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Comune di Caserta, sullo scioglimento pesa il macigno dell’Antimafia, della Procura e dei processi penali in corso

CASERTA (a.a.) – A mettere una pietra tombale sull’amministrazione comunale di Carlo Marino non è stato soltanto il dettagliato report che hanno fatto i componenti della Commissione di accesso su circa venti anni di attività amministrativa.

La commissione d’inchiesta, infatti, ha spulciato anche tra le carte della consiliatura 2006-2011, sindaco Nicodemo Petteruti, magari anche soltanto per scoprire che in consiglio comunale già sedeva il fratello di Massimiliano Marzo, Paolo, in continuità col primo. Ma – si diceva – è stato anche l’esame e la valutazione unanime che ne ha fatto il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza tenutosi il 17 marzo scorso, integrato però con la partecipazione del Sostituto Procuratore presso la direzione distrettuale antimafia di Napoli e del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

“(…) Il consesso – scrive il ministro dell’Interno al Presidente della Repubblica – si è espresso sulla sussistenza di collegamenti diretti e indiretti tra singoli amministratori, dirigenti dell’ente e la criminalità organizzata, e su forme di condizionamento degli stessi”.

Per il resto, sia pure con divizia di particolari (sui quali torneremo nei prossimi giorni, perché ne vale veramente la pena) le circostanze che fanno da perno al provvedimento di scioglimento per infiltrazioni malavitose sono quelle da sempre sulla bocca dei cittadini: un’inchiesta giudiziaria per una vicenda di corruzione elettorale, un’altra per turbata libertà di incanti, un’altra ancora per la gestione dei parcheggi, della manutenzione del verde pubblico, per l’irregolare affidamento delle commesse pubbliche, di opere di manutenzione degli edifici comunali (tra cui le scuole) e via discorrendo.

Indagini giudiziarie che fanno emergere un sistema caratterizzato da una gestione illecita – che con termine quasi eufemistico viene definita “mala gestio” – ma che nella sostanza, a parere degli organi tutori, diventano elementi “concreti, univoci e rilevanti” di collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali e di dirigenti apicali con la criminalità organizzata di tipo mafioso.

In un passaggio degli atti che accompagnano il decreto presidenziale, infatti, è scritto: “Le indagini giudiziarie hanno fatto emergere un sistema caratterizzato da una gestione illecita degli appalti pubblici, atteso che i summenzionati amministratori avrebbero promesso ad alcuni imprenditori gravati da numerosi precedenti penali e legati alle locali organizzazioni criminali futuri appalti in cambio del voto alle elezioni amministrative del 2021, mentre alcuni funzionari comunali avrebbero, a loro volta, ottenuto altre utilità in cambio dell’irregolare affidamento delle commesse pubbliche”.

Nella relazione, peraltro, al di là dell’aspetto penale “in fieri” per così dire (insomma, degli sviluppi processuali) per cui si può pacificamente ritenere che questo di natura amministrativo (lo scioglimento) sia stato un atto ineludibile, quasi obbligato, per le autorità tutorie, fanno riflettere non poco gli omissis che costellano le diverse relazioni. E che, se in un primo momento rimandano a motivi di privacy, fanno sorgere invece il fondato dubbio che si tratti di un escamotage – per così dire – finalizzato a non ostacolare le indagini (e i processi) tuttora in corso.

Insomma, alla luce delle indagini della Commissione d’inchiesta, la terna commissariale insediata a Palazzo Castropignano – il dubbio è più che fondato, a questo punto – è destinata non soltanto a rimanere sei mesi oltre i diciotto proposti dal ministro dell’Interno e accolti dal Presidente della Repubblica, ma anche a stroncare le velleità politiche degli attori politici che hanno fin qui cavalcato la scena locale. Per i quali – lo ricordiamo – la legge prevede infine l’impossibilità di candidarsi, e per ben due legislature successive, a tutti i diversi gradi di elezioni territoriali. E poco o nulla potranno, probabilmente, sia ricorsi che principi del foro.

Nella foto, da sinistra: l’ex sindaco Carlo Marino, la sede del Comune, il ministro Matteo Piantedosi e l’ex assessore Massimiliano Marzo.

 

TRUMP D’ARABIA! – IL PRESIDENTE AMERICANO FIRMA IL PIÙ GRANDE ACCORDO MILITARE DELLA STORIA: GLI STATI UNITI FORNIRANNO ALL’ARABIA SAUDITA ARMI PARI A UN VALORE DI 142 MILIARDI DI DOLLARI. COME CONTROPARTITA, BIN SALMAN SI IMPEGNA A INVESTIRE 600 MILIARDI NEGLI STATI UNITI – “THE DONALD” MEJO DI LOTITO: SI ABBIOCCA DURANTE LA CERIMONIA DI FIRMA DEL PATTO! – TRUMP DA’ FORFAIT AL VERTICE DI PACE A ISTANBUL E LASCIA SOLO ZELENSKY. AL POSTO DEL TYCOON ANDRÀ IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO. PUTIN, LA CUI PRESENZA È ANCORA IN FORSE, FARÀ LO STESSO? – L’ATTACCO DI TRUMP ALL’IRAN: “NON AVRÀ MAI L’ARMA NUCLEARE” E “THE DONALD” ORDINA LA FINE DELLE SANZIONI ALLA SIRIA… – VIDEO

Campi Flegrei, il ministro Musumeci: “Stato di emergenza per velocizzare procedure in atto”

Martedì la popolazione ha avvertito un forte boato e tutto ha cominciato a tremare con una scossa di magnitudo 4.4 che alle ore 12.07 ha di nuovo fermato la vita di tutti

L’ennesima scossa che ha fatto tremare Napoli e provincia, con epicentro nel golfo di Pozzuoli, spinge il governo verso un’accelerazione: “Il perdurare dello sciame sismico, che in due mesi ha fatto registrare tre scosse ben avvertite dalla popolazione, suggerisce la necessità di procedere alla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale nell’area dei Campi Flegrei- fa sapere il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci – Il provvedimento risponderebbe essenzialmente all’esigenza di assicurare, in regime straordinario, la velocizzazione delle procedure già in atto, definite dalle varie norme varate dal governo Meloni nell’ultimo anno e mezzo in relazione al rischio sismico in atto nei Campi Flegrei, connesso al bradisismo. Chiederò quindi al presidente della Regione Campania la necessaria intesa, prima di portare la proposta di delibera all’esame del Consiglio dei ministri”. Una valutazione presa al termine del vertice presieduto a Roma al quale hanno partecipato il capo dipartimento della Protezione civile Fabio Ciciliano, il capo dipartimento per la prevenzione e ricostruzione di Casa Italia Luigi Ferrara, il capo gabinetto Riccardo Rigillo ed il capo ufficio legislativo Francesco De Luca.

Good Morning Italia, 14 maggio 2025


Giornate d’Oriente

Durante la sua visita in Arabia Saudita, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che ordinerà di sospendere le sanzioni alla Siria e potrebbe incontrare il leader del Paese Ahmed al Sharaanei nei prossimi giorni (Reuters). Trump ha anche annunciato un accordo per la vendita di 142 milioni di dollari in armi statunitensi all’Arabia Saudita (Guardian).

  • Il tycoon ha annunciato un accordo da 600 miliardi di dollari in investimenti nei settori della tecnologia e dell’energia (Bloomberg). A Riad c’erano anche decine di imprenditori, da Elon Musk a John Elkann (Ansa).

Regali costosi Il leader della minoranza democratica al Senato degli Usa Chuck Schumer ha annunciato che bloccherà tutte le nomine di Trump al Dipartimento di Giustizia fino a che non sarà avviata un’inchiesta sull’aereo regalato al presidente dalla famiglia reale del Qatar perché lo usi come Air Force One (Cnn).

  • Donald Trump ha annullato 450 milioni di dollari in finanziamenti federali all’università di Harvard (Washington Post).

Diplomazia in salita

Trattative in vista Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che domani sarà a Istanbul per incontrare il suo omologo russo Vladimir Putin, ma ha affermato che non incontrerà nessun rappresentante russo se non il presidente (Cnn). Trump non ha ancora chiarito se sarà presente, ma ha annunciato che il Segretario di Stato Rubio potrebbe recarsi nella capitale turca (The Kiev Independent). Il Cremlino non si è ancora espresso sull’eventuale presenza di Putin.

  • Putin ha commentato le minacce della coalizione dei volenterosi di inasprire le sanzioni contro la Russia dicendo che coloro che “vogliono male” al Paese sono pronti a farlo “anche a loro discapito” perché sono “deficienti” (Repubblica+).

  • L’Onu ha riconosciuto la Russia responsabile dell’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines, avvenuto mentre sorvolava l’Ucraina nel 2014 (Euronews).

Ostilità riprese L’esercito israeliano ha ripreso a bombardare la Striscia di Gaza, colpendo l’Ospedale europeo per colpire il leader dell’ala militare di Hamas Mohammed Sinwar, che l’Idf sostiene si trovasse in una base segreta al di sotto della struttura. Il ministero della Salute di Gaza, espressione di Hamas, ha dichiarato che nell’attacco sono morte almeno 64 persone (Politico).

  • Alcuni ufficiali israeliani avrebbero ammesso in privato che la Striscia di Gaza è sull’orlo della carestia (Nyt).

Dazi fantasma

Giudizio severo Durante il vertice tra Cina e Celac, l’organizzazione che riunisce i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la sua posizione sui dazi, sostenendo che le guerre commerciali non abbiano vincitori e che “bullismo ed egemonismo portano solo all’autoisolamento”, facendo riferimento alle politiche americane (Nbc).Meno del previsto L’inflazione negli Stati Uniti è cresciuta del 2,3% ad aprile rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, in calo rispetto al 2,4% di marzo. Si tratta del dato più basso da febbraio 2021, quando è cominciato l’aumento dei prezzi post pandemia (Cnbc). Finora le aziende non sembrano aver trasferito sui prezzi al consumo l’impatto dei nuovi dazi, ma il rischio di ulteriori pressioni resta elevato nei prossimi mesi (Bloomberg).

Orizzonti

Passi avanti I ministri dell’Economia europei si sono incontrati alla riunione dell’Ecofin e hanno continuato a trattare per sbloccare 150 miliardi di euro in prestiti garantiti dall’Ue. Il ministro italiano Giancarlo Giorgetti ha proposto di utilizzare il Recovery Fund per le spese della difesa, prorogando alcune scadenze oltre il 2026 (Euronews).Alti e bassi Bayer ha presentato i suoi dati trimestrali mostrando una crescita dell’utile del settore farmaceutico del 12% ma un calo di quello della divisione agricola del 10% (Il Sole 24 Ore). Le aziende automobilistiche giapponesi Honda e Nissan hanno confermato le loro difficoltà dopo la mancata fusione: Honda prevede un calo dell’utile operativo del 59% il prossimo anno, mentre Nissan ha registrato una perdita di 4 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024 (Ft).Nuovi tagli Microsoft ha annunciato che ridurrà del 3% la propria forza lavoro a livello mondiale. La decisione comporterà il licenziamento di circa 6mila lavoratori della società tecnologica americana. Il taglio segue quello annunciato nel 2023, quando il colosso decise di ridurre di 10mila unità la propria forza lavoro (Cnbc).

Mondo reale

Addio È morto a 89 anni José “Pepe” Mujica, presidente dell’Uruguay tra il 2010 e il 2015, anni nei quali divenne uno dei punti di riferimento dei movimenti progressisti a livello internazionale (Repubblica).Condannato L’attore francese Gérard Depardieu è stato condannato a 18 mesi di reclusione con la condizionale per aver assalito due donne durante le riprese del film Les Voltes Verts, nel 2021 (La Stampa).Smantellato La polizia tedesca ha arrestato quattro membri del movimento di estrema destra Königreich Deutschland. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha annunciato che l’organizzazione sarà dichiarata illegale (Dw).

Sport

Italiani avanti Agli Internazionali di Roma di tennis, il numero 1 del mondo Jannik Sinner ha battuto l’argentino Francisco Cerundolo 7-6, 6-3 e si è qualificato ai quarti di finale (Repubblica), mentre l’italiana Jasmine Paolini ha sconfitto la russa Diana Shnaider per 6-7, 6-4, 6-2, raggiungendo le semifinali (Gazzetta).Senza precedenti La Sampdoria è retrocessa in Serie C per la prima volta nella sua storia a seguito di un pareggio 0-0 contro la Juve Stabia nell’ultima giornata del campionato di Serie B (Tuttosporthighlights).Ancora rosa Mads Pedersen ha mantenuto la maglia rosa dopo la quarta tappa del Giro d’Italia, da Alberobello a Lecce, vinta in volata dall’olandese Casper van Uden (Gazzetta).

Oggi

Berlino (Germania), il cancelliere Friedrich Merz parla al Bundestag;
Berlino (Germania), Merz incontra il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres;
Antalya (Turchia), riunione informale dei ministri degli Esteri della Nato;
Germania, dati definitivi sull’inflazione di aprile;
Lussemburgo, decisione della Corte Ue sulla richiesta del New York Times di accesso agli atti dello scambio di sms tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’ad di Pfizer Albert Bourla.

Prime:

Corriere: Kiev lo sfida, Putin si negaRepubblica: Putin insulta l’EuropaLa Stampa: Ucraina, Putin insulta e trattaIl Sole 24 Ore: BTp-Bund, spread verso quota 100Il Messaggero: “Prorogare il Pnrr per la difesa” [Giancarlo Giorgetti]Il Fatto Quotidiano: Per Trump “pace vicina”. Bibi: “Guerra a oltranza”Domani: I negoziati iniziano senza i leader. Putin, affondo anti Ue: “Deficienti”Avvenire: Ilva, fumata neraIl Foglio: La vera età dell’oro è per gli affari di Trump

Il Giornale: Putin all’angolo: “Europei deficienti”

Libero: Ursula usa il jet per fare 187 km

La Verità: La minaccia dei volenterosi sulle trattative per la pace

il manifesto: Big Mecca

Ft: EU ready to ensure Russia sanctions remain if Hungary blocks extension

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MERCOLEDÌ 14 MAGGIO 2025

Clamoroso

Sul Boeing 747-8i da 400 milioni di dollari che la famiglia reale del Qatar intende donare a Donald Trump ci sono 11 toilette, 5 cucine e 40 tv [Cds].

