Dieci anni fa, il 13 novembre 2015, un commando di terroristi lanciò attacchi coordinati su Parigi. In tre ore persero la vita 130 persone. Erano tre piccole squadre, con fucili d’assalto e giubbotti esplosivi. La prima squadra (Bilal Hafdi, Ammar Ramadan Mansour Mohamad al-Sabaawi e Mohammad al-Mahmod) doveva colpire nei pressi dello Stade de France, 78mila posti quasi tutti occupati per la partita fra Francia e Germania che aveva scomodato perfino il presidente francese e il ministro degli Esteri tedesco: l’operazione non ebbe grande successo, ma ebbe l’effetto di distrarre le forze di polizia dal centro di Parigi verso Saint Denis. Poi la seconda squadra (Abdelhamid Abbaoud, Chakib Akhrou e Brahim Abdeslam) colpiva cinque obiettivi ravvicinati a Parigi: una pura strategia di terrore, per mandare in tilt le difese della capitale francese. Infine la terza squadra (Samy Amimour, Ismael Omar Mostefaï e Foued Mohamed Aggad) si metteva in azione al Teatro Bataclan, dove 1.500 spettatori stavano assistendo a un concerto della band californiana Eagles of Death Metal. Fu una mattanza. L’obiettivo era massimizzare i danni: il rapporto finale delle tre ore di terrore contava 130 morti e 337 ricoverati. Sette terroristi morirono quella sera, altri due furono uccisi cinque giorni più tardi nel corso dei raid antiterrorismo di Saint-Denis.
C’era anche un decimo uomo: Salah Abdeslam, da Molenbeek, prima periferia di Bruxelles. Si era occupato della logistica: il viaggio, le camere, le auto. La sera del 13 novembre Salah Abdeslam guidava l’auto che accompagnava i terroristi allo Stade de France, però non azionò il suo giubbotto esplosivo – come fece invece il fratello Brahim -, abbandonò l’auto e chiamò qualcuno per farsi recuperare e trasferire a Bruxelles. Dopo oltre quattro mesi di fuga, fu proprio a sud di Bruxelles, a Forest, che venne arrestato al culmine di un conflitto a fuoco: era il 18 marzo 2016. Estradato in Francia, nel 2018 fu condannato a 20 anni per la sparatoria di Forest, per l’omicidio di un agente di polizia. Nel settembre 2021 cominciò il processo per gli attentati di Parigi e Salah Abdeslam parlò per la prima volta: un processo lungo 10 anni, al termine del quale venne riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa e condannato all’ergastolo. Nel dicembre 2022, venne processato anche in Belgio con l’accusa di coinvolgimento nella pianificazione degli attentati di Bruxelles del 2016, avvenuti appena quattro giorni dopo il suo arresto: nel luglio 2023 è stato condannato.
Dieci anni dopo, Salah Abdeslam sta scontando una condanna all’ergastolo nel carcere di Vendin-le-Vieil (Pas-de-Calais), in regime di massima sicurezza. Da subito ha fatto parlare di sé: non è mancato lo stuolo di fan dentro e fuori le sbarre, con tanto di lettere d’amore di donne affascinate da lui. È stato a lungo in silenzio, poi ha preso la parola in tribunale, nel settembre 2021: “Perché abbiamo colpito la Francia? Perché è il paese che bombardava lo Stato islamico senza fare distinzione tra soldati e bambini. Abbiamo voluto che la Francia subisse lo stesso dolore che abbiamo subito. Certo abbiamo colpito la popolazione, ma non c’era niente di personale”. Poi, rivolgendosi ai familiari delle vittime: “So che alcuni dei miei propositi possono urtare le anime sensibili. Lo scopo non è girare il coltello nella piaga, ma voglio dire la verità alle vittime. Il minimo che devo loro è essere sincero, e non mentire”.
