestinesi; se la guerra continuerà, non potranno evitare il collegamento, poiché il governo farà entrambe le cose».
«Nel 2025, i fallimenti della guerra di Gaza devono essere nominati e spiegati: Israele può sentirsi forte insanguinando nemici duri e forti come l’Iran. Tormentare i miseri palestinesi rimasti a Gaza, in pratica picchiare i deboli, non farà mai sentire forti gli israeliani, ma farà solo in modo che il sangue giovane da entrambe le parti continui a scorrere per sempre».
Rassegna geopolitica / 2
Gli americani possono usare le basi militari in Italia? E chi deve autorizzarli?
Alessandro Trocino
Ci sono tanti modi per entrare in guerra. Lo si può fare direttamente, dando il via libera ai nostri aerei o alle nostre truppe per colpire un Paese nemico. Oppure lo si può fare indirettamente, dando supporto militare e logistico a un Paese alleato che è già in guerra. Distinzione che viene utile ora che gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran e considerato che sul nostro territorio ci sono 12 mila militari americani e molte basi militari Nato. Il governo, per voce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma anche del ministro della Difesa Guido Crosetto, ha spiegato che finora non sono arrivate richieste da parte di Washington né sono partiti aerei dalle nostre basi. Ma se arrivassero? Con un nostro via libera entreremmo in guerra? E chi lo deve dare questo via libera? Solo il governo o serve l’approvazione del Parlamento?
L’opinione degli esperti – militari e politici – non è univoca.
È troppo ampia la casistica, ci sono troppe situazioni senza precedenti o con una giurisprudenza, diciamo così, non consolidata. Dal punto di vista tecnico, bisogna considerare che in Italia non ci sono basi americane. Ci sono 120 basi (di varia natura): sono italiane ma sono state finanziate dalla Nato e, in alcune di queste, sono di stanza truppe e mezzi degli Stati Uniti. L’utilizzo di queste strutture è normato da un patto firmato nel 1952 dal governo Scelba e dall’allora ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce (il Bilateral Infrastructure agreement, meglio noto come «accordo ombrello»).
Le norme da tenere in considerazione sono soprattutto due: l’articolo 5 del trattato Nato (1949), che prevede il mutuo soccorso tra gli Stati membri; e l’articolo 11 della Costituzione, secondo il quale l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Dettato costituzionale di grande impatto emotivo e di grande significato politico, ma con molti margini di ambiguità. L’unica guerra ammissibile sarebbe dunque, per la nostra Carta, quella difensiva. A patto di intendersi su cosa sia una guerra difensiva. Se l’Italia partecipa a una coalizione che attacca Paesi che danno rifugio a terroristi che hanno colpito anche il nostro territorio, siamo in presenza di un’aggressione o di una guerra difensiva?
Quella scatenata dagli Stati Uniti, secondo molti, è una guerra offensiva. Il costituzionalista Michele Ainis la spiega così: «Qui si tratterebbe di fare da trampolino di lancio al di fuori del sistema difensivo della Nato, si tratta di una guerra condotta contro l’Iran non per difendere il blocco Nato, ma per un’aggressione verso un Paese terzo. Un conto è permettere agli Usa di avere delle basi nel territorio all’interno della Nato, un conto è usare queste basi per un orizzonte bellico al di fuori della Nato». La conclusione di Ainis è che quindi, in caso di richiesta, l’Italia dovrebbe negare l’uso delle basi. Proprio perché in quel caso saremo alleati di fatto in un’aggressione.
Se anche si decidesse di dare il via libera, ci dovrebbe essere un primo passaggio con il Quirinale, visto che il capo dello Stato presiede il Consiglio supremo di difesa. La decisione finale dovrebbe spettare al Parlamento e non al governo. L’articolo 78 della Costituzione, mai usato finora, prevede infatti che siano le Camere a deliberare lo stato di guerra e a conferire al governo i poteri necessari. Ma anche qui: l’articolo 78 parla di «stato di guerra». Ma fornire le basi per consentire un rifornimento agli aerei americani sarebbe un atto di belligeranza e configurerebbe uno stato di guerra? Cesare Mirabelli, un altro costituzionalista, fa una riflessione importante, che complica ulteriormente il quadro: «Nell’esperienza che viviamo, i conflitti spesso non vengono dichiarati. La guerra è un fatto e non un atto giuridico. C’è una spirale nella quale si entra con singoli interventi, che poi esplodono in situazioni belliche: è la guerra mondiale a pezzi di cui parlava Papa Francesco».
Quali sono i precedenti? C’è il caso del 2003 per l’Iraq, quando l’Italia di Berlusconi non prese parte direttamente all’invasione, ma concesse appoggio politico e logistico alla coalizione dei volenterosi. Era una guerra difensiva, quella? Racconta alla Rassegna il generale Vincenzo Camporini, allora sottocapo della Difesa: «All’epoca ci fu una richiesta di far partire i paracadutisti della caserma Ederle di Vicenza per andare in Iraq. Ci furono anche consultazioni con il Quirinale. In quel caso si decise di autorizzare la partenza dei militari da Aviano, a patto che non venissero direttamente impiegati nelle operazioni di guerra. I soldati partirono, ma atterrarono in un altro Paese e ripartirono poi per il teatro di guerra».
Si potrebbe definire una soluzione un po’ ipocrita: vi lasciamo partire per la guerra, ma prima fate uno scalo di «purificazione». Camporini non la pensa così: «Proviamo a vederla in un altro modo: potevamo sequestrare dei militari americani? Bloccarli nella loro stessa base?». Il generale dà anche una valutazione di merito, rispetto a una possibile richiesta degli americani: «Parlo qui da esponente di Azione. Visto che una richiesta dell’uso delle basi arriverebbe per finalità connesse con il far rispettare a un Paese, l’Iran, il trattato di non proliferazione nucleare, allora direi di sì». Fu però Trump ad abbandonare il Jcpoa, l’accordo sul nucleare firmato da Obama con Teheran. «Si, ma quello è solo un accordo integrativo del Tnp, il trattato di non proliferazione nucleare. Che l’Iran non rispetta».
