I cecchini del weekend

Sarajevo, la caccia all’uomo e l’italiano che non abbassava lo sguardo

https://i.guim.co.uk/img/media/226cee12d6681599cd4a3d68d966c8d75b99451b/357_0_2493_1995/master/2493.jpg?crop=none&dpr=1&s=none&width=480
https://i.guim.co.uk/img/media/d8e3024f54ff9ffdb57a5abe40fd59a69d9819e0/0_95_2000_1200/master/2000.jpg?auto=format&fit=max&quality=85&s=db347360572436c5bd6fb09df3071007&width=700
https://c.files.bbci.co.uk/c9f5/live/46fca6e0-bfc9-11f0-b880-bdabe65471f0.jpg

Sarajevo non era una città in guerra: era una città in vetrina, esposta come un corpo lungo un viale. Lo capivi dal suono secco, senza eco, dei colpi che scendevano dalle colline. Non c’era il fragore della battaglia, ma il silenzio che precede la scelta: attraversare o restare fermi.
Chi attraversava, talvolta non arrivava dall’altra parte.

Tra il 1992 e il 1995, durante l’assedio più lungo dell’Europa contemporanea, qualcuno salì su quelle colline non per difendere una postazione, ma per sparare a civili. Pagavano. Andavano e tornavano. Lunedì in fabbrica, venerdì in mimetica. Li chiamavano “arcieri”. Loro preferivano un altro nome: cacciatori.

Oggi, a più di trent’anni di distanza, un fascicolo aperto a Milano restituisce un volto a quella ombra. Un volto che, secondo le testimonianze, non ha mai chiesto scusa. Anzi: si vantava.


                     Un uomo, un profilo

Ha ottant’anni. Vive in un paese della provincia di Pordenone. Per anni ha fatto l’autotrasportatore. Palestrato, camicia nera anche fuori tempo massimo, passione per le armi coltivata con meticolosa legalità domestica: due pistole, una carabina, quattro fucili.
Ma la vera collezione, dicono i testimoni, sono i racconti: “Andavo a caccia d’uomini”. Lo diceva senza abbassare la voce. Senza vergogna.

Il suo profilo emerge dalle testimonianze raccolte dallo scrittore Ezio Gavazzeni, confluite in un esposto alla Procura di Milano. Un profilo che i pm ritengono compatibile con uno dei cecchini del weekend: italiani che raggiungevano Sarajevo per sparare a inermi, poi rientravano a casa la domenica sera.

È indagato per omicidio volontario continuato e aggravato. Secondo l’accusa, avrebbe agito in concorso con persone al momento ignote, uccidendo donne, anziani e bambini dai rilievi che circondano Sarajevo.


                   “Non provava vergogna”

Una donna scrive a una giornalista friulana:

“Essendo un cecchino ne traeva grande piacere. Non ha mai provato vergogna a raccontarlo, anzi ne è orgoglioso. Andava via dopo il lavoro, tornava la domenica sera”.

Parole che arrivano ai carabinieri del Ros e finiscono agli atti. La donna viene ascoltata. La giornalista pure. Le frasi smettono di essere confidenze e diventano materia probatoria.

C’è anche la voce di chi Sarajevo la conosceva palmo a palmo: Adriano Sofri, allora inviato nella città assediata. Le sue parole ricordano che la casualità dei colpi era una menzogna: chi sparava sceglieva i bersagli. Chi colpiva non sbagliava.


                    Il disegno criminoso

L’invito a comparire parla chiaro: medesimo disegno criminoso, motivi abietti. Non ideologia militare, non necessità bellica, ma piacere. La guerra come scenario, il civile come bersaglio.

Secondo gli investigatori, l’uomo – cinquantenne all’epoca – lavorava per una grande azienda metalmeccanica e si recava spesso in ex Jugoslavia. Viaggi tracciati. Assenze annotate. Racconti confermati da colleghi.

L’interrogatorio è fissato per lunedì. Non sarà una resa dei conti spettacolare. Sarà una stanza, un tavolo, un registratore. E la domanda che pesa più di tutte: chi erano gli altri?


                 I “safari” e la rete

L’inchiesta milanese non è sola. C’è cooperazione con le autorità bosniache. Si muovono Francia, Svizzera, Belgio. Perché gli “arcieri” non erano solo italiani.

Un testimone, indicato come “il francese”, parla di numeri che fanno tremare: 230 partecipanti in quattro anni. Ricchi professionisti lombardi, punto di ritrovo un magazzino in zona viale Mecenate, Milano.
Un’organizzazione. Una routine. Un lessico condiviso: donne e bambini come cervi.


                    La città che ricorda

Sarajevo ricorda tutto. Le lapidi improvvisate sui muri. I fori che nessuno ha mai stuccato del tutto. La “Sniper Alley” che oggi è una strada come le altre, ma non lo è.

Questa inchiesta arriva tardi, dirà qualcuno. Ma arriva prima dell’oblio. E racconta una verità scomoda: la guerra non finisce quando tacciono le armi, finisce quando i nomi tornano ad avere un volto.

L’italiano indagato lunedì parlerà. O resterà in silenzio. In entrambi i casi, una stagione buia della nostra storia non potrà più fingere di non essere mai esistita.

