di Vincenzo D’Anna*
Roma, 27 agosto 2026 – Il diavolo si nasconde nei particolari, così recita un noto detto. E quello che narreremo è un argomento di nicchia. E tuttavia, per quanto marginale e meramente tecnico, il fatto, ci fa scorgere quanto possa essere pervasiva la burocrazia di Bruxelles nelle quotidiane attività degli individui che vivono negli Stati dell’Unione Europea. E, ancor più, quanto il diavoletto del dirigismo europeo si insinui anche nei minimi dettagli della legislazione dei Paesi membri. Superando il tedio di occuparsi di un argomento di scarso interesse generale, tutt’al più rivestente scopi pratici, come la disciplina sugli imballaggi delle merci, possiamo rilevare come la Comunità europea, lungi dall’essere un’entità politica vera e propria, si limiti spesso a governare nel dettaglio le più disparate materie burocratico-normative. Per dirla in breve, a Bruxelles, più che trovare sintesi politica e operativa in materia di esteri, difesa, economia e gestione delle emergenze sociali (migranti), ci si premura di ingolfare le burocrazie nazionali con ulteriori vincoli e norme di dettaglio in ogni settore amministrativo. Insomma, più burocrazia, più normative spicciole e invadenti che grandi idee per affrontare le criticità sociali e geopolitiche che affliggono il Vecchio Continente. Il 12 agosto è entrato in applicazione il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi, uno dei tanti provvedimenti dai quali emerge la smania del legislatore europeo di regolamentare minuziosamente non solo gli obiettivi, ma anche i metodi in molti ambiti merceologici e commerciali. Così è stato in precedenza per le questioni più disparate: dalle misure degli igienici sanitari alla dimensione dei termosifoni, fino a una miriade di linee guida per il rilascio delle certificazioni di qualità delle attività produttive e professionali. Un profluvio di regole e misure che entra nel più minuto dettaglio di come specifiche attività e requisiti merceologici debbano essere progettati, riutilizzati e riciclati. Spesso si tratta di regole che si sovrappongono a quelle nazionali e, ancor più spesso, sono espressione della tutela di inconfessati interessi produttivi e commerciali che una determinata regolamentazione delle caratteristiche costitutive e produttive delle merci finisce per influenzare, avvantaggiando taluni e svantaggiando altri. È il gioco degli stakeholder e delle lobby a orientare talune scelte che a volte sembrano bizzarre, ma che rispondono a precisi interessi, sia manifatturieri sia tecnologici. Un regolamento nato, in teoria, per favorire soluzioni più sostenibili rischia di avvantaggiare soprattutto chi è già grande e strutturato in quel determinato settore produttivo. Il risultato può essere meno concorrenza, meno sperimentazione e meno innovazione, come capita quando una norma viene concepita nei minimi dettagli come un vestito fatto su misura per una determinata persona. Avevamo bisogno di questo in Europa? Non bastavano le lobby, i faccendieri, le scelte aventi carattere politico e gli interessi elettorali già esistenti dentro lo statalismo del Belpaese? Non abbiamo una politica comune per approvvigionarci delle fonti energetiche, ma conosciamo nel dettaglio quale forma, dimensione e processo industriale siano obbligatori per produrre un vaso da WC. Non abbiamo un esercito comune con una guerra che lambisce i confini europei, ma siamo in grado di conoscere nei minimi dettagli come si debbano produrre rubinetti e lavandini. È il trionfo della burocrazia e dell’asfissia per il libero mercato e la concorrenza: dello Stato che tutto disciplina e regolamenta, ponendo vincoli tecnici e procedimenti produttivi, obblighi e prescrizioni che strozzano l’inventiva e l’innovazione. È l’apoteosi del previsto e del prevedibile. Un siffatto regime mina alla base il principio della libera concorrenza perché annulla sia l’ordine spontaneo sia la regola aurea del mercato, ossia l’assenza della conoscenza dei gusti e degli interessi dell’acquirente. Può sembrare strano che sia l’ignoranza a determinare il vantaggio che spetta all’acquirente, ma, se questa non esistesse, nessun produttore offrirebbe il suo migliore prodotto al più basso prezzo alla massaia che deve comprare quel che le serve e che deve restare ignoto al venditore. Se tutto viene programmato e normato fin nei minimi particolari dallo Stato, si pone un limite all’ignoranza di quali siano i requisiti graditi a chi deve acquistare e alla molla virtuosa che regola la concorrenza e l’innovazione. Nella concezione del mercato di Adam Smith ritroviamo l’idea che questa conoscenza non possa essere concentrata e programmata dall’alto: se non so cosa ti serve, ti offrirò il meglio che ho a un prezzo conveniente; viceversa, avrò un monopolio sulle scelte che sarai costretto a fare in base alle regole minuziose che sono state stabilite e chiederò di più a chi deve acquistare. L’Europa e l’Italia pullulano di liberali che niente hanno letto del liberalismo.
*già parlamentare