Quando l’Isis era molto forte, furono chieste le basi italiane per consentire il rifornimento agli aerei americani. L’allora ministro della Difesa Roberta Pinotti andò in Parlamento e ottenne l’autorizzazione. In quel caso si trattava di una coalizione internazionale di cui l’Italia faceva parte. In questo caso, secondo alcuni analisti, gli americani hanno cercato di tenerci al riparo. Primo, perché non c’era una necessità effettiva: oggi ci sono gli aerei cisterna che consentono i rifornimenti. E poi perché, non avendoci neanche informati dell’attacco, una richiesta di utilizzo delle basi potrebbe mettere politicamente in forte imbarazzo il governo «amico» di Meloni.
Nel ’99, l’Italia partecipò direttamente alla guerra dei Balcani. Ma in quel caso c’erano un impegno diretto della Nato e una risoluzione della Nazioni Unite. Era una guerra difensiva quella? Anche allora si pose il tema dell’articolo 11. La risposta, che arrivò dal Parlamento, fu sì. Perché era una guerra «etica»: si voleva difendere la popolazione del Kosovo dalla pulizia etnica. E perché la Serbia aveva missili in grado di colpire l’Italia. E quindi fu considerata – tra accesissime polemiche – una guerra di difesa preventiva o «difesa avanzata», come fu chiamata allora. Anche quella di Israele e degli Usa contro l’Iran può essere definita una guerra difensiva, una difesa preventiva dall’utilizzo dell’arma atomica? Difficile, visto che in questo caso non c’è alcuna certezza che l’Iran abbia o fosse in dirittura d’arrivo nella costruzione dell’ordigno nucleare. Tanto più che l’attacco è avvenuto alla vigilia di un negoziato serio, nel quale poteva essere posto l’ultimatum a Teheran.
In definitiva, la guerra moderna offre troppi margini di ambiguità. Oggi la guerra di conquista non è più solo sconfinamento o occupazione di territorio. Non si combatte più solo per il lebensraum, lo spazio vitale (anche se nel caso dell’Ucraina avviene proprio questo). Non si fa più il proclama fatale dal balcone di Piazza Venezia o da qualche tribuna con voce stentorea. Non si consegnano più le dichiarazioni agli ambasciatori. Spesso la guerra non si dichiara proprio. E si può essere considerati belligeranti anche soltanto per un appoggio logistico o per la fornitura di armi e di mezzi. Per questo, prima di prendere qualunque decisione impegnativa, diventa fondamentale un dibattito politico, che ottenga un’ampia convergenza tra i partiti, e un voto delle Camere.
Rassegna internazionale
Come le tensioni geopolitiche fanno diminuire la qualità della vita (anche in Occidente)
Elena Tebano
Ogni anno l’Intelligence Unit dell’Economist (Eiu) elabora una classifica delle città più vivibili del mondo. Per tre anni di seguito in testa c’è stata la capitale austriaca Vienna. Quest’anno è stata scalzata da quella della Danimarca, Copenaghen. Il perché illustra bene la difficoltà dei tempi in cui viviamo, rese ancora più pressanti dall’attacco americano all’Iran, che rischia di allargare ancora i conflitti in Medio Oriente (e non solo). Vienna ha superato Copenaghen per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, ma quest’ultima ha ottenuto il punteggio massimo di 100 per la stabilità, l’istruzione e le infrastrutture, e ha guadagnato così il primo posto. Vienna invece ha subito un calo netto del suo punteggio per la stabilità dopo l’allarme bomba prima di un concerto di Taylor Swift (poi annullato) nell’estate del 2024 e la scoperta di un attentato pianificato in una stazione ferroviaria della città nel 2025. Così è scesa al secondo posto, a pari merito con Zurigo (Svizzera).
Non è un problema solo di Vienna. Mentre il punteggio medio di vivibilità delle 173 città incluse nell’indice è rimasto invariato rispetto all’anno scorso, il punteggio di stabilità, anche in media, è diminuito a causa delle tensioni geopolitiche, dei disordini civili e della crisi abitativa. In diverse città dell’Europa occidentale, gli attacchi e le minacce terroristiche, così come l’aumento della criminalità e della xenofobia, continuano a minare il tessuto sociale. «Solo tre città tra le prime 20 hanno più di 6 milioni di abitanti. Londra e New York sono rispettivamente al 54° e al 69° posto. I livelli di criminalità e la minaccia del terrorismo sono elevati in queste città. Anche le strade sono congestionate. Tokyo, la città più grande del mondo, è al 13° posto» nota l’Economist.
Tre grandi città britanniche – Manchester, Londra ed Edimburgo – hanno visto scendere i loro punteggi nella categoria della stabilità. Nel 2024 nel Regno Unito ci sono stati gravi disordini, causati da gruppi xenofobi che hanno manifestato in modo violento dopo che un ragazzo allora 17enne con problemi psichici ha attaccato un centro di danza a Southport, uccidendo tre bambine. Le autorità inglesi non avevano dato notizie sull’aggressore Axel Rudakubana perché era minorenne, e nei circoli di estrema destra si era diffusa la notizia che fosse un immigrato musulmano. In realtà Axel Rudakubana è nato in Galles ed è cristiano, ma è nero (i genitori erano profughi ruandesi e nell’ultimo anno prima dell’attacco avevano chiamato 4 volte la polizia perché il figlio aveva avuto atteggiamenti violenti).
Le città meno vivibili sono, ovviamente, quelle di Paesi in guerra o vessati da regimi dittatoriali. «Damasco rimane in fondo alla classifica (ma il rovesciamento di Bashar al-Assad a dicembre e la successiva decisione americana di abolire le sanzioni economiche sulla Siria fanno ben sperare per la capitale nella prossima edizione della classifica). Kiev è nella parte bassa per il terzo anno consecutivo. Teheran, appena fuori dagli ultimi dieci posti, è ora bombardata da Israele e quindi è improbabile che salga» scrive ancora l’Economist.
Anche Taipei ha perso punteggio nella categoria di stabilità, vista la crescente incertezza sulle intenzioni della Cina, che cerca di rafforzare il controllo sullo Stretto di Taiwan. Le città indiane presenti nella classifica hanno perso posizioni dopo uno dei peggiori attacchi terroristici contro i civili in India, che ha portato al confronto militare con il Pakistan. Sebbene sia stato successivamente concordato un cessate il fuoco, le relazioni tra i due vicini dotati di armi nucleari rimangono ostili.