[Leggi Terza Pagina]In prima pagina

• Donald Trump in Arabia Saudita si è diviso tra politica e affari. Quelli conclusi, ha detto, sfiorano i mille miliardi di dollari, tra cui 142 di spese militari per Riad

• Parlando di pace, il presidente Usa si è mostrato particolarmente ottimista: vede buone prospettive per la nuova Siria, il Libano, l’Iran e persino Gaza

• Quasi a smentirlo a distanza ha provveduto Netanyahu, annunciando un’imminente invasione a tappeto nella Striscia e bombardando un ospedale per uccidere Mohammed Sinwar, l’attuale capo di Hamas

• Istanbul, invece, resta per ora un nodo irrisolto per il tycoon della Casa Bianca: Putin dà l’impressione di non volere andare a trattare con Zelens’kyj e manda in Turchia Lavrov. Nel frattempo definisce «deficienti» i leader europei. Macron gli ha risposto indirettamente minacciando di spostare in Polonia una base nucleare francese

• A Parigi l’attore Gérard Depardieu è stato condannato a 18 mesi di carcere per abusi sessuali ai danni di due donne che lavoravano con lui

• Una scossa di 4,4 gradi ha riportato la paura nei Campi Flegrei. Il terremoto è stato seguito da uno sciame sismico ma non si registrano danni a persone o edifici

• Tennis azzurro sugli scudi agli Internazionali di Roma: Jannik Sinner, Jasmine Paolini e Lorenzo Musetti hanno battuto i rispettivi avversari passando il turno

• Cresce la preoccupazione per l’ex Ilva di Taranto. Il blocco dell’altoforno 1 dopo un incendio si riflette sull’occupazione: 4 mila circa le richieste di cassa integrazione. E intanto si allontana la prospettiva della cessione dell’acciaieria

• Papa Leone XIV ha fatto visita al quartier generale romano degli agostiniani. Si è anche appreso di due suoi messaggi a comunità ebraiche negli Usa e a Roma

• In Afghanistan i talebani hanno vietato il gioco degli scacchi: sarebbe un’attività peccaminosa, come la musica

• Un gruppo ecologista francese ha chiesto la messa al bando del formaggio Comté perché inquinerebbe l’ambiente

• È stato reso noto il nuovo elenco delle Bandiere Blu: in Italia ce ne sono dieci in più dell’anno scorso, ma cinque comuni sono usciti dalla lista dei virtuosi

• Al processo su Visibilia l’accusa ha riformulato le imputazioni per Daniela Santanchè e gli altri imputati. Il dibattimento è slittato al 10 giugno

• Il Garante della privacy ha stabilito che le aziende non possono geolocalizzare i dipendenti in smart working

• Un sospetto terrorista di 21 anni è stato arrestato a Londra con l’accusa di aver appicato un incendio alla casa privata del premier Keir Starmer

• In Germania sono finiti in carcere quattro leader di un movimento neonazista chiamato «Regno di Germania» che voleva la sovversione dell’ordine democratico dello Stato

• La Cassazioni ha depositato le motivazioni della sentenza sul delitto di Erba: le prove contro Rosa e Olindo sarebbero inoppugnabili

• Nel padovano un albanese di 55 anni ha strangolato la moglie e, credendola morta, l’ha avvolta in un tappeto nel quale avrebbe voluto gettarla dal terrazzo: a fermarlo è stato il figlio di 22 anni

• Adriano Panzironi, conosciuto come il guru delle diete, è stato condannato per esercizio abusivo della professione medica

• Tre olandesi hanno dominato la tappa salentina del Giro d’Italia. Solo quarto Mads Petersen, il danese maglia rosa

• Nel campionato di B la Sampdoria è stata retrocessa in Serie C assieme al Cittadella. La Serie A, invece, potrebbe finire a sorpresa con uno spareggio in un turno infrasettimanale

• A Basilea si è svolta la prima semifinale dell’Eurovision: sul palcoscenico, ma fuori concorso, anche l’italiano Lucio Corsi

• È iniziato il Festival di Cannes. Ospite d’onore sulla Croisette Robert De Niro, che ha suscitato grande entusiasmo con un discorso di fuoco contro Donald Trump «presidente ignorante»

• Si è spento José “Pepe” Mujica (89 anni), l’ex presidente-guerrigliero dell’Uruguay

• Sono morti anche Rodolfo Fiesoli (84 anni), discusso fondatore della comunità Il Forteto di Vicchio nel Mugello che era stato condannato per molestie sessuali, e il regista Robert Brenton (92 anni), che diresse Kramer contro KramerTitoli

Corriere della Sera: Kiev lo sfida, Putin si nega

la Repubblica: Putin insulta l’Europa

La Stampa: Ucraina, Putin insulta e tratta

Il Sole 24 Ore: BTp-Bund, spread verso quota 100

Avvenire: Ilva, fumata nera
Il Messaggero: «Prorogare il Pnrr per la difesa»
Il Giornale: Putin all’angolo / «Europei deficienti»
Leggo: Femminicidi, la tragedia degli orfani
Qn: Medio Oriente e Ucraina / Trump spinge sulla svolta
Il Fatto: Per Trump «Pace vicina» / Bibi: «Guerra a oltranza»
Libero: Ursula / usa il jet / per fare / 187 km
La Verità: La minaccia dei volenterosi / sulle trattative per la pace
Il Mattino: Campi Flegrei, nuova ondata di scosse
il Quotidiano del Sud: Putin, attacco all’Europa
il manifesto: Big Mecca
Domani: I negoziati iniziano senza i leader / Putin, affondo anti-Ue: «Deficienti»

IN TERZA PAGINA
Federico Fubini intervista l’economista Kenneth Rogoff sulla guerra dei dazi scatenata da Trump. E il Corriere descrive minuziosamente il Boeing che il presidente Usa ha accettato in dono dal Qatar. Matteo Matzuzzi scrive di uno dei nodi che il nuovo Papa dovrà sciogliere, quello dei rapporti con la Chiesa statunitense, sempre più polarizzata
IN QUARTA PAGINA
Luca Ricolfi analizza le destre, sospese tra fascismo e indietrismo

 

 

 

testata
mercoledì 14 maggio 2025
La sfida di Zelensky a Putin, Donald d’Arabia, la paura ai Campi Flegrei
Russian President Vladimir Putin speaks at a meeting of the board of trustees of Bolshoi and Mariinsky theatres at the Kremlin Senate in Moscow, Russia, Tuesday, May 13, 2025. (Sergei Bobylev, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)
editorialista
di   Luca Angelini

Buongiorno.

 

«Pridurki», ossia deficienti. Anziché far sapere se andrà o no, domani, al vertice di Istanbul al quale l’hanno «chiamato» sia il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che quello americano Donald Trump, il leader del Cremlino Vladimir Putin ieri ha preferito mandare l’affettuoso apprezzamento di cui sopra a chi minaccia di imporre nuove sanzioni alla Russia. Sanzioni che potrebbero arrivare anche da parte americana se Trump dovesse decidere che la misura dei rinvii, dei temporeggiamenti e delle tergiversazioni da parte del presidente russo è colma. Prima di prendere l’aereo per la Turchia, Zelensky ha sfidato apertamente lo «Zar»: «Ci aspettiamo di incontrare Putin in Turchia. Se non arriva e continua a giocare sarà la prova definitiva che non vuole porre fine alla guerra».

Al momento è sicuro soltanto l’incontro fra lo stesso Zelensky e il presidente turco Erdogan, ad Ankara. Ma se arrivasse il sì di Putin, tutti si sposterebbero a Istanbul, dove a quel punto potrebbe atterrare anche Trump, da ieri in missione in Medio Oriente. Uno scenario al quale, scrive però da Kiev l’inviata Marta Serafini, al momento sembrano credere in pochi: «Finti o veri negoziati che siano, si preparano a partire gli inviati speciali del presidente statunitense, Steve Witkoff e Keith Kellogg, secondo l’agenzia Reuters, mentre Trump non sembra intenzionato ad andare e conferma la presenza del segretario di Stato Marco Rubio. La delegazione russa — dice la stampa di Mosca — sarebbe guidata dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov e includerebbe il consigliere di Putin per la politica estera Yuri Ushakov. Ma è il consigliere ucraino Mykhailo Podolyak a spiegare che i colloqui con rappresentanti di livello inferiore sarebbero inutili perché «solo Putin può decidere se continuare o fermare la guerra», mentre il capo dell’ufficio presidenziale di Kiev, Andriy Yermak, sottolinea come l’Ucraina sia “pronta a discutere di qualsiasi cosa ma solo se verrà raggiunto un cessate il fuoco”».

L’idea di colloqui diretti fra Russia e Ucraina era stata lanciata proprio da Putin. Ma quando Zelensky ha alzato la posta chiedendo il faccia a faccia con il leader russo, quest’ultimo ha scelto il silenzio. E, ieri, l’insulto. «I leader dei Paesi occidentali agiscono a proprio danno – ha detto Putin parlando in videoconferenza con un’associazione di imprenditori – ma dobbiamo tenere presente che possono fare ciò di cui parlano pubblicamente. Sanno che certi provvedimenti fanno male soprattutto a loro, ma poi quei deficienti li attuano ugualmente, perdonatemi per l’espressione».

Da Mosca, Marco Imarisio sottolinea che «quando si trova davanti a scelte delicate, il comportamento abituale del presidente russo prevede una assenza di qualche giorno, e poi l’annuncio della decisione. Questa volta, sembra invece che voglia dare prova di essere impermeabile alle pressioni del mondo che lo guarda». L’inviato del Corriere segnala che anche a Mosca pochi credono che l’appuntamento in Turchia segnerà una svolta: «I segnali che giustificano la scarsa fiducia non mancano. Sergei Ryabkov, viceministro degli Esteri e probabile inviato di supporto in Turchia, sostiene che gli argomenti ineludibili per la Russia sono la “denazificazione del regime di Kiev”, definita come la fonte primaria di questo conflitto, grande ritorno di un tema che mancava da qualche tempo, e “il riconoscimento delle realtà che si sono recentemente sviluppate, compreso l’ingresso di nuovi territori nella Federazione russa”. Se queste sono le premesse, Putin o non Putin, meglio non farsi illusioni».Oleksiy Melnyk, codirettore per la politica estera e la sicurezza internazionale del think tank Razumkov Center di Kiev, sottolinea però che «Putin sa che gli Stati Uniti non sono interlocutori che si sottraggono di fronte a decisioni radicali e imprevedibili quindi non può tirare troppo la corda». Vedremo.Intanto, mentre continua lo stallo sul fronte militare, gli ambasciatori presso l’Unione europea dovrebbe dare oggi il via libera al diciassettesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, in vista del varo da parte del consiglio Affari esteri, in calendario il 20 maggio. Il pacchetto prevede sanzioni mirate alla flotta ombra di petroliere russe, nuovi individui nella black list, cui saranno aggiunte aziende extra Ue che aiutano Mosca a eludere le restrizioni. Va detto che, come sempre, il pacchetto va approvato all’unanimità e, come sempre, ci sono le incognite di Ungheria e Slovacchia (il premier Robert Fico era l’unico leader di un Paese Ue alla parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa).

Il presidente francese, Emmanuel Macron, intervistato ieri sera in diretta tv su Tf1, Macron ha parlato di una discussione possibile sul dispiegamento di aerei francesi armati di bombe nucleari «in altri Paesi europei», fra i quali la Polonia.

Di tutto ciò, in Italia non resta che una mezza presa di distanza del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nei confronti della premier Giorgia Meloni (che ieri ha sentito al telefono Erdogan). È vero che, nell’intervista dell’altro giorno con il Corriere, l’aveva difesa dagli attacchi delle opposizioni per non essere stata presente di persona a Kiev, al vertice della “coalizione dei volenterosi”. Ma ieri, davanti a chi gli chiedeva per l’ennesima volta se la premier avesse fatto bene a non andare a Kiev, Tajani alla fine è sbottato: «Chiedetelo a lei». Segno, secondo Marco Galluzzo, che «per la prima volta il leader che ha preso in mano l’eredità di Berlusconi vede e sente qualcosa che non gli piace. È in una costante rotta di collisione con Matteo Salvini. Ma manda anche quello che appare come un messaggio nella bottiglia alla sua premier: “Bisogna avere il coraggio di giocare un ruolo da protagonisti per la pace, in Europa, in Ucraina e in Medio Oriente”». («Ovviamente, Meloni pensa di rifarsi con la conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina che si terrà a Roma in luglio – scrive Angelo Panebianco nel suo editoriale -. Ma, come hanno notato tanti osservatori, un danno d’immagine, indubbiamente, c’è stato»).

Trump in Arabia Saudita

«Mi piaci troppo» ha detto a un certo punto il presidente Donald Trump rivolto al principe ereditario Mohammed bin Salman, dal palcoscenico del «Forum saudita-americano per gli investimenti». Del resto, scrive Viviana Mazza, inviata a Riad, «era evidente da tutto il giorno: dalla voglia di parlare di Donald e dai sorrisi continui di Mohammed. (…) Il principe Mbs (le sue iniziali), sa come trattarlo: lo aspetta di persona ai piedi dell’Air Force One anziché mandare il governatore di Riad come da protocollo, lo conduce in stanze dove l’oro rifulge come alla Trump Tower, gli mostra i progetti di urbanistica con cui sta rinnovando il suo Paese e il suo ospite li osserva con occhio da immobiliarista, poi in un brevissimo discorso annuncia sia i 600 miliardi di dollari di investimenti negli Usa che l’impegno a portarli in futuro a “un trilione”, proprio come vuole Donald. E infine lascia parlare l’ospite per un’ora sul palco del Forum, preceduto dalla canzone “God Bless the Usa” e seguito da “Ymca” proprio come ai suoi comizi».

«Le meraviglie scintillanti di Riad e Abu Dhabi non sono state create dai cosiddetti nation-builders, dai neocon o dalle non-profit progressiste come quelle che hanno speso trilioni fallendo nello sviluppare Kabul e Bagdad – ha detto Trump. Alla fine i cosiddetti nation-builders hanno distrutto più nazioni di quelle che hanno costruito e gli interventisti intervenivano in società complesse che non capivano».

Come ha promesso l’Età dell’Oro in America, Trump ha auspicato una Età dell’Oro in un Medio Oriente «definito dal commercio e non dal caos, dove si esporti tecnologia e non terrorismo». Ha poi annunciato che le sanzioni alla Siria saranno rimosse, nonostante il gruppo del neo presidente Al Sharaa (Hayat Tahrir al-Sham) sia ancora nella lista dei terroristi, poiché sia Mbs che il presidente turco Erdogan gliel’hanno chiesto. «Poi sempre con occhio da immobiliarista – scrive Mazza – ha messo in contrasto i grattacieli costruiti dai Paesi del Golfo con l’approccio “autodistruttivo” dell’Iran, dove i palazzi “crollano” e le milizie regionali finanziate dagli ayatollah trascinano Siria, Gaza e Libano in rovina. Ma ha anche dichiarato: “Voglio fare un accordo con l’Iran. Se posso, ne sarò molto felice. Ma se l’Iran respinge il ramoscello d’olivo, infliggeremo massima pressione e spingeremo nuovamente le loro esportazioni di petrolio a zero e approverò ogni azione necessaria per impedire che abbiano la bomba atomica. L’offerta non durerà per sempre”».

