La morte di Santangelo e l’articolo 111 della Carta
Non saremo così sciocchi da usare («strumentalizzare», si dice oggi di ogni cosa, anche se veritiera) la tragica morte di Tino Santangelo per piegarla a fini di polemica spicciola, magari nella battaglia del referendum sulla giustizia. Ogni essere umano è un mondo, anzi un universo. E ogni suicidio, di conseguenza, fa storia a sé: nessuno può davvero conoscere i pensieri e la disperazione che possono aver spinto l’ex vicesindaco di Napoli a togliersi la vita. Dunque di questo taciamo. Restiamo piuttosto ai fatti, e analizziamo la vita di Santangelo (foto ), invece che la morte. Per la precisione gli ultimi diciassette anni della sua vita. Perché un’analisi del processo in cui era imputato, ancora in corso dopo così tanto tempo nonostante due sentenze di assoluzione in Appello, ci dice qualcosa di molto importante sul funzionamento della giustizia nel nostro paese. Qualcosa di fronte alla quale alla quale non si possono scrollare le spalle come a dire «sono cose che succedono». E neanche cavarsela con un «questo dice la legge, questo è il sistema giudiziario che abbiamo».
Pur comprendendo dunque la ratio della dichiarazione resa al nostro giornale dal Procuratore Generale di Napoli, Aldo Policastro, per il quale «sono state semplicemente rispettate le norme del processo penale», mi permetto di aggiungere che non sono stati però rispettati i principi della Costituzione. La quale, all’articolo 111, scrive testualmente: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.… La legge ne assicura la ragionevole durata». Ora: se è stata rispettata la legge trascinando un processo per 17 anni, mentre la legge dovrebbe garantire la ragionevole durata del processo, il problema non può essere rimosso come pure, nel mondo della magistratura, si tende troppo spesso a fare. È colpa dello Stato che non ci mette in condizione di avere un processo più rapido, dicono di solito le toghe scaricando la responsabilità di questa arretratezza civile del nostro paese sul governo di turno. E certamente hanno le loro ragioni.
Ma è difficile convincere l’opinione pubblica che se un servizio funziona così male, chi lo gestisce non ne abbia alcuna responsabilità. Se un treno dell’alta velocità ci mettesse dodici ore per fare Napoli-Milano, tutti ne chiederemmo conto a Trenitalia. E anche se la società che gestisce il traffico ferroviario solitamente indica una serie di cause dei ritardi che non dipendono dalla sua volontà, per esempio l’affollamento della rete, difficilmente accetteremmo l’idea che non avrebbe potuto fare di meglio pur nelle condizioni date. Lo stesso vale per il funzionamento del servizio pubblico chiamato «giustizia». Lungi da noi volerne attribuire i fallimenti a magistrati che spesso lavorano duramente e anche fuori orario per tenere il ritmo delle indagini e dei processi. Ma qui, nel processo Santangelo, si è violato un principio costituzionale, garantito ai cittadini italiani dalla legge fondamentale. E i magistrati dovrebbero essere quantomeno in prima linea nel combattere perché questo non accada.
Noto, ma solo tra parentesi, che l’articolo che abbiamo citato sul «giusto processo» e sulla sua «ragionevole durata» è lo stesso che al secondo comma dice: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale». E questo sì che c’entra col referendum. Perché se il giudice è «terzo», allora il pm deve essere «secondo», o se volete «primo». Ma non può stare, a mio modo di vedere, nella stessa carriera professionale del giudice, se davvero lo vogliamo «terzo e imparziale». Anche questo è un principio costituzionale finora disatteso. Sarebbe perciò bello se i magistrati si battessero, insieme con i cittadini, per il rispetto integrale dell’articolo 111 della nostra Costituzione.

Borseggiatori 2.0 a Napoli, un Pos nascosto in tasca per rubare soldi dal conto corrente sfiorando i bancomat che la gente ha in tasca
I ladri salgono sui bus o in metro: possono rubare 50 euro a ogni contatto. Diverse segnalazioni alle forze dell’ordine soprattutto nelle zone del centro città
«Nessuno mi ha toccato. Nessuno mi ha sfiorato. Non ho sentito nulla».
Eppure il furto c’è stato. Silenzioso, pulito, asettico, quasi elegante. Giuseppe P., commercialista di San Giorgio a Cremano, se n’è accorto solo dopo, quando lo smartphone ha vibrato con discrezione: notifica dell’app della banca. «Pagamento effettuato: 50 euro, tramite Pos». Fine della magia. Sipario. Succede a Napoli, zona via Toledo, uno dei cuori pulsanti della città. Ma potrebbe succedere ovunque. «Denunciare? Sono cinquanta euro, non ne vale la pena», dice Giuseppe. Poi sospira: «Ma che rabbia». Ed è proprio qui il punto. La rabbia che resta. Ed è così che questa nuova forma di borseggio prospera: invisibile, sottotraccia, senza lasciare segni se non un piccolo buco nel conto corrente. Per qualcuno irrilevante. Per qualcun altro anche cinquanta euro possono essere una cifra importante.
