di Vincenzo D’Anna*

In campagna elettorale è d’uopo promettere ponti anche laddove non esistono fiumi da attraversare. L’adagio racchiude una verità ben nota, la più abusata delle abitudini: promettere persino ciò che è privo di qualsivoglia utilità. Mal comune mezzo gaudio, poiché l’uso dell’affabulazione e della promessa mirabolante è pratica trasversale, patrimonio di quasi tutti i candidati. Tuttavia, in alcuni casi è talmente palese che ciò che esce di bocca al candidato sia smaccatamente falso da non lasciare dubbi di sorta. È questo il caso della sanità in Campania, un pachiderma politico-clientelare utilizzato spesso più come rendita elettorale che come strumento di efficienza ed efficacia. Vincenzo De Luca, il governatore uscente, ne ha fatto largo uso e consumo: molte delle sue truppe cammellate, ascari convinti e fedeli, provengono dall’occupazione di ogni ganglio dell’apparato sociosanitario. Dai direttori generali all’ultimo degli uscieri, lo “Sceriffo” ha imperversato, predicando il sublime nelle sue intemerate da solipsista su di un emittente televisiva preferita — ogni settimana che Domineddio ci ha mandato — ossia senza contraddittorio alcuno, per poi praticare la più bieca delle politiche politicanti. A chi ancora si domanda le ragioni della piroetta con cui si è accordato con il pentastellato Roberto Fico, dopo averne dette di tutti i colori, consiglio di non guardare alle stelle delle necessità politiche, ma tra i rovi della sanità. Li che si tenta di conservare e presidiare il potere, nei gangli vitali del sistema sanitario campano, anche per ciò che dovrà venire ed essere realizzato. Sono in programma una decina di nuovi plessi ospedalieri progettati, e in futuro costruiti, su “disegni” redatti da persone a lui molto vicine, se non proprio intime. Un bel gruzzolo di centinaia di milioni di euro, con parcelle tecniche altrettanto milionarie. Lo stato semi-comatoso di quella che doveva diventare la prima sanità d’Italia — e che invece continua ad occupare gli ultimi posti — è dipeso anche da un piano ospedaliero che ha lasciato intonse decine di piccoli nosocomi sparsi un po’ ovunque. Scarsamente attrezzati e con una percentuale di occupazione dei posti letto inferiore della metà del minimo previsto per legge, questi plessi rappresentano, in realtà, grandi ammortizzatori sociali, “stipendifici” per inabili, e clienti, strutture inadeguate per fronteggiare le vere emergenze sanitarie. A fare da contraltare, sempre entro lo stazzo della parolina magica “sanità pubblica” — che altro non è se non una gestione statale priva di misurazione dell’efficienza e dell’efficacia delle cure — troviamo l’aspirante sostituto governatore in quota 5 Stelle. Quest’ultimo teorizza una rivoluzione copernicana in sanità parlando senza cognizione di causa né delle origini né degli esiti dello sfacelo prodotto dal suo pure più potente alleato. L’ex presidente della Camera teorizza una medicina territoriale capillare ed ospedali capaci di soddisfare tutto per tutti, immaginandoli come omnibus contenenti ogni sorta di specialità. Ma non appena il grillino riverniciato ha toccato questi temi — per quanto in modo sconclusionato e avventuroso — è subito arrivato, per tramite delle agenzie di stampa, l’alt di De Luca. Con toni perentori, l’ex sindaco di Salerno ha dichiarato: “Nessuno distruggerà i dieci anni di impegno profusi nella sanità campana”. Insomma, Fico è stato avvisato: giù le mani dal piatto e dalle future polpette già programmate!! Un’anticipazione di ciò a cui assisteremmo in caso di elezione del grillino, che ogni giorno dovrà fare i conti con una folta rappresentanza di consiglieri regionali facenti capo al governatore uscente. Un monito, un’imboscata per ogni passo che il nuovo presidente dovesse osare muovere all’interno del sistema sanitario campano. E quando il pentastellato, munito di barca a mare ma con indosso le vesti canoniche del poveraccio, annuncia la miracolosa crescita della produttività delle prestazioni erogate da un sistema statale monopolista, contrabbandato per servizio pubblico, capace — a suo dire — di raggiungere percentuali stratosferiche rispetto a quelle attuali, non fa altro che certificare il fallimento del suo predecessore. Purtroppo, il divario tra politica e cittadini è abissale dalle nostre parti, così come elevata é l’astensione dal voto. Eppure questa manfrina, che pare tratta da un’opera comica di Eduardo Scapetta , passa inosservata. Alla fine, tanta diffusa insipienza, negligenza e disattenzione tra gli elettori consente agli apparati clientelari di decidere la partita in favore di coloro che quella rete di favori e compiacenze hanno costruito. La baldanza del centrosinistra, con l’aggiunta delle truppe sannite di Clemente Mastella — scafato ed esperto nell’uso del manuale Cencelli – e Luigi Cesaro, deriso e beffeggiato da De Luca per anni, nasce proprio dal potere che questi detengono. Da quella macchina infernale di consenso pilotato che era in uso nella Prima Repubblica. Insomma: nulla di nuovo sotto il sole.

*già parlamentare