Trump ha parlato anche degli Accordi di Abramo, che nel suo primo mandato portarono alla normalizzazione tra Israele ed Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan; il suo sogno è vedere l’Arabia unirsi all’accordo, ma ha aggiunto che lo farà «con i propri tempi». In passato il principe saudita ha detto che la normalizzazione potrà arrivare solo con il riconoscimento di uno Stato palestinese. Ma Netanyahu ieri ha ribadito che andrà avanti con la guerra a Gaza. Non a caso Trump non farà tappa in Israele, a differenza che nel 2018.

Proprio da Israele, l’inviata Giusi Fasano racconta l’ennesimo raid su un ospedale della Striscia di Gaza, a Khan Younis, che avrebbe fatto 28 morti e oltre 40 feriti: «L’obiettivo era Mohammed Sinwar, 49 anni, l’ultimo grande nome del terrorismo targato Hamas (qui il ritratto che ne fa Guido Olimpio, ndr) nonché fratello minore dell’ex leader dell’organizzazione terroristica, Yahya Sinwar, ucciso a ottobre del 2024. La conferma ufficiale della sua morte non c’è ma l’Idf (l’esercito israeliano) ha ammesso che sì, volevano eliminare proprio lui».

Le scosse e la paura ai Campi FlegreiGli esperti lo avevano ripetuto tante volte che la terra ai Campi Flegrei avrebbe avuto ancora sussulti. Loro se lo aspettavano e avevano ragione. La «botta» è arrivata alle 12.07, e si è fatta sentire non soltanto a Pozzuoli e dintorni ma in tutta Napoli e pure in paesi della provincia all’opposto rispetto all’area interessata dal bradisismo. Evacuate scuole e università. Migliaia le persone corse impaurite in strada.4.4 la magnitudo della scossa, che ha avuto come epicentro lo specchio di mare del porto di Pozzuoli, a una profondità di soli 2 chilometri e seicento metri. «Tutte caratteristiche – spiega Fulvio Bufi – che hanno riproposto in maniera traumatica la questione del bradisismo ai Campi Flegrei e che hanno spinto il ministro della Protezione civile Nello Musumeci ad annunciare un provvedimento drastico: “Il perdurare dello sciame sismico, che in due mesi ha fatto registrare tre scosse ben avvertite dalla popolazione, suggerisce la necessità di procedere alla dichiarazione dello stato di emergenza nazionale nell’area dei Campi Flegrei.Chiederò al presidente della Regione Campania la necessaria intesa, prima di portare la proposta di delibera all’esame del Consiglio dei ministri”».Secondo il vulcanologo Giuseppe De Natale dell’Ingv (qui l’intervista di Roberto Russo), «purtroppo nessuno può dire né quando questa fase di sollevamento finirà (e dunque finirà anche la sismicità) né se le fasi di bradisismo che osserviamo dal 1950 ad oggi preludano ad un’eruzione. Certamente quanto osserviamo dal 1950 ad oggi è analogo a quanto accadde prima dell’unica eruzione avvenuta in epoca storica: Monte Nuovo, 1538; però, queste fasi di unrest possono anche terminare, in linea di principio, senza un’eruzione».Lo scontro Usa-Ue sui daziDopo l’affondo di Trump lunedì, ieri è stato il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, a criticare l’Unione europea, affermando che soffre di un «problema di azione collettiva» che ostacola i negoziati commerciali con Washington. Durante il Forum di Investimento Usa-Arabia Saudita a Riad, Bessent ha sottolineato le difficoltà dell’Ue nel presentarsi come un interlocutore coeso, evidenziando che le divergenze tra gli Stati membri rappresentano un ostacolo a negoziati efficaci. «Penso che gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero procedere un po’ più lentamente. La mia opinione personale è che l’Europa possa avere un problema di azione collettiva; gli italiani vogliono qualcosa di diverso dai francesi. Ma sono sicuro che alla fine raggiungeremo una conclusione soddisfacente», ha detto Bessent.Andrea Manzella, in un intervento sul Corriere, fa notare che «nello scenario di guerra di tutti contro tutti, la rinuncia dei 27 Stati alla loro sovranità commerciale, per muoversi tutti insieme, risulta una risorsa efficace quasi quanto quella della deterrenza militare. Specialmente quando i mercati sembrano prevalere su tutti gli Stati che li sfidano». E anche Ferruccio de Bortoli scrive che «quando Donald Trump dice, dopo aver raggiunto un accordo lampo con la Cina sui dazi, che “L’Unione europea è la più cattiva»”, fa ai 27 membri il migliore dei complimenti. Assegna alla costruzione europea, dileggiata e vilipesa, il più ambito dei riconoscimenti».

Le altre notizie

  • L’ex presidente dell’Uruguay Josè «Pepe» Mujica è morto all’età di 89 anni. Era malato da tempo. Mujica è stato leader del Paese dal 2010 al 2015 dopo essere stato anche senatore e ministro dell’agricoltura. La sua azione politica è stata ispirata alla sobrietà: «Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco – è una delle sue dichiarazioni più celebri – Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari». Aveva avuto anche un passato da guerrigliero, avendo militato negli anni ’60 nelle file dei Tupamaros, movimento che si ispirava alla rivoluzione castrista cubana e in difesa dei campesinos del suo Paese. Arrestato e ritenuto responsabile di una serie di azioni, trascorse 12 anni in carcere durante la dittatura. (Qui il ritratto firmato da Sara Gandolfi)
  • Pacificazione con i vescovi e distensione (con fermezza). Sarà questa la linea di papa Leone XIV su Stati Uniti e Cina, secondo i pareri raccolti da Massimo Franco. Ieri, verso mezzogiorno, papa Prevost è andato a trovare e a pranzare con i confratelli agostiniani, come era solito fare da cardinale. E sempre ieri ha anche inviato una lettera al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e all’American Jewish Committee, nella quale scrive: «Mi impegno a continuare e rafforzare il dialogo e la cooperazione della Chiesa con il popolo ebraico nello spirito della dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II».
  • Dal Portogallo, dove ha ricevuto il dottorato honoris causa dalla facoltà di Economia dell’ateneo di Coimbra, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha difeso i «valori fondamentali da noi condivisi, che hanno forgiato l’identità europea e non ammettono compromessi morali», riferendosi a democrazia, libertà, rispetto dei diritti e pluralismo politico, «ripudiando regimi autoritari e oscurantisti».
  • Roberto Vannacci domani diventerà uno dei quattro vice segretari della Lega. Giusto ieri ha proposto il «ritorno al gas russo a basso costo per sostenere la competitività delle nostre imprese». «Fino al congresso leghista del mese scorso – fa notare Marco Cremonesi – sarebbe stato impossibile, per un neo tesserato, un qualsiasi ruolo politico interno. Ma tutti i leghisti che al congresso hanno acclamato Salvini, cioè tutti, hanno definitivamente accolto l’innovazione epocale. Difficile che domani si levino voci contrarie».
  • L’Eurogruppo va in pressing sull’Italia, chiedendo la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), e il vicepremier, Matteo Salvini, non solo, scrive Andrea Ducci, «rispolvera il repertorio già utilizzato contro la convalida italiana della riforma del fondo salva Stati, predisposto in sede Ue per fornire supporto ai Paesi europei alle prese con la crisi finanziaria, ma va oltre e chiede la restituzione dei 15 miliardi di euro già versati dall’Italia».
  • L’attore Gérard Depardieu è stato dichiaratocolpevole di aggressioni sessuali contro la decoratrice Amélie, 54 anni, e l’assistente Sarah, 34, afferrate e palpate sul set del film Les Volets Verts di Jean Becker, nel 2021. Il monumento del cinema francese, 76 anni, è stato condannato a 18 mesi di prigione con la condizionale, come richiesto dal pubblico ministero alla fine del dibattimento di marzo. L’attore sarà privato dei diritti civili per due anni e verrà inoltre iscritto nel registro dei criminali sessuali. (Di uomini di potere e violenza ha scritto anche Elena Tebano nella nostra Rassegna)
  • Ieri si è aperta la 78esima edizione del Festival di Cannes. Grande protagonista, Robert De Niro, 81 anni, che ha ricevuto il premio alla carriera dalle mani di Leonardo DiCaprio. Quello di De Niro alla cerimonia, scrive l’inviato Valerio Cappelli, è stato «un discorso duro, politico. Cita il presidente degli Stati Uniti dandogli dell’incolto e dice che la sua America “è nota per la democrazia e adesso stiamo lottando per lei, un valore che davamo per scontato. L’arte include, e per questo è così osteggiata dagli autocrati e dai fascisti. Ora il mio paese ha messo una tassa su tutti i film prodotti fuori dagli Usa. E’ inaccettabile, non è solo un problema americano ma globale. Dobbiamo organizzarci e protestare”». Sul quotidiano Libération è uscito un appello di 380 artisti, tra cui Almodovar e Richard Gere, Susan Sarandon e Ralph Fiennes, contro «il genocidio» di Gaza.
  • L’onda azzurra sugli Internazionali di tennis di Roma non si ferma. Ieri Jasmine Paolini ha conquistato la semifinale battendo in rimonta la russa Diana Snaider (6-7, 6-4, 6-2: nota negativa il tifo antisportivo contro quest’ultima), mentre Lorenzo Musetti e Jannik Sinner approdano ai quarti dopo le vittorie su Medvedev (7-5, 6-4, dopo una pausa di tre ore causa temporale sul match point) e Cerundolo (7-6, 6-3). Il primo trova (stasera, ore 20.30) Alexander Zverev, numero 2 al mondo e vincitore lo scorso anno a Roma, mentre Sinner attende domani il vincitore del match fra Casper Ruud e Jaume Munar. Anche Paolini in campo domani, contro la statunitense Peyron Stearns.

 

Da leggere

L’intervista di Daniele Dallera e Venanzio Postiglione a Massimo Moratti che dice: “Il cardinale Martini mi chiese di fare il sindaco di Milano, mi sento ancora in colpa per avergli disobbedito”.

L’intervento di Gian Antonio Stella “Pacchi pubblici e ludopatia”.

Nel podcast «Giorno per giorno» si parla di vertice in Turchia sull’Ucraina, del viaggio di Trump in Arabia Saudita e della condanna di Depardieu con Marco Imarisio, Viviana Mazza e Stefano Montefiori.

 

Il Caffè di Gramellini
Una ragione per Chiara

La splendida intervista di Candida Morvillo a Chiara Tramontano è un breve trattato sul senso di colpa. Chiara non si dà pace per avere tolto il saluto alla sorella maggiore, poche settimane prima che Giulia venisse uccisa da Impagnatiello, cioè dalla causa del loro litigio (Giulia voleva ancora salvare quella relazione sentimentale che Chiara, con la lucidità di chi osserva le cose dall’esterno, capiva invece essere irrimediabilmente compromessa, anche se nemmeno lei poteva immaginare fino a che punto).

Sembra un paradosso: le persone a cui vuoi più bene sono quelle con cui hai il dovere di essere più sincera, ma spesso è proprio la sincerità a determinare una rottura momentanea. E se durante quel lasso di tempo la persona amata muore, vieni investita da un senso di colpa forte quanto il legame che hai perduto. Non basta trasferirti all’estero, come ha fatto Chiara, per togliertelo di dosso. Torto o ragione non hanno più alcuna importanza. Anzi, il fatto di avere avuto purtroppo ragione aggiunge al senso di colpa quello di impotenza. Il problema non è perdonare, ma perdonarsi. Mentre leggevo l’intervista, mi sono sorpreso a parlare a voce alta con questa ragazza in cui molti non faranno fatica a identificarsi. Le avrei voluto ricordare ciò che dicono coloro che ci sono già passati. Che quel dolore cupo non la lascerà mai del tutto. Ma che se lei avrà la forza di attraversarlo, prima o poi fiorirà e si trasmuterà in dolcezza.

Grazie per aver letto Prima Ora e buon mercoledì

(Questa newsletter è stata chiusa alle 2.15)

 

 

testata
martedì 13 maggio 2025
Perché i detenuti stanno fuori, l’omertà sulle molestie, la tassa occulta, l’altro nemico dell’Ucraina, la bolletta della Nato, la Cinebussola
Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy walks before a press conference in Kyiv, Ukraine, Tuesday, May 13, 2025. (AP Photo/Evgeniy Maloletka) Associated Press / LaPresseOnly italy and spainIl presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha promesso di combattere la corruzione (E. Maloletka/Lapresse)
editorialista
di   Elena Tebano

Bentrovati.

 

Lavoro e carcere Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha detto, riferendosi al caso di Emanuele De Maria, detenuto che aveva il permesso di lavorare all’esterno e che è tornato a uccidere: «È difficile spiegare alla gente perché fosse fuori». Alessandro spiega che non è poi così difficile capire le ragioni per cui lavorasse fuori dal carcere – anche se proprio quello dovrebbe essere il ruolo dei politici – e soprattutto ricorda che non basta un caso per rimettere in discussione un sistema che funziona e che protegge i cittadini, molto di più della linea dura.

L’omertà sulle molestie Il caso dell’ospedale di Piacenza e del primario accusato di aver molestato per anni le sue sottoposte è sconvolgente. Ci sembra impossibile che sia potuto andare avanti per anni. Ma il fatto che le vittime e i loro colleghi non denuncino è una questione di potere. E quindi un fallimento istituzionale.

La tassa occulta Il governo ha tagliato l’Irpef per i redditi più bassi. Ma nel complesso le tasse, soprattutto per il ceto medio, sono aumentate, scrive Federico Fubini nella sua newsletter Whatever it Takes (ci si iscrive qui). E questo aiuta a spiegare perché, anche se la finanza pubblica e l’occupazione vanno bene, il lavoro in Italia è sempre più povero.

Nemico interno A poche ore dall’incontro di giovedì in Turchia sul conflitto in Ucraina, sembrano poche le speranze che per Kiev si aprano le porte della Nato. In compenso, potrebbero aprirsi quelle dell’Unione europea. Anche in questo caso, però, sul percorso non mancano gli ostacoli. Uno, in particolare: la corruzione. Ce ne parla Luca.

