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martedì 13 maggio 2025
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| Perché i detenuti stanno fuori, l’omertà sulle molestie, la tassa occulta, l’altro nemico dell’Ucraina, la bolletta della Nato, la Cinebussola |
 Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha promesso di combattere la corruzione (E. Maloletka/Lapresse)
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di Elena Tebano
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Lavoro e carcere Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha detto, riferendosi al caso di Emanuele De Maria, detenuto che aveva il permesso di lavorare all’esterno e che è tornato a uccidere: «È difficile spiegare alla gente perché fosse fuori». Alessandro spiega che non è poi così difficile capire le ragioni per cui lavorasse fuori dal carcere – anche se proprio quello dovrebbe essere il ruolo dei politici – e soprattutto ricorda che non basta un caso per rimettere in discussione un sistema che funziona e che protegge i cittadini, molto di più della linea dura.
L’omertà sulle molestie Il caso dell’ospedale di Piacenza e del primario accusato di aver molestato per anni le sue sottoposte è sconvolgente. Ci sembra impossibile che sia potuto andare avanti per anni. Ma il fatto che le vittime e i loro colleghi non denuncino è una questione di potere. E quindi un fallimento istituzionale.
La tassa occulta Il governo ha tagliato l’Irpef per i redditi più bassi. Ma nel complesso le tasse, soprattutto per il ceto medio, sono aumentate, scrive Federico Fubini nella sua newsletter Whatever it Takes (ci si iscrive qui). E questo aiuta a spiegare perché, anche se la finanza pubblica e l’occupazione vanno bene, il lavoro in Italia è sempre più povero.
Nemico interno A poche ore dall’incontro di giovedì in Turchia sul conflitto in Ucraina, sembrano poche le speranze che per Kiev si aprano le porte della Nato. In compenso, potrebbero aprirsi quelle dell’Unione europea. Anche in questo caso, però, sul percorso non mancano gli ostacoli. Uno, in particolare: la corruzione. Ce ne parla Luca.
La bolletta della Nato Prende forma il meccanismo per fissare la spesa militare dell’Alleanza Atlantica al 3,4-3,5% del Prodotto interno lordo, un processo innescato dalle pressioni di Donald Trump e che pone all’Italia questioni politiche e di bilancio non indifferenti: ne parla Giuseppe Sarcina nella sua nuova rubrica Off the Record, in cui mette a frutto tutta la sua esperienza e i contatti di ex corrispondente da Bruxelles e Washington.
La CinebussolaNottefonda di Giuseppe Miale Di Mauro racconta il dolore di due uomini in una Napoli senza speranze. Il film, spiega Paolo Baldini, è la prima opera cinematografica del collettivo Nest (Napoli Est Teatro), fondato tra gli altri da Di Leva e Papaleo nel cuore (selvaggio) di San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più problematici di Napoli.
Buona lettura!
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Rassegna penitenziaria
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Benefici e misure alternative, non basta un caso De Maria per metterli in dubbio
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È comprensibile che Himanshu, marito di Arachchilage Dona Chamila Wijesuriya, la donna trovata morta al Parco Nord di Milano, si chieda perché il presunto killer Emanuele De Maria fosse libero. Non si può sindacare la rabbia di un parente, di una persona che ha perso un proprio caro. Persino le parole più odiose che sanno di vendetta devono essere accettate e lasciate decantare, insieme alla rabbia. Molto meno accettabile e comprensibile che siano politici. O, peggio, che sia un politico di centrosinistra, e sindaco, come Giuseppe Sala, a esprimere riserve. A seminare il sospetto che ci sia stato un errore nella concessione di un beneficio o, peggio, che sia un errore concederli, in generale.
La vicenda è questa. De Maria ha ucciso una donna nel 2016 ed era stato condannato a 14 anni. L’accusa aveva chiesto 30 anni, ma avendo accettato il processo con il rito abbreviato, che comporta uno sconto di un terzo della pena, e non avendo aggravanti, è stato condannato a 14 anni, poi ridotti a 12 in appello. Da un anno e mezzo usciva di giorno dal carcere di Bollate per andare a lavorare in un hotel e tornava di notte, a dormire. È l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario del 1975 a consentirlo, per detenuti che abbiano già scontato un terzo della pena o che abbiano già passato almeno cinque anni di detenzione. La condizione è che ci sia buona condotta e non ci siano elementi che facciano presumere problemi. A quel punto la direzione del carcere propone e il magistrato di sorveglianza decide se è il caso o meno, sulla base delle indicazioni di educatori e psicologi. Tutte le valutazioni sulla condotta di De Maria – che era stato prima a Rebibbia, poi a Secondigliano, infine a Bollate – erano positive. Nel novembre del 2023 De Maria ottiene un contratto a tempo determinato con un hotel di Milano e comincia a lavorare. Domenica, senza avvisaglie, ferisce gravemente un collega e uccide un’altra donna.
Il carcere di Bollate è considerato un modello tra gli istituti italiani. Ha un tasso molto elevato di attività rieducative e lavorative, un approccio che davvero si avvicina a quel che prescrive la Costituzione, ovvero la rieducazione del condannato, che oggi più laicamente chiamiamo reinserimento sociale. E ha un tasso molto basso di recidiva. Su 1.380 detenuti, oltre 700 lavorano. Duecento erano in articolo 21 e tra questi c’era De Maria.
