di Vincenzo D’Anna*
La questione dell’immigrazione clandestina è da molti anni uno degli argomenti di maggior attenzione per l’opinione pubblica e uno dei più dibattuti in Parlamento. Il fenomeno ha assunto dimensione epocale e diffusione mondiale: assorbe centinaia di miliardi di euro per il salvataggio in mare, l’assistenza e la gestione di una massa di diseredati che cerca riparo dalla guerra, da regimi tirannici, dalla fame e dal sottosviluppo, tentando disperatamente di affrancarsi da queste piaghe endemiche in talune regioni della Terra. In certe aree geografiche, più che una migrazione è un esodo che pone problemi ai governi e alimenta un diffuso sentimento di timore, se non di minaccia, per la sicurezza delle popolazioni locali. Queste ultime sono spesso irritate dall’aumento dei crimini e dal doversi confrontare con la multiculturalità etnica e religiosa che l’integrazione comporta, soprattutto quando questa non ha né limiti né regole. Un’integrazione spesso caotica che, più che proporsi, si impone alle comunità locali per l’elevato numero di migranti e per le radicali differenze negli usi e nei costumi. Insomma, inconfessato, ma non meno presente, alberga nella maggior parte del popolo il timore, se non la paura, di essere soggetto a una vera e propria invasione, di doverne subire le conseguenze, spesso con un senso di impotenza più che di solidarietà. Il Belpaese, per la sua collocazione nel bacino del Mediterraneo, funge da primo approdo e da porta d’accesso agli Stati più ricchi del Vecchio Continente e, in tempi non tanto remoti, ha sostenuto i maggiori costi di gestione del fenomeno migratorio, subendone anche le conseguenze sul piano sociale. In tempi non tanto lontani sono state centinaia di migliaia le persone approdate con mezzi di fortuna sulle coste del Sud Italia; immani e plurime le tragedie dovute ai naufragi e al bieco commercio degli scafisti senza scrupoli, che traghettavano onerosamente quella massa di persone. Donne, vecchi e bambini, spesso non accompagnati, presenti nella massa dei clandestini in arrivo. Per sua natura, laddove c’è un commercio, anche di carne umana, l’uomo tenta di trarne un profitto, un’utilità; e accogliere, assistere, sistemare, anche per un lungo periodo di tempo, una tale massa di persone non poteva sfuggire alla regola disumana e turpe dello sfruttamento della circostanza. Ancorché poco se ne sia parlato, è sorta una florida e lucrativa economia, prima sommersa, poi organizzata su basi aziendali, per svolgere le attività connesse alla gestione del problema dei migranti. Tali attività traggono maggiore o minor profitto in base al numero delle persone che devono prendere in carico per l’assistenza e quindi, piaccia o meno sul piano etico e morale, maggiori sono i flussi migratori, maggiori sono gli affari, i guadagni e i posti di lavoro occupati. Coperte dal mantello della solidarietà e nella candida veste degli altruisti e dei buonisti a oltranza, sono sorte cooperative sociali e altre aziende, collegate anche ad aree politiche ben identificate, che hanno trasformato in esercizio economico la solidarietà, quel lacero e usurato mantello che da queste parti indossano i politici, soprattutto quelli che proclamano una superiorità etica dei fini che perseguono. Senza girarci troppo intorno, buona parte della sinistra, in tutte le sue declinazioni di colore, e le rispettive organizzazioni hanno creato una sorta di cinghia di trasmissione con cooperative e aziende di quella specifica area politica. Un esempio per tutti viene dal clamoroso caso di Aboubakar Soumahoro e della sua famiglia. Il parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra è stato coinvolto politicamente nella vicenda delle cooperative gestite dai suoi parenti stretti. La moglie e la suocera, infatti, sono state rinviate a giudizio per reati fiscali e, nell’altro filone dell’inchiesta, si sono viste contestare, a vario titolo, accuse per frode nelle pubbliche forniture, bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio. Soumahoro, invece, è risultato estraneo ai fatti contestati ai suoi familiari. Aggiungiamo che molte cooperative e molti alberghi adibiti ad alloggiare migranti denunciano la chiusura delle “aziende” per calo di clientela, ossia di migranti loro assegnati per assisterli. In un’intervista, il presidente di una di queste cooperative in Veneto ha definito “rischio d’impresa” il calo e chiesto sussidi allo Stato per evitare il fallimento. Definire “aziende” queste realtà economiche e richiamare il rischio d’impresa come parametro per invocare sussidi statali definisce il vero scopo e l’ambito dei servizi, nonché la natura economica delle medesime. Chi ne parla nel dibattito politico, dove quelle attività vengono descritte con l’aulica definizione di “solidarietà”? Insomma, le strutture adibite a questo sono migliaia e i posti ricettivi decine di migliaia. Il calo degli sbarchi, particolarmente marcato rispetto al biennio 2022-2023, ha inevitabilmente inciso anche sull’attività delle strutture che vivono dell’accoglienza. Sissignore: commerciale e non solidale. E, per quanto si voglia dire, quando c’è un commercio sugli esseri umani c’è poco da menare il can per l’aia in Parlamento con i diktat della carità pelosa e interessata.
*già parlamentare