Benvenuti nell’era del pickpocketing 2.0. O, se vogliamo usare il termine giusto, contactless. I borseggiatori “vecchio stile” – mani di velluto, corpi che si avvicinano, spintoni strategici – esistono ancora. Ma accanto a loro si muove una nuova fauna criminale, molto più tecnologica e molto meno fisica. Non serve toccare, non serve guardare negli occhi la vittima. Basta avvicinarsi. A pochi centimetri. Il resto lo fa il chip.Il copione è sempre lo stesso. Bus affollati, metro, strade strette piene di turisti e pendolari. Nel mirino ci sono tutti: chi sale con lo zaino, chi tiene il portafogli in tasca, chi paga il caffè con il telefono. I ladri 2.0 salgono a bordo armati di due soli strumenti: uno smartphone e un Pos portatile collegato via bluetooth. Nessuna selezione della vittima, nessuna scena madre. Passano accanto, rallentano un attimo, ed ecco il colpo. Cinquanta euro alla volta, il massimo consentito senza pin.
Una cifra piccola, quasi insignificante. Talmente piccola che spesso non viene notata subito. Talmente piccola che non spinge a denunciare. Ma moltiplicata per decine di passeggeri, per un’intera linea di autobus, per una giornata intera, diventa un fiume di denaro. Gli investigatori parlano chiaro: con un solo viaggio si possono mettere insieme fino a duemila euro. Conti alla mano, il giro potrebbe valere milioni. Varie segnalazioni si concentrano nelle aree comprese tra corso Umberto I e piazza Trieste e Trento; ma gli alert per gli investigatori si sono accesi anche in via Scarlatti e via Chiaia. «Il fenomeno è probabilmente molto più ampio» riferiscono gli investigatori. Per le forze dell’ordine il livello di attenzione è “giallo”: non massimo, ma neppure trascurabile. L’allarme è rivolto a tutti coloro che utilizzano la tecnologia contactless, in costante crescita. Un sistema comodo, veloce, moderno. E proprio per questo vulnerabile.
Il meccanismo è noto: un chip wireless memorizza i dati della carta, presente nel bancomat, nella carta di credito o nello smartphone. Avvicinando il dispositivo a un lettore, il pagamento parte. Nessun pin, nessuna carta inserita. Una comodità che diventa un varco aperto. E attenzione: non è phishing, non è un trojan, non ci sono link fasulli. Le carte non vengono clonate. Qui si paga davvero, senza sapere di pagare. Ed è questo che rende tutti potenziali vittime, sempre. Ma come fare a proteggersi? «I sistemi di pagamento effettuati attraverso i telefoni sono di certo più sicuri di una card, perché si attivano con un atto di volontà e usando un codice, con il riconoscimento facciale o l’impronta digitale – spiegano le forze dell’ordine – Ma se si ha necessità di tenere in tasca le carte, sarebbe meglio usare un portafogli schermato che le isoli».
Le indagini seguono il denaro a ritroso, come in una partita a scacchi giocata davanti a un monitor a luce fredda. Si parte dalla fine: carte prepagate intestate a cittadini stranieri, sim anonime che tengono “online” i Pos wireless. Gli investigatori guardano verso la zona Mercato e quella del Vasto e sospettano l’intervento di specialisti stranieri. Non si esclude, naturalmente, il pagamento di uno “scomodo” alla criminalità organizzata. I tempi cambiano, certe dinamiche restano. L’allarme non è nuovo. Già la scorsa estate i carabinieri avevano acceso i riflettori sul fenomeno. Il pickpocketing 2.0 aveva fatto capolino anche in costiera sorrentina, tra bar affollati e passeggiate vista mare.
Una cittadina peruviana di 36 anni, decine di precedenti specifici, arrestata dopo un furto in un bar del centro. Tenta la fuga, qualcuno l’aspetta in auto. Lei viene bloccata, l’altro sparisce. Nella borsa spunta un Pos mobile contactless pirata. Tra i precedenti, un colpo simile ai danni di una turista. I video del fenomeno viaggiano sul web e raccontano che le grandi città turistiche sono nel mirino. Come ora Napoli. Il borseggio non fa più rumore, non lascia lividi, non genera urla. Arriva come una vibrazione in tasca, in un momento qualunque della giornata. Cinquanta euro. E una sensazione sgradevole: quella di essere stati derubati senza neppure accorgersene.

Spara alla moglie nel Beneventano: donna ricoverata in gravi condizioni
L’uomo è stato arrestato dai carabinieri che stanno indagando sulle ragioni del tentato omicidio
Spara alla moglie nel Beneventano: donna ricoverata in gravi condizioni
di Enrico Marra
Ha ferito gravemente a colpi di fucile la moglie nella sua abitazione di Paduli, contrada Femina Arsa, a pochi chilometri da Benevento. La donna è stata ricoverata in gravi condizioni all’Ospedale Rummo di Benevento.
Sant’agata de’ goti, trovato il ragazzo scomparso: «Sollievo dopo 24 ore di ansia»
Lui, la Guardia Giurata 38enne Valentino Salomone, avrebbe esploso dei colpi di fucile che hanno raggiunto al fianco e a una spalla la moglie, la 46enne Giulia De Luca, ricoverata al San Pio in prognosi riservata. L’uomo è stato arrestato dai carabinieri che stanno indagando sulle ragioni del tentato omicidio.