Le reazioni politiche a destra hanno il riflesso giustizialista e repressivo che ci si poteva aspettare. Analizziamole. Il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri: «È incredibile che un femminicida abbia potuto fruire di permessi utilizzando i quali ha commesso altri gravissimi delitti. Le valutazioni della magistratura sono state evidentemente sbagliate». Due affermazioni che non corrispondono alla realtà (Forza Italia, tra l’altro, si presenta come destra liberale e moderata e non si capisce dunque cosa ci faccia Gasparri, capogruppo al Senato, che ha posizioni molto più vicine a Fratelli d’Italia e Lega). Non è per nulla «incredibile» che un femminicida possa fruire di permessi. Tutti i detenuti possono, se ci sono le condizioni di legge. E non si può desumere da quello che è successo, che le valutazioni dei magistrati fossero «evidentemente» sbagliate. I giudici non hanno la palla di vetro: si attengono alle valutazioni di educatori e psicologi, che a loro volta si basano su una previsione ragionevole, non infallibile. Il ministero di via Arenula, nel frattempo, starebbe valutando se mandare gli ispettori a Milano.
Ed ecco Sala, più sfumato, più ambiguo e forse per questo più grave: «Indubbiamente è difficile da spiegare ai cittadini come, dopo un omicidio, la condanna sia di 14 anni e dopo non molti anni il condannato possa uscire. Queste sono le leggi, per cui non saprei neanche che commento fare. Certamente è una questione». Non è difficile da spiegare, in realtà, se si vuole. Il rito abbreviato non è un’invenzione dei magistrati, ma una legge dello Stato. Si celebra davanti al gip, senza necessità di dibattimento, e serve a evitare allo Stato procedimenti lunghi e costosi. Non è difficile da spiegare neanche perché, dopo alcuni anni, un detenuto possa uscire sia pure solo di giorno: l’abbiamo scritto prima, dopo 5 anni o dopo aver scontato un terzo di pena si ha la possibilità di non essere liberi, ma di lavorare all’esterno, di giorno. Poi ci sono altre variabili: per esempio, gli ergastolani non possono uscire al lavoro prima di dieci anni. Sala dovrebbe saperlo. E probabilmente lo sa. Ma il populismo a fini di consenso è un virus che contagia trasversalmente destra e sinistra.
A questo punto possiamo però chiederci: non si poteva evitare? Non era meglio se restava in carcere De Maria? Una valutazione su un singolo caso, con il senno di poi, ha poco senso. È evidente che un nuovo omicidio, un nuovo fatto di sangue, colpisce, emoziona, ferisce tutta la collettività, oltre che i familiari della vittima. Ma non si può prescindere da un ragionamento che riguarda tutti i detenuti. I dati sono eloquenti (ne ha scritto anche, con la consueta precisione Luigi Ferrarella). Benefici (come il lavoro all’esterno) e misure alternative (come l’affidamento in prova, la semilibertà, la detenzione domiciliare) non sono regali ai detenuti. Non sono né perdonismo né buonismo. Sono strumenti che aiutano il reinserimento sociale. Che favoriscono una diminuzione della recidiva.
Al 15 marzo 2025 – riferisce l’associazione Antigone – risultavano 97.009 le persone che stavano eseguendo una qualche misura alternativa o usufruivano di benefici. Secondo i dati del ministero della Giustizia, al 31 dicembre gli ammessi al lavoro all’esterno erano 898. La media delle revoche degli articolo 21 – per qualche infrazione – nel 2024 è stata dell’8,2 per cento. Quella per la commissione di nuovi reati solo dell’1,2 per cento. Insomma, una decina di loro ha commesso reati durante il periodo di lavoro all’esterno, contro 880 che hanno rinunciato al crimine (di questi, 139 hanno commesso infrazioni e sono tornati in carcere). Tra quei 10, simbolicamente, il peggiore è stato De Maria. Degli altri 740 circa non sappiamo nulla. Le cronache non se ne occupano. Ma ci sono: escono e rientrano ogni giorno, lavorano, danno un senso all’espiazione della pena e provano a rimettersi in carreggiata.
Quello che conta qui è la recidiva, la possibilità che qualcuno che ha commesso un crimine, una volta uscito di galera dopo aver scontato la pena, ci ricaschi. Oggi il 69 per cento dei detenuti, una volta uscito, incappa in nuovi reati. La percentuale cala di molto tra chi fa una qualche forma di attività all’interno degli istituti ed è ammesso a uscire, sia pure parzialmente. Per la precisione, torna a delinquere il 17 per cento di chi ha usufruito di una misura alternativa e solo il 5 per cento di chi lavora all’esterno.
Detto così, dovrebbe essere chiaro a tutti, anche al sindaco Sala. Per un De Maria che commette un crimine orrendo, ci sono più di 90 ignoti che tornano a vivere. Non uccidono, non rubano, non spacciano. Lavorano. Se fossero stati chiusi a chiave in carcere, una volta usciti, con lo stigma del criminale e nessun percorso di reinserimento cominciato, sarebbero stati pronti a tornare al crimine.
Se in questi anni la popolazione carceraria è cresciuta, insieme ai suicidi, se la spirale repressiva di nuovi reati e aggravamenti di pene non si è interrotta, è perché c’è un perverso circolo vizioso tra opinione pubblica e politica. La prima è spinta dall’emotività, da un istinto primordiale di vendetta, dalla mancanza di informazioni e di conoscenza. I politici sono spinti da motivi più biechi: la ricerca di consenso. I politici di destra, strutturalmente legati a questa logica, ma anche certi esponenti di sinistra, che provano a rincorrere i giustizialisti. Finché non si spezzerà questa spirale, resteremo sempre al Medioevo della giustizia, fornendo ai cittadini l’illusione che la linea dura, il carcere senza speranza, sia il modo migliore per proteggerli.