La bolletta della Nato Prende forma il meccanismo per fissare la spesa militare dell’Alleanza Atlantica al 3,4-3,5% del Prodotto interno lordo, un processo innescato dalle pressioni di Donald Trump e che pone all’Italia questioni politiche e di bilancio non indifferenti: ne parla Giuseppe Sarcina nella sua nuova rubrica Off the Record, in cui mette a frutto tutta la sua esperienza e i contatti di ex corrispondente da Bruxelles e Washington.

La CinebussolaNottefonda di Giuseppe Miale Di Mauro racconta il dolore di due uomini in una Napoli senza speranze. Il film, spiega Paolo Baldini, è la prima opera cinematografica del collettivo Nest (Napoli Est Teatro), fondato tra gli altri da Di Leva e Papaleo nel cuore (selvaggio) di San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più problematici di Napoli.

Buona lettura!

Se vi va, scriveteci.

Gianluca Mercuri gmercuri@rcs.it
Luca Angelini langelini@rcs.it
Elena Tebano etebano@rcs.it
Alessandro Trocino atrocino@rcs.it

Rassegna penitenziaria

Benefici e misure alternative, non basta un caso De Maria per metterli in dubbio

editorialista

Alessandro Trocino

È comprensibile che Himanshu, marito di Arachchilage Dona Chamila Wijesuriya, la donna trovata morta al Parco Nord di Milano, si chieda perché il presunto killer Emanuele De Maria fosse libero. Non si può sindacare la rabbia di un parente, di una persona che ha perso un proprio caro. Persino le parole più odiose che sanno di vendetta devono essere accettate e lasciate decantare, insieme alla rabbia. Molto meno accettabile e comprensibile che siano politici. O, peggio, che sia un politico di centrosinistra, e sindaco, come Giuseppe Sala, a esprimere riserve. A seminare il sospetto che ci sia stato un errore nella concessione di un beneficio o, peggio, che sia un errore concederliin generale.

La vicenda è questa. De Maria ha ucciso una donna nel 2016 ed era stato condannato a 14 anni. L’accusa aveva chiesto 30 anni, ma avendo accettato il processo con il rito abbreviato, che comporta uno sconto di un terzo della pena, e non avendo aggravanti, è stato condannato a 14 anni, poi ridotti a 12 in appello. Da un anno e mezzo usciva di giorno dal carcere di Bollate per andare a lavorare in un hotel e tornava di notte, a dormire. È l’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario del 1975 a consentirlo, per detenuti che abbiano già scontato un terzo della pena o che abbiano già passato almeno cinque anni di detenzione. La condizione è che ci sia buona condotta e non ci siano elementi che facciano presumere problemi. A quel punto la direzione del carcere propone e il magistrato di sorveglianza decide se è il caso o meno, sulla base delle indicazioni di educatori e psicologi. Tutte le valutazioni sulla condotta di De Maria – che era stato prima a Rebibbia, poi a Secondigliano, infine a Bollate – erano positive. Nel novembre del 2023 De Maria ottiene un contratto a tempo determinato con un hotel di Milano e comincia a lavorare. Domenica, senza avvisaglie, ferisce gravemente un collega e uccide un’altra donna.

Il carcere di Bollate è considerato un modello tra gli istituti italiani. Ha un tasso molto elevato di attività rieducative e lavorative, un approccio che davvero si avvicina a quel che prescrive la Costituzione, ovvero la rieducazione del condannato, che oggi più laicamente chiamiamo reinserimento sociale. E ha un tasso molto basso di recidiva. Su 1.380 detenuti, oltre 700 lavorano. Duecento erano in articolo 21 e tra questi c’era De Maria.

Le reazioni politiche a destra hanno il riflesso giustizialista e repressivo che ci si poteva aspettare. Analizziamole. Il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri: «È incredibile che un femminicida abbia potuto fruire di permessi utilizzando i quali ha commesso altri gravissimi delitti. Le valutazioni della magistratura sono state evidentemente sbagliate». Due affermazioni che non corrispondono alla realtà (Forza Italia, tra l’altro, si presenta come destra liberale e moderata e non si capisce dunque cosa ci faccia Gasparri, capogruppo al Senato, che ha posizioni molto più vicine a Fratelli d’Italia e Lega). Non è per nulla «incredibile» che un femminicida possa fruire di permessi. Tutti i detenuti possono, se ci sono le condizioni di legge. E non si può desumere da quello che è successo, che le valutazioni dei magistrati fossero «evidentemente» sbagliate. I giudici non hanno la palla di vetro: si attengono alle valutazioni di educatori e psicologi, che a loro volta si basano su una previsione ragionevole, non infallibile. Il ministero di via Arenula, nel frattempo, starebbe valutando se mandare gli ispettori a Milano.

Ed ecco Sala, più sfumato, più ambiguo e forse per questo più grave: «Indubbiamente è difficile da spiegare ai cittadini come, dopo un omicidio, la condanna sia di 14 anni e dopo non molti anni il condannato possa uscire. Queste sono le leggi, per cui non saprei neanche che commento fare. Certamente è una questione». Non è difficile da spiegare, in realtà, se si vuole. Il rito abbreviato non è un’invenzione dei magistrati, ma una legge dello Stato. Si celebra davanti al gip, senza necessità di dibattimento, e serve a evitare allo Stato procedimenti lunghi e costosi. Non è difficile da spiegare neanche perché, dopo alcuni anni, un detenuto possa uscire sia pure solo di giorno: l’abbiamo scritto prima, dopo 5 anni o dopo aver scontato un terzo di pena si ha la possibilità di non essere liberi, ma di lavorare all’esterno, di giorno. Poi ci sono altre variabili: per esempio, gli ergastolani non possono uscire al lavoro prima di dieci anni. Sala dovrebbe saperlo. E probabilmente lo sa. Ma il populismo a fini di consenso è un virus che contagia trasversalmente destra e sinistra.

A questo punto possiamo però chiederci: non si poteva evitare? Non era meglio se restava in carcere De Maria? Una valutazione su un singolo caso, con il senno di poi, ha poco senso. È evidente che un nuovo omicidio, un nuovo fatto di sangue, colpisce, emoziona, ferisce tutta la collettività, oltre che i familiari della vittima. Ma non si può prescindere da un ragionamento che riguarda tutti i detenuti. I dati sono eloquenti (ne ha scritto anche, con la consueta precisione Luigi Ferrarella). Benefici (come il lavoro all’esterno) e misure alternative (come l’affidamento in prova, la semilibertà, la detenzione domiciliare) non sono regali ai detenuti. Non sono né perdonismo né buonismo. Sono strumenti che aiutano il reinserimento sociale. Che favoriscono una diminuzione della recidiva.

Al 15 marzo 2025 – riferisce l’associazione Antigone – risultavano 97.009 le persone che stavano eseguendo una qualche misura alternativa o usufruivano di benefici. Secondo i dati del ministero della Giustizia, al 31 dicembre gli ammessi al lavoro all’esterno erano 898. La media delle revoche degli articolo 21 – per qualche infrazione – nel 2024 è stata dell’8,2 per cento. Quella per la commissione di nuovi reati solo dell’1,2 per cento. Insomma, una decina di loro ha commesso reati durante il periodo di lavoro all’esterno, contro 880 che hanno rinunciato al crimine (di questi, 139 hanno commesso infrazioni e sono tornati in carcere). Tra quei 10, simbolicamente, il peggiore è stato De Maria. Degli altri 740 circa non sappiamo nulla. Le cronache non se ne occupano. Ma ci sono: escono e rientrano ogni giorno, lavorano, danno un senso all’espiazione della pena e provano a rimettersi in carreggiata.

Quello che conta qui è la recidiva, la possibilità che qualcuno che ha commesso un crimine, una volta uscito di galera dopo aver scontato la pena, ci ricaschi. Oggi il 69 per cento dei detenuti, una volta uscito, incappa in nuovi reati. La percentuale cala di molto tra chi fa una qualche forma di attività all’interno degli istituti ed è ammesso a uscire, sia pure parzialmente. Per la precisione, torna a delinquere il 17 per cento di chi ha usufruito di una misura alternativa e solo il 5 per cento di chi lavora all’esterno.

Detto così, dovrebbe essere chiaro a tutti, anche al sindaco Sala. Per un De Maria che commette un crimine orrendo, ci sono più di 90 ignoti che tornano a vivere. Non uccidono, non rubano, non spacciano. Lavorano. Se fossero stati chiusi a chiave in carcere, una volta usciti, con lo stigma del criminale e nessun percorso di reinserimento cominciato, sarebbero stati pronti a tornare al crimine.

Se in questi anni la popolazione carceraria è cresciuta, insieme ai suicidi, se la spirale repressiva di nuovi reati e aggravamenti di pene non si è interrotta, è perché c’è un perverso circolo vizioso tra opinione pubblica e politica. La prima è spinta dall’emotività, da un istinto primordiale di vendetta, dalla mancanza di informazioni e di conoscenza. I politici sono spinti da motivi più biechi: la ricerca di consenso. I politici di destra, strutturalmente legati a questa logica, ma anche certi esponenti di sinistra, che provano a rincorrere i giustizialisti. Finché non si spezzerà questa spirale, resteremo sempre al Medioevo della giustizia, fornendo ai cittadini l’illusione che la linea dura, il carcere senza speranza, sia il modo migliore per proteggerli.

Rassegna dei diritti

Le molestie sessuali, l’omertà e il potere, da Piacenza a Depardieu

editorialista

Elena Tebano

«Un clima di forte omertà all’interno del reparto ha reso particolarmente complesse le indagini». Nel descrivere la situazione nel reparto di Radiologia diretto da Emanuele Michieletti, il primario dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto accusato di violenza sessuale aggravata e atti persecutori sul lavoro, la Procura di Piacenza ha usato un termine che di solito riserviamo ai contesti mafiosi. È questo l’aspetto della vicenda che lascia più sconcertati e continua a interrogarci tutti (ne ha scritto sul Corriere Elvira Serra): come è possibile che nella civilissima Emilia Romagna per 15 anni — secondo l’accusa il primo episodio di molestie risalirebbe al 2010 — sia potuta andare avanti una situazione del genere? Il nostro inviato Alfio Sciacca ha raccontato che nel reparto tutti sapevano del modus operandi del primario ma che «veniva minimizzato o dato per scontato». Alcune subivano, molte (e molti) sopportavano in silenzio la situazione e chi non lo faceva cambiava posto di lavoro, ma senza denunciare. Solo una dottoressa in 15 anni si è rivolta alla polizia. Un’altra donna, un’infermiera, lo ha fatto e poi ha ritirato la querela. Quanto alla direzione dell’Ausl, ha dichiarato di aver sostenuto subito la denuncia, ma non ha dato segni di aver avuto sentore prima di quanto stava succedendo.

 

Tutto questo mi ha fatto pensare a un video di Courtney Love del 2005. La cantante viene intervistata sul tappeto rosso della festa per il programma Comedy Central Roast e una giornalista le chiede se ha consigli per le giovani donne che vogliono iniziare a lavorare a Hollywood. Love esita. «Mi denunciano per diffamazione se lo dico» premette. E poi continua: «Se Harvey Weinstein vi invita a una festa privata al Four Seasons non andateci». All’epoca in pochi fuori da Hollywood hanno capito a cosa si riferisse. Ma quando nel 2017 è esploso il caso Weinstein e il produttore è stato accusato da numerose donne di molestie e stupri, è diventato chiaro a tutti. Anche in quel caso nel suo ambiente tutti conoscevano il modus operandi di Weinstein, sempre lo stesso (gli stupri avvenivano spesso nelle stanze d’albergo dove invitava le vittime per incontri di lavoro), ma nessuno lo aveva denunciato: ci sono volute le fenomenali inchieste giornalistiche di Jodie Kantor e Megan Twohey sul New York Times (e poi quella di Ronan Farrow sul New Yorker). Love, dopo l’emergere delle accuse contro Weinstein, ha scritto che era stata «eternamente bandita» da una delle più importanti agenzie di Hollywood per le sue parole di 12 anni prima.

Il fatto che le vittime di violenza (e i loro colleghi maschi e femmine che sanno) non denuncino ha sempre a che fare con il potere del molestatore o dello stupratore. Se è un uomo potente, le vittime sanno che accusarlo è molto rischioso: temono che verrà protetto dalle istituzioni per cui lavora (che in uno scandalo hanno molto da perdere), sanno che le loro parole potranno essere usate contro di loro e che i crimini sessuali sono molto difficili da provare in tribunale quando non lasciano segni fisici sul corpo. E che comunque vada a finire la loro carriera è a rischio. Se c’è una cosa che il caso Weinstein e il movimento #Metoo hanno provato è che anche per le donne privilegiate di Hollywood è difficile denunciare, figuriamoci per le altre.

Non solo, è la consapevolezza di avere potere — e quindi un certo livello di impunità — che spesso legittima gli aggressori sessuali ad agire. Gli uomini, “da che mondo è mondo”, pensano che arrivare ai vertici e al successo porti con sé anche un grado di licenza sessuale precluso agli altri. Come se includesse un diritto al sesso.

Gérard Depardieucondannato oggi per molestie sessuali sul lavoro nei confronti di due donne (e accusato in passato da un’altra ventina che hanno raccontato ai media francesi di aver subito le sue molestie), si è difeso dicendo di essere «un uomo di un’altra epoca» per cui certi comportamenti — come sussurrare oscenità alle colleghe o allungare le mani — erano normali. È stato difeso persino dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito le denunce contro di lui «una caccia all’uomo» e ha detto che l’attore «rende orgogliosa la Francia». È difficile mettersi contro a un uomo così riverito e così tanto capace di condizionare le scelte del cinema francese: il rischio è che nessuno ti assuma più. O addirittura la rovina finanziaria.

Sul caso Michieletti sono ancora in corso le indagini. Il procedimento giudiziario in corso permetterà di fare chiarezza. Forse verrà fuori che parte dei rapporti consumati da Michieletti sul luogo di lavoro erano consenzienti. Secondo la ricostruzione della Procura, il primario si poneva in modo seduttivo e sessuale nei confronti della maggior parte delle donne — tutte sue sottoposte — con cui lavorava. Ed era la prassi che allungasse «le mani sotto i vestiti». Per la legge italiana simili comportamenti sul lavoro, in particolare quando compiuti da una persona che è in posizione di potere, sono molestie sessuali. La legge parte dal presupposto che una donna (o un uomo) che riceve simili richieste da un superiore non è davvero libera di rifiutarle, perché il suo no incide pesantemente sulla sua situazione lavorativa. Sempre secondo la ricostruzione della Procura, le donne che rifiutavano le molestie di Michieletti venivano «punite» con turni disagiati, ferie negate o rinviate. Un primario — soprattutto uno che dirige per anni nello stesso reparto — ha inoltre un enorme potere sulla carriera dei medici suoi sottoposti. Molte donne in questa situazione sentono di non avere scelta se non sopportare. Medici e infermieri del reparto hanno raccontato a Sciacca di non aver osato metter in discussione il sistema di potere di Michieletti perché «era un personaggio troppo protetto, anche a livelli molto alti».