L’Europa occidentale rimane la regione con i migliori risultati in termini di vivibilità, avendo ottenuto i punteggi più alti in quattro delle cinque categorie (viene superata solo dal Nord America per l’istruzione). E questo dice molto dell’Europa e di quanto dovrebbe starci a cuore il suo modello di sviluppo. Purtroppo, però, il punteggio della regione per la stabilità è sceso dal 2024, a causa delle più frequenti minacce di terrorismo, rivolte e attacchi antisemiti. Anche le 25 città del Nord America hanno visto il loro punteggio medio complessivo scendere leggermente per gli stessi motivi
È uno degli effetti del clima politico sempre più polarizzato e del nuovo disordine mondiale, in cui un modello di relazioni internazionali basato sulle intese e la concertazione è stato sostituito da uno basato sulla forza. Ed è la dimostrazione che il modo in cui collettivamente decidiamo di fare politica ha effetti diretti sulle nostre vite.
Frammenti
Mettete delle azioni nei loro cannoni, conviene (molto)
Ferruccio de Bortoli
«Proposta: mettete dei fiori nei vostri cannoni». Era il ritornello di una celebre canzone dei Giganti del 1967. Citazione riservata ai boomer. I fiori non li mette più nessuno, mentre per le azioni è una corsa sfrenata. E ci sono sorpassi, nel valore delle società, che segnano un’epoca.
Nell’indice Euro Stoxx 500, che riunisce le migliori azioni europee, le cosiddette blue chips, è appena entrato il gigante tedesco della Difesa, Rheinmetall. Dall’inizio dell’anno il titolo, sostenuto anche dal piano di investimenti del governo di Friedrich Merz, ha guadagnato – in base alle quotazioni di questa mattina – il 187 per cento. Quasi triplicato in meno di sei mesi. E dall’invasione russa in Ucraina la capitalizzazione della società tedesca è aumentata di venti volte.
Leonardo – tanto per fare un confronto con il gruppo italiano della Difesa – ha guadagnato, sempre in sei mesi, l’80 per cento. Rheinmetall ha preso il posto, nell’Euro Stoxx 500, di Kering, la holding francese che possiede molti marchi del lusso, tra cui diversi «italiani» come Gucci, Brioni e Bottega Veneta.
I carri armati battono la moda. È il segno dei tempi. Una sfida ancora più ardua per Luca de Meo, il nuovo Chief executive officer del gruppo francese di proprietà della famiglia Pinault. De Meo ha appena lasciato il mondo dell’auto, di cui è stato indiscusso protagonista: dalla Fiat alla Seat e, ultimamente, alla testa della Renault. Un settore travagliato dalla concorrenza, soprattutto nell’elettrico, dei produttori cinesi. Molte case, tra cui Renault e Stellantis, pensano di convertire parte della produzione in veicoli per la Difesa. Volkswagen è già avanti con la stessa Rheinmetall. Nella storia lo hanno già fatto. Con notevoli ritorni.
L’attenzione oggi è poi concentrata sull’andamento del gruppo americano della Difesa Northrop Grumman, produttore dei bombardieri B2 che hanno partecipato all’incursione americana in Iran. Dall’inizio dell’anno il titolo è salito di appena il 10 per cento con un inspiegabile crollo in aprile. Nelle prossime ore sapremo se avrà preso, anche borsisticamente il volo.
C’erano una volta gli investimenti etici, che escludevano le armi, raccomandati da tanti grandi fondi, da Giganti della finanza. L’aria è cambiata. Ed è certamente meno respirabile, in tutti i sensi.
La Cinebussola
La favola di Elio, che a furia di tagliarla è venuta benissimo
Paolo Baldini
Dice la leggenda che il progetto di Elio sia stato fatto, rifatto, tagliato, smussato e ancora rivisto. Succede talvolta, e non sorprende. Semmai può sorprendere il risultato finale, ottimo, dopo la guerra dei mondi che ha contrapposto le teste d’uovo degli alleati produttori Disney e Pixar sul concept della favolissima e il suo sviluppo. In realtà, il film ha una qualità: riesce a conciliare codici espressivi e linguaggio romanzesco del cartoon classico Disney – una carezza al cuore, un carico di speranza, un pizzico di retorica – con l’esplosiva creatività digitale dei professori dell’officina Pixar. Il vecchio e il nuovo, in chiave di sci-fi, con un andamento molecolare, all’insegna di un’antica domanda, tipica dei momenti di confusione e conflitto: siamo davvero soli nell’universo?
La presenza di tre-registi- tre, Adrian Molina (co-regista di Coco), Madeline Sharafian e Domee Shi (Oscar per il corto Bao), è il chiaro segno delle fasi tormentate che il film ha attraversato nonostante l’apporto di un supervisor del calibro di Pete Docter, a cui si deve l’invenzione del format emozionale di Inside Out: solo gli ultimi due, Sharafian e Shi, sono ufficialmente sopravvissuti nei credit.
Il passo dell’avventura è fluido, sognante, da racconto morale. Storia di un orfanello di 11 anni, Elio, che fatica a elaborare il lutto per la morte dei genitori, è convinto che nessuno lo voglia davvero e per questo si isola in un mondo di immaginarie malinconie tanto da aver inventato una lingua che solo lui conosce. Il bambino vive con zia Olga (voce originale, Zoe Saldana; voce italiana, Alessandra Mastronardi), tosto ufficiale dell’aeronautica americana, capoccia di un progetto di esplorazione nello spazio che rimanda alla sonda Voyager e al triangolo Nasa, Pentagono e Cape Canaveral. I due si amano, ma non si capiscono. Olga tenta di conciliare l’aspirazione materna con l’attività militare. Elio guarda allo spazio profondo come a una via di fuga per la sua infelicità. Vorrebbe che gli alieni rispondessero ai suoi appelli e lo rapissero.
Quando nella base arriva un segnale dalle stelle, Elio rompe gli indugi e finisce nel Comuniverso, enclave fluttuante di creature ultra-dotate che lo scambiano per il leader della Terra e gli affidano un gravoso negoziato con un dittatore prepotente, Lord Grigon (voce italiana di Adriano Giannini). E qui viene il difficile: Elio diventa amico di Glordon, tenero figliolo di Grigon, unendo mondi, dando un’anima agli alieni e preparandosi per Elio 2, con partenza di nuovo dalla base Terra. Al centro del film, come è stato detto dai registi, c’è «l’ossessione tutta americana per gli extraterrestri», ma soprattutto «il dolore di quei bambini che sentono di non appartenere a nulla e a nessuno», scugnizzi senza più affetti, persi nel cosmo delle loro incertezze. Temi consueti: famiglia, pace, ricerca interiore, sradicamento, passaggio all’età adulta. Tutti trattati con delicatezza e fantasia.