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Rassegna dei diritti
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Le molestie sessuali, l’omertà e il potere, da Piacenza a Depardieu
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«Un clima di forte omertà all’interno del reparto ha reso particolarmente complesse le indagini». Nel descrivere la situazione nel reparto di Radiologia diretto da Emanuele Michieletti, il primario dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto accusato di violenza sessuale aggravata e atti persecutori sul lavoro, la Procura di Piacenza ha usato un termine che di solito riserviamo ai contesti mafiosi. È questo l’aspetto della vicenda che lascia più sconcertati e continua a interrogarci tutti (ne ha scritto sul Corriere Elvira Serra): come è possibile che nella civilissima Emilia Romagna per 15 anni — secondo l’accusa il primo episodio di molestie risalirebbe al 2010 — sia potuta andare avanti una situazione del genere? Il nostro inviato Alfio Sciacca ha raccontato che nel reparto tutti sapevano del modus operandi del primario ma che «veniva minimizzato o dato per scontato». Alcune subivano, molte (e molti) sopportavano in silenzio la situazione e chi non lo faceva cambiava posto di lavoro, ma senza denunciare. Solo una dottoressa in 15 anni si è rivolta alla polizia. Un’altra donna, un’infermiera, lo ha fatto e poi ha ritirato la querela. Quanto alla direzione dell’Ausl, ha dichiarato di aver sostenuto subito la denuncia, ma non ha dato segni di aver avuto sentore prima di quanto stava succedendo.
Tutto questo mi ha fatto pensare a un video di Courtney Love del 2005. La cantante viene intervistata sul tappeto rosso della festa per il programma Comedy Central Roast e una giornalista le chiede se ha consigli per le giovani donne che vogliono iniziare a lavorare a Hollywood. Love esita. «Mi denunciano per diffamazione se lo dico» premette. E poi continua: «Se Harvey Weinstein vi invita a una festa privata al Four Seasons non andateci». All’epoca in pochi fuori da Hollywood hanno capito a cosa si riferisse. Ma quando nel 2017 è esploso il caso Weinstein e il produttore è stato accusato da numerose donne di molestie e stupri, è diventato chiaro a tutti. Anche in quel caso nel suo ambiente tutti conoscevano il modus operandi di Weinstein, sempre lo stesso (gli stupri avvenivano spesso nelle stanze d’albergo dove invitava le vittime per incontri di lavoro), ma nessuno lo aveva denunciato: ci sono volute le fenomenali inchieste giornalistiche di Jodie Kantor e Megan Twohey sul New York Times (e poi quella di Ronan Farrow sul New Yorker). Love, dopo l’emergere delle accuse contro Weinstein, ha scritto che era stata «eternamente bandita» da una delle più importanti agenzie di Hollywood per le sue parole di 12 anni prima.
Il fatto che le vittime di violenza (e i loro colleghi maschi e femmine che sanno) non denuncino ha sempre a che fare con il potere del molestatore o dello stupratore. Se è un uomo potente, le vittime sanno che accusarlo è molto rischioso: temono che verrà protetto dalle istituzioni per cui lavora (che in uno scandalo hanno molto da perdere), sanno che le loro parole potranno essere usate contro di loro e che i crimini sessuali sono molto difficili da provare in tribunale quando non lasciano segni fisici sul corpo. E che comunque vada a finire la loro carriera è a rischio. Se c’è una cosa che il caso Weinstein e il movimento #Metoo hanno provato è che anche per le donne privilegiate di Hollywood è difficile denunciare, figuriamoci per le altre.
Non solo, è la consapevolezza di avere potere — e quindi un certo livello di impunità — che spesso legittima gli aggressori sessuali ad agire. Gli uomini, “da che mondo è mondo”, pensano che arrivare ai vertici e al successo porti con sé anche un grado di licenza sessuale precluso agli altri. Come se includesse un diritto al sesso.
Gérard Depardieu, condannato oggi per molestie sessuali sul lavoro nei confronti di due donne (e accusato in passato da un’altra ventina che hanno raccontato ai media francesi di aver subito le sue molestie), si è difeso dicendo di essere «un uomo di un’altra epoca» per cui certi comportamenti — come sussurrare oscenità alle colleghe o allungare le mani — erano normali. È stato difeso persino dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito le denunce contro di lui «una caccia all’uomo» e ha detto che l’attore «rende orgogliosa la Francia». È difficile mettersi contro a un uomo così riverito e così tanto capace di condizionare le scelte del cinema francese: il rischio è che nessuno ti assuma più. O addirittura la rovina finanziaria.
Sul caso Michieletti sono ancora in corso le indagini. Il procedimento giudiziario in corso permetterà di fare chiarezza. Forse verrà fuori che parte dei rapporti consumati da Michieletti sul luogo di lavoro erano consenzienti. Secondo la ricostruzione della Procura, il primario si poneva in modo seduttivo e sessuale nei confronti della maggior parte delle donne — tutte sue sottoposte — con cui lavorava. Ed era la prassi che allungasse «le mani sotto i vestiti». Per la legge italiana simili comportamenti sul lavoro, in particolare quando compiuti da una persona che è in posizione di potere, sono molestie sessuali. La legge parte dal presupposto che una donna (o un uomo) che riceve simili richieste da un superiore non è davvero libera di rifiutarle, perché il suo no incide pesantemente sulla sua situazione lavorativa. Sempre secondo la ricostruzione della Procura, le donne che rifiutavano le molestie di Michieletti venivano «punite» con turni disagiati, ferie negate o rinviate. Un primario — soprattutto uno che dirige per anni nello stesso reparto — ha inoltre un enorme potere sulla carriera dei medici suoi sottoposti. Molte donne in questa situazione sentono di non avere scelta se non sopportare. Medici e infermieri del reparto hanno raccontato a Sciacca di non aver osato metter in discussione il sistema di potere di Michieletti perché «era un personaggio troppo protetto, anche a livelli molto alti».