 

Vuol dire che le molestie da parte dei potenti sono inevitabili? No. Ma perché siano evitabili deve muoversi il contesto. Servono strutture interne che incoraggino le vittime a denunciare, la possibilità di segnalazioni anonime (che mettano al riparo da ritorsioni anche chi denuncia situazioni a cui ha assistito) e un clima istituzionale che non tolleri atteggiamenti di conquista sessuale sul lavoro. Servono istituzioni capaci di intercettare quello che «sanno tutti» e di intervenire per prevenire degenerazioni. Se davvero la situazione descritta dalla Procura piacentina è andata avanti per 15 anni è prima di tutto un fallimento istituzionale. Anche della civilissima Emilia Romagna.

 

Whatever it Takes
Ma le tasse sul lavoro sono scese? No, ce n’è una «invisibile»
editorialista
Federico Fubini

Non tutto dei destini del nostro Paese si decide ai tavoli negoziali di Bruxelles, di Washington, nelle fabbriche cinesi o ai trading desk di Wall Street e della City di Londra. Per fortuna, un’ampia parte del nostro benessere è ancora nelle nostre mani, dipende dalle nostre scelte. Ed è qui che sorgono alcune domande. Perché la finanza pubblica va bene, l’occupazione anche. Eppure il lavoro in Italia è sempre più povero, malgrado un taglio delle tasse sulla busta paga da 17,6 miliardi negli ultimi anni? Cos’è che non quadra? Esistono tasse invisibili, di cui non ci accorgiamo ma che paghiamo per far quadrare i conti dello Stato? Ed esiste un’anomalia italiana, nel confronto internazionale? La risposta, purtroppo, è un doppio sì: esistono tasse invisibili ed esiste un’anomalia italiana. Ed entrambi questi fattori contribuiscono a spiegare perché il lavoro in Italia sia così povero, mentre i conti dello Stato migliorano. Vediamo.

 

Il dato della Banca mondiale che vedete sopra riguarda un’inversione di tendenza dopo un quarto di secolo. In Italia almeno dai primi anni ’60, ma probabilmente da prima, si è sempre investito poco in ricerca e sviluppo. In proporzione alle dimensioni delle rispettive economie si investe su questa voce la metà rispetto alla media internazionale, quasi metà rispetto alla Francia, metà rispetto alla Cina, praticamente un terzo rispetto alla Germania e agli Stati Uniti. Naturalmente una ragione di fondo dei bassi salari è lì: poca innovazione nella vita d’impresa e nei prodotti, pochi posti di lavoro qualificati e produttivi; sono temi messi a fuoco ormai da tempo.

Poiché lo sono, penserete: cosa si sta facendo per rimediare? Be’, domanda sbagliata. La domanda giusta è: perché peggioriamo ulteriormente? La spesa in ricerca e sviluppo in Italia – nell’era di intelligenza artificiale, robotica, spazio, biotech, fintech, semiconduttori, quantum computing, batterie, auto elettriche, tecnologie verdi e molto altro – ha preso a diminuire dall’anno 2020. Per la prima volta da decenni, costantemente. Eurostat ci dice che ora è in calo almeno fino a tutto il 2023, giù ad appena l’1,31% del prodotto lordo (Pil). Siamo uno degli ultimi Paesi dell’Unione europea, dietro Ungheria e Grecia. Il Piano nazionale di ripresa (Pnrr) non sembra aver avuto effetto, anzi.

 

Da notare che invece la Cina ha reagito all’ondata di guerra commerciale durante il primo mandato di Donald Trump accelerando proprio su ricerca e sviluppo, dal 2018-2019, per rendersi autosufficiente per esempio sui semiconduttori; oggi controlla il sistema di intelligenza artificiale potenzialmente più avanzato al mondo, DeepSeek.
Anche gli Stati Uniti hanno accelerato nello stesso momento, per tenere la Cina a distanza. Noi invece deceleriamo sia in assoluto che, ancora di più, nel confronto con tutte le economie importanti. Uno si aspetterebbe che la premier e i ministri dell’Economia o delle Imprese perdano il sonno di fronte a un problema del genere, perché così si stanno gettando le basi di altri decenni di lavoro povero, nuova emigrazione e ulteriore erosione demografica dell’Italia.

Il governo sembra più occupato a intervenire direttamente nelle partite di potere del sistema finanziario. Quanto al resto, è soddisfatto di riuscire a tenere i conti pubblici relativamente in ordine: nel 2024 il deficit è calato al 3,4% del Pil dal 7,2% dell’anno prima, un risultato sicuramente notevole e prezioso. Anche il debito tutto sommato è sotto controllo. Già, ma come ci stiamo riuscendo? E come mai ci stiamo riuscendo malgrado un taglio alle tasse sulla busta paga da 17,6 miliardi nelle ultime manovre di bilancio? C’è realmente qualche tassa che non ha odore, né sapore, né colore – una tassa invisibile – ma che si paga lo stesso?

Per farsi un’ipotesi su cosa sta succedendo dobbiamo tenere presenti alcune grandezze che riguardano gli sviluppi nel Paese fra il 2021 e il 2024.

 

La prima è senz’altro positiva perché riguardail numero degli occupati, che negli ultimi quattro anni è cresciuto del 9,2% (oggi in Italia vivono oltre 24 milioni di persone che hanno un posto di lavoro, un record).

La seconda grandezza riguarda il volume totale espresso in euro delle buste-paga lorde del lavoro dipendente, cresciuto dell’11,5% (da 738 miliardi di euro nel 2021 fino a 823 miliardi di euro nel 2024, secondo l’Istat).

La terza grandezza poi è l’inflazione, cioè l’aumento medio del costo della vita accumulatosi negli ultimi quattro anni, del 17,6% (secondo il più comune indice Istat).

 

La quarta grandezza è invece l’aumento del gettito dell’Imposta sui redditi delle persone fisiche, l’Irpef, che è del 18,85% (da 198 miliardi di euro nel 2021 a 235,5 miliardi di euro nel 2024, secondo il Dipartimento delle Finanze)

 

A colpo d’occhio, in questa sequenza qualcosa non torna. Per esempio va chiarito perché il totale delle buste-paga lorde in Italia cresca solo dell’11,5%, anche se già gli adeguamenti dei contratti all’inflazione valgono circa il 10% e a ciò si dovrebbe aggiungere un altro 9,2% di occupati in più rispetto a quattro anni fa. In sostanza va chiarito perché il volume di salari e stipendi espresso in quantità di euro stia crescendo la metà di quanto uno si aspetterebbe. Probabilmente perché le persone che vanno in pensione avevano contratti molto più remunerativi rispetto ai nuovi assunti; dunque, il costo medio per dipendente in Italia tende a scendere in termini reali. Esce gente ben pagata, entra gente mal pagata. Siamo in piena deflazione salariale, in pieno lavoro povero. Così negli ultimi quattro anni il monte totale delle buste-paga in Italia è arretrato – ha perso il 6,1% – in proporzione al costo della vita malgrado oltre due milioni di lavoratori dipendenti in più.

 

Poi però c’è l’altro punto che, intuitivamente, non quadra. Se il monte buste-paga calcolato in euro è salito dell’11,5% dal 2021 e il governo ha persino tagliato l’Irpef sui redditi più bassi, perché allora il gettito dell’Irpef è aumentato persino più del monte delle buste-paga? Ricordo il numero, quest’ultimo è aumentato del 18,85% e cioè ha avuto un ritmo di crescita quasi doppio rispetto al totale buste-paga.

Questa è la stranezza che si spiega con la tassa invisibile. È il cosiddetto «fiscal drag», il «trascinamento fiscale» determinato dagli adeguamenti dei salari all’inflazione. Le aliquote sulla base delle quali si calcola l’Irpef in Italia infatti non salgono di pari passo con l’inflazione o con gli adeguamenti medi dei contratti di lavoro. Quelle restano, notoriamente, sempre fisse: gli scaglioni sono 23% fino a 28 mila euro di reddito, 35% da 28 mila a 50 mila e 43% oltre 50 mila. Ma durante questi quattro anni l’adeguamento delle buste-paga al costo della vita – per quanto parziale, molto parziale – ha spinto parecchie decine di miliardi di euro, forse fino a circa cento miliardi di euro soprattutto dei redditi medio-bassi, oltre le soglie e dentro gli scaglioni Irpef superiori.

 

Inoltre per lo stesso fenomeno milioni di famiglie hanno perso detrazioni automatiche, che diminuiscono al crescere del reddito espresso in quantità di euro. Ma appunto la crescita del reddito è solo apparente, perché l’inflazione intanto si è mangiata ben più degli aumenti da contratto. Mentre la crescita del prelievo Irpef, be’, quella è reale: in sostanza meno reddito, in compenso tassato di più.

Va sottolineato che questo fenomeno investe soprattutto la parte dei ceti bassi che perde le detrazioni previste fino a 15 mila euro e soprattutto i ceti medi che superano le soglie dei vari scaglioni, mentre chi è già ben sopra i 50 mila euro viaggia per lo più al riparo dalla “tassa invisibile”. Dunque da un lato le famiglie del ceto medio-basso hanno versato più Irpef, dall’altro hanno visto ridursi il potere d’acquisto delle loro buste-paga prima delle tasse.

 

Già, ma di quanto? La perdita di potere d’acquisto in Italia dal 2021 per il mancato pieno adeguamento dei contratti al costo della vita è del 7,2%: la terza maggiore fra i 37 Paesi Ocse. Resta da precisare un punto: quanto vale la “tassa invisibile”, quanto è elevato il prelievo da fiscal drag? Se il gettito Irpef nel 2024 è di 235 miliardi ed è salito del 7,35% più in fretta del monte buste-paga, la differenza di tasse versate in più è di 17,2 miliardi solo per l’anno scorso. Una tassa “invisibile” che vale quasi l’1% del Pil.

 

Lo so che la mia stima è grezza e che non è solo il lavoro dipendente a pagare l’Irpef, ma essa coincide con i calcoli ben più corretti degli economisti Marco Leonardi e colleghi. Ora, questa quantità di tasse risulta più o meno uguale a quella che il governo sottolinea di aver tolto ai redditi più bassi grazie al taglio del cuneo; ma nel frattempo per compensare aveva anche cancellato varie detrazioni sempre sui contratti. Dunque non è vero che il governo ha ridotto le tasse sul lavoro: complessivamente le ha alzate, soprattutto per i ceti medi. Infatti nel Documento di finanza pubblica 2025 appena pubblicato si nota il forte aumento delle imposte dirette e del totale delle entrate correnti nel 2024 in proporzione al Pil; mentre “Taxing Wages 2025” dell’Ocse mostra che l’Italia l’anno scorso ha avuto di gran lunga il più forte aumento del cuneo fiscale fra i 37 Paesi e siamo risaliti alla quarta posizione per prelievi più alti sulle buste paga. E il lavoro, a causa del basso investimento in ricerca, sviluppo e conoscenza, si impoverisce di suo.

Solo un’opposizione incredibilmente fuori fuoco rispetto alla situazione reale del Paese poteva non accorgersene e non dire alcunché. Intanto circa cinque milioni di contribuenti, spesso dotati di buoni patrimoni, sono al riparo dalla tassa “invisibile” perché pagano aliquote decisamente più basse e soprattutto piatte: dalle cedolari secche sugli affitti, all’eponima flat tax, alle rivalutazioni di società non quotate, ai redditi da capitale, ai “redditi dominicali” in agricoltura, ai catasti preistorici e si potrebbe continuare. Così in Italia il ceto medio del lavoro dipendente paga sempre di più aliquote da ricchi, mentre almeno alcuni ricchi pagano aliquote più simili a quelle da poveri. Lo so che suona populista. Si può essere d’accordo o no, qualcuno potrà persino svolgere rispettabili valutazioni per sostenere che c’è una logica economica. Ma questi sono i fatti. E la Costituzione italiana, all’articolo 53, dice che «tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Non è ancora stata emendata.

 

(Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Questo è il link per iscriversi)

Rassegna europea

Il macigno sulla strada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Ue

editorialista

Luca Angelini

Visto che gli Stati Uniti sembrano disposti a concedere alla Russia il no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato (ma con il Donald Trump dell’«incoerenza come metodo», come ha scritto Giuseppe Sarcina, mai dire mai), parrebbe esserci una ragione in più per aprire a Kiev almeno la porta dell’Unione europea. Perché è ormai chiaro che la questione dell’«allargamento a Est» dell’Ue non è più soltanto economica, ma geopolitica. Come avevano scritto Anna Osypchuk e Kristi Raik già in un documento del novembre 2023, «l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha spinto l’Unione europea a concedere all’Ucraina lo status di Paese candidato. Questo importante cambiamento nell’approccio dell’Ue è stato ampiamente considerato dagli Stati membri come un imperativo geopolitico. In effetti, questa volta il significato geopolitico dell’allargamento è più forte che mai. Un allargamento riuscito sarà una parte essenziale degli sforzi dell’Occidente per assicurarsi che alla Russia non sia permesso di imporre ad altri Paesi la sua sfera di influenza e la sua visione dell’ordine di sicurezza europeo».

 

Non sarebbe, in fondo, una novità, visto che, aggiungono, «gli allargamenti dell’Ue dopo la Guerra Fredda, tra il 1995 e il 2013, hanno avuto un forte sottofondo geopolitico, sebbene sia stato piuttosto nascosto e possa essere sembrato secondario all’epoca. Per la Finlandia, che ha aderito nel 1995, l’adesione all’Ue è diventata possibile dopo la fine della Guerra Fredda ed è stata un modo per ancorare saldamente il Paese all’Occidente dopo decenni di resistenza agli sforzi dell’Unione Sovietica per attirarla nel blocco orientale. Gli Stati baltici hanno ottenuto l’adesione sia all’Ue che alla Nato nel 2004 – motivate da considerazioni sia di sicurezza che economiche – e hanno visto la più stretta integrazione possibile con l’Occidente come un modo per salvaguardare l’indipendenza e ridurre l’influenza della Russia». Si può aggiungere che l’adesione alla Nato della Svezia e della Finlandia, che fino a prima dell’invasione russa in Ucraina non l’avevano mai messa all’ordine del giorno, ha seguito la stessa logica (non di espansione contro la Russia, ma di protezione dalla Russia).

