di Vincenzo D’Anna*

Chi ha avuto modo di leggere, sui banchi di scuola, l’epitaffio di Pericle agli Ateniesi nel V secolo a.C. sa bene che nella città di Atene nacque quel sistema di governo chiamato democrazia: il potere del popolo di scegliere i propri governanti. Ai suoi albori, quel potere non era esercitato da tutti i cittadini della famosa città-Stato, ma solo da una parte di essi, la più istruita e benestante, ed escludeva le donne dal voto. Così è stato per secoli in molte democrazie, senza che ciò destasse scandalo o contrarietà. Selezionare, tra tutti i cittadini, solo coloro in possesso di determinati requisiti rispondeva allora a una logica non certo arbitraria. Quel sistema selettivo non era concepito come forma di discriminazione né come espediente per orientare gli esiti elettorali. La logica di fondo, pur limitando una parte dei cittadini dal concorrere alle decisioni politiche, non era del tutto sbagliata — come i fatti politico-elettorali di oggi sembrano confermare. Il ragionamento si basava sul presupposto che chi esercitava il voto dovesse possedere alcuni requisiti essenziali: una condizione culturale adeguata e l’indipendenza dal bisogno materiale. Quest’ultima, infatti, avrebbe reso l’elettore meno vulnerabile a condizionamenti o promesse di vantaggi personali. Lo stesso valeva per la cultura, considerata necessaria per discernere e scegliere con cognizione di causa, ossia conoscendo le diverse opzioni programmatiche. Si pensava che un analfabeta o un indigente potessero essere facilmente influenzati sia dal bisogno sia dall’ignoranza. All’epoca si riteneva inoltre che le donne, soggette ai voleri del marito, non disponessero della necessaria autodeterminazione per esprimere liberamente il proprio voto — un limite rimosso in Italia solo nel dopoguerra. Tutte queste condizioni furono poi abolite in nome del cosiddetto suffragio universale: il riconoscimento del diritto di voto a tutti i cittadini, senza vincoli culturali o socioeconomici. Si è sempre ritenuto che il suffragio universale fosse una conquista civile, un diritto sacrosanto, non subordinato ad altre considerazioni e fondato sul principio che tutti i cittadini fossero ugualmente depositari dello stesso attributo civico. Come spesso accade nel corso della storia, le trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche modificano la condizione umana, e con essa la morale e l’esercizio dei diritti. Oggi viviamo una realtà profondamente diversa, che incide anche sul modo in cui la democrazia viene praticata. Non si tratta di voler limitare un diritto, ma di adeguarlo al suo reale esercizio. Siamo giunti a un punto in cui circa la metà degli aventi diritto diserta le urne; il distacco tra eletti ed elettori è divenuto profondo e il governo delle istituzioni è deciso da una minoranza del corpo elettorale. Se a scegliere chi governa è meno della metà dei cittadini, viene meno la prerogativa democratica secondo cui la legittimazione al potere deriva dalla maggioranza. Ne consegue una democrazia teoricamente maggioritaria ma, di fatto, minoritaria. Se è vero che in democrazia “i voti si contano ma non si pesano”, è altrettanto vero che le regole del gioco maggioritario non funzionano più nella pratica. Se viene meno la quantità, deve crescere la qualità: chi sceglie (gli elettori) e chi viene scelto (gli eletti) dovrebbero rispondere a requisiti migliori, così che il risultato delle elezioni sia più adeguato alle reali necessità del Paese — senza per questo ledere il diritto universale al voto. Perché, allora, non creare un albo per chi intende candidarsi, riservato a coloro che abbiano seguito una specifica formazione amministrativa? Non è possibile per legge gestire un’attività commerciale senza un corso obbligatorio di preparazione: può esserlo, invece, governare una città o una nazione? E, se gli elettori non sono obbligati a recarsi alle urne, perché non richiedere almeno un’iscrizione preventiva per chi intende esercitare il diritto di voto, come avviene nella grande democrazia americana? Perché, infine, non introdurre anche il voto telematico, con tutte le adeguate garanzie del caso? Ragionare su quali correttivi adottare per riqualificare la democrazia non è un fatto secondario, mentre da tempo immemorabile, nel Belpaese, elettori sempre più rarefatti e politici sempre più avventizi e dequalificati decidono le sorti degli italiani.

*già parlamentare