Vuol dire che le molestie da parte dei potenti sono inevitabili? No. Ma perché siano evitabili deve muoversi il contesto. Servono strutture interne che incoraggino le vittime a denunciare, la possibilità di segnalazioni anonime (che mettano al riparo da ritorsioni anche chi denuncia situazioni a cui ha assistito) e un clima istituzionale che non tolleri atteggiamenti di conquista sessuale sul lavoro. Servono istituzioni capaci di intercettare quello che «sanno tutti» e di intervenire per prevenire degenerazioni. Se davvero la situazione descritta dalla Procura piacentina è andata avanti per 15 anni è prima di tutto un fallimento istituzionale. Anche della civilissima Emilia Romagna.
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| Whatever it Takes |
| Ma le tasse sul lavoro sono scese? No, ce n’è una «invisibile» |
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Non tutto dei destini del nostro Paese si decide ai tavoli negoziali di Bruxelles, di Washington, nelle fabbriche cinesi o ai trading desk di Wall Street e della City di Londra. Per fortuna, un’ampia parte del nostro benessere è ancora nelle nostre mani, dipende dalle nostre scelte. Ed è qui che sorgono alcune domande. Perché la finanza pubblica va bene, l’occupazione anche. Eppure il lavoro in Italia è sempre più povero, malgrado un taglio delle tasse sulla busta paga da 17,6 miliardi negli ultimi anni? Cos’è che non quadra? Esistono tasse invisibili, di cui non ci accorgiamo ma che paghiamo per far quadrare i conti dello Stato? Ed esiste un’anomalia italiana, nel confronto internazionale? La risposta, purtroppo, è un doppio sì: esistono tasse invisibili ed esiste un’anomalia italiana. Ed entrambi questi fattori contribuiscono a spiegare perché il lavoro in Italia sia così povero, mentre i conti dello Stato migliorano. Vediamo.
Il dato della Banca mondiale che vedete sopra riguarda un’inversione di tendenza dopo un quarto di secolo. In Italia almeno dai primi anni ’60, ma probabilmente da prima, si è sempre investito poco in ricerca e sviluppo. In proporzione alle dimensioni delle rispettive economie si investe su questa voce la metà rispetto alla media internazionale, quasi metà rispetto alla Francia, metà rispetto alla Cina, praticamente un terzo rispetto alla Germania e agli Stati Uniti. Naturalmente una ragione di fondo dei bassi salari è lì: poca innovazione nella vita d’impresa e nei prodotti, pochi posti di lavoro qualificati e produttivi; sono temi messi a fuoco ormai da tempo.
Poiché lo sono, penserete: cosa si sta facendo per rimediare? Be’, domanda sbagliata. La domanda giusta è: perché peggioriamo ulteriormente? La spesa in ricerca e sviluppo in Italia – nell’era di intelligenza artificiale, robotica, spazio, biotech, fintech, semiconduttori, quantum computing, batterie, auto elettriche, tecnologie verdi e molto altro – ha preso a diminuire dall’anno 2020. Per la prima volta da decenni, costantemente. Eurostat ci dice che ora è in calo almeno fino a tutto il 2023, giù ad appena l’1,31% del prodotto lordo (Pil). Siamo uno degli ultimi Paesi dell’Unione europea, dietro Ungheria e Grecia. Il Piano nazionale di ripresa (Pnrr) non sembra aver avuto effetto, anzi.
Da notare che invece la Cina ha reagito all’ondata di guerra commerciale durante il primo mandato di Donald Trump accelerando proprio su ricerca e sviluppo, dal 2018-2019, per rendersi autosufficiente per esempio sui semiconduttori; oggi controlla il sistema di intelligenza artificiale potenzialmente più avanzato al mondo, DeepSeek.
Anche gli Stati Uniti hanno accelerato nello stesso momento, per tenere la Cina a distanza. Noi invece deceleriamo sia in assoluto che, ancora di più, nel confronto con tutte le economie importanti. Uno si aspetterebbe che la premier e i ministri dell’Economia o delle Imprese perdano il sonno di fronte a un problema del genere, perché così si stanno gettando le basi di altri decenni di lavoro povero, nuova emigrazione e ulteriore erosione demografica dell’Italia.
Il governo sembra più occupato a intervenire direttamente nelle partite di potere del sistema finanziario. Quanto al resto, è soddisfatto di riuscire a tenere i conti pubblici relativamente in ordine: nel 2024 il deficit è calato al 3,4% del Pil dal 7,2% dell’anno prima, un risultato sicuramente notevole e prezioso. Anche il debito tutto sommato è sotto controllo. Già, ma come ci stiamo riuscendo? E come mai ci stiamo riuscendo malgrado un taglio alle tasse sulla busta paga da 17,6 miliardi nelle ultime manovre di bilancio? C’è realmente qualche tassa che non ha odore, né sapore, né colore – una tassa invisibile – ma che si paga lo stesso?
Per farsi un’ipotesi su cosa sta succedendo dobbiamo tenere presenti alcune grandezze che riguardano gli sviluppi nel Paese fra il 2021 e il 2024.
La prima è senz’altro positiva perché riguardail numero degli occupati, che negli ultimi quattro anni è cresciuto del 9,2% (oggi in Italia vivono oltre 24 milioni di persone che hanno un posto di lavoro, un record).
La seconda grandezza riguarda il volume totale espresso in euro delle buste-paga lorde del lavoro dipendente, cresciuto dell’11,5% (da 738 miliardi di euro nel 2021 fino a 823 miliardi di euro nel 2024, secondo l’Istat).
