Riforma della giustizia, la soglia del ridicolo* di Vincenzo D’Anna*
Tra qualche mese il popolo italiano sarà chiamato a decidere, attraverso un referendum popolare, sulla legge approvata dal Parlamento recante norme sul riordino del sistema giudiziario. In parole semplici, si tratta della riforma di una parte delle disposizioni che regolano la carriera dei magistrati e l’organo di autogoverno degli stessi, ossia il CSM – Consiglio Superiore della Magistratura. Parlare dunque di “riforma del sistema giudiziario” appare alquanto improprio, per non dire esagerato: un’espressione che la politica utilizza, a seconda dei casi, per pura propaganda. Il sistema giudiziario, nel suo complesso ben più vasto, non viene infatti toccato, benché vi siano numerosi punti critici sui quali sarebbe necessario intervenire. Resterà intonso, ad esempio, il regime della custodia cautelare in carcere, di cui si fa largo uso e abuso da parte dei pubblici ministeri. Ancora oggi migliaia di detenuti si trovano nelle carceri italiane in attesa di giudizio e, statistiche alla mano, la maggior parte di essi risulterà innocente al termine dei vari gradi di processo. Un’aberrazione dello Stato di diritto, che così trasforma la carcerazione preventiva in un’arbitraria anticipazione della pena, inflitta a persone che dovrebbero essere considerate innocenti fino a sentenza definitiva. Parimenti inalterata rimane la normativa sulla gestione dei cosiddetti pentiti – eufemisticamente definiti “collaboratori di giustizia” – che, nella maggior parte dei casi, si offrono ai pubblici ministeri per ottenere benefici, sconti di pena o perfino il dissequestro dei propri beni. Costoro, spesso criminali incalliti e autori di gravi delitti, diventano la base dei teoremi accusatori anche quando forniscono notizie de relato, ossia per sentito dire, senza alcuna preventiva verifica di attendibilità da parte di un magistrato terzo e imparziale. Tale pratica trae origine da una legge speciale del secolo scorso, varata per fronteggiare l’emergenza eversiva dei gruppi armati – dalle Brigate Rosse a Ordine Nuovo – che coprivano l’intero arco della lotta extraparlamentare, sia di matrice comunista sia fascista. Identica sorte tocca al cosiddetto “reato di concorso esterno in associazione mafiosa”, inesistente nel nostro codice penale ma costruito su base giurisprudenziale. Esso lascia ai magistrati la più ampia discrezionalità di applicazione, non essendo mai stato tipizzato, cioè privo di limiti e confini certi entro cui il reato si configura. Resta poi irrisolta la questione della lungaggine dei processi, che spesso si traduce in una denegata giustizia, sia in sede penale sia civile, con cause che giungono a sentenza definitiva dopo lustri. Insomma, ciò su cui si interviene con tanta enfasi riguarda solo la parte del sistema che interessa le due fazioni in lotta: la politica vera e propria e la magistratura politicizzata. Lo scontro è tra una politica che, spogliatasi dello scudo costituzionale dell’immunità parlamentare, si ritrova vulnerabile all’azione giudiziaria, e quella parte della magistratura che usa la giurisdizione per interferire negli ambiti decisionali della politica stessa. Una prerogativa che si arrogano le correnti interne alla magistratura, le quali, forti dell’uso discrezionale della giustizia, imperversano senza mai dover rispondere ad alcuno. Da un lato, la politica non vuole assumere freni morali né spezzare il legame con i propri clienti e blocchi sociali; dall’altro, il potere togato confonde la propria indipendenza con un’irresponsabilità perpetua. Due poteri, dunque, entrambi incongruenti e tetragoni, che non vogliono essere giudicati: con la sola differenza che la politica trae legittimazione dal suffragio democratico, mentre i magistrati non sono altro che funzionari dello Stato, chiamati ad applicare le leggi – non a orientarle né, tantomeno, a ergersi a custodi dell’etica pubblica. Non sono rari i casi in cui Procuratori della Repubblica dissertano ovunque di etica, filosofia morale, sociologia e politica, e che – una volta assurti a notorietà – passano con disinvoltura dalla toga agli scranni del Parlamento. Andrebbe inoltre spezzata la catena di connivenze tra politica e magistratura, che si manifesta nell’utilizzo dei magistrati in servizio presso i gabinetti ministeriali, le direzioni generali dei ministeri, gli arbitrati e le varie controversie: incarichi, peraltro, ben remunerati. Un’osmosi che finisce per condizionare la giustizia, soprattutto in ambito civile, e che raggiunge il suo apice in quelle vere e proprie dépendance del potere politico che sono i TAR, la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale. Eppure, ci si accapiglia solo per il minimo indispensabile di quanto sarebbe riformabile, ignorando tutto il resto. Forse perché, come diceva Ennio Flaiano: “deve esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo”.
già parlamentare













