di Vincenzo D’Anna*

Non c’è persona che abbia vissuto i fermenti politici e sociali della rivoluzione studentesca del 1968 che non sia addolorata per la morte di Francesco Guccini, artista che con le sue canzoni divenne, per molti giovani, il cantore di quell’epoca. Sono ancora in tanti a ricordare quegli anni come una vera epopea. Gli scontri tra militanti delle opposte fazioni ideologiche erano aspri, talvolta mortali.


La Sinistra era composta soprattutto da comunisti ortodossi e da un variegato mondo di dissidenti: marxisti-leninisti, maoisti, trotzkisti e gruppi extraparlamentari. La Destra riuniva nostalgici del Ventennio, seguaci di Julius Evola e ambienti più moderati, anticomunisti più che fascisti, che si richiamavano a Giuseppe Prezzolini e al liberalismo di Benedetto Croce. Sulle opposte barricate ci si distingueva per stile di vita, abbigliamento, cultura politica, estrazione sociale, letture e gusti musicali. La sinistra prediligeva le canzoni engagées, impegnate sui temi sociali e politici; la destra preferiva brani meno politicizzati. Libri, dischi e perfino il modo di vestire diventavano segni di appartenenza. L’anticonformismo e il rifiuto delle consuetudini borghesi, bollate come “perbeniste”, finirono però col trasformarsi essi stessi in un nuovo conformismo: un adeguamento collettivo a un diverso modo di guardare il mondo. Nel panorama musicale Lucio Battisti era considerato il cantautore della Destra, Francesco Guccini quello della Sinistra, sebbene entrambi scrivessero seguendo soltanto il proprio estro, mentre altri li imprigionavano in schemi ideologici. La prova della loro grandezza è che le loro canzoni hanno attraversato il tempo, continuando a essere amate anche da generazioni estranee a quelle aspre contrapposizioni. Guccini, suo malgrado, divenne il simbolo dei contestatori e una presenza abituale alle Feste dell’Unità, icona di una canzone attenta ai temi civili. Ma il suo talento non può essere ridotto a un’appartenenza politica. Lo dimostra “L’Avvelenata”, nella quale il cantautore si scrolla di dosso il paludamento che gli era stato attribuito, fino al punto di procurargli accuse di tradimento della causa: “Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia. Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi”. Insomma, onusto di gloria artistica ma stanco di assumere il ruolo di vate o di icona politica, Guccini non si è mai piegato alla legge della notizia commerciale per intascare soldi, come hanno fatto tanti altri suoi colleghi. Personalmente, non sono mai stato di quella parte politica, tuttavia ne ho sempre apprezzato la coerenza, la modestia e il valore di uomo e di artista. Come ricordarlo degnamente se non con le sue stesse parole: “Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso… E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare. Ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto”.

*già parlamentare