martedì, 11 Maggio 2021
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MEGLIO PEGGIO DEI GIORNALI DI OGGI

Dal caso Genovese a Ciro, riecco il duo Giletti-Corona

Dal caso Genovese a Ciro, riecco il duo Giletti-Corona

Fabrizio l’intervistatore

Adesso sappiamo che Beppe Grillo, nell’ormai noto video suicida, una verità l’aveva detta: dei quattro indagati, almeno uno coglioncello lo è per davvero. E senza bisogno di leggere le carte. A quanto pare, infatti, Vittorio Lauria, quello che dei quattro viene puntualmente descritto dalla stampa come “il meno abbiente” sembrerebbe essere anche il meno furbo. Si tratta infatti dell’unico indagato che ha pensato bene di rilasciare al telefono delle dichiarazioni sul presunto stupro della ragazza in Sardegna. E di rilasciarle, qui sta il bello, a una persona ai domiciliari che poco più di un mese fa diceva di sé “Sono uno psicopatico”: Fabrizio Corona. Il custode ideale di qualunque confidenza, soprattutto se quella confidenza potrebbe costare un futuro nelle patrie galere. Fabrizio Corona che ad aprile, dopo essere rientrato in carcere per l’ennesima volta, esce dal carcere per l’ennesima volta tra spettacolari atti di autolesionismo e una diagnosi di incompatibilità col regime carcerario per ragioni psichiatriche. Insomma, è troppo compromesso da un punto di vista della salute mentale per sopportare il carcere, ma fuori dal carcere torna lucidissimo.

E così, dopo essersi procurato il numero di telefono di Vittorio Lauria, lo chiama – pare – senza palesargli le sue intenzioni di cedere la telefonata a un programma tv, e registra la chiamata all’insaputa del ragazzo. Sembra che anzi, Corona gli abbia espresso solidarietà per la bufera mediatica, recitando con abilità la parte del “ci sono passato anche io”. Il fesso gli spiffera tutto (“la ragazza aveva bevuto”, “Grillo non doveva fare quel video” etc…) e la domenica si ritrova le sue confidenze in onda da Giletti. Strano, eppure Fabrizio sembrava così affidabile. Chi l’avrebbe mai detto.

Insomma, Corona esce dal carcere, va ai domiciliari e si riforma all’istante la coppia di cronisti d’assalto Corona/Giletti, dopo il precedente successo della trattazione in tandem del caso Genovese, tra denunce varie, diffide, presunte stuprate portate in tv con cachet e mediazione di Corona. E, non bastasse, nella giornata di giovedì un durissimo richiamo di Agcom recitava così: “Nella seduta di oggi il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, all’unanimità, ha adottato una delibera di richiamo nei confronti de La7 per il programma Non è l’Arena in merito alle trasmissioni dedicate al caso Alberto Genovese. (…) La trattazione del caso non sempre ha assicurato il doveroso equilibrio tra informazione e rispetto della riservatezza delle indagini e dei diritti alla dignità, all’onore e alla reputazione delle persone. (…) Al di là del legittimo diritto di cronaca e della rilevanza sociale del tema, tornare sulla stessa vicenda per così tante volte ha portato all’estrema pubblicizzazione del dramma personale, enfatizzando e spettacolarizzando eventi che in definitiva hanno amplificato le sofferenze delle stesse giovani donne coinvolte (…). Il confronto fra diverse tesi non sembra essere stato adeguatamente garantito, in quanto la lunga ‘serializzazione’ della vicenda ha inevitabilmente ingenerato, anche nello spettatore più attento, il rischio di confusione tra i ruoli delle parti coinvolte, determinando sia una sorta di vittimizzazione secondaria sia, in definitiva, la perdita dell’efficacia informativa e sociale dell’approfondimento”.

Proprio come avevamo scritto giorni fa sul Fatto, la trattazione superficiale e sguaiata a Non è l’Arena di un evento drammatico come la violenza sessuale può generare ulteriori sofferenze alla vittima (il triste fenomeno della vittimizzazione secondaria, appunto).

