di Vincenzo D’Anna*

Roma, 25 agosto 2026 – La Storia è la materia che conserva la memoria degli eventi umani, ne spiega le cause e i contesti e li giudica a posteriori. In parole povere, consiste nell’usare quel che è accaduto nei secoli come strumento di analisi del potere politico, dello Stato e della società, così come realizzati in varie epoche, oppure contestati e cancellati nel corso del tempo. Un continuo divenire, perché essa registra l’azione umana nel suo progressivo cambiamento e svolge pertanto anche la funzione di essere termine di paragone tra presente e passato e, per dirla con Marco Tullio Cicerone, diventa “maestra di vita”. Nel corso dei secoli c’è sempre stato chi ha inseguito l’utopia di poterne prevedere gli sbocchi e gli approdi ultimi, progettando modelli di società e di Stato tanto perfetti e ordinati da poter riuscire nell’impresa di determinare la fine della Storia stessa, intesa come fine delle lotte e dei cambiamenti politici e socio-economici che interessano il genere umano. Dalla Repubblica di Platone alla Città del Sole di Tommaso Campanella, dall’Utopia di Tommaso Moro al marxismo di Karl Marx, si sono enunciati modelli di governo dell’umano consesso sociale in grado di prevedere la fine della Storia stessa, provvedendo a dettare regole di organizzazione politica capaci di far cessare ogni conflitto per approdare a un sistema predeterminato e immutabile. Per quanto elaborati in epoche distinte e lontane tra loro e con regole del tutto diverse, questi modelli si sono rivelati non solo delle utopie irrealizzabili, ma sistemi di regole talmente ferrei e ordinati, vincolanti e liberticidi da potersi configurare come trappole totalitarie, entro le quali gli individui perdevano ogni capacità di esercitare sia la libertà sia i diritti naturali. Concepiti come Paradisi in terra, si sono rivelati rispettabili Inferni. Insomma, la cancellazione delle lotte sociali, dei contrasti politici su chi debba governare, delle disuguaglianze tra i singoli individui e del loro stile di vita, ossia la fine della Storia, è miseramente fallita rispetto alle teorie che la sostenevano. Non è un caso che una delle menti più acute del genere umano, Albert Einstein, abbia messo in guardia, in termini analoghi, dall’illusione di poter prevedere e incanalare il futuro. La più recente di queste utopie, quella posta realmente in essere in varie parti del mondo e che tuttora esiste e resiste in taluni contesti statuali, è la teoria marxista, ancorché la Storia stessa si sia già incaricata di dichiararla fallita e tragicamente dannosa per il genere umano. Per poterla realizzare si è dovuto imporre agli individui un regime oppressivo e sanguinario, che è costato decine di milioni di morti e che, in buona sostanza, ha garantito un’unica tipologia di uguaglianza al popolo: quella della sottomissione, della miseria e degli stenti. Una violenza che nasce appunto dal dover imporre con la forza un modello sociale che elimini la libertà di scelta degli individui e la ricerca della propria felicità, cancelli la proprietà privata, deleghi allo Stato la proprietà dei mezzi di produzione e quindi conceda a chi dispone di tutti i mezzi di stabilire tutti i fini. Per poter attuare tale prospettiva c’è bisogno di una teoria socio-economica che illuda le persone che possa esistere quello che K. R. Popper chiama lo «storicismo», ossia una teoria che possa prevedere lo sbocco e il fine ultimo del corso della Storia. Facendo un paragone, abbastanza blasfemo, ne convengo, se al credente non si offre la certezza di una ricompensa ultraterrena, difficilmente si assoggetterà a rinunce e obblighi nella vita terrena. Ma non c’è solo Marx a resistere ancora con le sue tesi storiciste. All’orizzonte appare un nuovo profeta, una nuova utopia, quel Roberto Vannacci che raduna quadrate legioni di italiani sedicenti patrioti, determinati a decretare la fine dei conflitti sociali e a cancellare l’attualità storica della vicenda migratoria, che ha assunto dimensioni planetarie. Basta leggere il manifesto del suo partito, Futuro Nazionale, riassunto nell’acronimo V.I.T.A.L.E. (Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza). Insomma, più che un progetto politico vero e proprio, che si richiami a valori socio-economici, modelli di Stato ed esperienze pregresse della storia dei movimenti politici, detta una serie di valori etici assoluti, alcuni dei quali più filosofici che politici. Insomma, è presente nella teologia Vannacciana l’imperativo assoluto dei valori trascendenti. Sono enunciate le caratteristiche di un “Homo Novus”, ossia di chi rompeva il monopolio della nobiltà tradizionale, in questo caso della classe politica attuale. E quindi indica la grande rivoluzione: prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni e infine il Diritto. L’esatto contrario di come si siano fondati tutti gli Stati nel mondo: quindi, la fine della Storia politica pregressa, la nascita di una nuova utopia.

*già parlamentare