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SIGN Varietà linguistica: genovese tabarchino — babbeo, stupido, buono a nulla
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da arabo dialettale tunisino [bakkush], propriamente ‘muto’ (il passaggio da ‘muto’ a ‘sciocco’ è frequentissimo, vedi l’inglese ‘dumb’).
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es. «T’é pròpiu in bacusci, ti!»: sei proprio un babbeo, tu! (frase in genovese tabarchino)
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Il quadro dei dialetti e delle minoranze linguistiche del nostro paese offre un’inesauribile quantità di sorprese e di aneddoti storico/linguistici. Ad esempio nelle due isole di Sant’Antioco (in parte) e di San Pietro (in toto), che si trovano poco lontano dalla costa sud-occidentale della Sardegna, si parla, e ancora molto vivacemente, il ligure. Meritano di essere raccontati tre aspetti, quello linguistico, quello storico, e quello socio-culturale.
Linguisticamente si parla genovese, e per i dialettologi esperti di queste parlate si riconosce chiaramente un dialetto arcaico dell’area di Pegli, un tempo comune autonomo ora assorbito dalla grende Genova. In questo caso si conosce abbastanza bene la storia della migrazione di questa popolazione: quando si è mossa e com’è arrivata, ma, se anche non si fosse saputo, l’analisi della parlata da un punto di vista schiettamente linguistico permetterebbe a degli esperti di risalire all’area di provenienza e con una certa precisione all’epoca di distacco, anche solo analizzando come si sono conservate certe -r- intervocaliche che poi invece nella madrepatria sono scomparse in epoche più recenti. Abbiamo visto altre volte che il mutamento linguistico può essere usato come un vero cronometro storico.
Il dialetto ligure di quest’area (che si chiama tabarchino, e vedremo presto perché) ha moltissime parole d’origine araba come quella di oggi, che fa parte del repertorio, sempre vastissimo in tutte le lingue del mondo, di parole che significano ‘babbeo’, ‘sciocco’, ‘stupido’. Perché tante parole arabe, ben più che in genovese urbano, in questo genovese di Sardegna?
Dunque: alcune famiglie di pescatori liguri nel ‘500 emigrano da Pegli e si insediano su un isolotto davanti alla costa tunisina, presso la città di Tabarqa appunto, per dedicarsi alla pesca del corallo; dopo un paio di secoli di prosperità il banco corallifero si esaurisce, le scorrerie dei pirati diventano insistenti, i rapporti con l’impero ottomano si fanno più tesi, e il gruppo chiede al doge genovese un luogo per rinsediarsi. Viene fatta richiesta al re di Sardegna (che non è altro che il Duca di Savoia che, dopo varie vicissitudini, da poco si è preso la Sardegna e con essa il diritto a potersi chiamare ‘Re’) il quale concede il diritto a colonizzare le due isolette sarde, nelle località che oggi conosciamo come Carloforte e Calasetta. L’isola di San Pietro era stata abbandonata in precedenza, e fu ripopolata, mentre Calasetta fu fondata ex novo con un insediamento pianificato a pianta regolare, e tuttora entrambe hanno un aspetto architettonico assolutamente peculiare e diverso dal territorio circostante. Il nome dell’abitato di Carloforte in tabarchino è U Paize, cioè ‘il paese’, ‘l’abitato’, per antonomasia; il piatto tipico di U Paize è il Cascà, il cous-cous, di evidente origine tunisina, oltre che il tonno rosso, preziosissimo gigante che ancora attraversa quei mari.
Carloforte è il più vitale di molti piccoli relitti di quello che fu l’impero marittimo genovese, che si sviluppò essenzialmente tramite colonie costiere, ora in gran parte linguisticamente estinte: Bonifacio in Corsica, Galata a Istanbul, fino a Caffa in Crimea, Nuova Tabarka davanti alle coste di València e Trebisonda sul Mar Nero. La Lingua Franca dei porti medievali, lingua franca per antonomasia, era per buona parte, soprattutto per il lessico della marineria, a base genovese.
E poi c’è un aspetto che gli specialisti chiamano ‘sociolinguistico’, nel complesso quadro della tutela delle minoranze in Italia. Il ligure/genovese ‘della madrepatria’ non è riconosciuto come lingua di minoranza dalla legge italiana, che però in tutta la Sardegna riconosce il sardo, anche dove, come qui, è sostanzialmente una lingua straniera, mentre la Regione Autonoma di Sardegna riconosce il tabarchino come lingua autonoma e lo tutela, così come il Principato di Monaco fa col Monegasco che è un dialetto ligure di tipo occidentale. Forse proprio questa situazione anomala, oltre a fattori di forte radicamento territoriale e di sensazione di alterità di questi pescatori rispetto a una regione prevalentemente agricola e pastorale, ha fatto sì che il tabarchino sia tra le varietà locali meglio conservate in Italia, ancora parlato da tutti gli strati della popolazione e attivamente trasmesso ai bambini, godendo anche di una certa presenza nel settore pubblico.