Massimo Giletti, mollato il caso Genovese, sta adottando lo stesso schema con il caso Grillo: testimonianze della ragazza su posizioni sessuali e rapporti orali trascritte sul megaschermo dietro di lui, e telefonate agli indagati affidate a Fabrizio Corona che registra le conversazioni e le cede – si presume con un cospicuo accordo economico di base – allo stesso Giletti. Una condotta che potrebbe anche essere valutata sul profilo penale, tra le altre cose.

Se uno è incompatibile col regime carcerario, viene insomma da chiedersi se l’altro sia compatibile col regime dell’informazione. Nel frattempo, tra Grillo che fa il video, Lauria che parla con Corona, l’avvocato di Lauria che lo molla perché l’assistito parla con Corona, le amiche di Lauria che raccontano di aver visto il video del presunto stupro con conseguente ulteriore sospetto che i ragazzi siano colpevoli pure di revenge porn, possiamo dire che sulle responsabilità penali nella vicenda si esprimeranno eventualmente i giudici. Sulla pura e semplice strategia difensiva mi esprimo già io: Chernobyl ha fatto meno danni.

Ce l’hanno Durigon

Fate finta di non sapere niente e immaginate questa scena. Il sottosegretario 5Stelle all’Economia parla con Beppe Grillo dell’inchiesta sul figlio per stupro e gli dice di non preoccuparsi perché “il generale che fa le indagini lo abbiamo messo noi”. Nell’ordine, accadrebbe questo: telegiornali, giornali e talk sparerebbero la notizia a reti ed edicole unificate per almeno tre settimane consecutive; destre e sinistre invocherebbero la testa del reprobo e subito il premier Draghi e il ministro Franco convocherebbero il sottosegretario per cacciarlo a pedate dal governo; Sgarbi, Sallusti, Belpietro, Giletti e Santoro direbbero che loro l’avevano detto che le indagini erano compiacenti; Stampubblica intimerebbe a Enrico Letta di rompere ogni dialogo presente e futuro col M5S; il giornale di De Benedetti scriverebbe che è tutta colpa di Conte.

Invece, a dire che “il generale che fa le indagini l’abbiamo messo noi”, è stato il sottosegretario leghista all’Economia Claudio Durigon, parlando – a quanto pare – delle indagini sui 49 milioni di fondi pubblici fatti sparire dal suo partito, costringendo la Procura di Milano a ribadire piena fiducia nei finanzieri che conducono l’inchiesta. Infatti, intorno al caso, regna un meraviglioso silenzio. Solo i 5Stelle e Calenda chiedono le dimissioni, mentre l’interessato – invece di spiegare le sue parole immortalate in una registrazione dal sito Fanpage – minaccia fantomatiche “dieci querele” (a chi, visto che ha fatto tutto da solo?). Salvini tira in ballo Grillo e i 5Stelle (che non c’entrano nulla perché Durigon ha fatto tutto da solo). E il giornale di De Benedetti gli va dietro: “I Cinque stelle attaccano Durigon dopo le tensioni con la Lega sul video di Grillo”. Si ripete tale e quale il giochetto seguìto al video di Grillo: il Tempo riporta una frase di Salvini su un “qualcosina” che gli ha spifferato la sua avvocata e senatrice Bongiorno sul presunto stupro di gruppo, la sottosegretaria M5S Claudia Macina domanda cosa sia quel “qualcosina”, tutti chiedono le dimissioni della Macina anziché di Salvini e della Bongiorno e la ministra Cartabia redarguisce la Macina anziché Salvini e la Bongiorno. Noi ovviamente, non avendo alcun dubbio sull’integrità e la probità di Draghi, immaginiamo che avremo presto sue notizie e che intanto il ministro Franco ritirerà le deleghe al sottosegretario (la Guardia di Finanza dipende proprio dal Mef). Intanto, già pregustiamo la prossima puntatona (almeno una) di Non è l’Arena, il programma senza macchia e senza paura di Massimo Giletti. Possibilmente con una telefonata-trappola a Durigon organizzata dal consulente Fabrizio Corona che, per camuffarsi e incastrarlo meglio, gli fa l’accento svedese.