ELIO di Madeleine Sharafian, Domee Shi e Adrian Molina (animazione, Usa, 2025, durata 100’, The Walt Disney Company Italia) con le voci italiane di Adriano Giannini, Alessandra Mastronardi, Lucio Corsi Giudizio: 4 su 5 Nelle sale
lunedì 23 giugno 2025
Trump in guerra, Teheran in bilico
Il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami (al centro) partecipa a una riunione nella Sala del Comando di Guerra delle Forze armate: l’immagine è stata diffusa questa mattina dal regime
di Samuele Finetti
Giovedì aveva detto che la decisione di approvare o meno un attacco sull’Iran sarebbe arrivata entro due settimane. Poche ore più tardi, Donald Trump ha dato l’ok e i B-2 sono decollati dal Missouri per sganciare quasi 200 tonnellate di bombe sui siti nucleari del regime.
I raid statunitensi, nella notte tra sabato e ieri, aprono una nuova fase nella guerra che infiamma il Medio Oriente. Anche se valutare la portata dei danni inflitti dalle bunker-buster Usa resta difficile, ora che Washington è intervenuta direttamente gli ayatollah devono valutare se e come rispondere. Ma Khamenei sembra scomparso e, mentre Netanyahu si gode l’appoggio dell’alleato, il presidente americano apre per la prima volta a un «regime change». Senza preoccuparsi troppo, però, del rischio terrorismo sul fronte interno.
Ma c’è tanto altro, oltre al conflitto Iran-Israele. Il nostro giro del mondo di oggi fa tappa a Taiwan, in Ucraina e in Bielorussia, ma anche in Italia, prima di tornare negli Usa. Per raccontare due storie che hanno a che fare con l’oro.
Il sito nucleare di Fordow dopo l’attacco americano. Questa mattina è stato bombardato anche da Israele (Maxar)
Le bombe prima, la diplomazia poi. Dopo l’attacco americano contro tre siti nucleari iraniani, nella notte tra sabato e ieri, questa mattina missili sono piovuti sia su Israele sia su Teheran. Le sirene sono scattate a Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme, oltre che in diversi punti del Paese, ma non sembrano esserci feriti. Israele invece ha comunicato di aver preso di mira sia obiettivi militari sia «luoghi simbolo del regime» nella capitale nemica: centrati l’ingresso del carcere di Evin, conosciuto per il gran numero di dissidenti politici detenuti, e la base della forza paramilitare Basij. Uno strike ha colpito le strade di accesso all’impianto di Fordow, sul quale i B-2 americani hanno sganciato dodici bombe bunker-buster GBU-57.
I funzionari iraniani stanno valutando le opzioni per una ritorsione contro gli Stati Uniti. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato a Mosca Vladimir Putin. Durante il colloquio, il presidente russo ha ripetuto che «l’aggressione assolutamente immotivata contro l’Iran è infondata e ingiustificata». Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha poi fatto sapere che il Cremlino «non è stato informato» da Washington sui piani di attacco ai tre siti e ha rigettato l’ipotesi di un cambio di regime a Teheran forzato da un intervento esterno.
Oggi, anche i ministri degli Esteri dell’Unione europea discuteranno della situazione in Iran. La guerra e gli attacchi statunitensi saranno probabilmente al centro del vertice Nato che si aprirà domani all’Aia.
2. Taccuino | La conta dei danni e la logistica della super-missione
guido olimpio
Un B-2 Spirit rientra alla base di Whiteman, Missouri, dopo la missione in Iran (Ap)
Il day after dello strike deciso da Donald Trump ruota attorno a due punti.
I danni. L’offensiva israeliana e le super bombe Usa hanno provocato distruzioni nei siti nucleari ma non sono pochi gli esperti che mettono in guardia su ciò che è rimasto. In particolare, grandi quantità di uranio arricchito. Alcuni segnalano che al momento sono intatti uno o più «depositi» tra Isfahan e Natanz, impianti noti all’Aiea, a Tel Aviv e al Pentagono. Gli iraniani – secondo queste valutazioni – hanno margini di manovra e probabilmente un programma segreto.
La risposta. Teheran lancia minacce, nel primo post su Twitter l’ayatollah Khamenei promette punizioni per «i sionisti» ma non cita gli Stati Uniti. È allarme generale in tutte le basi in Medio Oriente, così è alta l’attenzione anche all’interno dei confini statunitensi. Al momento i pasdaran hanno tirato una nuova raffica di missili contro lo Stato ebraico.
Uno spunto, poi, sull’operazione «Martello di Mezzanotte». I protagonisti del raid sono stati i B-2 (con la super bomba) ma la loro missione è stata resa possibile dal gigantesco sforzo logistico svolto da decine di aerei-rifornitori. Una «flotta» di velivoli che ha agito dall’Atlantico al Pacifico.
3. L’ex generale Kimmit: «Per Trump è un successo. E non è un nuovo Iraq»
Viviana Mazza
Il generale Dan Caine illustra l’operazione «Martello di Mezzanotte» (Afp)
Mark Kimmitt si definisce «affascinato e onestamente anche impressionato» dall’«inganno» di Trump. «Innanzitutto perché ha avuto successo, in secondo luogo perché ha evitato la potenziale perdita di vite americane». È una voce molto ascoltata dai media in queste ore, in quanto fu vicesegretario di Stato Usa per gli Affari politico-militari sotto la presidenza di George W. Bush, ed ex generale del Centcom, il comando Usa per il Medio Oriente.
Lei pensa che quando Trump ha annunciato la pausa di due settimane in realtà sapeva già che avrebbe attaccato in Iran?
«Credo che il presidente Trump avesse già messo insieme tutti gli elementi del piano quando ha fatto l’annuncio delle due settimane e che fosse totalmente pronto ad ordinarne l’esecuzione in qualsiasi istante da quel momento in poi».
Pensa che sia probabile un nuovo attacco americano contro i siti nucleari, dopo quelli di sabato notte?
«Non immediatamente. Gli Stati Uniti stanno conducendo una valutazione formale dei danni delle bombe, chiamata Bomb Damage Assessment che serve a passare in rassegna i risultati dell’attacco. Se verrà determinato che i primi raid non hanno raggiunto gli obiettivi dichiarati, allora attaccheranno di nuovo».
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4. Dov’è finito Khamenei?