 

Quel che è comprensibile non sempre, però, fa rima con fattibile. E, anche in questo caso, gli ostacoli non mancano.

Alcuni li mette in fila, in un intervento su Politico Europe, Mat Whatley, ex ufficiale britannico che aveva guidato la missione di monitoraggio in Donetsk per conto dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), dopo aver fatto parte anche di quella in Georgia. Uno che, insomma, l’Est europeo lo conosce bene. «Ammettere l’Ucraina nell’Ue rappresenta una sfida immensa – scrive Whatley – che rimodellerebbe completamente la struttura di bilancio dell’Unione e ne metterebbe a rischio l’unità, poiché il Paese diventerebbe immediatamente il principale beneficiario dei fondi dell’Ue». Insomma, la solidarietà con il Paese invaso potrebbe tramutarsi in ostilità verso il Paese neo-ammesso (una dinamica già vista all’opera in Polonia, con le proteste degli agricoltori contro le importazioni di prodotti ucraini).

C’è poi la questione della «gelosia» da parte di chi è da anni in lista d’attesa per entrare nell’Unione e si vedrebbe «scavalcato» da Kiev. Whatley ricorda che in Serbia, dopo 15 anni di limbo, un sondaggio del 2022 aveva mostrato che il 43% degli interpellati avevano perso la speranza di entrare a far parte dell’Unione (certo non aiuta – ma è indicativo – che il presidente serbo Aleksandar Vučić fosse sul palco con Putin, a Mosca, per la parata del 9 maggio). E molti dei vicini balcanici della Serbia hanno iniziato a chiedersi se Bruxelles stia ancora seriamente pensando all’espansione.

 

L’ostacolo principale, però, secondo Whatley è un altro e si chiama corruzione. In proposito ricorda che l’ex presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker nel 2023 osservò che l’Ucraina non era pronta per l’adesione a causa di problemi legati allo Stato di diritto e alla corruzione: «Chiunque abbia avuto a che fare con l’Ucraina sa che è un Paese corrotto a tutti i livelli della società». Del resto, giova forse ricordare che Volodymyr Zelensky aveva stravinto le Presidenziali del 2019 (con il 73,23% al ballottaggio) proprio come paladino della lotta alla corruzione.

«Nonostante le numerose riforme – scrive però Whatley – questo problema persiste in modo ostinato. Un sondaggio del 2024 condotto dall’Agenzia Nazionale per la Prevenzione della Corruzione ha rilevato che il 90% degli ucraini ritiene che la corruzione sia ancora diffusa e la maggior parte dice che sta peggiorando. Un numero sempre maggiore di ucraini considera la corruzione una minaccia maggiore dell’aggressione militare russa».

 

Per questo Whatley ritiene che una «corsia preferenziale» per l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue potrebbe essere dannosa sia per la prima che per la seconda. Se, anche dopo l’ammissione, la corruzione continuasse come prima, la fiducia degli ucraini nell’Unione crollerebbe rapidamente. «Inoltre, la fretta nel processo di ammissione dell’Ucraina rischia di importare una corruzione sistemica e su larga scala nell’Unione e indebolirla dall’interno, oltre a peggiorare gli attriti tra i Paesi membri. L’Ungheria ha ripetutamente paralizzato il processo decisionale dell’Ue come ritorsione per aver trattenuto i suoi fondi a causa di problemi legati allo Stato di diritto. E se questi standard venissero considerati flessibili nel caso dell’Ucraina, ciò non farebbe altro che inasprire ancora di più rapporti già tesi. In un periodo di crescente aggressività russa e con una Casa Bianca sempre più imprevedibile, indebolire gli standard interni dell’Ue per un gesto simbolico non serve né all’Unione, né all’Ucraina».

Forse per la sua formazione militare, Whatley conclude che «il percorso da seguire non richiede né reazioni impulsive né ingenuo ottimismo, ma un sostegno costante e condizionato allo sforzo bellico dell’Ucraina, rafforzando le sue difese e assicurando che essa entri in qualsiasi negoziato futuro da una posizione di massima forza».

 

D’altro canto, però, anche il mancato accesso all’Ue o tempi lunghissimi per ottenerlo potrebbero provocare una crisi di rigetto negli ucraini. Trovare il giusto mezzo, insomma, non sarà facile. Osypchuk e Raik condividono che «la prospettiva di adesione deve essere credibile e realizzabile, a differenza del fallimento della politica di allargamento verso i Balcani occidentali negli anni passati. Questo non significa una corsia preferenziale; l’Ucraina deve soddisfare le condizioni». Pensano però che, oltre a rafforzare le difese del Paese contro l’aggressione esterna, sarebbe utile rafforzare quelle contro l’«aggressione interna» portata dalla corruzione. Come? Stringendo un’alleanza con l’opinione pubblica. «Gli ucraini stanno lavorando duramente per adempiere alla loro parte di riforme necessarie e agli obblighi (sforzi riconosciuti anche dal Consiglio d’Europa, che non fa parte delle istituzioni Ue, ndr). È importante sottolineare che l’adesione all’Ue, così come le riforme che essa richiede, sono desiderate non solo dal governo ucraino, ma anche dalla società civile e dalla popolazione in generale. In molti casi, quindi, la società civile ucraina sta agendo come cane da guardia nei confronti del governo. Il soddisfacimento delle condizioni per l’adesione all’Ue e l’attuazione delle riforme necessarie sono visti dagli ucraini non come semplici formalità, ma come elementi indispensabili per il movimento del Paese verso uno Stato basato su regole, prospero e sicuro».

Certo, se gli ucriani potessero smettere di combattere sul fronte militare, meglio potrebbero affrontare la lotta alla corruzione, come sottolineato anche dall’Ocse in un rapporto pubblicato pochi giorni fa: «Dopo la rivoluzione di Euromaidan del 2013-2014 e l’invasione della Crimea e del Donbass da parte della Russia, l’Ucraina ha riformato in modo significativo il proprio quadro anticorruzione per combattere quelli che erano i livelli storicamente elevati di corruzione nel Paese. La percezione della corruzione rimane molto alta, ma è migliorata dal 2013 e le esperienze di corruzione autodichiarate dai cittadini sono diminuite drasticamente. Sulla spinta delle richieste dell’opinione pubblica e delle aspirazioni all’adesione all’Ue, l’Ucraina ha migliorato la trasparenza, rafforzato la responsabilità e promosso l’integrità attraverso open data, digitalizzazione dei servizi pubblici, organismi anticorruzione indipendenti, riforme della finanza politica e decentramento. Gli indicatori di integrità pubblica (Pii) dell’Ocse collocano l’Ucraina al di sopra della media Ocse in molte aree (strategia, gestione dei conflitti di interesse, finanziamenti politici, gestione del rischio di corruzione); si prevedono ulteriori progressi una volta che le restrizioni previste dalla legge marziale non saranno più necessarie o quando entrerà in vigore la legislazione pertinente (ad esempio, sul lobbismo)».

 

L’elenco delle cose da fare rimane lungo. Andrebbero fatte in fretta, ma più importante ancora è che vengano fatte bene. Per evitare che anche l’immane opera di ricostruzione, quando presto o tardi le armi taceranno, diventi una manna per i corrotti e una beffa per tutti gli altri.

 

Off The Record
La «bolletta» Nato per l’Italia: 4 miliardi per sette anni
editorialista
Giuseppe Sarcina

Donald Trump ha ottenuto con una certa facilità che i Paesi della Nato si impegnino a spendere per la «sicurezza» il 5% del prodotto interno lordo.

La percentuale è divisa in due parti.

Il 3,4-3,5% rappresenta l’esborso per le forze armate: ordigni, mezzi militari, stipendi per soldati e ufficiali.
Il restante 1,5% verrà raggiunto conteggiando altre voci non strettamente legate all’assetto bellico, per esempio la protezione delle infrastrutture strategiche (centrali di energia, cavi sottomarini eccetera) e tutto il capitolo della «cyber security».

In questi giorni i ministri stanno discutendo sui meccanismi concreti per far funzionare il nuovo schema. Un passaggio importante è in calendario per il 14 e il 15 maggio, ad Antalya, in Turchia, dove si riuniranno i ministri degli Esteri. Per gli Stati Uniti è atteso il Segretario di Stato, Marco Rubio.

Il confronto partirà da uno schema ormai largamente condiviso e articolato sostanzialmente in due punti.

Primo: il nuovo obiettivo del 3,4-3,5%, quello strettamente militare, dovrà essere raggiunto entro il 2032, cioè 7 anni a partire dal prossimo vertice dei leader Nato che si terrà all’Aja, in Olanda, il 24 e 25 giugno. È una tabella di marcia più serrata rispetto a quella fissata nel 2014, in Galles, sempre dai capi di Stato e di governo dell’Alleanza. Allora, con Barack Obama alla Casa Bianca, si decise di lasciare dieci anni per raggiungere la soglia del 2%. Oggi ancora nove Paesi, tra i quali l’Italia, sono sotto quella percentuale.

Il secondo punto è altrettanto delicato. L’idea è di aggiungere delle scadenze annuali all’interno del percorso in sette anni. Ogni dodici mesi, quindi, ogni Stato dovrà spendere lo 0,2% del prodotto interno lordo.

Quanto costerà all’Italia la «bolletta» della Nato? Se consideriamo i valori attuali del prodotto interno lordo, possiamo rispondere: circa 4,3 miliardi di euro per sette anniIl totale è pari ad oltre 30 miliardi di euro. L’ultima manovra di bilancio ha stanziato  31,2 miliardi per la Difesa (anno 2025), pari all’1,57% del pil. Il governo conta di arrivare al 2% includendo capitoli finora non calcolati, come le uscite per la Guardia Costiera, parte dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

I nuovi parametri saranno presentati agli uffici della Nato nel summit di giugno. Poi da lì comincerà un altro percorso, molto impegnativo per il nostro Paese.

La Commissione europea offre la possibilità di sforare i vincoli previsti dal patto di stabilità, in particolare il tetto del deficit, ora fissato al 3% del pil. Bruxelles consente di arrivare fino al 4,5% per finanziare la spesa per gli armamenti. Sedici Paesi Ue hanno già attivato questa clausola di salvaguardia. Il governo guidato da Giorgia Meloni non ha ancora deciso. I ministri degli Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto, chiedono di cogliere l’opportunità offerta dalla Ue. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, teme che il debito dell’Italia sia già troppo alto per aggiungerne ancora.

 

La Cinebussola
I dolori degli uomini in una Napoli notturna e disperata
editorialista
Paolo Baldini

Nell’abisso di dolore in cui Ciro è precipitato dopo la morte della moglie, Carmine l’amico di sempre è l’unico che può dargli una mano. Il loro è un rapporto a specchio. Ciro non riesce a elaborare il lutto e si perde, Carmine sceglie strade pericolose per sopravvivere. Vicino alla follia, Ciro (Francesco Di Leva) vaga di notte in una Napoli di cavalcavia, malaffare e luci deboli insieme al figlio tredicenne Luigi (Mario Di Leva, vero figlio di Francesco). Cerca l’auto rossa che ha travolto la donna: rintracciare un colpevole, crede, potrà dargli il sollievo che sta cercando. Mentre Carmine (Adriano Pantaleo, il bimbo prodigio di Io speriamo che me la cavo e della serie Amico mio) vuole vendicarsi di colui che ritiene la causa del suicidio del suocero. Il dramma di Ciro è alla base di Nottefonda, opera prima di Giuseppe Miale Di Mauro, con l’etichetta del collettivo Nest (Napoli Est Teatro), fondato tra gli altri da Di Leva e Papaleo nel cuore (selvaggio) di San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più problematici di Napoli.

Nottefonda è il primo progetto della compagnia appositamente pensato per il cinema, sul modello di quello realizzato all’inizio degli Anni Novanta dai Teatri Uniti con Morte di un matematico napoletano di Mario Martone. Il punto di partenza è il romanzo di Miale di Mauro La strada degli americani. Ciro è un uomo alla deriva: ha perso il lavoro di elettricista, vive in casa con l’anziana madre (Dora Romano), con cui ha un rapporto problematico, straziante, post edipico. Vaga tra strade malmesse, angoli portuali, autogrill male illuminati. Seppellisce i cani uccisi nei combattimenti clandestini. Da tempo fatica ad alzarsi dal letto la mattina, colpito da una grave decompressione dell’anima. Fuma il crack per alleviare il dolore. Sopravvive tra sogno e realtà e neanche la possibilità di un’occupazione finalmente adeguata alle sue competenze e il fugace incontro con una giovane vicina di casa, cassiera di un Luna Park (Chiara Celotto), lo aiutano a rimettersi al mondo. L’unico con cui riesce a intrecciare un rapporto è Luigi.

Ciro teme di perdere l’unico bene che gli è rimasto. Ma per tutto il film, in quell’estenuante vagabondare, si fatica a capire chi sta proteggendo l’altro. Con le musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, la cinepresa di Miale di Mauro scava nella disperazione di Ciro, tracciando con i suoi incubi e i suoi fantasmi un viaggio dal buio alla luce, disegnando un percorso che è coraggiosamente e intensamente cinematografico rispetto a una storia forse più letteraria e teatrale. L’armonia tra gli interpreti, frutto di una lunga frequentazione artistica, è evidente e fornisce al film un valore aggiunto. Di Leva è ormai l’attore italiano che con Servillo meglio incarna il profilo e l’anima di Napoli, con le sue maschere, le sue ferite, i suoi smarrimenti.

NOTTEFONDA di Giuseppe Miale Di Mauro
(Italia, 2024, durata 92’, Luce Cinecittà)

con Francesco Di Leva, Mario Di Leva, Adriano Pantaleo
Giudizio: 3+ su 5
Nelle sale

testata
martedì 13 maggio 2025
Donald d’Arabia
President Donald Trump and Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman speak during a coffee ceremony at the Royal Terminal of King Khalid International Airport in Riyadh, Saudi Arabia, Tuesday, May 13, 2025.(AP Photo/Alex Brandon) Associated Press/LaPresse
editorialista
di   Andrea Marinelli

Buongiorno,

 

questa mattina il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato accolto al Terminal Reale dell’aeroporto Re Khalid di Riad dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (sopra, nella foto Afp di Alex Brandon, i due insieme). È iniziato così il viaggio mediorientale del leader americano, il primo ufficiale da quanto è tornato alla Casa Bianca, a parte quello di poche ore a Roma per il funerale di papa Francesco: nei prossimi quattro giorni visiterà anche il Qatar, dove potrebbe incontrare anche l’ostaggio israeloamericano liberato ieri da Hamas, e gli Emirati Arabi Uniti.