PADRINI FONDATORI

di Marco Lillo e Marco Travaglio

Rifiuti: Zingaretti commissaria, Raggi va al Tar

Rifiuti: Zingaretti commissaria, Raggi va al Tar

Lunedì mattina la Regione Lazio, salvo colpi di scena, commissarierà il Comune di Roma sul fronte dei rifiuti. Ma il Campidoglio ha già pronta l’impugnativa con la quale si rivolgerà al Tar del Lazio per sospendere il provvedimento e far decidere a un giudice amministrativo chi ha ragione. La decisione plateale del governatore Nicola Zingaretti dà il via alla guerra di carte bollate con Palazzo Senatorio. Il governatore, un mese fa, aveva firmato un’ordinanza che imponeva al Comune di trovare una discarica all’interno del proprio territorio dove portare i rifiuti, rimasti senza “casa” all’indomani dell’arresto dell’imprenditore monopolista, Valter Lozza e della dirigente regionale, Flaminia Tosini. Discariche che la Regione non ha mai previsto in otto anni di pianificazione. Cosa ne sarà dell’immondizia romana? Il Campidoglio – è l’indiscrezione che circola – chiederà di riaprire la discarica di Colleferro (di proprietà della Regione) che venne chiusa con un anno di anticipo rispetto alla capienza effettiva.

FONTE:

Ultraortodossi, il pellegrinaggio senza regole diventa un massacro

Ultraortodossi, il pellegrinaggio senza regole diventa un massacro
Tragedia sul monte Meron

“Si tratta di uno dei disastri civili più duri che Israele abbia mai conosciuto”. Le vittime sono 45, i feriti centinaia; polizia e forze di sicurezza sono sotto assistenza psicologica così come i sopravvissuti. Le foto e i video in Rete sono angoscianti: “Vi prego di non pubblicarne più, le famiglie delle vittime stanno già soffrendo abbastanza”, ha chiesto il premier Benjamin Netanyahu dal Monte Meron, dove cadaveri coperti dai teli sono allineati poco distanti dal cumulo di oggetti rimasti a terra, occhiali e capelli schiacciati sotto il peso della calca. “Stavo andando a vedere l’accensione del falò, improvvisamente sono stato travolto da un’onda. I nostri corpi venivano trascinati via, le persone sono state sbalzate in aria, altre schiacciate a terra. Un bambino che si aggrappava alla mia gamba per salvarsi. È stato terribile”. David è uno delle centinaia di testimoni della scena infernale avvenuta giovedì alla ricorrenza di Lag B’Omer della comunità Haredi, annuale festa religiosa in onore del rabbino Shimon Bar Yochai, saggio del II secolo ritenuto autore dello Zohar, testo fondamentale del misticismo ebraico. A quanto ricostruito dalla polizia, i partecipanti della setta di Tolodot Aharon sarebbero scivolati sulla rampa che porta al piazzale sottostante. “C’erano dalle 7 alle 10 mila persone”, assicurano testimoni. “Urla, caos. Abbiamo pensato che ci fosse un allarme bomba”, ha raccontato un pellegrino a Channel 12 Tv.