Greta Privitera
Una foto di Khamenei durante una manifestazione in suo sostegno a Teheran due giorni fa (Ap)
Con voce calma e rassicurante, davanti a una folla di fedeli, Ali Khamenei pronuncia: «La mia vita non ha alcun significato. Anche se mi uccideranno, non consideratela una perdita, finché rimanete saldi ai principi dell’Imam Hussain. Stiamo vincendo questa guerra finché non ci inchiniamo davanti al potere e all’avidità». È un video molto condiviso dai pochi sostenitori del regime che lo postano per dimostrare a chi non ci crede, che il barbuto leader di 86 anni è un uomo coraggioso, pronto a tutto per il suo Paese. Gli oppositori rispondono con centinaia di commenti a tratti ironici, a tratti furiosi. «È così eroico che nemmeno i suoi sanno dove si trovi», scrive una ragazza. «Nascosto sotto terra come i vermi, mentre il popolo viene bombardato e non ha rifugi dove fuggire dalla morte», risponde un uomo.
È quattro giorni che si sono perse le tracce del leader supremo. Si sa che è in un bunker segreto e che con lui c’è la sua famiglia. Si sa che non sta usando alcun dispositivo per comunicare con l’esterno per non essere rintracciato dal nemico. Il New York Times racconta che il religioso avrebbe vietato tutte le comunicazioni elettroniche e parlerebbe con i suoi comandanti tramite un «collaboratore di fiducia» per paura di essere assassinato in stile Hassan Nasrallah. Il secondo fronte della guerra, rappresentato dalle infiltrazioni del Mossad, l’intelligence d’Israele, rende paranoici tutti gli uomini della Repubblica islamica.
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5. «Miga!». Per Donald il «regime change» non è più un tabù
Matteo Persivale
inviato a New York
Nella Situation Room della Casa Bianca, Trump segue con JD Vance la missione dei B-2 in Iran (Epa)
«Questa missione non riguardava e non riguarda un cambio di regime. Il presidente ha autorizzato un’operazione di precisione per neutralizzare le minacce ai nostri interessi nazionali». Pete Hegseth, ministro della Difesa, è stato chiaro, sempre a nome della «leadership del presidente» ovviamente (chi personalizza finisce fuori, come la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard che il raid l’ha visto non dalla Situation Room della Casa Bianca ma da internet): la linea americana pare quella di incassare il successo della missione e non proseguire.
Anche il segretario di Stato Marco Rubio l’ha confermato: no al «regime change» che infiniti lutti addusse all’America in Afghanistan e Iraq sotto George W. Bush (il vicepresidente JD Vance, ormai vale tutto, ha definito «idioti» i predecessori di Trump).
Certo come ha detto il presidente Usa sabato notte, «l’Iran, il bullo del Medio Oriente, deve ora fare la pace. Se non la farà, i futuri attacchi saranno molto più intensi e molto più facili da eseguire».
Tutto chiaro? No, si parla pur sempre di Trump, che in serata puntualizza su Truth Social: «Non è politicamente corretto usare il termine “cambio di regime”, ma se l’attuale regime iraniano non è in grado di RENDERE L’IRAN DI NUOVO GRANDE, perché non dovrebbe esserci un cambio di regime??? MIGA!!!».
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6. Bibi tra preghiere ed euforia
Davide Frattini
inviato a Tel Aviv
Netanyahu al Muro del Pianto il giorno dopo l’attacco americano sull’Iran (Ansa)
La kippah azzurra in testa, stesso colore della nazional-cravatta che indossa sempre, Benjamin Netanyahu è entrato nella città vecchia di Gerusalemme per pregare davanti alle pietre più sacre per l’ebraismo. È la seconda volta in dieci giorni che si piega, quanto sta durando per ora la campagna militare contro gli ayatollah. All’inizio, il bigliettino lasciato in mezzo alle fessure tra i massi squadrati di marmo bianco che formano il Muro del Pianto riecheggiava il nome dato all’operazione «Leone che sorge», così la scrittura del primo ministro esalta «il popolo che si alza come una leonessa, e come un leone si solleva» (citazione dalla Bibbia). Mentre ieri accompagnato dalla moglie Sara ha pregato per la salute di Donald Trump.
I due alleati e amici sembrano tornati in sintonia, ai tempi in cui il primo ministro israeliano ripeteva satollo «quello che penso io lui lo dice e quel che pensa lui lo dico io». Nel suo discorso dalla Casa Bianca il presidente gli si è rivolto usando il soprannome Bibi e ha aggiunto: «Abbiamo lavorato come una squadra, forse come nessuna squadra ha mai lavorato». Allo stesso tempo il leader americano ha molto chiaro chi sia il capitano del «team»: «Avendo investito nella sicurezza di Israele come nessuno dei suoi predecessori — scrive il settimanale britannico Economist — adesso Trump sa di poter chiedere molto in cambio: interrompere i raid contro l’Iran e soprattutto fermare l’offensiva a Gaza. Staremo a vedere se Netanyahu ha capito finito in fondo il cambiamento avvenuto».
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7. Fondi tagliati per l’antiterrorismo Usa
Massimo Gaggi
Thomas Fugate assiste a un comizio di Donald Trump
Mentre bombarda l’Iran rischiando rappresaglie di Teheran contro le basi Usa in Medio Oriente, ma anche attacchi terroristici in America, l’amministrazione Trump nomina il 22enne Thomas Fugate direttore del CP3: la divisione del ministero della Sicurezza Interna incaricato delle attività di prevenzione del terrorismo. Fugate, che sostituisce Bill Braniff, un veterano dell’esercito attivo da 20 anni nell’antiterrorismo, ha zero esperienze in questo campo. Le attività lavorative del suo curriculum risultano piuttosto limitate. Comprensibilmente, vista la giovane età: giardiniere e fattorino in un supermercato.
Poi, l’anno scorso, le cose sono cambiate: stagista alla Heritage Foundation e impegno nella campagna elettorale di Trump. Così è entrato nell’esercito dei «fedelissimi» paracadutati nella nuova amministrazione repubblicana. Assunto al ministero della Homeland Security ma nelle sezioni del contrasto all’immigrazione clandestina. Ora la nomina al posto di Braniff che si è dimesso per la decisione del governo di tagliare i tre quarti del bilancio della sua agenzia.