Non è esclusa però anche una tappa a Istanbul, giovedì, dove ha «convocato» Vladimir Putin, che per ora non ha risposto all’invito. «Diremo chi andrà a Istanbul quando sarà il momento», ha fatto sapere il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. Di certo, però, ci sarà il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che persegue nella strategia adottata dopo il burrascoso incontro alla Casa Bianca: da un lato accetta le richieste di Trump che lo spinge a trattare; dall’altro chiama il gioco di Putin, lasciando il cerino acceso in mano all’acerrimo rivale per dimostrare chi è il principale ostacolo alla pace.

Di certo, l’atterraggio di Trump in Arabia Saudita segna l’inizio di una fase che potrebbe rivelarsi decisiva per i conflitti in corso e per il futuro del nostro Pianeta. «È un ritorno storico nella regione», ha reso noto la Casa Bianca. Non ci resta che osservare quello che accadrà nei prossimi giorni.

Buona lettura.

La newsletter America-Cina è uno dei tre appuntamenti de «Il Punto» del Corriere della Sera. Potete registrarvi qui e scriverci all’indirizzo: americacina@corriere.it.

1. Trump e il metodo dell’incoerenza

editorialista

Giuseppe Sarcina

La Casa Bianca resta il crocevia, piuttosto affollato, della politica e dell’economia mondiali. Non solo proclami, minacce. Ma anche trattative e mediazioni concrete. La lista dei dossier è lunga. I dazi e la Cina; Putin e Zelensky; gli europei e la Nato; Gaza, Hamas e Netanyahu; il nucleare e l’Iran; l’Arabia Saudita e, ancora, Israele; la Siria; l’India e il Pakistan. Donald Trump si presenta come il leader dell’«America First»: prima di tutto gli interessi degli Stati Uniti. Potrebbe, quindi, sembrare sorprendente ritrovarlo, dopo tre mesi al potere, non in uno splendido isolamento nello Studio Ovale, bensì invischiato in un groviglio internazionale che ha pochi precedenti.

President Donald Trump walks with Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman during an arrival ceremony at the Royal Terminal of King Khalid International Airport in Riyadh, Saudi Arabia, Tuesday, May 13, 2025.(AP Photo/Alex Brandon) Associated Press/LaPresseL’Air Force One del presidente americano all’aeroporto di Riad (foto Ap/Alex Brandon)

Forse tutto ciò è proprio il risultato più logico della sua strategia, se così vogliamo chiamare la sequenza di strappi, oscillazioni, fughe in avanti e precipitose retromarce cui abbiamo assistito finora. Con una morale semplice quanto evidente: nessuno, neanche il capo della maggiore potenza del pianeta può illudersi di poter controllare tutte le variabili in campo. Si può dire, per esempio, che Trump sia stato trascinato di peso al tavolo del negoziato sui dazi con Pechino da Wall Street, dove il 62% di americani investe i risparmi, e dalla grande distribuzione, atterrita dalla prospettiva di scaffali vuoti e prezzi alti.

La versione trumpiana del pragmatismo, estremo fino a confinare con il cinismo, non considera l’incoerenza, la volubilità come prove di inaffidabilità, ma anzi, le interpreta come dei vantaggi competitivi. L’Ucraina è un caso esemplare. Il percorso di «The Donald» è tuttora funambolico. Prima ha maltrattato Zelensky a Washington, poi lo ha «confessato» a San Pietro e ieri gli ha intimato di andare senz’altro a Istanbul, giovedì 15 maggio, dove, ha fatto sapere, potrebbe palesarsi anche lui per incontrare Putin.

Trump sembra cercare un qualsiasi punto di equilibrio tra le parti. Anche se gli ucraini dovranno rinunciare a territori sottratti con la forza e rimanere potenzialmente esposti ad altri attacchi russi. Nessun americano accetterebbe una soluzione così iniqua. Ma, visto che si parla degli ucraini, per Trump non è un problema. A meno che Putin non tiri troppo la corda o gli europei non riescano a convincere l’ex costruttore newyorkese che la sicurezza futura dell’Ucraina è cruciale per l’interesse (questa è la parola magica) dell’intero Occidente.

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2. Il (non) ritiro dell’America

editorialista

danilo Taino

Un po’ si è riattivata l’amigdala nel cervello, un po’ Putin e Netanyahu sono andati lunghi nella loro presunzione, fatto sta che i primi cento giorni di Trump Due alla presidenza sono finiti ed è iniziata una fase diversa. Nella quale torna chiaro che la Casa Bianca è, chiunque la abiti, il governo del Paese più rilevante nel mondo: quello che fa ha un impatto che non si può accogliere unicamente con gemiti e lamenti. Non solo: per quanto spesso Donald Trump risulti illogico, sgradevole e minaccioso, non sempre ciò che fa produce disastri; produce cambiamenti, nel male e nel bene. Per confrontarsi con lui, servono occhi asciutti e nervi saldi.

 

L’amigdala, quella parte di cervello che regola la paura, è stata disinnescata per anni e anni sui mercati finanziari: ogni volta che c’era una crisi, le maggiori banche centrali intervenivano, immettevano grandi quantità di denaro sui mercati, abbattevano i tassi d’interesse. Tutti capivano che c’era una rete di sicurezza, non importa quale fosse la realtà della crisi, e i timori sparivano. Senza volerlo, con la bordata di dazi del Liberation Day del 2 aprile, Trump ha riattivato l’amigdala e sui mercati è tornata una paura vera: panico e vendite sui titoli prezzati in dollari.

Questa reazione, a sua volta, ha spaventato il presidente americano: ha sospeso fino all’8 luglio i dazi reciproci a tutti i Paesi, Cina esclusa. È diventato chiaro quello che forse lo era fin dall’inizio: Washington punta a imporre tariffe sulle importazioni del 10% in via generale, tutto ciò che va oltre è materia di trattativa, compresi i casuali e assurdi balzelli esorbitanti imposti per pochi giorni su Paesi amici e isole di pinguini.

 

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3. Donald convoca Putin a Istanbul

editorialista

Marta Serafini

inviata a Kiev

Tutti a Istanbul giovedì? Sarebbe bello. L’unico confermato però, per il momento, è Volodymyr Zelensky. Ma se — e il se è d’obbligo — Vladimir Putin dovesse accettare l’invito del leader ucraino a incontrarsi, allora anche il presidente Donald Trump potrebbe arrivare nella città turca a incassare il merito della mediazione togliendo al padrone di casa, il presidente Recep Tayyip Erdogan, lo scettro di re dei mediatori.

 

Mosca boccia l’«ultimatum» E Trump: forse vado a Istanbul

Ipotesi, per il momento. La strada verso il primo incontro dall’inizio della guerra tra i due nemici — si sono visti solo una volta nel 2019 — è tutta in salita. E non a caso Donald Trump, in partenza per l’Arabia Saudita, pur sottolineando i numerosi impegni, annuncia di aspettarsi la presenza dell’amico Putin senza darla per scontata e butta lì un «Sto pensando di andare a Istanbul». Tanto più che il Cremlino ha respinto l’«ultimatum» lanciato da Kiev e dai suoi alleati europei che chiedono una tregua di 30 giorni in Ucraina prima dei colloqui di pace. «Un linguaggio inaccettabile per la Russia, inappropriato», tuona il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov durante il suo briefing quotidiano.

Mosca non accetta che sia Kiev a dettare i tempi. Ma non tutto è perduto: se Zelensky fa sapere che sarà in Turchia in ogni caso e parla di «strano silenzio» da parte di Mosca, alla domanda sulla composizione della delegazione russa a Istanbul, Peskov tiene le carte coperte con un secco «no comment». Tattiche che i giocatori di scacchi e quelli di poker conoscono bene.

La posta è sempre la stessa. Alla richiesta di resa dell’Ucraina, il no all’ingresso di Kiev nella Nato e la rivendicazione dei territori occupati, ora si aggiunge anche la clausola posta dagli alleati di una trattativa che parta da un cessate il fuoco di 30 giorni. «Ci deve essere una tregua», insiste l’Alto rappresentante, Kaja Kallas che accusa la Russia di «giocare» mentre gli attacchi notturni russi contro l’Ucraina continuano nella regione di Sumy, colpita da un centinaio di droni, con un morto e tre feriti.

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4. Il gelo di Mosca raffredda la possibilità di un incontro con Zelensky
editorialista
Marco Imarisio
inviato a Mosca

La scommessa dei suoi fedelissimi è sul silenzio. Alla ripresa dei lavori parlamentari, dopo vacanze lunghe un mese, i deputati di Russia Unita, il partito del presidente, sostengono che «Lui» non si degnerà di rispondere all’ultima uscita di Volodymyr Zelensky, il quale ha detto di aspettarlo a Istanbul, a patto che prima accetti il cessate il fuoco di durata mensile che gli è stato proposto dalla «coalizione dei volonterosi» d’Europa in visita a Kiev. «Ammesso e non concesso che ci saranno dei negoziati», dice il vicepresidente della Camera alta Kostantin Kosachev, «l’iniziativa spetta a noi, perché a quel che mi risulta, non è chi sta perdendo che deve porre le condizioni preliminari».

 

Russian President Vladimir Putin, left, speaks with Stanislav Voskresensky, the Governor of Ivanovo region, right, during their meeting at the Kremlin in Moscow, Russia, Monday, May 12, 2025. (Alexander Kazakov, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)Vladimir Putin ieri con il governatore della regione di Ivanovo, Stanislav Voskresensky (foto Ap/Alexander Kazakov)

Giorno di pioggia, vento gelido e dilemmi che nessuno si azzarda a sciogliere. I deputati che si considerano meno distanti dal vero potere sostengono che Vladimir Putin ha deciso di tenere la conferenza stampa di sabato notte senza avvisare nessuno. Soltanto un messaggio al fedele Dmitry Peskov, affinché convocasse i giornalisti autorizzati a seguire il Cremlino. Nient’altro. Le «dichiarazioni importanti» che avrebbe fatto il presidente erano sconosciute anche al suo portavoce. È una versione confermata anche dai media russi meglio introdotti, che la dice lunga sul grado di condivisione delle decisioni da parte del presidente russo.

Andare o non andare, tregua e negoziati oppure negoziati e poi tregua? La prima opzione sembra esclusa, anche se una eventuale presenza di Donald Trump potrebbe essere l’ennesima variabile di questa tormentata trattativa preliminare. La voce dei peones parlamentari, e anche quella dell’opinione pubblica, considera improbabile la possibilità di un dialogo diretto tra i due presidenti: tra protocolli di sicurezza e controlli sul posto, ci vogliono settimane per preparare un viaggio di Putin all’estero. Inoltre, come dice lo stesso Kosachev, ci vuole tempo anche per preparare i dossier sui quali poi discutere, senza dimenticare che «stiamo parlando di due uomini che si detestano dal profondo del cuore».

 

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5. C’è tregua sui dazi fra Usa e Cina, ma «l’Ue è più cattiva di Pechino»
editorialista
Giuliana Ferraino

«Nessuna delle due parti vuole un decoupling economico. Vogliamo il commercio, vogliamo un commercio più equilibrato e credo che entrambe le parti siano impegnate a raggiungere questo obiettivo», ha ammesso il segretario del Tesoro americano Scott Bessent, durante la conferenza stampa in cui ieri sono stati annunciati i dettagli dell’accordo raggiunto a Ginevra nel weekend, dopo due giorni di trattative serrate condotte da Bessent e dal rappresentante del Commercio Jamieson Greer, a capo della delegazione americana, con la controparte cinese, guidata dal vicepremier He Lifeng.

 

US Treasury Secretary Scott Bessent (L) and US Trade Representative Jamieson Greer leave after speaking to the media following talks between seniors US and Chinese officials on tariffs at the residence of the permanent Swiss ambassador to the United Nations in Geneva on May 11, 2025. US officials voiced optimism on May 11, at the end of a weekend of trade talks with China aimed to de-escalate trade tensions sparked by President Donald Trump's aggressive tariff rollout. (Photo by VALENTIN FLAURAUD / AFP)Scott Bessent e Jamieson Greer entrano nella residenza del rappresentante permanente svizzero all’Onu di Ginevra (foto Afp/Valentin Flauraud)

In queste parole c’è la ragione che spiega perché, dopo oltre un mese di escalation commerciale, non priva di accuse e offese reciproche, è bastato un weekend per accelerare una tregua tra Stati Uniti e Cina. Il fatto è che le economie di Washington e Pechino oggi sono troppo interconnesse per fare a meno una dell’altra. Almeno per ora. Dazi reciproci del 145% (da parte americana) e del 125% (da lato cinese) equivalevano a un embargo, con il blocco degli scambi.

 

Secondo l’intesa siglata in Svizzera, gli Stati Uniti abbasseranno i dazi sulle importazioni cinesi dal 145% al 30%, mentre la Cina ridurrà quelli sulle merci Usa dal 125% al 10% per 90 giorni, durante i quali le parti continueranno a trattare per un accordo commerciale più ampio. Per facilitare il dialogo è stato anche istituito un nuovo «meccanismo di consultazione».

 

La Casa Bianca canta vittoria. «Non vogliamo danneggiare la Cina», ha detto Trump. «La Cina stava soffrendo molto. Stavano chiudendo fabbriche. C’erano molte tensioni interne… Erano molto felici di poter fare qualcosa con noi, e il rapporto è davvero, davvero buono», ha detto il presidente Donald Trump commentando l’accordo. Ma è una vittoria fragile, che non riesce a mascherare le vulnerabilità dell’economia statunitense, con lo spettro di scaffali vuoti, a causa dei cargo cinesi bloccati nei porti, mentre gli scali della costa del Pacifico restano deserti.

Il presidente americano ha parlato di un «reset totale» con Pechino, sottolineando però che l’accordo di Ginevra non include i dazi su auto, alluminio e acciaio che restano in vigore e i nuovi prelievi doganali che possono essere imposti sui farmaci, per «far tornare le case farmaceutiche a produrre negli Stati Uniti». Come farà anche Apple, ha detto Trump, rivelando di aver sentito il ceo Tim Cook, che gli ha confermato di voler investire «500 miliardi di dollari per produrre negli Usa».

