di Vincenzo D’Anna*

Roma, 29 luglio 2026 – Certo non è colpa del nostro Governo se la guerra tra Iran e Stati Uniti infiamma il Medio Oriente, se più che con le azioni militari la si combatte anche con armi improprie. In parole povere, cercando di strangolare economicamente l’ottuso e violento regime degli ayatollah con il blocco delle loro petroliere da parte degli States e la conseguente ritorsione di Teheran, facendo leva sull’aumento del costo del petrolio in Occidente e minacciando di impedire il transito nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita buona parte dell’oro nero diretto ai porti europei e americani. Sul campo di battaglia ormai sono i droni a farla da padrone e non più i carri armati e le artiglierie: così cambia il volto della strategia bellica, che va oltre le dotazioni degli eserciti in campo per colpire i centri nevralgici economico-finanziari dei Paesi belligeranti. Insomma, più che sconfiggere militarmente l’avversario, si cerca di strangolarlo per altra via. Altra caratteristica della guerra moderna è che non esistono più Stati neutrali, ossia immuni dal subire ripercussioni pur non essendo direttamente coinvolti nel conflitto armato. La crisi del petrolio non colpisce solo Usa e Iran, ma una miriade di altri Stati, le cui economie risentono dell’aumento del costo dell’energia, subendo un’onerosa ripercussione sui rispettivi bilanci. Quanto costa all’Italia questa guerra è calcolabile in termini di maggiore spesa sia per le famiglie sia per lo Stato. Per quanto riguarda quest’ultimo, gli sgravi sulle accise dei mesi scorsi, inizialmente pari a 20 centesimi al litro su benzina e gasolio, hanno drenato circa 1,5 miliardi dal bilancio pubblico. A questi vanno aggiunti altri 9 miliardi derivanti dal maxi-taglio di 25 centesimi del 2022. Cifre importanti che hanno finora dissuaso il Governo dal replicare il maxi sconto, non essendoci le condizioni finanziarie per poterlo fare. Tuttavia il perdurare della crisi bellica ha comportato un ulteriore esborso di 125 milioni a causa dei 17 centesimi di sconto sul gasolio fino al 6 agosto. Uno stillicidio al quale va posto un freno sfruttando le “accise mobili”, ossia senza ulteriori aggravi di spesa per l’erario, destinando il maggiore gettito fiscale derivante dall’aumento del costo della benzina. Sembra semplice a chiacchiere, ma in questo modo si arriverebbe a un taglio massimo di 5 centesimi, oltre ad altre risorse provenienti dalle sanzioni Antitrust e dal Fondo per gli interventi strutturali di politica economica. Si dirà: meglio che niente. Ma la vicenda rappresenta un metodo che, nella sostanza, origina due errori. Il primo è quello di non calcolare che la guerra sta fortemente riducendo la quantità delle riserve di petrolio disponibili, per cui intervenire sulle accise, per attutire gli effetti delle tensioni in Medio Oriente, dà la falsa sensazione che la disponibilità di carburante sia invariata, invece di mettere l’accento sull’urgenza di consumarne meno. Il secondo è che la misura dovrà essere finanziata con un aumento del debito pubblico, nonostante le coperture sopra citate e l’extragettito Iva. Questo significa aumentare la spesa per interessi passivi e tagliare talune voci del bilancio dello Stato in vista della prossima legge di bilancio. In un momento nel quale occorre rientrare nel parametro del 3% tra deficit e Pil, in assenza di tagli di spesa è inevitabile che la tenuta delle finanze pubbliche peggiori. Parliamoci chiaro: nessuno dubita che le accise italiane siano altissime e che vi sarebbero margini e ragioni per ridurle, ma questo avrebbe senso solo se fossimo di fronte a una manovra strutturale e garantita da tagli di spesa. L’Italia sta andando verso le elezioni politiche e le richieste saranno orientate diversamente rispetto a una politica di rigore. Basti pensare che non passa giorno senza che Elly Schlein chieda l’applicazione, sine limite e sine die, delle accise mobili e, nel contempo, una montagna di miliardi per la sanità cosiddetta pubblica, che rappresenta il suo cavallo di battaglia. Non mancheranno le voci di Conte con il reddito di cittadinanza e del duo Bonelli-Fratoianni con la continua richiesta di ulteriori elargizioni ai ceti meno abbienti, secondo la loro abituale vocazione populista. I sinistri rispolvereranno le vecchie teorie marxiane sul colpire redditi e proprietà, ossia una patrimoniale per aumentare il gettito fiscale e la tassazione degli extraprofitti, come se spettasse allo Stato fissare limiti al profitto, che peraltro è già normalmente tassato con aliquote che possono arrivare a circa la metà dell’importo dichiarato. In parole povere, si torna a tosare la pecora di chi produce ricchezza, lavoro, occupazione e risparmio, di proprietà già tassate. Pannicelli caldi demagogici ed inutili perché portano al collasso del Pil. I leader di sinistra sono al sicuro hanno redditi e risorse di elevato tenore. Sovviene in proposito una strofa della canzone dei sanfedisti borbonici: “Chi tene pane e vino po’ fa’ pure ‘o giacobino”. E chest’è!!

*già parlamentare