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SIGN Attore teatrale comico; attore di una compagnia girovaga di basso livello, attore da strapazzo, buffone di bassa lega; persona povera che vive miseramente
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| di etimologia dibattuta, forse dall’olandese [guit], ‘briccone, furfante’, o dal nome proprio [Guitto], della stessa radice di [Guido]. |
| es. «Ah, è un guitto formidabile, al festival ci dev’essere!» |
Ma che aspettate a batterci le mani
A metter le bandiere sul balcone?
Sono arrivati i re dei ciarlatani
I veri guitti sopra un carrozzone!
Dario Fo, ‘Ma che aspettate a batterci le mani?’, 1977
La parola ‘guitto’ è una di quelle che, nate come dispregiativi secchi e irrevocabili, tramite una certa beffarda e ironica rivendicazione, si nobilitano e vengono poi utilizzate per indicare quanto di meglio possa esserci. Ecco perché oggi nessuno storce il naso se definiamo Anna Marchesini, Totò o Ettore Petrolini dei gran guitti. Stiamo facendo loro un complimento.
Andiamo con ordine: l’etimo è incerto, anche se bazzica il settentrione. Olandese? Forse. Lì guit sta per furfante, briccone. E a ben vedere gli attori girovaghi delle compagnie più scalcagnate e malmesse potevano rapidamente esser presi per (o comportarsi come) tali. Se invece prendiamo la teoria che ascrive il guitto al nome Guido, alle varianti Guidone, Guittone (il più famoso, quello d’Arezzo, era tutto fuorché un guitto) e alla sua origine francone o longobarda, approdiamo a Wito o Wido, legati alle radici germaniche ricostruite come widu- o wida-, rispettivamente ‘bosco’ e ‘ampio’.
Ora perché il nome ‘Guido’ dovrebbe dar luogo al guitto? In che modo l’attore di bassa lega — membro di una compagnia itinerante che al massimo della sua gloria si esibisce sulla pubblica piazza del paesello sotto l’occhio arcigno del prete che trabocca di indignazione e disapprovazione nel vedere le irriverenti capriole e parodie eseguite da saltimbanchi svergognati, né più né meno che ridicoli giullari — si lega ad un elegante nome di origine germanica? Nell’incertezza, che il meccanismo sia analogo a quello che lega ‘Maria’ al ‘mariolo’, cioè il malfattore che si spaccia per persona per bene? Chi più di un attore è in grado di spacciarsi per qualcun altro?
Se all’inizio, come dicevamo, la parola guitto era dispregiativa e serviva a dileggiare gli attori di bassa lega, in contrasto con i professionisti dei grandi teatri, che mettevano in scena le opere dei più importanti autori (e che comunque, dietro il belletto e i costumi di scena vivevano ai margini della società), è stata poi rivalutata da drammaturghi come il già citato Dario Fo, il quale ha restituito alla tradizione giullaresca la sua dignità e il posto che le spetta nella costruzione di una parte dell’immaginario collettivo teatrale, rivendicandola e anzi, ostentandola con orgoglio (e vincendoci anche un Nobel).
Certo, in origine guitti non erano affatto gli attori che mettevano in scena le opere del Metastasio. Dimentichiamoci di Sofocle e di Euripide, niente di così elevato. I guitti erano i saltimbanchi che hanno dato la carne e il respiro alla Commedia dell’Arte, gli attorucoli che spettacolo dopo spettacolo, improvvisazione dopo improvvisazione, hanno donato la vita allo Zanni, al Francatrippa, al Coviello, alla Colombina. Guitti sono i paesani che in Sogno di una notte di mezza estate vogliono mettere in scena l’amore tra Piramo e Tisbe, guitto è anche Mangiafuoco che si guadagna da vivere con la sua troupe di marionette tiranneggiate, guitto è Michael Jackson nel video di Say say say che, con Paul McCartney imbroglia la gente per vendere loro la pozione magica che li renderà arciforzuti.
Quindi sì, il guitto è anche disonesto, un po’ furfante, un briccone che non ruba di certo ma, invece dell’oro, ti darà del princisbecco. Tant’è che ha avuto anche l’accezione di persona che vive miseramente. Però ricordiamoci che era proprio uno dei più grandi guitti del nostro secolo, Gigi Proietti, a dire che ‘in teatro tutto è finto ma niente è falso’. Il guitto dice sempre la verità, ai poveri e ai ricchi, ai cittadini comuni e ai potenti, anche quando è scomodo o pericoloso. Al povero Rigoletto è per questo motivo che rapiscono la figliola, non dimentichiamolo.

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