Cronologia essenziale dell’assedio di Sarajevo (1992–1995)

(date-chiave utili per inquadrare il contesto dei “cecchini” e della cosiddetta “Sniper Alley”)

1992

  • 29 feb – 1 mar 1992: referendum sull’indipendenza della Bosnia-Erzegovina (innesco della crisi istituzionale).

  • 5–6 aprile 1992: prime sparatorie sui manifestanti e inizio “ufficiale” della guerra in Bosnia; Sarajevo entra nel mirino e si avvia l’assedio.

  • 2 maggio 1992: la città viene isolata (blocchi stradali e tagli ai servizi essenziali).

  • fine giugno 1992: apertura/uso dell’aeroporto per la logistica ONU e gli aiuti umanitari (ponte vitale per la sopravvivenza della città).

  • estate–autunno 1992: intensificazione del tiro di artiglieria e dei cecchini; “Pazite, snajper!” diventa un refrain quotidiano nei quartieri esposti.

1993

  • prima metà 1993: picco di violenza; bombardamenti e cecchini rendono sistematici i “corridoi della morte” (tra cui la futura “Sniper Alley”).

  • metà 1993: completamento del Tunnel di Sarajevo (via sotterranea per rifornimenti e fuga), snodo cruciale della resistenza civile.

  • 22 luglio 1993: una delle giornate più devastanti per numero di esplosioni registrate durante l’assedio (dato-icona dell’intensità del fuoco).

1994

  • febbraio 1994: strage al mercato di Markale (prima grande “svolta” di pressione internazionale sul dispositivo d’assedio). (La data è rilevante perché l’assedio passa da “guerra dimenticata” a dossier geopolitico centrale.)

1995

  • agosto 1995: secondo attacco a Markale; segue l’inasprimento della risposta internazionale.

  • 30 agosto – settembre 1995: operazione NATO Deliberate Force contro obiettivi serbo-bosniaci; il dispositivo d’assedio perde progressivamente efficacia.

  • ottobre 1995: accordi di cessate-il-fuoco nell’area; la pressione militare sull’enclave urbana cala.

  • novembre–dicembre 1995: Accordi di Dayton (negoziati e firma formale) avviano la stabilizzazione complessiva del conflitto.

Nota di metodo: l’assedio viene spesso ricondotto al periodo “1992–1995” nei resoconti giornalistici, ma la chiusura formale viene indicata al 29 febbraio 1996 in molte ricostruzioni storiche.


                      Scheda giudiziaria

Reati contestati, competenza, cooperazione internazionale (inchiesta Procura di Milano)

1) Reati contestati (quadro provvisorio)

  • Omicidio volontario (plurimo), contestato come continuato e aggravato.

  • Concorso di persone nel reato (“in concorso con altre persone allo stato ignote”), secondo l’impostazione dell’atto d’invito a comparire richiamata dai resoconti.

  • Aggravanti: richiamate in cronaca come motivi abietti e (in alcuni servizi) profili di crudeltà nella cornice del “tiro su civili” come fine in sé.

2) Competenza e “perché Milano”

  • Ufficio procedente: Procura della Repubblica di Milano; il fascicolo è coordinato (secondo le ricostruzioni stampa) dal pm Alessandro Gobbis con indagini del ROS Carabinieri.

  • Razionalità investigativa (elementi emersi): la Procura lavora sull’ipotesi di una rete logistica e di contatti in Lombardia (anche come luogo di appoggio/ritrovo in area milanese citato nelle testimonianze), oltre alla scelta del foro in cui è confluito l’esposto e dove risultano snodi investigativi.

3) Giurisdizione italiana su fatti commessi all’estero

  • La base “classica” è l’art. 9 c.p. (delitto comune del cittadino all’estero): consente di procedere in Italia per delitti commessi fuori dal territorio nazionale da un cittadino italiano, a condizioni previste dalla norma (tra cui, in sintesi, la presenza dell’imputato sul territorio e specifiche condizioni di procedibilità a seconda dei casi).

(In pratica: il cuore non è “dove è avvenuto” ma “chi lo ha commesso” e quali condizioni consentono allo Stato italiano di esercitare l’azione penale.)

4) Cooperazione internazionale (come si fa “prova” a 30 anni di distanza)

  • Mutua assistenza giudiziaria con le autorità di Bosnia-Erzegovina e contatti/iniziative anche con Francia, Svizzera, Belgio (estensione perché i presunti partecipanti non sarebbero stati solo italiani).

  • Atti tipici: rogatorie, acquisizione archivi/rapporti, audizioni di testimoni all’estero, riscontri su viaggi, eventuali elenchi e dossier locali; la stampa parla esplicitamente di un dossier che si allarga con canali internazionali.

  • Cornice storica: per i crimini della guerra in ex Jugoslavia è esistito il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), che ha qualificato condotte legate a Sarajevo anche come attacchi ai civili/terrorizzazione/omicidio (contesto utile, pur se distinto dall’inchiesta italiana sui “turisti-cecchini”).

5) Stato del procedimento (punto fermo operativo)

  • C’è un indagato (ottantenne, ex autotrasportatore friulano): invito a comparire e interrogatorio fissato per lunedì (secondo i resoconti del 4 febbraio 2026).