Cecchini a Sarajevo, chi è l’italiano indagato: la camicia nera, i muscoli, la passione per le armi, le vanterie

Ex autotrasportatore e fascista dichiarato, lunedì verrà interrogato. Ma i suoi compagni di “safari dell’orrore” sarebbero più di 200. Le testimonianze: “Non ha mai provato vergogna, è orgoglioso delle sue scorribande” costate la vita a decine di civili

Civili in fuga a Sarajevo per scampare ai tiri dei cecchini nella città assediata

Civili in fuga a Sarajevo per scampare ai tiri dei cecchini nella città assediata

Milano, 5 febbraio 206 – Un “fascista dichiarato”, che lavorava tra l’Italia e la Croazia, “vicino agli ustascia croati durante la guerra civile nella ex Jugoslavia” e forse trascorreva i fine settimana a combattere al fianco delle milizie di ultradestra. Un uomo che “dimostra almeno 10 anni di meno” della sua età, “palestrato” e amante delle armi, che “gira in camicia nera da quando era giovane” e anche negli ultimi anni si sarebbe vantato in pubblico di aver sparato durante il conflitto che ha insanguinato i Balcani.

Un profilo, emerso dalle testimonianze raccolte dallo scrittore Ezio Gavazzeni e tracciato in un esposto alla Procura di Milano, del primo uomo a finire nel mirino dei pm nell’inchiesta sul caso dei “cecchini del weekend”, italiani che pagavano per andare a uccidere civili nella Sarajevo assediata dai serbo-bosniaci negli anni ’90.

L’interrogatorio

L’uomo, oggi 80enne e che vive in un paese in provincia di Pordenone dove per anni ha fatto l’autotrasportatore, è indagato per omicidio volontario continuato e aggravato.

Nell’ambito delle indagini del Ros dei carabinieri, coordinate dal pm Alessandro Gobbis, ieri gli è stato notificato un invito a comparire per l’interrogatorio, fissato per lunedì. L’80enne, stando alle accuse, avrebbe “in concorso con altre persone allo stato ignote”, in esecuzione di un “medesimo disegno criminoso cagionato la morte di civili inermi, tra cui donne, anziani e bambini, sparando con fucili di precisione dalle colline intorno alla città di Sarajevo durante gli anni ’92-’95”.

Reato aggravato dai “motivi abietti”. L’uomo, 50enne all’epoca dell’assedio, che in passato lavorava per una grande azienda metalmeccanica, si sarebbe vantato con altre persone raccontando che in quel periodo andava “a fare la caccia all’uomo” nella città assediata. Nella sua casa, perquisita, i carabinieri hanno trovato sette armi regolarmente detenute: due pistole, una carabina e 4 fucili.

Le testimonianze

L’indagine nasce da un esposto di Gavazzeni, assistito dagli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida, che ha raccolto le prime testimonianze sui presunti trascorsi del friulano, poi identificato dagli inquirenti e indagato. “Essendo un cecchino ne traeva un grande piacere, non ha mai provato vergogna a raccontarlo e anzi ne è orgoglioso. Da quanto ha detto l’ha fatto per diverso tempo, andava via dopo il lavoro e se ne tornava a casa la domenica sera”, è il messaggio che una donna ha inviato a una giornalista di una tv locale friulana in contatto con Gavazzeni.

Sia quella donna sia la cronista sono state ascoltate dagli inquirenti milanesi: le loro dichiarazioni sono tra gli elementi di prova elencati dalla Procura nell’invito a comparire insieme a una testimonianza di Adriano Sofri, all’epoca inviato a Sarajevo. Risulterebbe, inoltre, da verifiche effettuate dagli investigatori che in quel periodo l’uomo si sarebbe recato più volte in Jugoslavia e l’avrebbero riferito anche persone dell’azienda per cui lavorava.

Ramificazioni internazionali

L’inchiesta milanese, tra l’altro, si sta estendendo anche attraverso una cooperazione internazionale. Stanno indagando le autorità bosniache e si stanno muovendo anche Francia, Svizzera e Belgio, anche perché questi “tiratori”, che nel loro gergo si facevano chiamare “arcieri”, non sarebbero stati solo italiani.

La Procura sta lavorando per identificare altri presunti “cecchini” tra Piemonte, Lombardia e Triveneto: starebbero verificando, in particolare, un altro nome. “Gli italiani che hanno partecipato a questi safari, durante i quattro anni di vita di questa organizzazione, si possono quantificare in 230”, ha riferito a Gavazzeni un testimone, indicato come “il francese”. Tra loro ricchi professionisti lombardi che usavano come punto di ritrovo un magazzino nella zona di viale Mecenate, periferia di Milano.

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