Uno sguardo oltre confine
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Newsletter del 2 SETTEMBRE 2025
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SCUOLE COME CASERME, NEL SALVADOR DI BUKELE
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Nayib Bukele è un modello per Donald Trump quando si parla di sicurezza e di ripristino della legalità. Il presidente di El Salvador, che si è appena garantito un quadro giuridico per governare a vita, riformando la Costituzione nazionale, è noto per i metodi brutali imposti con lo stato d’emergenza, decretato a marzo 2022, per contrastare la violenza delle bande criminali.
El Salvador è diventato uno dei paesi più sicuri dell’America Latina, passato in dieci anni da un tasso di 12,6 omicidi a meno di 1 ogni 100mila abitanti. Tutto questo calpestando i diritti umani, al costo di raggiungere il tasso di popolazione carceraria più alto del mondo, con processi sommari e prigioni famigerate perché estremamente sovraffollate, senza alcune supervisione indipendente, luoghi di disumanizzazione e abusi sistematici, con un bilancio pesante di vittime anche a causa della mancanza di assistenza medica.
Il metodo Bukele ha grandi estimatori, specie alla Casa Bianca, tanto più che El Salvador ha dato una mano a Trump mettendo a disposizione il Cecot (Centro de confinamiento del terrorismo) quando gli Usa dovevano espellere oltre 200 presunti criminali accusati di appartenere a bande come il venezuelano Tren de Aragua o la salvadoregna Mara Salvatrucha.
La nuova frontiera del metodo Bukele è nelle scuole, affidate alla ministra dell’Istruzione, l’ufficiale militare Karla Trigueros, senza alcuna esperienza nel settore ma . Le nuove misure disciplinari applicati ai centri educativi di El Salvador mirano a impedire la creazione di nuovi gruppi criminali, spiega il presidente su X. Perché prima le scuole erano “centri di reclutamento di bande. E non erano bande qualsiasi, ma le più sanguinose del mondo”, responsabili di omicidi e sparizioni. “Oggi, molte madri piangono i loro figli che sono in prigione, e altre piangono quelli che sono al cimitero o ancora dispersi”. Nel post, il presidente afferma che “El Salvador non ripeterà ciò che è successo, non importa quanto ci critichino”. E le critiche sono arrivate dal sindacato degli insegnanti, dalle organizzazioni per i diritti umani,dalle voci politiche dissenzienti – a dire il vero rimaste in poche.
Le regole potrebbero presto trasformare le scuole i caserme. La ministra Trigueros si è messa subito al lavoro con una circolare inviata alle 5.000 scuole pubbliche nazionali con regole obbligatorie per “rafforzare la disciplina, l’ordine e l’aspetto personale”. E allora divise pulite e ordinate, acconciature appropriate, ingresso ordinato a scuola con saluti rispettosi – entrando e uscendo dalle aule, rispondendo “grazie” e “per favore” quando si rivolgono al personale scolastico -, l’istituzione dei lunedì civici con un’assemblea settimanale obbligatoria nelle prime ore del mattino, in formazione ordinata, con canto dell’inno nazionale e recita della preghiera nazionale davanti alla bandiera.
Bukele ha affidato a Trigueros la missione di preparare le nuove generazioni ad affrontare le sfide del futuro e a raggiungere “i più alti standard qualitativi che il nuovo El Salvador che stiamo costruendo richiederà”.
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POCA VOGLIA DI FARE IL SOLDATO: GIAPPONE A CORTO DI RECLUTE
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Sono i giorni in cui la Cina celebra con i suoi ospiti e con una grande parata militare in Piazza Tienanmen l’80° anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale contro il Giappone. Sono tempi in cui la Cina accompagna queste celebrazioni con produzioni cinematografiche epiche, ad alto budget, con grandi star, che sbancano ai botteghini raccontando la lotta cinese contro i giapponesi a metà Novecento, soffiando sugli istinti nazionali e anti-nipponici.
Il Giappone dopo quella sconfitta è stato sempre un paese pacifista, con un budget per la difesa molto contenuto e forze armate piuttosto ridotte e volontarie. Nel 2023 Tokyo ha iniziato ad aumentare le spese militari, per venire incontro alle esigenze che il mondo contemporaneo stanno imponendo a tutte le latitudini; punta a raggiungere il 2% del Pil nel 2027, ma i suoi alleati, specie gli Usa, vorrebbero molto di più.