La terza grandezza poi è l’inflazione, cioè l’aumento medio del costo della vita accumulatosi negli ultimi quattro anni, del 17,6% (secondo il più comune indice Istat).
La quarta grandezza è invece l’aumento del gettito dell’Imposta sui redditi delle persone fisiche, l’Irpef, che è del 18,85% (da 198 miliardi di euro nel 2021 a 235,5 miliardi di euro nel 2024, secondo il Dipartimento delle Finanze)
A colpo d’occhio, in questa sequenza qualcosa non torna. Per esempio va chiarito perché il totale delle buste-paga lorde in Italia cresca solo dell’11,5%, anche se già gli adeguamenti dei contratti all’inflazione valgono circa il 10% e a ciò si dovrebbe aggiungere un altro 9,2% di occupati in più rispetto a quattro anni fa. In sostanza va chiarito perché il volume di salari e stipendi espresso in quantità di euro stia crescendo la metà di quanto uno si aspetterebbe. Probabilmente perché le persone che vanno in pensione avevano contratti molto più remunerativi rispetto ai nuovi assunti; dunque, il costo medio per dipendente in Italia tende a scendere in termini reali. Esce gente ben pagata, entra gente mal pagata. Siamo in piena deflazione salariale, in pieno lavoro povero. Così negli ultimi quattro anni il monte totale delle buste-paga in Italia è arretrato – ha perso il 6,1% – in proporzione al costo della vita malgrado oltre due milioni di lavoratori dipendenti in più.
Poi però c’è l’altro punto che, intuitivamente, non quadra. Se il monte buste-paga calcolato in euro è salito dell’11,5% dal 2021 e il governo ha persino tagliato l’Irpef sui redditi più bassi, perché allora il gettito dell’Irpef è aumentato persino più del monte delle buste-paga? Ricordo il numero, quest’ultimo è aumentato del 18,85% e cioè ha avuto un ritmo di crescita quasi doppio rispetto al totale buste-paga.
Questa è la stranezza che si spiega con la tassa invisibile. È il cosiddetto «fiscal drag», il «trascinamento fiscale» determinato dagli adeguamenti dei salari all’inflazione. Le aliquote sulla base delle quali si calcola l’Irpef in Italia infatti non salgono di pari passo con l’inflazione o con gli adeguamenti medi dei contratti di lavoro. Quelle restano, notoriamente, sempre fisse: gli scaglioni sono 23% fino a 28 mila euro di reddito, 35% da 28 mila a 50 mila e 43% oltre 50 mila. Ma durante questi quattro anni l’adeguamento delle buste-paga al costo della vita – per quanto parziale, molto parziale – ha spinto parecchie decine di miliardi di euro, forse fino a circa cento miliardi di euro soprattutto dei redditi medio-bassi, oltre le soglie e dentro gli scaglioni Irpef superiori.
Inoltre per lo stesso fenomeno milioni di famiglie hanno perso detrazioni automatiche, che diminuiscono al crescere del reddito espresso in quantità di euro. Ma appunto la crescita del reddito è solo apparente, perché l’inflazione intanto si è mangiata ben più degli aumenti da contratto. Mentre la crescita del prelievo Irpef, be’, quella è reale: in sostanza meno reddito, in compenso tassato di più.
Va sottolineato che questo fenomeno investe soprattutto la parte dei ceti bassi che perde le detrazioni previste fino a 15 mila euro e soprattutto i ceti medi che superano le soglie dei vari scaglioni, mentre chi è già ben sopra i 50 mila euro viaggia per lo più al riparo dalla “tassa invisibile”. Dunque da un lato le famiglie del ceto medio-basso hanno versato più Irpef, dall’altro hanno visto ridursi il potere d’acquisto delle loro buste-paga prima delle tasse.
Già, ma di quanto? La perdita di potere d’acquisto in Italia dal 2021 per il mancato pieno adeguamento dei contratti al costo della vita è del 7,2%: la terza maggiore fra i 37 Paesi Ocse. Resta da precisare un punto: quanto vale la “tassa invisibile”, quanto è elevato il prelievo da fiscal drag? Se il gettito Irpef nel 2024 è di 235 miliardi ed è salito del 7,35% più in fretta del monte buste-paga, la differenza di tasse versate in più è di 17,2 miliardi solo per l’anno scorso. Una tassa “invisibile” che vale quasi l’1% del Pil.
Lo so che la mia stima è grezza e che non è solo il lavoro dipendente a pagare l’Irpef, ma essa coincide con i calcoli ben più corretti degli economisti Marco Leonardi e colleghi. Ora, questa quantità di tasse risulta più o meno uguale a quella che il governo sottolinea di aver tolto ai redditi più bassi grazie al taglio del cuneo; ma nel frattempo per compensare aveva anche cancellato varie detrazioni sempre sui contratti. Dunque non è vero che il governo ha ridotto le tasse sul lavoro: complessivamente le ha alzate, soprattutto per i ceti medi. Infatti nel Documento di finanza pubblica 2025 appena pubblicato si nota il forte aumento delle imposte dirette e del totale delle entrate correnti nel 2024 in proporzione al Pil; mentre “Taxing Wages 2025” dell’Ocse mostra che l’Italia l’anno scorso ha avuto di gran lunga il più forte aumento del cuneo fiscale fra i 37 Paesi e siamo risaliti alla quarta posizione per prelievi più alti sulle buste paga. E il lavoro, a causa del basso investimento in ricerca, sviluppo e conoscenza, si impoverisce di suo.
