di Vincenzo D’Anna*
Roma, 26 luglio 2026 – Aveva ben ragione Joseph Ratzinger, salito al soglio pontificio con il nome di Benedetto XVI, allorché, nel 2000, a Berlino, pronunciò la frase: “L’Occidente coltiva l’odio di sé”.

Il Papa rimarcava come il nostro mondo soffrisse di una grave patologia: quella di non amare più se stesso, di essersi immerso in una cultura nichilista, quella del cosiddetto “primatismo”, che dell’intera storia occidentale considera soltanto gli aspetti negativi, rifiutandone le radici culturali giudaico-cristiane, nonché i valori laici e spirituali che pure l’hanno contraddistinta nei secoli. Un modo di pensare coltivato soprattutto nelle fila della cosiddetta sinistra radicale, che ne ha ampliato i concetti adottando la teoria woke. In inglese il termine significa “sveglio” e si connota per la consapevolezza e l’attenzione verso le ingiustizie sociali, come il razzismo, il sessismo e la discriminazione nei confronti delle categorie ritenute più deboli. Tra queste rientra la massa dei migranti che, da oltre vent’anni, ha raggiunto tutta l’Europa, determinando, secondo molti, un’integrazione che ha inciso profondamente sulla nostra civiltà, sulla cultura, sulla religione e sulle tradizioni del Vecchio Continente e di quei Paesi occidentali che proprio dall’Europa hanno tratto ispirazione per edificare modelli di Stato analoghi. Secondo gli apologeti del progressismo e del solidarismo woke, l’Occidente avrebbe un debito storico da espiare nei confronti di quei popoli e di quelle nazioni ancora sottosviluppate, dilaniate da guerre etniche e religiose, che hanno prodotto migrazioni bibliche verso i Paesi più evoluti, emancipati e opulenti. Una sorta di peccato originale, un debito ancestrale risalente all’epoca in cui le grandi potenze europee e, successivamente, quelle nordamericane, occuparono quei territori sfruttandone risorse naturali, popolazioni e materie prime attraverso il colonialismo. In sostanza, il peccato da espiare sarebbe quello di aver fondato lo sviluppo dell’Occidente sull’espropriazione delle popolazioni indigene. Prima le grandi scoperte geografiche, poi il colonialismo e la politica di dominio imposta con le cannoniere e gli eserciti, utilizzati come strumenti di oppressione e sfruttamento. Ci sarebbe da obiettare che il colonialismo fu, in molti casi, anche un veicolo attraverso il quale giunsero in quei territori un’idea moderna di Stato, la nozione dei diritti umani, infrastrutture, scuole, università, ospedali, nonché i concetti di democrazia e libertà, fino ad allora largamente sconosciuti. La prova si ebbe quando, ottenuta l’indipendenza, molte ex colonie adottarono modelli economici, sociali e istituzionali ispirati a quelli degli antichi colonizzatori. In altri casi, invece, si tornò a usanze arcaiche, a società patriarcali, alla violenza religiosa, alle satrapie e ai regimi dittatoriali, arretrando anziché avanzare nella scala della civiltà. E tuttavia, a quanto pare, ciò non è bastato. Né sono bastati gli aiuti economici e umanitari degli Stati più ricchi, delle loro organizzazioni e delle istituzioni benefiche a favore dei nuovi Stati africani e mediorientali. Così gli apostoli dell’autolesionismo e dell’odio di sé continuano a predicare tolleranza e accondiscendenza verso chiunque metta piede in Occidente, esponendosi spesso anche alla rivalsa di immigrati di seconda generazione, pur beneficiari di tutela sanitaria, istruzione pubblica, diritti sociali e lavoro garantito da leggi e sindacati. L’idiosincrasia verso i valori occidentali li induce a giustificare quasi sempre i migranti, anche quando esportano in Europa modelli culturali, comportamenti violenti e concezioni religiose e sociali incompatibili con la storia, le tradizioni e i principi delle nazioni che li hanno accolti. A Bologna si sono viste proteste dai toni della guerriglia urbana per la morte di Abderrahim Fakir, mentre nessuno alzò un dito quando il cittadino croato senza fissa dimora Marin Jelenic uccise il capotreno Alessandro Ambrosio. Si contano ormai decine di manifestazioni a sostegno di cittadini extracomunitari anche quando si rendono protagonisti di reati o vantano precedenti penali, mentre tutto tace quando accade il contrario. E poi ci si meraviglia se, nei sondaggi, avanzano forze politiche che fanno della tolleranza zero il proprio cavallo di battaglia. A Berlino è andato in scena l’ennesimo episodio: l’attacco contro cittadini che partecipavano a un Gay Pride, investiti da un fondamentalista islamico nato e cresciuto in Germania, già noto alle forze dell’ordine. Difficilmente leggeremo comunicati indignati delle associazioni LGBT o assisteremo a fiaccolate dei cosiddetti progressisti. Nessuno dirà che, metaforicamente, dentro quell’automobile non vi fosse soltanto un uomo violento, ma anche il fallimento di una cultura della tolleranza priva di reciprocità. Un monito che, con ogni probabilità, resterà inascoltato.
*già parlamentare










