*Riforma Elettorale. Gli eredi di Murat*  di Vincenzo D’Anna*

Non so quanti siano quelli che ricordano un vecchio adagio, molto conosciuto nel Regno delle Due Sicilie, che risale al tempo in cui Napoleone Bonaparte imperversava militarmente e politicamente su gran parte dell’Europa. Il brocardo recitava: “Gioacchino facette ‘a legge e Gioacchino morette accise”, significa che chi è causa del proprio male deve piangere se stesso. L’aforisma si riferisce a Gioacchino Murat, re di Napoli, che nel 1808 istituì una legge punendo con la morte chi attentava al regno, cioè coloro che tradivano le norme napoleoniche che egli stesso aveva decretato. Catturato dopo il crollo del regime bonapartista e la conseguente restaurazione del regno dei Borbone, Murat venne fucilato nel 1815 in applicazione di quella stessa legge. Ebbene, il suo caso è divenuto noto, ma non è l’unico a cui fanno riferimento gli annali della storia italiana. Molti secoli prima, nell’antica Grecia si attribuiva la sciagura derivante dall’avverarsi di un avverso destino a una dea chiamata Nemesis. Era la personificazione mitologica della giustizia distributiva e della vendetta divina. Era intesa come punizione contro l’arroganza degli uomini, un castigo inevitabile che interveniva quando Nemesis  accompagnata da Hybris, la malvagità, turbava il pacifico ordine cosmico. Una legge del contrappasso, scaturente da una forza riparatrice che ristabiliva l’equilibrio tra il bene e il male. Se questo concetto lo trasliamo nell’ambito dell’agire politico, troviamo innumerevoli casi che testimoniano come potenti uomini di governo si siano distrutti a causa della propria arroganza, della smania di voler affermare non solo il  valore ed il potere ma anche il proprio nefasto dominio su coloro che erano  governati . E se ci addentriamo nella storia delle riforme, sia costituzionali che elettorali, concepite e proposte da vari leader politici in auge in quel momento, registreremo come, per l’esito di quelle stesse riforme o di quelle leggi, quei potentati siano miseramente naufragati!! Se restringiamo ulteriormente le nostre verifiche alla formulazione delle leggi elettorali, notiamo che esse sono state quasi sempre concepite e proposte dai detentori del potere di governo, cioè da coloro che reggevano il timone della nazione. Ne consegue che sia opinione radicata nella classe politica e nell’opinione pubblica che, quando un governo riscrive le regole elettorali, ci sia il sospetto del recondito scopo di volersi avvantaggiare sui suoi avversari nelle future competizioni. Insomma, che dietro la proposta di riforma delle regole del gioco vi sia non già lo scopo di rendere più agevole il potere di governare, più semplice e più equo il rapporto tra il consenso ricevuto e la quota di potere esercitato in ragione di esso, ma piuttosto quello di sfruttare la situazione di vantaggio del momento, ipotecandola anche per il futuro. Non sfuggirà a questo retro pensiero e alle polemiche che ne scaturiranno nel prossimo futuro, la proposta di riforma elettorale che il governo Meloni ha presentato di recente. Per quanto ancora poco nota ed esposta in termini di principio, essa viene definita dai proponenti come una legge ad esito maggioritario, ma che consenta al tempo stesso l’assegnazione proporzionale dei seggi ai partiti o alle coalizioni che concorrono alle elezioni. Insomma, già da una prima  presentazione ci accorgiamo di trovarci di fronte al solito italico compromesso tra due sistemi: quello maggioritario e quello proporzionale, il che è di per sé una sintesi spurea, una mediazione tra diversi  interessi  dei partiti di governo che propongono la riforma. È infatti interesse dei piccoli partiti l’assegnazione di seggi col sistema proporzionale, mentre quello dei partiti maggiori preferiscono il sistema maggioritario. Così come in aperta antitesi sono i due criteri di fondo: proporzionale e maggioritario (con il relativo premio di maggioranza), quello del poter esprimere voto di preferenza, per la scelta del candidato da eleggere,  e quello delle liste bloccate, tipiche dei sistemi maggioritari uninominali. Collegi   territorialmente delimitati  e con lo stesso numero di elettori.  Il sistema maggioritario, a sua volta,  può essere a turno unico oppure a due turni, con il secondo turno di votazione in cui si sfidano i due candidati più votati nel collegio al primo turno elettorale. Ed ancora, collegi con un unico candidato per ciascuna coalizione di partito o singolo partito, oppure liste corte composte  da  alcuni   candidati, ove verra’  eletto il più votato, in quel collegio, attraverso l’assegnazione della preferenza. Infine, si pone la questione del cosiddetto “ Premierato”, ossia l’indicazione del presidente del Consiglio, che sarà assegnato al candidato indicato dalla coalizione vincente, affinché  egli venga eletto direttamente dal popolo e non, in seguito, da una maggioranza parlamentare. Una scelta, quindi, non delegata ai giochi politici e parlamentari. Insomma, molta la carne al fuoco per una legge che, seppure concepita per vincere più agevolmente le elezioni potrebbe decretare la sconfitta di chi la propone. Tutto dipende dal destino elettorale, dagli umori del popolo, da una storia politica che si  trasforma  in  Nemesi. Insomma, lorsignori stiano attenti, la legge di Murat è lì in agguato.

*già parlamentare