La spada dell’Arcangelo

di Vincenzo D’Anna*

Roma, 17 luglio 2026 – Sulla sommità di Castel Sant’Angelo, a Roma, il bastione merlato di epoca medievale che fungeva da prigione ai tempi del Papa Re, troneggia la statua in bronzo dell’arcangelo Michele. Quest’ultima, opera dello scultore fiammingo Peter Anton von Verschaffelt, realizzata nel 1753, contrariamente alla consueta rappresentazione, immortala l’Arcangelo nell’inusuale posa di rinfoderare la propria spada.


Secondo la tradizione, quel gesto simboleggia che la giustizia praticata dalla Chiesa, per sua natura misericordiosa, privilegia il perdono al castigo. Quanto poco praticata sia stata questa aurea massima nel corso del potere temporale dei Papi è scritto nella storia stessa della Santa Romana Chiesa. Tuttavia, la millenaria vicenda della Chiesa di Roma si presta a dar vita a molte leggende.

Una di esse sovviene alla mente in queste ore, sotto l’incalzare delle proteste che inondano il web contro la condanna a oltre 14 anni di reclusione inflitta dalla Corte di Cassazione a Mario Roggero, il gioielliere che reagì a una rapina nel proprio negozio, uccidendo due rapinatori e ferendone un terzo, a Gallo di Grinzane, in provincia di Cuneo.

I paragoni con analoghi casi nei quali la giustizia sarebbe stata meno severa si sprecano, così come le invettive contro i giudici che hanno confermato la pena detentiva. Molte proteste hanno un sapore xenofobo, allorché prendono a paradigma condanne più miti irrogate nei confronti di reati commessi da extracomunitari. Altre, invece, invocano una sorta di diritto all’autodifesa comunque e sempre; altre ancora evidenziano la laboriosità dell’uomo e il fatto che fosse vittima di una rapina, dunque una persona aggredita che si è difesa.

E tuttavia nessuna delle attenuanti addotte in favore dell’omicida regge dinanzi a un ragionamento non solo giuridico, ma anche etico. Per la prima fattispecie, quella giuridica, la condanna è stata pronunciata per eccesso di legittima difesa e sarà bene ricordare che quest’ultima è ritenuta tale quando il pericolo è grave e imminente.

Nel caso di Mario Roggero non sempre ricorrevano entrambe queste condizioni: il gioielliere ha inseguito i ladri quando erano ormai in fuga, facendosi giustizia con le proprie mani, non più per difendersi da un pericolo grave e imminente. Parimenti, non convince l’aspetto morale invocato in favore dell’onesto lavoratore, che avrebbe ben potuto lasciare alle autorità preposte la cattura e la condanna dei malviventi.

Certo, sono state concesse le attenuanti riguardanti lo stato di stress e di paura, la situazione di difesa, altrimenti, con due uomini uccisi e uno gravemente ferito, non sarebbe bastato l’ergastolo. Ma non è la dinamica degli eventi, né la congruità della pena, ciò che qui interessa valutare, quanto piuttosto le reazioni che quella condanna ha suscitato in molti cittadini.

Ancor più merita riflessione l’idea posta alla base della protesta, ossia la convinzione che coi tempi che corrono ciascuno possa e debba farsi giustizia con le proprie mani. Se passa come lecita, auspicabile e perfino come politicamente condivisibile, una simile mentalità, crollano lo Stato di diritto e la civile convivenza che esso deve garantire.

Evapora, insieme all’odio e alla rabbia, anche la richiesta, sacrosanta e legittima, di dover essere protetto e che ogni onesto cittadino ha il diritto di rivolgere allo Stato. Invocare da quest’ultimo l’applicazione della legge del contrappasso, occhio per occhio e dente per dente, significa valicare il confine della civiltà giuridica e morale, tornando agli istinti delle società primordiali.

Una sorta di Far West che non garantisce maggiore sicurezza né più tranquillità ma, al contrario, espone l’intero consesso sociale a pratiche che non sono migliori di quelle che si intendono combattere. Una lezione che andrebbe rivolta a coloro che, in ambito politico, vestono i panni dei giustizieri e aizzano la comunità sfruttando la paura e l’esasperazione della gente comune.

Di converso, sul versante ipergarantista, bisognerebbe comprendere che non sempre è possibile vestire i panni della tolleranza a oltranza e che il bisogno di sicurezza è, tra tutti i diritti, quello che oggi maggiormente connota la qualità dell’azione di governo. Se da un lato operano i giustizieri senza riflessione, dall’altro agiscono i tolleranti senza buon senso.

Occorrerebbe che almeno sulla sicurezza dei cittadini si riuscisse a trovare un’intesa nel superiore interesse della collettività, mettendo da parte la speculazione elettorale e la contrapposizione per partito preso. Se in questo benedetto Paese non si riesce a giungere a una sintesi virtuosa neppure in un ambito tanto delicato, la speranza per il futuro è davvero poca.

La Repubblica non è la Chiesa cattolica e non può permettersi la misericordia come dogma di fede, ossia di munirsi di una spada senza punta. Parimenti non deve esistere uno Stato privo di misericordia, della tolleranza possibile, che assuma soltanto le sembianze di un arcangelo vendicatore.

già parlamentare*