di Vincenzo D’Anna*

Correva l’anno 1978 e, due giorni dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani, a Roma, Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno del Governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti (con l’appoggio “esterno” del Pci di Enrico Berlinguer), rassegnò le dimissioni. Con quel gesto, che trova pochi riscontri nella storia della Repubblica, si assunse la responsabilità politica per il fallimento e la tragica conclusione del sequestro da parte delle Brigate Rosse. Il noto vignettista Giorgio Forattini descrisse la scena con amara ironia, raffigurando Cossiga mentre restituiva ad Andreotti una fionda, simbolo della scarsa e insufficiente dotazione di uomini e mezzi di cui disponeva per combattere la guerra contro le bande eversive, rosse e nere, che attentavano alla sicurezza e alla stabilità dello Stato. Un’immagine caricaturale rimasta vivida nella memoria di quanti vissero quei tragici e sanguinosi anni, che riaffiora ogni volta che i telegiornali mostrano i danni provocati dai missili e dai droni russi sulle abitazioni civili delle città ucraine e il loro macabro corredo di morti. Uno stillicidio che dura ormai da anni in una guerra, scaturita dalla proditoria aggressione di Mosca a Kiev, che ha rivoluzionato sistemi d’arma, metodi e strategie di combattimento. Il conflitto si è trasformato in una guerra “sporca”, nella quale non esiste più un vero campo di battaglia né lo scontro tra eserciti contrapposti, ma viene coinvolto l’intero territorio, comprese le infrastrutture civili, con un tragico tributo di vittime innocenti. Dinanzi ai metodi utilizzati da Vladimir Putin per piegare l’eroico popolo ucraino impallidiscono perfino i ricordi degli efferati crimini compiuti dalle SS tedesche contro le popolazioni inermi durante la Seconda guerra mondiale. Non esistono più leggi, consuetudini o codici militari rispettati: si colpisce il nemico ovunque, costi quel che costi alla popolazione, fatta di donne, anziani e bambini. Scuole, ospedali, abitazioni e infrastrutture civili non vengono più distinti dagli obiettivi militari. Quando l’esercito di Mosca non riesce a sfondare la linea del fronte nel Donbass, colpisce lontano, portando morte e distruzione tra la popolazione ucraina per piegarne la resistenza. Quest’ultima, pur tenace ed eroica, non gode di particolare considerazione presso quel movimento pacifista, farlocco e manicheo, che opera dalle nostre parti. Non suscita pietà né sdegno, non muove cortei di protesta né fa salpare flottiglie solidali verso il Mar Nero. Insomma, i morti civili, gli stupri, le violenze, le fucilazioni sommarie e le fosse comuni in Ucraina sembrano avere, per costoro, una valenza politica, etica e morale inferiore rispetto a quelli palestinesi. Potenza della faziosità, della doppiezza morale e del cinismo di una parte del cosiddetto fronte progressista del nostro Paese, mentre alcune forze politiche, come il M5S e la Lega, sono addirittura contrarie a fornire mezzi e armi agli aggrediti, sostenendo, con una notevole dose di ipocrisia, che questa sarebbe la strada per ottenere la pace. Di quale pace si tratterebbe nessuno lo dice, benché appaia evidente che significherebbe la resa degli aggrediti, un nuovo appeasement alle mire del satrapo del Cremlino. Venuto meno il sostegno incondizionato e munifico degli Stati Uniti, che oggi non solo lesino armamenti e missili anti missile, ma pretendono anche di essere ripagati con lo sfruttamento delle ricchezze naturali ucraine, resta il cauto e limitato appoggio dell’Unione europea. Tuttavia l’Ue, non essendosi mai dotata di un forte apparato militare comune, non dispone, per quantità e tipologia, degli armamenti che sono più necessari all’esercito di Kiev, né dei sistemi d’arma indispensabili per difendere le città dai missili balistici. Mosca, pur pagando un tributo elevatissimo di vite umane sul campo di battaglia, può contare su ingenti quantità di armi, alimentate anche dalle forniture del despota nordcoreano Kim Jong-un. Un sostegno in uomini, armamenti e missili balistici che rischia di ribaltare l’equilibrio militare a favore dei russi. Gli ucraini non dispongono dell’immensa riserva di armamenti degli ayatollah iraniani, capaci da mesi di sostenere il confronto con Stati Uniti e Israele, bombardando quasi tutto il Medio Oriente. Una realtà che non sfugge alle cancellerie occidentali, ma che troppo spesso viene affrontata con la bislacca pretesa diplomatica di dovere fare parti uguali tra diseguali, mettendo sullo stesso piano Teheran e Kiev. Oggi la fionda di Davide non basta più per sconfiggere Golia, né per assicurare un futuro di pace all’Occidente, che pure finge di non saperlo ma che rischia di dover fare i conti con chi intende sovvertire l’ordine mondiale attraverso l’uso della forza delle armi, per estremismo politico o religioso che sia.

*già parlamentare