La separazione
Non accettava di separarsi dalla moglie la guardia giurata ha sparato alla moglie ferendola gravemente con più colpi di fucile.
L’uomo, all’arrivo dei carabinieri, non ha opposto resistenza ed ora è in custodia al comando provinciale dei carabinieri. La donna è ricoverata in ospedale dove sarà sottoposta a intervento chirurgico per le ferite riportate.

Moglie prova a fuggire dopo anni di violenze. Il marito le spara tre colpi: arrestato 57enne a Casal di Principe
CASAL DI PRINCIPE – Se ieri non si è finita la giornata piangendo un’altra donna uccisa da un uomo, è stato solo per un caso. Un caso e niente di più. Perché un uomo, suo marito, ha comunque sparato. Ha sparato davvero. Con una pistola calibro 9 detenuta illegalmente. Ha sparato contro la donna che aveva sposato. Non è diventato un femminicidio solo perché i colpi non l’hanno presa. Non perché non volesse.
È stato il caso, ancora una volta, a fare la differenza. Quel margine minimo, quasi invisibile, che separa una fuga riuscita da una vita finita. Quel margine che ha permesso alla donna di scappare, di uscire da casa, di arrivare dai carabinieri dopo anni di soprusi, di paura, di silenzi tenuti insieme con la forza di non dire niente. Quel margine che ha permesso a un uomo di non avere sulla coscienza la vita della sua sposa, di non dover affrontare un processo per omicidio.
Il tentato femminicidio si è consumato nella tarda serata di domenica, al termine di una lite familiare degenerata rapidamente. L’ennesima. La donna aveva subito per troppo tempo comportamenti aggressivi senza mai denunciare. Domenica sera, però, qualcosa si è rotto. Era arrivata al limite. Quando l’uomo ha capito che la consorte stava per parlare, che stava per raccontare tutto alle forze dell’ordine, ha reagito nel modo più feroce. Durante il diverbio ha estratto l’arma e ha sparato tre colpi all’interno dell’abitazione, ad altezza d’uomo, mentre la sposa tentava di allontanarsi. I proiettili si sono conficcati in un televisore e in un mobile della cucina. È stato solo un caso se non l’hanno colpita mentre cercava di lasciarsi alle spalle il suo inferno domestico.
La donna è riuscita a mettersi in salvo e ha lanciato immediatamente l’allarme. Dopo aver premuto il grilletto, l’uomo si è allontanato in auto. Poco dopo si è presentato spontaneamente alla stazione dei carabinieri di Casal di Principe, accompagnato dal suo legale, Fabio Ucciero. I militari, con il supporto del nucleo operativo e radiomobile della compagnia, raccolta la denuncia della vittima, hanno proceduto all’arresto del 57enne con l’accusa di tentato femminicidio. Nel corso del sopralluogo nell’appartamento sono stati rinvenuti 28 proiettili dello
stesso calibro, custoditi in una scatoletta. L’arma utilizzata non è stata al momento recuperata.
L’uomo arrestato è fratello di un soggetto già noto alle cronache, perché coinvolto in una recente indagine legata al clan dei Casalesi. Un dettaglio che riporta questa storia dentro un contesto familiare segnato, negli anni, dalla presenza di armi detenute illegalmente: lo stesso fratello, ritenuto vicino alla mafia locale, in passato, era stato arrestato per detenzione illecita di armi. Tornando al tentato femminicidio, informata la Procura di Napoli Nord, i carabinieri hanno disposto il trasferimento dell’arrestato nel carcere ‘Francesco Uccella’ di Santa Maria
Capua Vetere, dove resta detenuto. Una storia che si è fermata un attimo prima. Un passo prima. E che racconta, ancora una volta, quanto sia sottile il confine tra riuscire a scappare e non avere più il tempo di farlo.


Post a favore dell’assassino di Martina, legale famiglia: individuare il responsabile
AFRAGOLA – “Giustizia è stata fatta, onore al ragazzo! Chissà cosa gli avrà fatto passare lei per portarlo a tanto”. E’ il commento pubblicato su un profilo Fb che la famiglia di Martina Carbonaro – la 14enne uccisa ad Afragola, in provincia di Napoli, il 26 maggio 2025 dall’ex fidanzato Alessio Tucci, 19 anni – ha segnalato attraverso il suo legale, l’avvocato Sergio Pisani, affinché l’autore venga individuato e sanzionato.
Il post, a favore dell’ex fidanzato di Martina, reo confesso del suo omicidio a colpi di pietra, è corredato da sei emoticon. E’ stato pubblicato sul profilo “Sei di Afragola se…” e l’amministratore del gruppo ha provveduto a segnalare il post ai carabinieri di Afragola. Oggi, intanto, la procura di Napoli Nord ha chiuso le indagini sull’omicidio di Martina. Al suo ex fidanzato, che ha confessato il brutale omicidio, gli inquirenti contestano il reato di omicidio volontario pluriaggravato.

