Non sarà Fugate la prima linea della lotta alle minacce interne, ma il caso è significativo dell’approccio ideologico e alquanto superficiale della nuova amministrazione davanti a rischi crescenti in un’era nella quale la sicurezza interna degli Stati Uniti è minacciata tanto da episodi di terrorismo fisico quanto, e sempre di più, da attacchi informatici a reti vitali per il Paese.
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8. Dieci discorsi per l’unità di Taiwan
Paolo Salom
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te ispeziona le truppe impegnate in missioni di addestramento (Afp)
Taiwan è una nazione (di fatto) indipendente oppure no? Per Pechino non c’è discussione: l’isola è «da sempre» parte della Cina e non può nemmeno immaginarsi un’esistenza autonoma. Il giorno in cui dovesse proclamare formalmente l’indipendenza, l’Esercito popolare di liberazione interverrebbe all’istante, invadendola e riportandola allo stato di «provincia».
Ma a Taipei la pensano in maniera differente: e come dar loro torto? Il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ha ribadito la sovranità dell’isola, respingendo le rivendicazioni di Pechino nel primo di dieci discorsi pubblici che si è messo in programma per le prossime settimane: una sorta di «percorso verso la verità». Lai ha ricordato ieri che uno Stato sovrano si definisce per quattro criteri fondamentali: popolazione permanente, territorio definito, governo e capacità di relazioni internazionali. «Taiwan soddisfa tutti questi requisiti, anche se non è membro delle Nazioni Unite», ha detto il presidente.
Lai ha contestato l’uso da parte della Cina della Risoluzione 2758 dell’Onu per giustificare la propria sovranità su Taiwan: «La risoluzione del 1971 non menziona Taiwan, ma solo la rappresentanza della Cina alle Nazioni Unite e la rimozione dei rappresentanti di Chiang Kai-shek». Il presidente ha inoltre smentito le affermazioni di Pechino secondo cui Taiwan è parte integrante della Cina «sin dai tempi antichi», sottolineando che i documenti storici attestano scarsi contatti ufficiali prima della fine del XVII secolo, quando la Cina era governata dalla dinastia «forestiera» dei Qing.
«Che la si chiami Repubblica di Cina, Repubblica di Cina Taiwan o semplicemente Taiwan, siamo un Paese indipendente», ha detto Lai. I prossimi discorsi pubblici di Lai affronteranno temi come unità nazionale, sistema costituzionale, difesa, relazioni con la Cina, democrazia e sviluppo. Temi “esplosivi” per Pechino. Dopo il Medio Oriente si incendierà anche l’Estremo Oriente?
9. Kiev colpita ancora: sette morti
Un soccorritore al lavoro tra le macerie di uno degli edifici colpiti questa notte (Epa)
Un nuovo attacco russi con droni e missili su Kiev e sulle aree circostanti durante la notte ha ucciso sette persone, ne ha ferite decine, ha provocato incendi in zone residenziali e danneggiato l’ingresso di un rifugio antiaereo della metropolitana. Almeno sei persone sono state uccise nel quartiere Shevchenkivskyi della città, dove un grattacielo residenziale è stato pesantemente danneggiato. Nella regione di Kiev, che circonda la capitale ucraina, una donna di 68 anni è stata uccisa e almeno otto persone sono rimaste ferite.
L’aeronautica militare ucraina ha dichiarato di aver abbattuto 339 dei 352 droni e 15 dei 16 missili lanciati dalla Russia nell’attacco a quattro regioni ucraine. «Lo stile russo è immutato: colpire dove potrebbero esserci civili», ha scritto su Telegram Tymur Tkachenko, capo dell’amministrazione militare di Kiev.
10. Tikhanovsky è di nuovo libero
irene soave
Siarhei Tikhanovsky con la moglie Svetlana ieri a Vilnius (Afp)
Fisicamente è un resto dell’omone che era prima di entrare in carcere, nel 2020. Ma il sorriso, dicono i suoi, è lo stesso; le sue energie «intatte, il morale alto, la grinta di sempre». L’oppositore bielorusso Siarhei Tikhanovsky, 46 anni, è stato scarcerato ieri, poco dopo un colloquio a Minsk del dittatore Lukashenko con l’inviato Usa per l’Ucraina Keith Kellogg, insieme ad altri tredici prigionieri politici. La grazia, fa sapere l’ufficio di Lukashenko, è avvenuta «su richiesta diretta di Trump, per motivi umanitari». E ieri, all’ambasciata americana di Vilnius, ha potuto abbracciare la moglie Svetlana Tikhanovskaya, che dal 2020 ne ha preso il ruolo di capo dell’opposizione bielorussa in esilio e che ieri, racconta chi c’era, «ha pianto moltissimo».
Tikhanovsky esce da cinque anni di prigione, era condannato a 18: col distintivo giallo dei prigionieri politici, in isolamento estremo, senza poter ricevere lettere nemmeno dalla figlia Anja e nemmeno dall’avvocato. Lei non ne aveva notizie da due anni e tre mesi, e ha detto spesso di averlo creduto morto. E invece «Non posso crederci», ha scritto ieri su X, «Siarhei è qui con me e i bambini. Stasera prendo una sera libera per stare con lui, per parlare e fargli rivedere i suoi figli, dopo tanti anni». Ringrazia del supporto «tremendous» il presidente Trump, l’inviato Kellogg, vari funzionari dell’amministrazione americana e «i nostri alleati europei» per gli sforzi profusi.
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11. Class action contro gli algoritmi di TikTok e Meta
TikTok è di proprietà della cinese ByteDance
(Irene Soave) A quattordici anni, campionessa di nuoto a farfalla. A diciassette incapace di salire le scale senza cali di pressione, magra come un chiodo, in piena anoressia. In mezzo, sostiene Caroline Koziol, ex atleta americana ora ventunenne, tre anni di esposizione incontrollata a TikTok e Instagram, i cui algoritmi le hanno proposto incessantemente contenuti che esaltavano, incoraggiavano o favorivano l’anoressia. Diete sconsiderate, esercizi fisici molto intensi, trucchi per non sentire la fame. Ora Koziol è il volto di punta di una querela contro TikTok e Meta, l’azienda che possiede Instagram, sporta da circa 1.800 parti lese in diversi Stati americani.
La causa accusa Meta e TikTok di avere progettato i loro algoritmi per massimizzare la dipendenza, senza controlli sulla vulnerabilità del pubblico. E di averlo fatto coscientemente: una ricerca interna di Meta, trapelata alla stampa e in mano agli avvocati dei querelanti, dimostra che Instagram avrebbe peggiorato i problemi di immagine corporea di un adolescente su tre, soprattutto femmine, e che Instagram non avrebbe intrapreso alcuna azione correttiva.