Solo un’opposizione incredibilmente fuori fuoco rispetto alla situazione reale del Paese poteva non accorgersene e non dire alcunché. Intanto circa cinque milioni di contribuenti, spesso dotati di buoni patrimoni, sono al riparo dalla tassa “invisibile” perché pagano aliquote decisamente più basse e soprattutto piatte: dalle cedolari secche sugli affitti, all’eponima flat tax, alle rivalutazioni di società non quotate, ai redditi da capitale, ai “redditi dominicali” in agricoltura, ai catasti preistorici e si potrebbe continuare. Così in Italia il ceto medio del lavoro dipendente paga sempre di più aliquote da ricchi, mentre almeno alcuni ricchi pagano aliquote più simili a quelle da poveri. Lo so che suona populista. Si può essere d’accordo o no, qualcuno potrà persino svolgere rispettabili valutazioni per sostenere che c’è una logica economica. Ma questi sono i fatti. E la Costituzione italiana, all’articolo 53, dice che «tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Non è ancora stata emendata.
(Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Questo è il link per iscriversi)
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| Rassegna europea |
Il macigno sulla strada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Ue
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Visto che gli Stati Uniti sembrano disposti a concedere alla Russia il no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato (ma con il Donald Trump dell’«incoerenza come metodo», come ha scritto Giuseppe Sarcina, mai dire mai), parrebbe esserci una ragione in più per aprire a Kiev almeno la porta dell’Unione europea. Perché è ormai chiaro che la questione dell’«allargamento a Est» dell’Ue non è più soltanto economica, ma geopolitica. Come avevano scritto Anna Osypchuk e Kristi Raik già in un documento del novembre 2023, «l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha spinto l’Unione europea a concedere all’Ucraina lo status di Paese candidato. Questo importante cambiamento nell’approccio dell’Ue è stato ampiamente considerato dagli Stati membri come un imperativo geopolitico. In effetti, questa volta il significato geopolitico dell’allargamento è più forte che mai. Un allargamento riuscito sarà una parte essenziale degli sforzi dell’Occidente per assicurarsi che alla Russia non sia permesso di imporre ad altri Paesi la sua sfera di influenza e la sua visione dell’ordine di sicurezza europeo».
Non sarebbe, in fondo, una novità, visto che, aggiungono, «gli allargamenti dell’Ue dopo la Guerra Fredda, tra il 1995 e il 2013, hanno avuto un forte sottofondo geopolitico, sebbene sia stato piuttosto nascosto e possa essere sembrato secondario all’epoca. Per la Finlandia, che ha aderito nel 1995, l’adesione all’Ue è diventata possibile dopo la fine della Guerra Fredda ed è stata un modo per ancorare saldamente il Paese all’Occidente dopo decenni di resistenza agli sforzi dell’Unione Sovietica per attirarla nel blocco orientale. Gli Stati baltici hanno ottenuto l’adesione sia all’Ue che alla Nato nel 2004 – motivate da considerazioni sia di sicurezza che economiche – e hanno visto la più stretta integrazione possibile con l’Occidente come un modo per salvaguardare l’indipendenza e ridurre l’influenza della Russia». Si può aggiungere che l’adesione alla Nato della Svezia e della Finlandia, che fino a prima dell’invasione russa in Ucraina non l’avevano mai messa all’ordine del giorno, ha seguito la stessa logica (non di espansione contro la Russia, ma di protezione dalla Russia).
Quel che è comprensibile non sempre, però, fa rima con fattibile. E, anche in questo caso, gli ostacoli non mancano.
Alcuni li mette in fila, in un intervento su Politico Europe, Mat Whatley, ex ufficiale britannico che aveva guidato la missione di monitoraggio in Donetsk per conto dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), dopo aver fatto parte anche di quella in Georgia. Uno che, insomma, l’Est europeo lo conosce bene. «Ammettere l’Ucraina nell’Ue rappresenta una sfida immensa – scrive Whatley – che rimodellerebbe completamente la struttura di bilancio dell’Unione e ne metterebbe a rischio l’unità, poiché il Paese diventerebbe immediatamente il principale beneficiario dei fondi dell’Ue». Insomma, la solidarietà con il Paese invaso potrebbe tramutarsi in ostilità verso il Paese neo-ammesso (una dinamica già vista all’opera in Polonia, con le proteste degli agricoltori contro le importazioni di prodotti ucraini).
C’è poi la questione della «gelosia» da parte di chi è da anni in lista d’attesa per entrare nell’Unione e si vedrebbe «scavalcato» da Kiev. Whatley ricorda che in Serbia, dopo 15 anni di limbo, un sondaggio del 2022 aveva mostrato che il 43% degli interpellati avevano perso la speranza di entrare a far parte dell’Unione (certo non aiuta – ma è indicativo – che il presidente serbo Aleksandar Vučić fosse sul palco con Putin, a Mosca, per la parata del 9 maggio). E molti dei vicini balcanici della Serbia hanno iniziato a chiedersi se Bruxelles stia ancora seriamente pensando all’espansione.
L’ostacolo principale, però, secondo Whatley è un altro e si chiama corruzione. In proposito ricorda che l’ex presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker nel 2023 osservò che l’Ucraina non era pronta per l’adesione a causa di problemi legati allo Stato di diritto e alla corruzione: «Chiunque abbia avuto a che fare con l’Ucraina sa che è un Paese corrotto a tutti i livelli della società». Del resto, giova forse ricordare che Volodymyr Zelensky aveva stravinto le Presidenziali del 2019 (con il 73,23% al ballottaggio) proprio come paladino della lotta alla corruzione.
«Nonostante le numerose riforme – scrive però Whatley – questo problema persiste in modo ostinato. Un sondaggio del 2024 condotto dall’Agenzia Nazionale per la Prevenzione della Corruzione ha rilevato che il 90% degli ucraini ritiene che la corruzione sia ancora diffusa e la maggior parte dice che sta peggiorando. Un numero sempre maggiore di ucraini considera la corruzione una minaccia maggiore dell’aggressione militare russa».