Di Salah Abdeslam si parla anche negli ultimi giorni sui quotidiani francesi. La giustizia francese indaga sul possesso di un oggetto vietato in carcere, una chiavetta Usb. Il detenuto è autorizzato a possedere un pc nella sua cella, ma non è connesso a Internet anche se può accedere ad alcuni corsi online. La chiavetta, riferiscono fonti del sindacato della polizia penitenziaria, non sarebbe stata trovata durante la perquisizione della cella, ma sono state trovate tracce di attività internet sul computer: la chiavetta Usb sarebbe stata utilizzata per trasferire propaganda jihadista sul pc di Salah Abdeslam. Negli ultimi giorni tre persone sono finite in custodia cautelare, con l’indagine che è stata estesa per includere il reato di associazione per delinquere finalizzata al terrorismo. Per estendere la custodia cautelare, è stato attivato – cosa che avviene raramente in Francia – l’articolo del codice di procedura penale che la prevede in caso di “grave rischio di un imminente attacco terroristico in Francia o all’estero” oppure in caso di “esigenze di cooperazione internazionale”. Una delle tre persone fermate, scrive Le Parisien, è Maeva B., 27 anni, la compagna di Salah Abdeslam, che avrebbe intrattenuto una lunga corrispondenza con il detenuto prima di poterlo incontrare. La Procura Nazionale Antiterrorismo (PNAT) ha affidato l’indagine alla Sottodirezione Antiterrorismo (SDAT) in collaborazione con la Direzione Generale per la Sicurezza Interna (DGSI).
Questo è il contesto in cui, dieci anni dopo, la Francia si prepara a commemorare l’anniversario degli attentati di Parigi. Giovedì sarà il presidente francese Emmanuel Macron a prendere la parola. Il municipio della capitale francese invita il pubblico già da oggi a lasciare una candela, un fiore o un messaggio in Place de la République.
In un’intervista all’Afp, il procuratore nazionale antiterrorismo Olivier Christen ha affermato che la minaccia jihadista in Francia è “la più significativa, sia per la sua portata che per il livello di preparazione agli attacchi”, e il numero di “casi che stiamo aprendo presso la procura nazionale antiterrorismo è tra i più alti degli ultimi cinque anni”, coinvolge sempre più giovani e minorenni. Dal 1° gennaio, 17 minorenni sono stati incriminati nel 2025 per atti di terrorismo, dopo i 19 del 2024. La procura osserva una “maggiore autonomia tra gli individui” coinvolti nella pianificazione degli attentati, il che significa “un minor contatto diretto con le organizzazioni terroristiche”. A livello internazionale le due principali organizzazioni jihadiste globali, lo Stato Islamico (Isis) e al-Qaeda, hanno cambiato completamente volto, hanno perso da tempo le grandi leadership (Abu Bakr al-Baghdadi per Isis, Ayman al-Zawahiri per al Qaeda) e anche la capacità di colpire in Europa, mentre restano vitali e letali in molte parti del mondo – nel Sahel con Jnim o nel Corno d’Africa con al-Shabaab, entrambe affiliate ad al Qaeda, in Medio Oriente con l’Isis o in Asia con l’Isis-Khorasan. “Siamo passati da una cosiddetta minaccia proiettata (…) a una minaccia che ormai è tipicamente interna”, spiega ancora Christen, che parla di “individui che si trovano sul suolo francese, non se ne sono mai andati e non hanno necessariamente legami diretti con organizzazioni terroristiche”, ma “sono ispirati ed entrano in processi di auto-radicalizzazione attraverso Internet e i social media”.
L’ultimo caso in ordine di tempo è esemplare: tre giovani francesi “radicalizzate”, salafite, di 18, 19 e 21 anni, scrive Le Figaro citando fonti della Procura nazionale antiterrorismo, sono state arrestate a Lione, Vierzon e Villeurbanne dalla polizia francese con l’accusa di aver pianificato un attentato a Parigi. Si ritiene che avessero bar o teatri come loro obiettivi. La diciannovenne, che ha abbandonato gli studi ed è disoccupata, è considerata la mente del gruppo: avrebbe discusso il prezzo di acquisto di un fucile d’assalto e la fabbricazione di cinture esplosive. Secondo i rapporti degli inquirenti, le tre giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo in casa, guardano video e storie di propaganda jihadista su Snapchat, TikTok e Telegram. Quando escono, non lo fanno mai senza il niqab che copre completamente il loro volto. Sono descritte come solitarie, inclini a tendenze suicide, una di loro disabile. Stavano organizzando un attacco suicida a Parigi.
|