Oltre a Caroline Koziol – che si è trovata le app inondate di contenuti pericolosi per la salute dopo aver cercato esercizi per mantenersi in forma durante la pandemia, e alimenti sani per non ingrassare – tra i querelanti ci sono giovani adulti in fase di recupero da problemi di salute mentale, genitori di vittime di suicidio, scuole, enti locali e ventinove procuratori generali statali. La causa va a processo la prossima primavera.
12. Con Bezos arrivano a Venezia quasi 100 jet privati
leonard berberi
La protesta contro il presidente di Amazon, Jeff Bezos, sul ponte di Rialto a Venezia, il 13 giugno (Ansa)
Il primo ospite vip arriverà da Londra Luton — su un Embraer 550 — alle 8 del mattino del 24 giugno. L’ultimo, partito da Parigi su un Cessna 680A, atterrerà il giorno stesso del «sì», il 27 giugno, alle 19.30. Pronto anche a godersi la super-festa prevista sabato. In mezzo altri 93 jet privati (ma il numero potrebbe salire nelle prossime ore), decollati da mezzo mondo — Stati Uniti, soprattutto — con destinazione Venezia per il matrimonio dell’anno, sicuramente, ma forse anche del decennio: quello tra il 61enne Jeff Bezos, fondatore di Amazon e tra gli uomini più ricchi del mondo, e la 55enne Lauren Sánchez, ex giornalista televisiva.
Gli invitati, circa 200, sbarcheranno sulla Laguna tutti così: su velivoli di lusso dal valore di milioni di euro. Diversi di proprietà degli stessi passeggeri, la maggior parte gestita dalle società specializzate NetJets, VistaJet, Flexjet oppure «schermate» da società di comodo. Altre persone — appartenenti agli staff dei vip — arriveranno con i voli di linea. Per avere un quadro quanto più completo e aggiornato il Corriere ha parlato con una decina di persone a conoscenza della macchina organizzativa.
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13. Il primo di titolo di Oklahoma City
flavio vanetti
I neocampioni della Nba sollevano il Larry O’Brien Trophy (Ap)
Gli Oklahoma City Thunder sono i nuovi campioni della Nba, nel segno di una franchigia che vince per la prima volta il titolo nella sua storia. Sarebbe stata una primizia anche per gli Indiana Pacers – che peraltro vantano 3 successi nella Aba, la lega scioltasi nel 1976 – , ma nella settima e decisiva gara, svoltasi al Paycom Center di OKC, hanno ceduto per 103-91 pagando a caro prezzo il grave infortunio della loro «stella» Tyrese Haliburton dopo appena 7 minuti.
Tyrese aveva cominciato in modo esplosivo, 9 punti fino al momento in cui, passata la metà campo, si è accasciato, quasi sicuramente con il tendine d’Achille rotto. Si era infortunato al polpaccio in gara-5, in gara-6 (quella che aveva rinviato il verdetto al «super spareggio») aveva voluto comunque giocare, anche se solo per una dozzina di minuti, e il destino gli ha presentato il conto in modo crudele quando la sua leadership sarebbe stata importantissima. Eppure Indiana ha onorato la sua caratteristica di squadra che ci prova sempre e che non molla mai.
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14. Segreti del Sud Ovest 116 | Gli uomini d’oro
(Guido Olimpio) Sette “uomini d’oro” incriminati per un furto clamoroso avvenuto quasi tre anni fa in California: 100 milioni il bottino. Un colpo da maestri, senza violenza e senza armi. Tre sono in arresto, il resto è latitante.
La gang è entrata in azione il 10 luglio del 2022 dopo aver seguito per quasi 500 chilometri un furgone pieno di valori, un mezzo non blindato e senza una scorta. Quando il veicolo si è fermato per una sosta nella stazione di servizio di Lebec i ladri erano pronti, forse perché avevano studiato il comportamento dell’equipaggio in altri viaggi. Il guidatore si è appisolato mentre la guardia è andata al bar per mangiare qualcosa. Un arco di tempo di 27 minuti sufficiente per forzare il portellone e impadronirsi di 24 sacche zeppe di gioielli, orologi, monili di valore. Poi la fuga e il profilo basso per non dare sospetti visti che alcuni di loro avevano dei precedenti per rapina.
È trascorso del tempo, spesso i media si chiedevano a che punto fossero le indagini mentre i gioiellieri battagliavano con le assicurazioni per i risarcimenti. Alla fine, l’FBI, dopo una lunga inchiesta è arrivata ai presunti colpevoli ed ha recuperato una parte della refurtiva. Una nota da aggiungere: nell’atto di incriminazione non è stato spiegato come abbiano fatto ad aprire il furgone.
La serie continua.