Per questo Whatley ritiene che una «corsia preferenziale» per l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue potrebbe essere dannosa sia per la prima che per la seconda. Se, anche dopo l’ammissione, la corruzione continuasse come prima, la fiducia degli ucraini nell’Unione crollerebbe rapidamente. «Inoltre, la fretta nel processo di ammissione dell’Ucraina rischia di importare una corruzione sistemica e su larga scala nell’Unione e indebolirla dall’interno, oltre a peggiorare gli attriti tra i Paesi membri. L’Ungheria ha ripetutamente paralizzato il processo decisionale dell’Ue come ritorsione per aver trattenuto i suoi fondi a causa di problemi legati allo Stato di diritto. E se questi standard venissero considerati flessibili nel caso dell’Ucraina, ciò non farebbe altro che inasprire ancora di più rapporti già tesi. In un periodo di crescente aggressività russa e con una Casa Bianca sempre più imprevedibile, indebolire gli standard interni dell’Ue per un gesto simbolico non serve né all’Unione, né all’Ucraina».
Forse per la sua formazione militare, Whatley conclude che «il percorso da seguire non richiede né reazioni impulsive né ingenuo ottimismo, ma un sostegno costante e condizionato allo sforzo bellico dell’Ucraina, rafforzando le sue difese e assicurando che essa entri in qualsiasi negoziato futuro da una posizione di massima forza».
D’altro canto, però, anche il mancato accesso all’Ue o tempi lunghissimi per ottenerlo potrebbero provocare una crisi di rigetto negli ucraini. Trovare il giusto mezzo, insomma, non sarà facile. Osypchuk e Raik condividono che «la prospettiva di adesione deve essere credibile e realizzabile, a differenza del fallimento della politica di allargamento verso i Balcani occidentali negli anni passati. Questo non significa una corsia preferenziale; l’Ucraina deve soddisfare le condizioni». Pensano però che, oltre a rafforzare le difese del Paese contro l’aggressione esterna, sarebbe utile rafforzare quelle contro l’«aggressione interna» portata dalla corruzione. Come? Stringendo un’alleanza con l’opinione pubblica. «Gli ucraini stanno lavorando duramente per adempiere alla loro parte di riforme necessarie e agli obblighi (sforzi riconosciuti anche dal Consiglio d’Europa, che non fa parte delle istituzioni Ue, ndr). È importante sottolineare che l’adesione all’Ue, così come le riforme che essa richiede, sono desiderate non solo dal governo ucraino, ma anche dalla società civile e dalla popolazione in generale. In molti casi, quindi, la società civile ucraina sta agendo come cane da guardia nei confronti del governo. Il soddisfacimento delle condizioni per l’adesione all’Ue e l’attuazione delle riforme necessarie sono visti dagli ucraini non come semplici formalità, ma come elementi indispensabili per il movimento del Paese verso uno Stato basato su regole, prospero e sicuro».
Certo, se gli ucriani potessero smettere di combattere sul fronte militare, meglio potrebbero affrontare la lotta alla corruzione, come sottolineato anche dall’Ocse in un rapporto pubblicato pochi giorni fa: «Dopo la rivoluzione di Euromaidan del 2013-2014 e l’invasione della Crimea e del Donbass da parte della Russia, l’Ucraina ha riformato in modo significativo il proprio quadro anticorruzione per combattere quelli che erano i livelli storicamente elevati di corruzione nel Paese. La percezione della corruzione rimane molto alta, ma è migliorata dal 2013 e le esperienze di corruzione autodichiarate dai cittadini sono diminuite drasticamente. Sulla spinta delle richieste dell’opinione pubblica e delle aspirazioni all’adesione all’Ue, l’Ucraina ha migliorato la trasparenza, rafforzato la responsabilità e promosso l’integrità attraverso open data, digitalizzazione dei servizi pubblici, organismi anticorruzione indipendenti, riforme della finanza politica e decentramento. Gli indicatori di integrità pubblica (Pii) dell’Ocse collocano l’Ucraina al di sopra della media Ocse in molte aree (strategia, gestione dei conflitti di interesse, finanziamenti politici, gestione del rischio di corruzione); si prevedono ulteriori progressi una volta che le restrizioni previste dalla legge marziale non saranno più necessarie o quando entrerà in vigore la legislazione pertinente (ad esempio, sul lobbismo)».
L’elenco delle cose da fare rimane lungo. Andrebbero fatte in fretta, ma più importante ancora è che vengano fatte bene. Per evitare che anche l’immane opera di ricostruzione, quando presto o tardi le armi taceranno, diventi una manna per i corrotti e una beffa per tutti gli altri.
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| Off The Record |
| La «bolletta» Nato per l’Italia: 4 miliardi per sette anni |
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Donald Trump ha ottenuto con una certa facilità che i Paesi della Nato si impegnino a spendere per la «sicurezza» il 5% del prodotto interno lordo.
La percentuale è divisa in due parti.
Il 3,4-3,5% rappresenta l’esborso per le forze armate: ordigni, mezzi militari, stipendi per soldati e ufficiali.
Il restante 1,5% verrà raggiunto conteggiando altre voci non strettamente legate all’assetto bellico, per esempio la protezione delle infrastrutture strategiche (centrali di energia, cavi sottomarini eccetera) e tutto il capitolo della «cyber security».
In questi giorni i ministri stanno discutendo sui meccanismi concreti per far funzionare il nuovo schema. Un passaggio importante è in calendario per il 14 e il 15 maggio, ad Antalya, in Turchia, dove si riuniranno i ministri degli Esteri. Per gli Stati Uniti è atteso il Segretario di Stato, Marco Rubio.