Sta di fatto che il Giappone si ritrova in difficoltà a reclutare nuovi giovani soldati per rafforzare le truppe. Secondo i dati del ministero della Difesa, solo la metà delle 20 mila unità previste è stata reclutata, quindi manca ancora all’appello il 10% degli effettivi a regime, ovvero 250 mila soldati. Tokyo teme di ritrovarsi impreparata nel caso in cui la Cina dovesse rompere gli indugi a Taiwan, una rottura dello status quo che inevitabilmente coinvolgerebbe diversi attori e anche le forze armate giapponesi. Anche per questo sta rafforzando le capacità militari in alcune aree geografiche, come l’isola di Okinawa, strategica per il monitoraggio dell’area, dello Stretto di Taiwan e della penisola coreana.
E però le giovani generazioni – più assottigliate del passato, complice il declino demografico – non sono attratte dal mestiere del soldato. Un lavoro considerato pericoloso, con stipendi modesti e pensionamento anticipato intorno ai 56 anni.
A giugno il premier Shigeru Ishiba ha reso il rafforzamento delle Forze di Autodifesa una priorità assoluta. Tuttavia, il passato militarista evoca ricordi amari per molti giapponesi, la cui Costituzione, redatta dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale e che gode di un ampio sostegno pubblico, proibisce a Tokyo l’uso della forza e non riconosce le Forze d autodifesa come esercito ufficiale. Secondo un sondaggio Gallup International pubblicato lo scorso anno, solo il 9% degli intervistati giapponesi combatterebbe per il proprio Paese in caso di guerra, mentre il 50% rifiuterebbe. In confronto, il 46% dei sudcoreani e il 41% degli americani hanno detto di essere disposto a servire il Paese se necessario.
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La Bundeswehr è da anni uno dei punti deboli della Germania. Le forze armate tedesche soffrono di una cronica carenza di armi e munizioni, personale e mezzi, più in generale di una mancanza di autorevolezza e di prestigio, compromessi dopo diversi scandali legati agli sprechi eccessivi e alla presenza di neonazisti al suo interno. Si calcola, nel dettaglio, che mancano 80.000 soldati professionisti e 140.000 riservisti, proprio in un momento in cui il mondo – l’Europa in particolare – teme una guerra su larga scala e si predispone al riarmo.
Con questo senso di emergenza, il governo tedesco guidato dal cancelliere conservatore Friedrich Merz ha approvato oggi un disegno di legge volto a incrementare il reclutamento nelle forze armate, presentato dal ministro della Difesa, il socialdemocratico Boris Pistorius. È pertanto un test chiave della tenuta dei due grandi azionisti del governo, la Cdu-Csu e la Spd, che con grande fatica, pur arrivando da strade e culture molto diverse, provano a marciare nella stessa direzione.
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L’ASCESA DI PORKY IN PERÙ
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Il Perù ha un nuovo favorito per le elezioni generali fissate ad aprile 2026. Si tratta di Rafael López Aliaga, sindaco conservatore di Lima, che secondo l’ultimo sondaggio Ipsos è per la prima volta in testa alle intenzioni di voto, sopra Keiko Fujimori, altra esponente conservatrice che ha perso gli ultimi tre ballottaggi presidenziali.
Non è un exploit dei tempi recenti, ma la sapiente costruzione di una leadership politica. I peruviani lo chiamano “Porky”, per la somiglianza con il maialino storico e popolare personaggio dei cartoni animati Looney Tunes – che in Italia ha assunto più nomi, fra cui Pallino. Rafael López Aliaga ha sapientemente sfruttato la cosa, arruolando persone mascherate da maiale per i suoi eventi politici, adottando un maiale come mascotte personale, nominando “Porky-mobile” l’auto che lo trasporta.
Piuttosto bizzarro per questo uomo d’affari, con la passione per la politica e la innata capacità di lasciarsi andare in proposte bizzarre e promesse stravaganti. Legato all’Opus Dei, ha detto di essere “dipendente dall’eucaristia”, di autoflagellarsi con il cilicio quotidianamente per preservare il suo celibato, teorico della cospirazione globale progettata dai marxisti per distruggere l’economia e instaurare un paradiso socialista.