Il conflitto in Medio Oriente ancora in apertura sui quotidiani oggi in edicola. Dopo la risposta di Teheran agli attacchi americani, con lanci di missili sulle basi Usa in Qatar, Donald Trump annuncia una tregua di 12 ore e dice “adesso la pace”. Tra gli altri temi, gli sviluppi del caso Resinovich, la morte dello scultore Arnaldo Pomodoro e le mosse di calciomercato delle squadre di serie A
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IL CORRIERE DELLA SERA
E’ la guerra in Medio Oriente ad aprire il quotidiano: “Missili dell’Iran sulle basi Usa”. Israele bombarda il carcere di Evin e i luoghi simbolo di Teheran. Trump: “Adesso la pace”. Giorgia Meloni in aula sull’uso dei presidi in Italia: “Un sì all’America solo con l’ok delle Camere”. Caso Resinovich, parla l’amico: “Coinvolte più persone”
Medio Oriente, Trump: “Tregua di 12 ore”. L’annuncio “a sorpresa” del presidente Usa: “Raggiunto accordo tra Israele ed Iran, il mondo saluterà la fine del conflitto. La svolta è arrivata dopo “il lancio telefonato di missili” iraniani contro la base americana in Qatar. Meloni: “Se l’America chiede deciderà il Parlamento”. Venezia: “Allarme per le nozze di Jeff Bezos”
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LA STAMPA
“Iran, trattattiva tra le bombe” titola in apertura il quotidiano torinese. Teheran “colpisce le basi Usa in Qatar, Doha avvisata prima”. E nella notte Trump annuncia: “Tregua con Israele per 12 ore, poi la pace”. Intanto il ministro iraniano degli Esteri è stato ricevuto da Putin ma “il Cremlino è per la linea del negoziato”. Meloni: “Basi italiane, decide il Parlamento”. Di spalla spazio al ricordo dopo la morte dello scultore Pomodoro
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IL MESSAGGERO
“Iran, basi Usa sotto attacco”. Teheran lancia missili sul Qatar, “ma informa prima la Casa Bianca”. E Trump ringrazia: “Non risponderemo”. Israele “bombarda i luoghi simbolo degli ayatollah”. Meloni: “Se i raid partiranno dall’Italia servirà via libera del Parlamento”. Venezia: “L’allarme terrorismo rovina le nozze a Bezos”. Giallo sul set di Parthenope, il pm: “Ucciso il costumista”
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IL FATTO QUOTIDIANO
Medio Oriente, “sempre più in guerra: Forze Nato a Hormuz”. In primo piano il documento italiano “in caso di blocco dello stretto”. Intanto l’Iran lancia missili “senza danni sulle basi Usa in Qatar”. Khamenei: “Non facciamo male a nessuno”. Alla Camera: “Meloni non condanna i raid e si allinea sul 5%”. Riarmo di Nato e Ue: “6 italiani su 10 dicono no”
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LA GAZZETTA DELLO SPORT
Le parole di Dumfries in apertura: “E’ un’altra Inter”. Con Chivu “nuove idee e nuova energia Champions, vogliamo riprovarci subito. Non ci siamo ancora ripresi del tutto”. Milan: “Ciao Theo: se ne va in Arabia, attesi 30 milioni”. Juventus: “Yildiz blindato fino al 2030. E David apre ai bianconeri”. Tennis: “Sinner già a Wimbledon, sfida la Sabalenka”
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IL CORRIERE DELLO SPORT
Juventus, blindati tutti i big: “Elkann non vende: Yildiz senza prezzo, svolta David”. All’Inter “Chivu blocca la partenza di Frattesi” mentre la Roma “ha il sì di O’Riley”. Milan: “Theo vola da Inzaghi” in Arabia, il Napoli “spinge per Ndoye” del Bologna. Salernitana, parla Iervolino: “Squadra calpestata”.
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TUTTOSPORT
Nella Juventus Kolo Muani e Yildiz “avanti insieme per vincere”. L’attaccante francese cercato dal Chelsea: “Vorrei restare, Kenan è di un’altra categoria, con lui si può andare lontano”. Per il turco si lavora al rinnovo fino al 2030. Milan: “Theo va da Inzaghi”. Il Monaco su Milinkovic-Savic, ma il Napoli ha la carta Ngonge: il Torino pensa a Turati. Tennis: “Sinner a Wimbledon, si allena con Sabalenka”
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IL GIORNALE
“Guerra anche nella sinistra” è il titolo in primo piano. Il Pd “contro Israele, M5S flirta con Putin. E Macron sta con gli ayatollah”. Meloni: “Priorità il cessate il fuoco a Gaza e la ripresa dei negoziati sull’Iran”. Missili iraniani sulle basi Usa, Trump: “Grazie di averci avvisato”. Inervista a De Scalzi: “Odio il politicamente corretto”
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IL SOLE 24 ORE
Il tema della previdenza in apertura: “Fondi pensione, investimenti in Italia a quota 19.3%”. Stellantis: “Tre italiani al fianco di Filosa nel team di vertice”. Medio Oriente, Iran: “Attacco annunciato ad una base degli Usa in Qatar”. Meloni: “L’Italia rispetterà gli impegni di spesa Nato”. Padre Faltas: “A Gaza si muore sempre e i bimbi soffrono terribilmente”
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LIBERO
“I petardi degli ayatollah” è il titolo in apertura. “Missili sulle basi Usa nel Golfo: niente morti nè danni”. I media: “Sceneggiata concordata”. Trump: “Grazie per averci avvisato, ora la pace”. Focus sull’imam che a Bologna “predica contro gli occidentali” e sul sacerdote pro-Pal a Sorrento che “indossa la bandiera di Gaza”. Morto Arnaldo Pomodoro: “Addio all’uomo che con le sfere cambiò l’alfabeto dell’arte”
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IL FOGLIO
Il Medio Oriente tra i temi in prima pagina: “Difendere il mondo libero dalla vendetta degli ayatollah”. Il teatro della vendetta di Teheran “contro le basi americane: cosa serve per far finire la guerra”. Intanto “Trump si crogiola nel trionfalismo e ammicca al regime change”. Vertice dell’Aia: “Il trucco del 5% del pil per tenere Trump nella Nato”.
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IL MANIFESTO
“Colpisce ancora”. La tv, la base dei Pasdaran, l’università: “Gli usa dichiarano di aver annullato la minaccia atomica iraniana, ma Israele scatena il più grande attacco su Teheran”. Trump sui social: “Cambio di regime, l’obiettivo di Washington e Tel Aviv”. Meloni “apre all’uso delle basi italiane ma con l’ok del Parlamento”
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DOMANI
Medio Oriente, “la piccola vendetta dell’Iran: il mondo in ansia per l’escalation”. Gli ayatollah lanciano missili sulle basi militari Usa in Qatar ma “avvertono” prima per evitare vittime. Meloni: “Se gli Stati Uniti ci chiedono l’uso della basi ci sarà un passaggio parlamentare”. Lite sul fine vita: “Solo chi ha i soldi muore con dignità”. In taglio basso un ricordo dopo la morte dello scultore Pomodoro
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IL RIFORMISTA
“Liberate Teheran” è il titolo in primo piano. Israele bombarda “il carcere dei dissidenti di Evin”. Haravi: “Regime change? Ci vuole un referendum”. Di spalla il testo di un appello scritto e firmato prima dell’attacco Usa alle tre centrali nucleari iraniane “destinate a distruggere Israele e ricattare il mondo”
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LA NAZIONE
Medio Oriente: “Colpiti i simboli dell’Iran, missili sulle basi americane”. Teheran attacca obiettivi Usa in Qatar. Trump: “Grazie per averci avvertito, ora la pace”. Meloni alle Camere: “Basi Usa in Italia? Utilizzabili solo se il Parlamento vota sì”. Caso Resinovich: “L’amico di Liliana in tribunale contro Visintin”