Il confronto partirà da uno schema ormai largamente condiviso e articolato sostanzialmente in due punti.
Primo: il nuovo obiettivo del 3,4-3,5%, quello strettamente militare, dovrà essere raggiunto entro il 2032, cioè 7 anni a partire dal prossimo vertice dei leader Nato che si terrà all’Aja, in Olanda, il 24 e 25 giugno. È una tabella di marcia più serrata rispetto a quella fissata nel 2014, in Galles, sempre dai capi di Stato e di governo dell’Alleanza. Allora, con Barack Obama alla Casa Bianca, si decise di lasciare dieci anni per raggiungere la soglia del 2%. Oggi ancora nove Paesi, tra i quali l’Italia, sono sotto quella percentuale.
Il secondo punto è altrettanto delicato. L’idea è di aggiungere delle scadenze annuali all’interno del percorso in sette anni. Ogni dodici mesi, quindi, ogni Stato dovrà spendere lo 0,2% del prodotto interno lordo.
Quanto costerà all’Italia la «bolletta» della Nato? Se consideriamo i valori attuali del prodotto interno lordo, possiamo rispondere: circa 4,3 miliardi di euro per sette anni. Il totale è pari ad oltre 30 miliardi di euro. L’ultima manovra di bilancio ha stanziato 31,2 miliardi per la Difesa (anno 2025), pari all’1,57% del pil. Il governo conta di arrivare al 2% includendo capitoli finora non calcolati, come le uscite per la Guardia Costiera, parte dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
I nuovi parametri saranno presentati agli uffici della Nato nel summit di giugno. Poi da lì comincerà un altro percorso, molto impegnativo per il nostro Paese.
La Commissione europea offre la possibilità di sforare i vincoli previsti dal patto di stabilità, in particolare il tetto del deficit, ora fissato al 3% del pil. Bruxelles consente di arrivare fino al 4,5% per finanziare la spesa per gli armamenti. Sedici Paesi Ue hanno già attivato questa clausola di salvaguardia. Il governo guidato da Giorgia Meloni non ha ancora deciso. I ministri degli Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto, chiedono di cogliere l’opportunità offerta dalla Ue. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, teme che il debito dell’Italia sia già troppo alto per aggiungerne ancora.
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| La Cinebussola |
| I dolori degli uomini in una Napoli notturna e disperata |
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Nell’abisso di dolore in cui Ciro è precipitato dopo la morte della moglie, Carmine l’amico di sempre è l’unico che può dargli una mano. Il loro è un rapporto a specchio. Ciro non riesce a elaborare il lutto e si perde, Carmine sceglie strade pericolose per sopravvivere. Vicino alla follia, Ciro (Francesco Di Leva) vaga di notte in una Napoli di cavalcavia, malaffare e luci deboli insieme al figlio tredicenne Luigi (Mario Di Leva, vero figlio di Francesco). Cerca l’auto rossa che ha travolto la donna: rintracciare un colpevole, crede, potrà dargli il sollievo che sta cercando. Mentre Carmine (Adriano Pantaleo, il bimbo prodigio di Io speriamo che me la cavo e della serie Amico mio) vuole vendicarsi di colui che ritiene la causa del suicidio del suocero. Il dramma di Ciro è alla base di Nottefonda, opera prima di Giuseppe Miale Di Mauro, con l’etichetta del collettivo Nest (Napoli Est Teatro), fondato tra gli altri da Di Leva e Papaleo nel cuore (selvaggio) di San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più problematici di Napoli.
Nottefonda è il primo progetto della compagnia appositamente pensato per il cinema, sul modello di quello realizzato all’inizio degli Anni Novanta dai Teatri Uniti con Morte di un matematico napoletano di Mario Martone. Il punto di partenza è il romanzo di Miale di Mauro La strada degli americani. Ciro è un uomo alla deriva: ha perso il lavoro di elettricista, vive in casa con l’anziana madre (Dora Romano), con cui ha un rapporto problematico, straziante, post edipico. Vaga tra strade malmesse, angoli portuali, autogrill male illuminati. Seppellisce i cani uccisi nei combattimenti clandestini. Da tempo fatica ad alzarsi dal letto la mattina, colpito da una grave decompressione dell’anima. Fuma il crack per alleviare il dolore. Sopravvive tra sogno e realtà e neanche la possibilità di un’occupazione finalmente adeguata alle sue competenze e il fugace incontro con una giovane vicina di casa, cassiera di un Luna Park (Chiara Celotto), lo aiutano a rimettersi al mondo. L’unico con cui riesce a intrecciare un rapporto è Luigi.
Ciro teme di perdere l’unico bene che gli è rimasto. Ma per tutto il film, in quell’estenuante vagabondare, si fatica a capire chi sta proteggendo l’altro. Con le musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, la cinepresa di Miale di Mauro scava nella disperazione di Ciro, tracciando con i suoi incubi e i suoi fantasmi un viaggio dal buio alla luce, disegnando un percorso che è coraggiosamente e intensamente cinematografico rispetto a una storia forse più letteraria e teatrale. L’armonia tra gli interpreti, frutto di una lunga frequentazione artistica, è evidente e fornisce al film un valore aggiunto. Di Leva è ormai l’attore italiano che con Servillo meglio incarna il profilo e l’anima di Napoli, con le sue maschere, le sue ferite, i suoi smarrimenti.
NOTTEFONDA di Giuseppe Miale Di Mauro
(Italia, 2024, durata 92’, Luce Cinecittà)
con Francesco Di Leva, Mario Di Leva, Adriano Pantaleo
Giudizio: 3+ su 5
Nelle sale
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