Morte dell’Occidente, il traguardo dei progressisti
di Vincenzo D’Anna
Roma, 15 giugno 2026 – Sembrerà un paradosso, e in gran parte lo è certamente, l’affermazione che l’Occidente, inteso come insieme di storia, cultura, modello politico, etica pubblica, diritti costituzionali e libertà individuali, abbia nell’Occidente stesso il suo nemico mortale. Un nemico ben mimetizzato che indossa, come paludamento, un espediente semantico riassumibile in una parola sola: multiculturalismo.
Insomma, quella aulica e pacifica espressione nata come celebrazione della diversità e accettazione degli altri esseri umani, si è via via trasformata in un esiziale pericolo per la civiltà occidentale. Il multiculturalismo nasce nel cuore della stessa cultura occidentale, partorita nelle cosiddette big society, il consesso sociale più emancipato, più progredito e agiato economicamente ed aperto a tutti, ospitale verso coloro che hanno altri modi di concepire l’esistenza, stili di vita, sistemi di governo e credo religioso.
E tuttavia quei presupposti di tolleranza ed integrazione sono andati incontro a una metamorfosi insidiosa e perniciosa che, stravolgendo gli assunti iniziali, si trasforma in un atto d’accusa per l’Occidente medesimo. La mutazione è cominciata con il linguaggio e con i mezzi di comunicazione di massa attraverso i quali quel linguaggio si è potuto accreditare presso la vasta platea social, trasformandosi in opinione pubblica.
È nata una nuova semantica chiamata “politicamente corretto” che, modificando i modi di dire, ha conseguentemente sdoganato un nuovo modo di pensare e di agire. Sostituendo la terminologia corrente oppure introducendo nuove frasi idiomatiche usate come passe-partout, sdoganando nuovi vocaboli per accedere alla modernità del linguaggio.
Un processo socio-culturale attraverso il quale si cerca di cambiare, surrettiziamente, anche la vecchia scala dei valori dell’etica pubblica. Una moda assunta come emancipante che ha preteso dalla politica l’adozione di pratiche e legislazione aderente a quel nuovo modo di pensare.
Un esempio concreto ci soccorre: il politicamente corretto nasce negli anni Ottanta del secolo scorso con lo scopo di promuovere una maggiore coesione sociale e il rispetto delle fasce più deboli del consesso umano; via via si trasforma in ben altro, se non addirittura nell’opposto del principio ispiratore, diffondendosi attraverso i social e diventando un elemento di discriminazione verso tutti coloro che non intendono accettarlo né utilizzarlo.
I nuovi modi di esprimersi, e i valori che essi si trascinano dietro, ne fanno un nuovo credo culturale che restringe drammaticamente la libertà di espressione, genera fratture etiche e sociali e finisce per favorire la nascita di una nuova élite politica ed intellettuale lontana dal comune sentire della massa popolare.
Veniamo poi all’ulteriore sviluppo di questa teoria elitaria e discriminatoria con la nascita della cultura “woke”. Anche quest’ultima nasce sul presupposto di favorire una maggiore giustizia sociale, attraverso politiche pubbliche che mirino a correggere disuguaglianze sistemiche legate a razza, genere, orientamento sessuale, disabilità e qualunque altro squilibrio sociale discriminante.
Si trasforma rapidamente in un’arma ideologica a senso unico, patrimonio dei progressisti e, più in generale, di coloro che si attribuiscono una superiore sensibilità etica, un migliore grado di civismo e una migliore dotazione culturale. Una genia, quest’ultima, molto diffusa soprattutto a sinistra e fatta valere, da sempre, come elemento distintivo rispetto alle altre posizioni culturali, una vera e propria diversità morale e politica.
Il successivo passo è quindi fisiologico per questi soggetti: la costante critica ed i pregiudizi verso il regime capitalistico, la storia stessa del progresso sociale, il libero mercato, il dinamismo sociale e l’individualismo competitivo, lo Stato minimo, diventano la base ideologica della dottrina woke e di coloro che intendono contestare il sistema.
Quella cultura diventa patrimonio comune a coloro che si oppongono al potere costituito e più in generale a chi non la pensa allo stesso modo. Si costituisce un tribunale permanente dove l’Occidente siede sul banco degli imputati, perennemente colpevole di ogni male della storia, mentre qualsiasi altra cultura viene, invece, esentata da ogni critica in nome del multiculturalismo tollerante e parificante.
Si giunge così a difendere anche l’indifendibile all’estero, tollerando tutto quello che non ci appartiene, giustificando e spalleggiando finanche regimi teocratici o illiberali, gruppi terroristici trasformati in partigiani per la libertà, satrapie e dittatori, tollerando oppressione di genere e assenza di diritti civili in culture e religioni non occidentali, mentre qui da noi si processano persino le statue, le favole o i classici della letteratura studiati nelle università.
Un processo di espiazione per l’Occidente e di giustificazione per tutto il rimanente. Eppure occorrerebbe considerare che tutti hanno copiato dall’Occidente; tutte le masse di diseredati e di vittime dei regimi vi vogliono venire e gran parte di questi, decine di milioni di persone, finora sono stati accolti, sostentati, curati e istruiti in Occidente.
Con tutti i suoi difetti, la civiltà occidentale, anche attraverso il poco edificante periodo coloniale, ha rappresentato un modello sociale ed economico che ha fatto da dagherrotipo per tutto il mondo, per le nazioni che sono progredite emulandolo.
Una verità scomoda per i cosiddetti “maître à penser” progressisti, i pacifisti ad oltranza, gli atei devoti e coloro che coltivano l’odio di sé nel mentre continuano a flagellarsi vivendo agiatamente e pacificamente in quello stesso mondo che intendono distruggere.
*già parlamentare










