*Ranucci e…l’attestato dinamitardo*
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 26 agosto 2026 – Sono ormai mesi che i media si interessano dell’attentato subito dal giornalista Sigfrido Ranucci nell’ottobre del 2025. Una vicenda che si trascina tra congetture e colpi di scena, fornendo il materiale per una lunga saga intorno al conduttore di Report. Nelle ore successive all’evento si è scatenata una ridda di voci e sospetti, soprattutto nell’area dei partiti di sinistra, che hanno posto l’accento sul giornalismo d’inchiesta praticato da Ranucci e sul sospetto che si volesse mettere a tacere una voce scomoda nel panorama politico-imprenditoriale. Insomma, more solito, si è posta sulla testa del giornalista l’aureola del martire della libertà di stampa, vittima di un messaggio intimidatorio che un potere bieco e occulto avrebbe voluto inviare all’intemerato eroe. Come spesso accade in quegli ambienti politicamente partigiani, i fatti si sono incaricati di mettere in discussione il teorema e le interessate congetture sull’accaduto. Dopo mesi di indagini, gli inquirenti hanno arrestato gli esecutori materiali dell’attentato, considerati soprattutto manovalanza. Quindi sono cominciate le ipotesi sul possibile mandante. I sospetti hanno continuato a gravitare intorno al mondo politico di destra oppure a presunti interessi imprenditoriali minacciati, accompagnati dal consueto allarme sulla libertà di stampa. Sono invece emersi rapporti tra Ranucci e il noto faccendiere Valter Lavitola, uno dei tanti personaggi del sottobosco imprenditoriale che coltivano relazioni con persone influenti nella Capitale per trarne vantaggi per i propri affari. La nebbia si è poi ulteriormente diradata: secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lavitola sarebbe stato il mandante dell’attentato, mentre il camerunense Gomes Clesio Tavares avrebbe svolto il ruolo di intermediario con gli esecutori materiali e si troverebbe tuttora latitante in Africa. Per farla breve, dalle indagini sono emersi rapporti di lunga data e molto confidenziali tra Lavitola e Ranucci. Circostanza che, getta qualche ombra sulla figura del conduttore e sui metodi con i quali si sarebbe procurato notizie e documenti per le sue inchieste, che, a quanto risulta, conserverebbe, indebitamente, anche nella propria abitazione. Dall’analisi delle utenze di Lavitola sarebbe inoltre emerso un particolare curioso: i contatti tra la vittima e il presunto mandante non si sarebbero interrotti neppure dopo l’attentato. Conversazioni telefoniche lunghe e cordiali che, almeno in apparenza, mal si conciliano con il rapporto che si instaura tra vittima e carnefice. A macchiare ulteriormente la veste candida del presunto martire del giornalismo sono arrivate le dichiarazioni della giornalista Angela Camuso, la quale ha riferito di avances ricevute da Ranucci durante un colloquio di lavoro. Si tratta, tuttavia, di accuse che il conduttore ha respinto e che non risultano ancora accertate giudizialmente. Insomma, il nostro eroe pare fosse uno che proponeva avance sessiste alle colleghe, circostanza che, questa volta, non sembra suscitare particolari proteste nel mondo femminista. Un mondo che da sempre denuncia la pratica sessuale del “ MeToo” ma che nella specifica circostanza sfoggia un’attenuato interesse, espressione di una moralità claudicante e strabica. Ranucci si difende definendosi un perseguitato e con tono melodrammatico dichiara : “Contro di me character assassination senza precedenti nel nostro Paese”. Ma la coltre dei silenzi imbarazzati che tutt’ora lo copre e protegge a sinistra è stata squarciata in questi giorni anche dagli interventi dei sodali politici Roberto Saviano e dello storico Luciano Canfora, che hanno avanzato letture diverse da quelle degli inquirenti. Saviano ha sostenuto l’esistenza di un ulteriore livello della vicenda, ossia quello della camorra, mentre Canfora ha parlato di un’operazione punitiva contro Ranucci, scomodando Tacito e il caso dello storico processo che, all’epoca della antica Roma , fu fatto a carico di Cremuzio Cordo per lesa maiestatis dell’imperatore Tiberio. Insomma che sia il potere costituito a perseguitare Ranucci, e una vaga ed inconfessata ipotesi che Giorgia Meloni possa essere nella vesti dell’imperatore. Ciò nonostante, Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato, sostenendo di averlo fatto per “proteggere” Ranucci e ottenere per lui un rafforzamento della scorta. Secondo la ricostruzione della Procura, invece, il movente sarebbe stato legato alla volontà di accrescere la popolarità del conduttore in vista di una possibile candidatura politica, fino alla prospettiva di farne un candidato alla premiership del cosiddetto Campo largo. Quale sia la reale motivazione lo sapremo al termine delle indagini, mentre gli inquirenti stanno vagliando atti, comunicazioni e contatti del presunto mandante. Quello che non quadra è che finora non siano state esaminate con altrettanta attenzione anche le utenze e le relazioni della vittima, dal cui esame potrebbero emergere altri particolari interessanti. Anche in questo caso si potrebbe ritenere che sia stato riservato dai Magistrati un trattamento di favore alla vittima ritenuta, apoditticamente come inconsapevole. Eppure una domanda dovrà pur trovare risposta: come mai Ranucci non ha proferito una sola parola o minacciato una denuncia nei confronti di Lavitola, di chi ha attentato alla sua incolumità? Evidentemente non può oppure il grande indagatore ritiene che il tritolo esploso non sia stato un attentato, ma un attestato di amicizia. Un…attestato dinamitardo.
*già parlamentare