 

L’obiettivo è di arrivare a «un grande accordo commerciale con la Cina, per aprire il Paese agli Stati Uniti», ha affermato Trump, ricordando il precedente accordo raggiunto alla fine del suo primo mandato poi abbandonato da Biden. «La cosa più importante» in discussione è «aprire la Cina alle aziende americane, ma richiederà tempo». Anche il fentanyl è sul tavolo dei negoziati. Washington ha imposto un dazio del 20% sull’import cinese a causa del ruolo di Pechino sull’arrivo della droga sintetica negli Usa. «La Cina ha acconsentito di fermare il fentanyl che entra negli Usa dal confine con il Canada e con il Messico», ha anticipato il presidente.

 

Ora ci sono 90 giorni per trattare. Se non si arriverà a un accordo, i dazi saliranno «significativamente oltre il 30%», ma non ritorneranno al 145%, ha precisato Trump, ma è fiducioso. Tanto che nel fine settimana sentirà «al telefono il presidente cinese Xi Jinping». È meno amichevole invece con l’Europa: «L’Unione Europea è, sotto molti aspetti, più sgradevole della Cina. Abbiamo appena iniziato con loro. Abbiamo tutte le carte in mano. Ci hanno trattati in modo molto ingiusto», ha detto. Insomma l’incertezza resta, ma la situazione è meno critica rispetto ai giorni scorsi.

6. Il più bel complimento all’Ue
editorialista
Ferruccio de bortoli

Quando Donald Trump dice, dopo aver raggiunto un accordo lampo con la Cina sui dazi, che «l’Unione europea è la più cattiva», fa ai 27 membri il migliore dei complimenti. Assegna alla costruzione europea, dileggiata e vilipesa, il più ambito dei riconoscimenti. Prima non voleva nemmeno trattare con Ursula von Der Leyen. Oggi ritiene Bruxelles un interlocutore — all’apice nella scala dei suoi valori — tosto, coriaceo, temibile. E lo dice un negoziatore che ha promesso fuoco e fiamme contro Pechino per poi accontentarsi di poche briciole.

Per novanta giorni, poi si vedrà, le tariffe sulle importazioni dalla Cina vengono ridotte dal 145 al 30 per cento mentre quelle cinesi sugli acquisti americani dal 125 al 10. A dimostrazione di quanto fossero irrealistiche, e dunque poco credibili, le misure annunciate in pompa magna nel giardino delle rose della Casa Bianca. Nessuno poteva immaginare, il 2 aprile nel Liberation Day, che il 12 maggio le Borse avrebbero esultato come se si trovassero di fronte a una improvvisa ondata di liberalizzazioni.

 

Però dobbiamo ammettere che senza la presidenza Trump non si sarebbero aperti improvvisamente tanti tavoli di negoziato nel tentativo di risolvere alcune delle più complicate e sanguinose crisi internazionali. A cominciare dalla guerra in Ucraina con l’importante appuntamento di giovedì prossimo a Istanbul che vedrà, forse, insieme a Zelensky anche Putin e lo stesso presidente americano. Ma poi c’è il canale aperto con Hamas, che ha portato alla liberazione di un ostaggio con doppio passaporto, americano e israeliano.

E ancora la trattativa con l’Iran sul nucleare, con gli stessi Houthi, senza trascurare l’intervento che ha portato al cessate il fuoco tra India e Pakistan. Su questi fragili ma fino a poco tempo fa insperati tavoli di negoziato, l’Occidente democratico e liberale spera che la tecnica negoziale non sia la stessa di Ginevra. Sia un po’ più coerente e dura. Come la disprezzata Unione Europea.

7. E intanto gli intanto Houthi sono ancora là
editorialista
Guido Olimpio

Donald Trump, ai primi di maggio, ha annunciato urbi et orbi che gli Houthi sono stati costretti a capitolare dopo un mese di bombardamenti incessanti e hanno accettato una tregua — separata — con gli Stati Uniti. Ma è andata davvero così? Una ricostruzione del New York Times — quotidiano sempre critico verso il presidente — offre un quadro diverso.

 

Houthi supporters chant slogans during a weekly anti-U.S. and anti-Israel rally in Sanaa, Yemen, Friday, May 9, 2025. (AP Photo/Osamah Abdulrahman)Sostenitori degli Houthi durante una manifestazione contro Stati Uniti e Israele a Sanaa, nello Yemen (foto Ap/Osamah Abdulrahman)

Gli Usa, insieme alla Gran Bretagna, hanno condotto 1.110 strike con dozzine di ondate, hanno eliminato alcune centinaia di militanti, distrutto siti militari. Ma hanno perso 23 droni Reaper abbattuti dal nemico e due F-18 per incidenti. La missione è costata un miliardo di dollari mentre le scorte di armi di precisione (missili-bombe) si sono assottigliate creando allarme al Pentagono.

Il responsabile del Comando centrale, Michael Kurilla, ha proposto alla Casa Bianca un piano che prevedeva una campagna di 8-10 mesi basata su due punti: eliminazione di tutte le difese della milizia; omicidi mirati, simili a quelli israeliani, per uccidere i vertici della fazione filoiraniana (era stata preparata una lista di bersagli con le figure più importanti).

L’offensiva, però, ha incontrato difficoltà. Crescenti. Gli Houthi — non è una sorpresa — si sono rivelati tosti, sempre pronti ad adattarsi. I loro sistemi antiaerei, per quanto «anziani», hanno minacciato i velivoli statunitensi, compresi i sofisticati F-35. Affermazione questa contestata da molti esperti. La perdita dei Reaper ha ridotto le capacità dell’intelligence di tracciare target importanti. E, ad ogni modo, il movimento ha continuato a «sparare» missili verso Israele riuscendo a centrare l’area dell’aeroporto di Tel Aviv.

In Trump, poco propenso a conflitti prolungati, è cresciuta la frustrazione per mancanza di risultati immediati e quando l’Oman, già impegnato nella mediazione con l’Iran, ha offerto una via d’uscita il presidente l’ha subito «presa». Da qui il cessate il fuoco e la conferma di come gli Houthi abbiano ribadito, pur con perdite e devastazioni per il Paese, il loro ruolo regionale.

 

La foto | Il Trump golf club del Qatar

(Guido Olimpio) Tra i tanti progetti della famiglia Trump in Qatar c’è la partecipazione ad un complesso che comprende golf, residenze, un parco divertimenti. Il sito rientra nel piano da 5,5 miliardi di dollari previsto per la realizzazione di un’area turistica sulla spiaggia di Sismaima, a 40 minuti a nord dalla capitale Doha. Sarà Eric, il figlio del presidente, a seguire l’affare. Nella foto Reuters il plastico di quello che dovrà essere costruito.

 

8. Londra, incendio doloso nell’ex casa di Starmer: arrestato un 21enne
editorialista
Luigi Ippolito
corrispondente da Londra

Un giovane di 21 anni è stato arrestato stamattina dall’antiterrorismo di Scotland Yard perché sospettato di essere l’autore di tre attacchi incendiari in serie contro il capo del governo britannico Keir Starmer. Il primo incidente si era verificato nella notte di giovedì, quando è stato dato fuoco a un’automobile parcheggiata nella strada dove si trova la casa della famiglia Starmer; poi, nella notte fra sabato è domenica, un altro attacco a una proprietà legata al premier, nel quartiere di Islington, e infine, nella notte fra domenica e lunedì, una bottiglia molotov lanciata contro la porta dell’abitazione di Starmer, a Kentish Town, quartiere di Londra nord.

 

Londra, incendio doloso nell'ex casa del premier Starmer: arrestato un 21enne

Il primo ministro in realtà abita con moglie e figli a Downing Street dal luglio scorso, dopo essere entrato in carica, e quella casa è attualmente data in affitto. L’allarme in questo caso era stato lanciato poco dopo l’una di notte, i pompieri sono intervenuti subito e le fiamme, che avevano attaccato la porta della casa, sono state presto domate senza che nessuno rimanesse ferito: ma durante tutta la giornata di ieri la strada in cui si trova la casa è rimasta isolata da parte delle forze dell’ordine.

Non è la prima volta che quell’abitazione viene prese di mira: era già accaduto quando gli Starmer ancora vi alloggiavano, allorché attivisti pro-Palestina avevano appeso striscioni macchiati di finto sangue, con grave turbamento della moglie del leader laburista. All’epoca tre ventenni erano stati arrestati. Gli Starmer avevano comprato la casa nel 2004 per 650mila sterline (circa 750mila euro) ed è oggi valutata, dopo aver subito diversi interventi migliorativi, a due milioni di sterline (quasi 2 milioni e mezzo di euro).

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9. Mélenchon: «Il capitalismo è superato, la socialdemocrazia non funziona. Ora serve una rivoluzione»

editorialista

Stefano Montefiori

corrispondente da Parigi

Nella sede del movimento degli Insoumis, in un quartiere popolare nel nord della capitale, prima di parlare del suo libro in arrivo nelle librerie italiane, Jean-Luc Mélenchon vuole ricordare l’amore per l’Italia, per il latino e per la storia politica del nostro Paese.

 

.Jean-Luc Mélenchon, 73 anni, l’11 maggio davanti alla Bastiglia, a Parigi (foto Afp)

«L’Europa, il mondo, devono all’Italia l’organizzazione delle città dopo l’impero, il Rinascimento, certo, e tante altre cose… Ma per me, il crollo del Partito Comunista Italiano è stato decisivo. Ecco il prototipo di gente che pensava di fare la cosa giusta: si sono messi la cravatta, hanno lucidato le scarpe per rendersi rispettabili e aderito alla dottrina socialdemocratica, ma nel momento peggiore. Cioè quando non poteva più funzionare. La dinamica del capitalismo non può più produrre vantaggi per il popolo. E avete un partito che per non essere divisivo si chiama Partito Democratico. Ma chi può dirsi “anti-democratico”? Tanto vale chiamarsi Partito-partito. È il vuoto che non convince nessuno».

 

In «Ribellatevi!» lei delinea una rivoluzione popolare, dei cittadini, nel XXI secolo. Quali saranno le caratteristiche di questa rivoluzione?
«La ribellione, o l’insoumission, è la grande tradizione italiana e francese del rifiuto dell’evidenza, della scelta del conflitto intellettuale. È un punto di vista fecondo, creativo. Non è disordine, è il cambiamento della gerarchia delle norme giuridiche, istituzionali e l’impossibilità di cedere i beni comuni, come l’acqua per esempio, nell’interesse generale dell’umanità».

Perché precisa «dei cittadini»?
«Non per edulcorare la rivoluzione socialista. Si tratta di altro. Il cittadino esercita il potere. Le rivoluzioni popolari sono dunque tutte, in origine, rivoluzioni per riprendere il controllo da parte di persone che dipendono da servizi collettivi che vengono loro negati. L’acqua, l’elettricità, la salute. Perché niente funziona? Perché i servizi pubblici sono sostituiti da prestazioni commerciali? La rivoluzione cittadina cerca di riprendere il controllo collettivo sulle reti dell’esistenza materiale e immateriale, per creare una società nuova».

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10. Gérard Depardieu condannato a 18 mesi per violenza sessuale

(Stefano Montefiori) Nel giorno di apertura del Festival di Cannes, al tribunale di Parigi il giudice dichiara Gérard Depardieu colpevole di aggressioni sessuali contro la decoratrice Amélie K, 54, e l’assistente Sarah, 34, sul set del film Les Volets Verts di Jean Becker, nel 2021. Il monumento del cinema francese, 76 anni, viene condannato a 18 mesi di prigione con la condizionale, come richiesto dal pubblico ministero. L’attore non è stato multato né gli è stato ordinato di sottoporsi a cure, ma sarà privato dei diritti civili per due anni. Sarà inoltre iscritto nel registro dei criminali sessuali, come richiesto dal pubblico ministero.

 

(FILES) French actor Gerard Depardieu leaves during his trial in which he is accused of sexually abusing two women during a film shoot in 2021, at the Paris criminal court in the Tribunal de Paris courthouse, on March 24, 2025. French screen star Depardieu was convicted of sexual assault by a Paris court on May 13, 2025 in a case that has further tarnished the reputation of one of France's greatest stars. (Photo by JULIEN DE ROSA / AFP)

Il presidente della corte, Thierry Donard, ha cominciato con il caso di Amélie. Che durante il procedimento e l’udienza «è rimasta coerente», mentre «le dichiarazioni di Gérard Depardieu sono cambiate in modo significativo tra il periodo in cui era in custodia della polizia e l’udienza», ha continuato. La spiegazione della star al processo — ha ammesso di aver afferrato Amélie K. per i fianchi per non scivolare — «non è convincente, né plausibile». Anche nel caso di Sarah, l’altra accusatrice che raccontava di essere stata toccata da Depardieu, il presidente Donard ha giudicato le spiegazioni di Depardieu poco credibili e mutevoli.

L’attore non era presente in aula durante la proclamazione della sentenza. Durante il dibattimento, ha negato le accuse per tutta la durata delle udienze, spiegando di non conoscere la definizione legale di violenza sessuale. Il suo avvocato, dal canto suo, ha cercato di smontare le accuse mosse dalle due denuncianti. «Il vostro trauma, anche se l’aggressione fosse avvenuta, è comunque relativo», aveva detto l’avvocato difensore di Depardieu, Jérémie Assous.

 

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Segreti del Sud Ovest /110 L’avamposto

(Guido OlimpioUn’operazione dell’esercito messicano, poi un’altra delle forze di sicurezza americane. Attività lungo un «corridoio» geografico che collega la parte settentrionale del Messico all’Arizona, nel deserto di Sonora.

Pannelli solari usati dai narcos per alimentare apparati radio

I militari hanno smantellato alcuni avamposti creati dai cartelli su alture: osservatori dai quali monitorare il territorio che si apre immenso e dare indicazioni ai complici che si muovono lungo sentieri clandestini. Queste basi, pur create su terreni difficili, sono bene attrezzate: hanno pannelli solari per alimentare apparati radio, cibo, acqua, binocoli, armi d’assalto.

Gli «esploratori» possono restarvi per una o due settimane, poi ricevono il cambio mentre team logistici portano — se necessario — dei rifornimenti. I criminali sono abili nel nasconderli, a volte sfruttano grotte e anfratti oppure stendono teli per mimetizzare la posizione. Difficile dire quanti ve ne siano, anche se la Border Patrol statunitense sospetta un numero ampio. Ed inoltre le gang possono smantellarli in fretta e crearne di nuovi.

La rete è fondamentale per favorire il transito di colonne di migranti illegali oppure di carichi di droga. Per questo le organizzazioni criminose investono molto per mantenerle operative: hanno denaro da spendere, non mancano individui disposti a compiere la missione.

La serie continua.