Genova, Gay Pride: la tempesta dell’equiparazione

di Vincenzo D’Anna*

Roma, 14 giugno 2026 – “Ripensiamoci tempesta”: è questo lo slogan del raduno-sfilata del Liguria Gay Pride svoltosi per le vie di Genova e che, secondo fonti di stampa, ha visto la partecipazione di circa 15-20 mila persone. Tra le migliaia in corteo anche Silvia Salis, sindaco di Genova espressione del Partito Democratico.


Ed è stata proprio lei a commentare a lungo l’evento: «Nessuna amministrazione può dirsi neutrale e la città può dirsi davvero giusta quando nessuno deve chiedere il permesso di esistere, di essere riconosciuto, di essere rispettato». E ancora: «Noi vogliamo stare dalla parte di chi riconosce, tutela e costruisce una città più giusta per tutte e per tutti», ribadendo la necessità di contrastare ogni forma di discriminazione nei confronti del mondo omosessuale e LGBT.

Se un cittadino proveniente da un lontano Paese straniero avesse ascoltato questa lunga e appassionata requisitoria, avrebbe potuto nutrire il dubbio di trovarsi in una nazione che discrimina sistematicamente gli omosessuali, retriva e ostile nei confronti del variegato universo LGBT.

E se quel mondo conia slogan come “Ripensiamoci tempesta”, secondo questa lettura, significa che siamo dinanzi a uno strumentale allarmismo, a una rappresentazione della realtà che finisce per esasperare un clima sociale che, al contrario, viene ritenuto sostanzialmente pacifico. Un Paese che negli anni ha più volte legiferato per riconoscere diritti e tutele, arrivando talvolta, secondo alcuni osservatori, anche oltre quanto strettamente necessario.

Eppure, sostiene questa impostazione, si continua ad assistere alle stesse rivendicazioni, a una costante denuncia di discriminazioni e a una rappresentazione vittimistica che non si limiterebbe alla richiesta di pari diritti, ma tenderebbe anche a delegittimare chi manifesta opinioni differenti sul piano etico, culturale o sociale.

In questa prospettiva, il dibattito non riguarderebbe più soltanto il riconoscimento dei diritti individuali, dei diversi stili di vita e degli orientamenti sessuali, ma assumerebbe i contorni di una contrapposizione culturale più ampia, nella quale chi difende il valore dell’eterosessualità, della famiglia tradizionale o una concezione binaria dell’identità di genere viene spesso etichettato come retrogrado o appartenente a un mondo superato.

A cosa servono, allora, i toni accesi e il continuo richiamo a presunte emergenze? La risposta che viene proposta è che lo scopo non sia più soltanto quello di denunciare una discriminazione, bensì di imporre una determinata visione culturale e sociale, relegando al margine chi non aderisce alle teorie gender, alla cultura woke o al linguaggio del cosiddetto politicamente corretto.

In questo scenario, secondo i critici di tali impostazioni, i presunti discriminati rischiano di trasformarsi in discriminatori, mentre coloro che si dichiarano oppressi finiscono per mostrarsi intolleranti verso il dissenso. Un atteggiamento che verrebbe spesso tollerato da una parte del mondo politico, giornalistico e culturale per il timore di essere immediatamente etichettati come omofobi o culturalmente arretrati.

Se poi un personaggio politicamente e culturalmente fuori dagli schemi vende migliaia di copie dei propri libri, raccoglie ampi consensi elettorali e riesce a costruire un movimento politico seguito da molti cittadini, una ragione – secondo questa analisi – deve pur esserci.

Quel personaggio è Roberto Vannacci, ex generale dell’Esercito italiano. Tra i temi che più frequentemente propone vi sono proprio il contrasto alle teorie gender e la difesa di quei valori tradizionali che una parte significativa della popolazione percepisce come minacciati o privi di adeguata rappresentanza.

Sarà pure, come sostengono i suoi detrattori, un segmento dell’elettorato di impronta conservatrice o reazionaria, ma resta il fatto che molti cittadini si riconoscono in una cultura, in una tradizione e in una scala di valori ereditata dalle generazioni precedenti e desiderano che tale sensibilità trovi espressione nello spazio pubblico.

Non partecipano a sfilate variopinte, non salgono sui carri del Pride, non godono del sostegno esplicito di una parte del mondo progressista o dell’intellighenzia culturale. Per questo motivo finiscono per affidarsi a chi promette risposte semplici a questioni complesse e si propone come difensore della loro identità culturale e morale.

Vannacci rappresenta anche tutto questo, piaccia o meno ai movimenti LGBT, agli artisti e ai commentatori che fanno della propria identità sessuale un elemento distintivo del dibattito pubblico.

Alla fine, però, una regola resta immutata: i voti si contano e non si pesano. Eterosessuali e omosessuali, in democrazia, esprimono un voto che ha esattamente lo stesso valore.

*già parlamentare

 

sofia flauto pedagogista