Da altre ricostruzioni pare che a bloccare il cancello d’uscita a fine rampa fosse la polizia. “In quella fretta ci siamo buttati gli uni sugli altri. Ho visto persone morte accanto a me”, ha raccontato Maariv. All’incredulità generale e al dolore della comunità ortodossa e di Israele tutto – che domenica osserverà un giorno di lutto nazionale –, si aggiunge la domanda: come è stato possibile? Netanyahu ha promesso un’inchiesta. Polemiche e rimpalli di responsabilità non mancano. Ma c’è anche chi fa autocritica. Yossi Elituv, giornalista ortodosso direttore del settimanale Mishpacha e conduttore di Israel Radio, attacca la sua comunità per l’insofferenza mostrata alle misure anti-Covid. Già l’anno scorso le celebrazioni erano state ridotte causa virus e quest’anno il ministero della Sanità aveva sconsigliato – invano – di partecipare al pellegrinaggio e al festival che raccoglie la folla sul Monte Meron con canti, balli e falò fino all’alba, per evitare un nuovo dilagare di contagi. Alle celebrazioni si stima fossero presenti 100 mila persone. “La nostra comunità ha il dovere di imparare la lezione”, twitta Elituv che attacca l’organizzazione caotica del pellegrinaggio divisa tra sette chassidiche in competizione tra loro. “Il nostro primo e immediato compito è liberare il Monte dal controllo delle sette”, ha esortato il giornalista. “Lo Stato deve istituire un’autorità per gestire il sito”. Il riferimento è alla setta Tolodot Aharon, il gruppo con sede a Gerusalemme meglio organizzato e coeso della comunità ultraortodossa. Hanno eretto barriere sociali e culturali e ogni tipo di intervento negli affari interni è visto come un’usurpazione del loro sistema di credenze. Le tensioni erano iniziate giovedì pomeriggio, quando due persone erano state arrestate negli scontri con la polizia apostrofata come “nazista” mentre cercavano di far rispettare le regole anti-assembramento. Tuttavia, nonostante i 5 mila agenti, il governo non è riuscito a raggiungere un accordo su come gestire le celebrazioni, con il premier Netanyahu, secondo fonti a lui vicine, reticente nel far arrabbiare i politici Haredi con le restrizioni. Secondo l’editorialista di Haaretz, Anshel Pfeffer, la causa di ciò che è avvenuto è da ricercare nell’autonomia lasciata da “tutti i governi alla comunità Haredi non solo sulla tomba di Rabbi Shimon ma anche sui quartieri ultraortodossi di Gerusalemme e Bnei Berak”. Secondo il giornalista, “che le strutture traballanti intorno al complesso fossero inadeguate era emerso in due rapporti del controllore statale”. Ma il governo non ha agito “in un luogo in cui le leggi dello Stato semplicemente non si applicano”.

FONTE:

La paura delle varianti che ci fa scoprire gli schiavi indiani dei campi
editorialista
Goffredo Buccini

Il Covid-19 è una lente d’ingrandimento puntata su guasti da cui tendiamo a distrarci: un monito che può perfino migliorare la nostra comunità, a saperlo intendere. La nuova ondata di paura, che monta adesso con la variante indiana e le sue incognite, sale ad esempio da un allarme in apparenza abbastanza localizzato ma del quale potrebbe essere utile cogliere il senso generale, la lezione che sembra impartire a tutti coloro che si voltano dall’altra parte di fronte alle iniquità: come, in fondo, capita talvolta a ciascuno di noi. Nell’Agro Pontino, a un’ora di macchina da Roma, medici e protezione civile tentano di rintracciare alcune centinaia di sikh, appartenenti a una comunità di circa trentamila indiani ormai stanziali in quelle zone, quali possibili vettori umani del virus mutato.

Chi sono costoro e perché si trovano qui? Sono i lavoratori dei campi, quei miti omini barbuti dal turbante arancione che i vacanzieri di Sabaudia o del Circeo possono intravedere talvolta di scorcio, sudati e chini sulle zolle, passando in macchina accanto a un campo di pomodori o di zucchine nel tragitto verso la spiaggia delle famose dune care a Moravia e Pasolini. Sono, e sono stati, anche la fortuna della filiera agricola della provincia di Latina, perché costano nemmeno un terzo dei braccianti italiani, accampano zero diritti, si lasciano sfruttare assai facilmente.

Almeno cinquemila di loro sono irregolari, per via di permessi scaduti o mai neppure ottenuti. Tutti hanno sgobbato per anni in silenzio, chiamando «padrone» il signorotto italiano del campo, spesso imbottiti di anfetamine dai suoi sgherri per rendere al di là dell’umana resistenza: in tredici negli ultimi tre anni, non resistendo più, si sono suicidati. Se le parole hanno un senso, i sikh dell’Agro Pontino sono in buona parte schiavi, anche se non più invisibili come prima: perché da tempo un coraggioso sociologo del posto, Marco Omizzolo, li ha studiati, ha riempito denunce e dossier contro i caporali, e ha infine organizzato il loro primo sciopero, ricevendone in cambio un titolo di Cavaliere al merito dal presidente Mattarella e minacce di ritorsione dal sistema agromafioso (che, nota Eurispes, sviluppa su base nazionale un business da 25 miliardi di euro l’anno e governa a tutt’oggi la grama esistenza di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne italiane). (Qui il commento completo)