di Vincenzo D’Anna*
Gli ungheresi hanno scelto di stare in Europa senza se e senza ma: è questa la sintesi che scaturisce dai dati elettorali delle elezioni politiche tenutesi nel Paese dei Magiari. Una scelta convinta, che segna l’abbandono della strada ondivaga e indeterminata del sovranismo nonché delle assonanze politiche con altri leader nazionalisti e separatisti come la francese Anne-Marie Le Pen del Rassemblement National, lo spagnolo Santiago Abascal del partito Vox, Herbert Kickl del Partito della Libertà d’Austria, Alice Weidel di Alternative für Deutschland, per finire con il nostro Matteo Salvini della Lega. All’appello manca Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, che da tempo, anche per le contingenze politiche legate al suo ruolo di governo del Belpaese, ha abbandonato la primigenia alleanza degli euroscettici.
A stravincere le elezioni è stato il leader dell’opposizione ungherese, Peter Magyar, con il partito Tisza, Il Partito del Rispetto e della Libertà, che ha ottenuto i due terzi dei seggi, ossia 140 sui 199 disponibili. Viktor Orbán, con il suo partito Fidesz, si ferma a 55 seggi parlamentari. L’unica altra forza a entrare in Parlamento è l’ultradestra di Mi Hazánk, Nostra Patria, con 6 seggi. In termini percentuali, Magyar si è imposto con il 53,6% dei consensi contro il 37,7% di Orbán; all’ultradestra va il 5,9%.
Un risultato che non necessita di commenti e che evidenzia ancora una volta come il sistema elettorale maggioritario produca esiti chiari e immediati al termine dello spoglio. Un metodo che, dalle nostre parti, è spesso avversato e contrastato dai professionisti della politica, dai titolari delle varie “ditte” denominate partiti, dai capibastone che trafficano a Montecitorio.
Lungo lo Stivale prevale la tesi del voto di preferenza, della legge elettorale proporzionale e dei meccanismi di parcellizzazione del consenso che, in nome della democrazia, creano spazi perché ciascuno gestisca e ottenga la propria aliquota di potere contrattuale. Mentre nei Paesi europei, al termine dello spoglio delle schede, si deduce inequivocabilmente cosa abbia deciso il popolo sovrano, chi sia il vincitore e chi il perdente, da noi si è costretti a logorarsi in estenuanti consultazioni e nella formulazione di ipotesi per raggiungere una sufficiente maggioranza parlamentare, tra compromessi e continui aggiustamenti.
Dall’Ungheria giunge dunque un messaggio chiaro e immediato, intellegibile sotto tutti i punti di vista, sia numerico sia politico. Questo risultato rafforza lo schieramento che guarda all’Europa unita e al progetto di una maggiore coesione tra gli Stati membri, pur nella diversità delle posizioni politiche che caratterizza ciascun Paese aderente.
Ed è questo il punto cruciale: in Ungheria ha vinto il centrodestra moderato ed europeista contro una destra sovranista e recalcitrante e, per certi versi, avventuriera in politica estera. Ne esce sconfitto non solo Viktor Orbán, ma risulta indebolito l’intero fronte dei sovranisti europei.
Si ridimensionano le posizioni dell’intransigenza e del pugno di ferro contro ogni forma di immigrazione, della rivendicazione ad oltranza della sovranità decisionale in patria pur beneficiando delle risorse della comunità europea, nonché dell’ambiguità in politica estera, laddove si mantiene un piede a favore degli ucraini e l’altro verso Putin per ragioni di convenienza economica.
Tuttavia, non si può certo sostenere che la vittoria di Peter Magyar rappresenti un successo della sinistra, che in queste ore tenta di intestarsi il risultato ungherese. Magyar somiglia più a Meloni che a Schlein, sia nel programma sia nella visione dello Stato e della politica interna ed estera.
Vince la destra moderata, quella che ha superato ideologismi ed estremismi e governa secondo criteri di equilibrio e aderenza alla realtà, senza inseguire suggestioni utopiche. Una destra che ha abbandonato il manicheismo e non si rifugia nella contrapposizione preconcetta.
Non è un caso se molte delle storiche battaglie riformiste della sinistra oggi vengono sostenute e attuate proprio dalla destra. Se esiste oggi un vero partito conservatore arroccato a difendere l’esistente, questo è la sinistra.
Utilizzando la Carta costituzionale come verità rivelata, quasi evangelica, essa si oppone a ogni tentativo di riforma, pur denunciando al contempo l’inadeguatezza della realtà vigente. È qui che si manifesta il vero paradosso: una coalizione che si definisce progressista ma che, nei fatti, conserva e preserva l’esistente.
già parlamentare*









