Politiche 2027: Centro, l’eterna tentazione
di Vincenzo D’Anna*
Chi ha avuto modo di leggere il bel libro di Albert Camus, Il mito di Sisifo, ricorderà che lo scrittore francese, premio Nobel per la Letteratura nel 1957, caposcuola della corrente filosofica esistenzialista insieme a Jean-Paul Sartre, conclude così l’opera: «Anche lo sforzo per giungere alla meta basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Ed ha perfettamente ragione.

La vita, secondo Camus, è troppo breve perché ci si possa illudere di sovvertire le sorti del mondo, incidere significativamente sul destino dell’umanità dolente o pensare che l’esistenza stessa abbia un senso compiuto al punto da poterne scorgere il fine e l’utilità. Se ne deduce che l’uomo debba essere considerato un «eroe assurdo», ossia qualcuno che affronta la propria esistenza consapevole del fatto che non può incidere significativamente sul corso degli eventi, ma che, ciò nonostante, dovrà viverla come se lo potesse fare. E chi meglio del mitologico Sisifo può impersonare l’esempio della condanna alla quale sono destinati tutti gli uomini? Secondo il mito greco, per aver rubato il fuoco agli dèi, fu castigato a portare un pesante masso sulla sommità di una collina, per poi vederlo rotolare in basso e ricominciare in eterno il gravoso compito, testimonianza del fatto che agli uomini non sia possibile rendersi immuni dai pericoli e dalla precarietà dell’opera che compiono nel corso della loro breve esistenza. Sisifo rinnega gli dèi e solleva i macigni, ossia non ne accetta il verdetto e non perde la speranza; continua a fare quel che la sorte gli assegna, non si pente di aver operato per il bene degli uomini. Ma ciò non bastò agli uomini per vivere in sicurezza: dovettero inventare altro per vivere più tranquilli. Dovettero dotarsi dell’arte politica, ossia delle regole per governare la civile convivenza, di leggi che disciplinassero la vita comune creando le condizioni per vivere in pace. Ho sorriso spesso allorquando mi è capitato di ascoltare persone, anche erudite, affermare con sprezzante sufficienza: «La politica non mi interessa», il che sarebbe come sostenere che non interessa loro l’unico strumento conosciuto dagli uomini per vivere in armonia, più sicuri e più felici. Ma tant’è. È proprio a Sisifo che si dovrebbe intestare la denominazione dell’ennesimo partito, del tentativo di riunire il cosiddetto Centro, il partito dei moderati, che immancabilmente viene riesumato alla vigilia delle elezioni politiche nel Belpaese. In genere, più che una vocazione, è un ricorrente espediente, uno stato di necessità che assilla i cosiddetti cespugli, ossia le piccole formazioni partitiche che riscuotono poco successo o che a tanto si sono ridotte dopo un più consistente iniziale abbrivio. Un’eterna tentazione che si rintraccia anche tra le fila di coloro che sono contrari al sistema elettorale maggioritario e propugnano il proporzionale puro senza soglia di sbarramento, affinché ciascuno porti a casa il proprio magro bottino e il seggio parlamentare. Questi ultimi, per rendere più attrattiva la tesi del sistema proporzionale, indicano anche l’introduzione della preferenza, affinché l’elettore possa scegliersi il proprio candidato e cessi così la pratica del partito-ditta personalizzato, nel quale sia il leader massimo a scegliere chi far eleggere in Parlamento. Entrambe le asserzioni sono strumentali e vanno considerate come uno specchietto per le allodole, ossia gli elettori, per i seguenti motivi: il sistema maggioritario, ossia a collegi uninominali, può prevedere anche la presentazione di brevi liste di nomi designati da ciascuna coalizione in ogni collegio. Delle short list di tre candidati che gli elettori possono scegliere con la preferenza, senza modificare il principio di eleggere in ciascun collegio un solo rappresentante: il più votato della coalizione vincente. I collegi elettorali così concepiti, per assicurare tutti i seggi disponibili, saranno di dimensioni territoriali contenute e sarà interesse delle coalizioni schierare persone note e apprezzate, espressione di quel territorio. Niente più gente eletta perché collocata in una posizione apicale della lista, ma votata dagli elettori e, al contempo, conservando il vantaggio che gli stessi possano scegliere anche la coalizione vincente e il leader che poi assumerà la carica di presidente del Consiglio dei ministri, con un premio di maggioranza che assicuri la governabilità. Niente più trattative di corridoio, pastrocchi e voltafaccia post-elettorali in nome dello stato di necessità di dover fare un governo, in barba al mandato ricevuto dagli elettori, come già accaduto in passato. In questo sistema elettorale, diffuso in tutto il mondo occidentale, si inducono i partiti a coalizzarsi, ad unirsi su un progetto comune, non a polverizzarsi ulteriormente, come il caso Vannacci ha di recente testimoniato. Il Centro non è il refugium peccatorum dei piccoli capetti che devono sopravvivere, ma il luogo di un programma, di scelte moderate e ponderate, di collaborazione e non di odio e di eterna contrapposizione. Si potrà mai fare? Sì, cominciando col non dare credito ai centristi dell’ultima ora, quelli che, tutto sommato, cercano l’ultima spiaggia per sopravvivere.
*già parlamentare
Sofia flauto