Sindaco di Lima da gennaio 2023, si è dimostrato molto battagliero con il governo centrale e spesso piuttosto impreparato all’amministrazione. Il debito della capitale peruviana è triplicato sotto la sua gestione e Moody’s ha tagliato il rating, sotto l’investment grade. Tutta colpa dei marxisti, dei parassiti di sinistra, di un’imprecisata mafia, spesso evocata nei suoi discorsi, e di burocrati e giornalisti, ovviamente.
Molti elettori credono che farebbe pulizia, i “Porkylovers” sono convinti che imporrebbe un cambiamento in un Perù che ha una presidente, Dina Boluarte, con percentuali di gradimento allo zero virgola, e una lista di problemi senza soluzione. Piacciono le posizioni di chiusura sui diritti, come aborto e matrimoni gay. Piacciono le sue promesse di eliminare i ministeri (come Javier Milei in Argentina) e di ammassare le truppe alle frontiere e inviare prigionieri pericolosi a El Salvador (come Donald Trump negli Usa). Il fatto che sia ricco, inoltre, li rassicura sul fatto che non ruberà, non sottrarrà denaro pubblico come molto spesso è capitato a chi è passato al governo prima di lui.
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Il Fondo sovrano norvegese, il più ricco al mondo, ha annunciato un importante disimpegno da soggetti industriali e finanziari legati a Israele. In un contesto in cui in Europa si discute in modo disordinato e infruttuoso se spezzare l’Accordo di associazione con Israele – per la violazione dell’articolo 2 che stabilisce come “elemento essenziale” il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici da parte di entrambe le parti -, la Norvegia passa all’azione in modo deciso.
Il fondo, di proprietà della Banca di Norvegia, gestisce 1.900 miliardi di dollari provenienti dalla vendita di petrolio. Se il suo patrimonio dovesse essere diviso tra tutti i norvegesi, ciascun abitante riceverebbe circa 350.000 dollari, neonati compresi. È gestito dal ministero delle Finanze e investe per conto di tutto il popolo norvegese le sue enormi risorse in circa 8.500 aziende internazionali in tutto il mondo. Il gestore della ricchezza petrolifera della Norvegia è in modo assolutamente inusuale al centro delle polemiche politiche al punto da diventare un tema chiave delle elezioni dell’8 settembre, con le due coalizioni, di centrodestra e di centrosinistra, praticamente appaiate nei sondaggi.
Tradizionalmente, invece, i quattro maggiori partiti in parlamento hanno concordato ogni modifica al fondo tramite una “supermaggioranza” per evitare stravolgimenti ogni volta che c’è un cambio di governo. Le polemiche sono cominciate quando a inizio agosto il giornale Aftenposten ha rivelato che il fondo aveva investito in Bet Shemesh Engines Holdings, impresa israeliana specializzata nella manutenzione dei motori dei caccia impiegati da Israele.
Su raccomandazione del proprio Comitato etico, il fondo ha così deciso di cedere le sue quote nel gruppo americano Caterpillar, colosso dei macchinari da costruzione – ruspe, bulldozer -, perché “non c’è dubbio che i prodotti Caterpillar siano utilizzati per commettere violazioni diffuse e sistematiche del diritto internazionale umanitario” a Gaza e in Cisgiordania. Ha aggiunto che la società non ha “attuato alcuna misura per impedire tale utilizzo”. Il fondo norvegese era tra i 10 maggiori azionisti di Caterpillar, con una partecipazione pari all’1,2% del capitale, per un valore di 2,4 miliardi di dollari.
Il fondo ha inoltre dichiarato di essersi ritirato anche da cinque banche israeliane accusate di aver finanziato la costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania: First International Bank of Israel, FIBI Holdings, Bank Leumi Le-Israel, Mizrahi Tefahot e Bank Hapoalim hanno “contribuito al mantenimento degli insediamenti israeliani fornendo servizi finanziari che sono un prerequisito necessario per l’attività di costruzione negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est”. All’inizio di agosto, il Fondo aveva già annunciato il disimpegno da 11 aziende israeliane per il loro coinvolgimento nella guerra a Gaza, scoppiata dopo l’attacco terroristico di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023. Le aziende israeliane in cui il fondo norvegese investe sono passate da 61 (per un valore di 2,2 miliardi di dollari in azioni) a 32 nel giro di poche settimane.
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