Follie stataliste: la tassa per “Cicciobello”

di Vincenzo D’Anna*


Per quanto se ne voglia parlar male, non si finisce mai di stupirsi del cretinismo statalista, di quanto bizzarre e dissipatrici del pubblico denaro siano le gesta dello Stato imprenditore. Uno stupore che si trasforma in orrore allorquando il cittadino che paga le tasse, poiché il pubblico denaro è quello che sborsa il contribuente, si accorge che chi lo amministra ripete puntualmente gli stessi errori.

Questi ultimi sono evidentemente legati al sistema economico vigente in Italia che, in estrema sintesi, può essere distinto in imprese pubbliche e in imprese private assistite dallo Stato. Le prime, a capitale pubblico, sono circa diecimila, buona parte delle quali deficitarie, con lo Stato che ne ripiana i debiti; le seconde sono a capitale privato, ancorché viga una regola mai scritta: privatizzare gli utili e pubblicizzare le perdite.

In entrambi i casi, a ripianare il debito è lo Stato pseudo-liberale e “cripto-socialista”, che interviene e ingerisce nelle dinamiche economiche delle aziende, sottraendole alle regole del libero mercato e della concorrenza.

La giustificazione di questo scempio, logico prima che economico, che ebbe origine con i governi di centrosinistra negli anni Sessanta del secolo scorso, è che lo Stato si riserva la prerogativa di gestire in regime di monopolio attività industriali ed erogare servizi che rivestono un interesse generale, spesso scomodando anche la roboante definizione di “strategico”.

Un assunto che spazia dalla sanità alla difesa, dall’energia ai trasporti, dalla giustizia alle poste e telecomunicazioni. Insomma, il paradigma keynesiano sull’intervento dello Stato in economia, riproposto dai seguaci del famoso economista inglese, ancorché la famosa “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, edita nel lontano 1936, fosse concepita per una nazione in guerra oppure in procinto di entrarvi, come l’Inghilterra.

Ed è anche logico che, laddove una nazione stia producendo il massimo sforzo bellico e corra un pericolo esiziale, sia lo Stato a decidere gli interventi economici, indirizzandoli verso ciò che occorre alla nazione.

Eppure quella teoria suscitò molti consensi e tuttora gode di molto credito, per la semplice ragione che i politici che in quel momento occupano lo Stato possono gestire e allocare ingenti risorse finanziarie per erogare servizi, produrre beni e realizzare opere pubbliche. In parole povere, alimentare la macchina del potere e quindi quella del consenso elettorale che ne deriva.

In Italia, Paese di levantini, questa opportunità fu colta appieno anche da coloro che socialisti non erano dal punto di vista ideologico, ma certamente interessati alla gestione del potere economico e clientelare.

Senza questa precisazione non si spiega perché un Paese e una classe politica che in maggioranza si definiscono liberal-democratica, finiscano per creare il Ministero delle Partecipazioni Statali, nazionalizzare importanti asset industriali e, nel contempo, assistere chi nel comparto privato stia per fallire, rifondendo in entrambi i casi un mare di danaro.

La teoria giustificativa che viene proposta, sia dai liberali farlocchi che dai socialisti impenitenti, è che in alcuni settori la gestione statale abbia una superiorità etica dei fini, in quanto non deve produrre profitto.

Purtuttavia, quella gestione produce perdite e quindi il legame tra eticità e mancanza di profitto è un mero infingimento, che risulta costoso per il contribuente e dannoso per quanto produce in termini di inefficienza e di debito accumulato.

Ma, uscendo dai massimi sistemi, arriviamo all’ultima alzata d’ingegno dello Stato imprenditore, che stavolta corre in soccorso di un asset strategico particolare: quello dei giocattoli.

Sì, avete letto bene. In soccorso della Preziosi, l’industria che ne produce la maggior parte e che solo nel 2025 ha chiuso con 97 milioni di euro di perdite e ha debiti pregressi per circa 500 milioni di euro.

A rilevare il tutto ci sarebbe l’azienda cinese Superhisen, ma Preziosi ha chiesto gli aiuti di Stato per mantenere in Italia e all’Italia l’industria.

Difficile pensare che un’industria di giocattoli possa avere valore strategico tanto da richiedere un salvataggio statale, ma si prospetta un rigurgito di nazionalismo che dovrebbe sbarrare la strada ai cinesi. Onde per cui venga applicato il motto che si pubblicizzino le perdite laddove si sono incassati i pregressi utili.

È già successo con le acciaierie, la chimica, le autostrade, la telefonia: perché mai dire di no al famoso bambolotto “Cicciobello”, che fu la gioia dei nostri bambini?

L’ingresso dei soci cinesi non è un attacco all’Italia, è una dinamica del mercato; sarà invece l’utilizzo di denaro pubblico un’aggressione ai risparmi degli italiani.

Si troverà in Parlamento un difensore che punti il dito contro l’“invasore straniero”, invocando la necessità di salvaguardare le “nostre” imprese. Allora sarà bene concentrarsi piuttosto sul nostro portafoglio.

*già parlamentare