di Sofia Flauto*

Se osserviamo un gruppo di bambini che giocano in un parco, ci accorgiamo che nessuno di loro nasce con il pugno chiuso, poiché la curiosità verso l’altro è la forza motrice naturale di ogni interazione. Eppure, crescendo, qualcosa si rompe: il “diverso” smette di essere un compagno di scoperte e diventa un confine o, peggio ancora, una minaccia. Questa metamorfosi ci svela una verità profonda: se l’amore e l’empatia affondano le radici nella nostra biologia, l’odio è invece un prodotto squisitamente culturale. È, a tutti gli effetti, una pedagogia appresa che raramente si insegna tra i banchi di scuola con lezioni frontali, viaggiando piuttosto attraverso canali sottili e pervasivi.

Si annida nel “non detto”, nei sospiri di un genitore davanti al telegiornale, nelle battute feroci delle chat di gruppo e nella polarizzazione costante di un discorso pubblico che divide ossessivamente il mondo in “noi” e “loro”.

Oggi i social media fungono da potenti acceleratori di questa deriva, poiché l’algoritmo non cerca affatto la verità, ma l’emozione forte, rendendo il disprezzo un contenuto estremamente magnetico per l’utente. In questo contesto, l’odio diventa una vera e propria scorciatoia cognitiva: per evitare la fatica di comprendere la complessità dell’altro, preferiamo etichettarlo, deumanizzarlo e, infine, escluderlo.

Questa dinamica si inserisce perfettamente in un’epoca che esalta l’autonomia assoluta e la performance individuale, dove l’Altro rischia di diventare un semplice intralcio alla propria affermazione o un oggetto da consumare, anche solo visivamente. La pedagogia dell’odio non è dunque un insegnamento esplicito, ma un clima culturale che suggerisce che la fragilità sia una colpa e la diversità un attentato a un’identità percepita come precaria.

Le nuove generazioni, nate in un mondo interconnesso ma emotivamente atomizzato, ereditano questa fatica di abitare lo spazio comune, di tollerare il dissenso e di riconoscere nel volto altrui una parte di sé.

Alla base di ogni disprezzo c’è la paura, perché educare all’odio significa, in fondo, educare al timore, convincendo i giovani che l’altro possa sottrarci spazio, lavoro o sicurezza. Quando la pedagogia smette di essere apertura al mondo e si trasforma in costruzione di mura, tradisce la sua missione originaria, poiché un’educazione fondata sulla difesa dal “nemico” non crea cittadini liberi, ma individui fragili che cercano stabilità solo attraverso la negazione dell’alterità.

Per invertire questa tendenza è necessario osservare le dinamiche che alimentano tale deriva, a partire dalla scomparsa della mediazione adulta che lascia i giovani soli davanti a flussi di informazioni che parlano direttamente alla pancia, rendendo l’odio una risposta emotiva per dare un nome a un disagio interiore informe.

In un mondo complesso, schierarsi “contro” qualcuno offre una gratificazione immediata, facendo nascere l’appartenenza non da un progetto comune, ma da un’opposizione condivisa, ulteriormente esasperata dall’anestesia del senso indotta dai media digitali. Qui il dolore altrui perde consistenza fisica e la realtà viene filtrata da una “miopia empatica” che non è cattiveria innata, ma un effetto della distanza dello schermo.

Tuttavia, se l’odio può essere insegnato, la buona notizia è che può essere anche disimparato attraverso una contropedagogia fondata su pilastri chiari che iniziano dall’igiene delle parole. Dobbiamo restituire peso al linguaggio, sostituendo il vocabolario dello scontro con quello del confronto, affiancando a questo un’educazione alla complessità che insegni ad abitare l’incertezza senza cercare soluzioni facili nel pregiudizio.

Infine, è fondamentale tornare all’incontro dei corpi, poiché l’odio fiorisce nella distanza; è facile disprezzare una categoria astratta, ma è molto più difficile odiare una persona di cui conosciamo il nome, la storia e lo sguardo.

Il compito di chi educa oggi è dunque immenso: dobbiamo essere cercatori di ponti in un’epoca di trincee. Disinnescare la pedagogia dell’odio non significa essere ingenui, ma profondamente coraggiosi, scommettendo sul fatto che l’alfabeto dell’umano resti la lingua che tutti desideriamo parlare.

La sfida per la comunità educante è quella di restituire ai ragazzi la bellezza dell’incontro inaspettato, passando da una pedagogia della difesa a una dell’apertura, dove l’altro non sia il confine che ci limita, ma l’orizzonte che ci permette di restare umani.

*pedagogista