di Vincenzo D’Anna*
Roma, 3 settembre 2026 – Se la destra avanza nel corpo elettorale, la destra stessa rischia paradossalmente di… perdere le elezioni! Un assurdo? Una bizzarria statistica? Quel mondo sottosopra al quale Roberto Vannacci deve la sua recente notorietà? Nossignore! Si tratta, invece, di pura e semplice logica elettorale in un sistema semi-maggioritario, laddove questo restasse così com’è o, più precisamente, qualora a un sistema proporzionale si aggiungesse un premio di maggioranza. Strano ma vero, per l’elementare circostanza che, nei modelli maggioritari, oppure in quelli che comunque assegnano un premio di maggioranza, quel che conta è il valore aggiunto degli addendi che consentono a una coalizione di prendere un voto in più di quella con la quale compete, nel momento in cui entrambe raggiungano la soglia minima fissata dalla legge perché si assegnino i seggi previsti come premio, ancorché tale addendo sia di piccole dimensioni percentuali. Questo meccanismo algebrico, para-politico, consente al cavallo della coalizione vincente di superare, anche di una piccola incollatura, sul traguardo quello dell’avversario. Anche di qualche decimale: e ciò conferisce ai cosiddetti “cespugli” un grande potere di condizionamento, ben oltre la loro consistenza numerica. Al contrario, il ragionamento non cambia affatto se quegli addendi, seppur piccoli, vengono a sottrarsi, determinando una comparazione che favorisca l’avversario, laddove questi subisca poche e minori defezioni. Dando per ipotesi il mantenimento di un premio di maggioranza alla coalizione dei partiti apparentati, ancorché venga assegnato a ciascuno di essi il numero dei seggi calcolati con il proporzionale puro, il premio spetterebbe alla coalizione che raggiungesse la soglia minima prevista e avesse raccolto il maggior numero di voti. Insomma, l’introduzione delle preferenze e la ripartizione proporzionale dei seggi in base ai voti raccolti dai singoli partiti non modificherebbero le condizioni per l’assegnazione del premio di maggioranza. Tuttavia non si tratta di una mera questione matematica, ma della condizione politica che la determina. È già successo altrove: in Francia, Germania, Austria e Spagna, l’aumento dei consensi ai partiti di destra non ha necessariamente impedito alle forze di centro o di sinistra di formare una maggioranza di governo. In Francia, il Rassemblement National di Marine Le Pen e i suoi alleati hanno ottenuto risultati molto elevati, ma nelle elezioni legislative del 2024 il sistema a doppio turno e il ritiro reciproco di candidati tra forze avverse alla destra, hanno impedito al partito di conquistare la maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale. È la riproposizione, in forme diverse, di quella sorta di “conventio ad excludendum” che ha spesso impedito ai Le Pen di arrivare all’Eliseo, sede della Presidenza della Repubblica francese. Così è accaduto anche in Germania: alle elezioni federali del 2025 l’AfD di Alice Weidel ha raggiunto il 20,8% dei voti, diventando la seconda forza politica, ma è rimasta fuori dal governo, formato da CDU/CSU e SPD. Così pure in Austria, dove alle elezioni del 2024 il Partito della Libertà (FPÖ), erede della formazione guidata a suo tempo da Jörg Haider, ha raccolto il 28,8% dei voti, risultando il primo partito. Eppure il governo è stato formato da ÖVP, SPÖ e NEOS, lasciando fuori la destra. In Spagna, Vox, il partito guidato da Santiago Abascal, non è riuscito a consentire al Partito Popolare di formare un governo dopo le elezioni del 2023. Pedro Sánchez ha invece ottenuto la fiducia del Congresso grazie a un accordo parlamentare con Sumar e al sostegno di altre forze regionaliste e indipendentiste. Insomma, l’onda lunga europea, sintonizzata sulla protesta e sui valori tipici e identitari delle destre, non poteva che giungere anche in Italia, sotto la spinta di politiche proposte dalla sinistra sul “laissez-faire” in materia migratoria, sulla tassazione patrimoniale, sulla spesa sociale senza freni e sui relativi debiti, sullo statalismo a briglia sciolta, sul multiculturalismo religioso e sulla posizione anticapitalistica. Vannacci ha intercettato e personificato, nel Belpaese, quel comune sentire che si era già manifestato altrove, dove erano emersi analoghi disagi. Ma il paradosso italiano è che, allo stato attuale, la forza elettorale del generale non funziona da collante, bensì da deterrente per il centrodestra. Il piglio militaresco, le asserzioni categoriche e imperative su assunti di valori astratti, se non metafisici, come quelli riassunti nell’acronimo V.I.T.A.L.E. – virtù, identità, tradizioni, amore, libertà ed eccellenza – e la difficoltà a conciliare tali principi con un programma di governo, basti pensare alle posizioni filo-russe sull’Ucraina, fanno del politico con le stellette e delle sue quadrate legioni una sottrazione per il campo del centrodestra e un addendo per il centrosinistra. Roba politicamente schizofrenica, che si vede solo sotto la tazza capovolta del cielo italiano.
*già parlamentare










