di Vincenzo D’Anna*

È antica quanto il mondo una norma di diritto molto diffusa in diverse culture, come quella babilonese: un rudimentale e incivile metodo di far giustizia chiamato “legge del taglione”. Essa consisteva nell’infliggere a chi aveva commesso un delitto la stessa lesione procurata alla vittima. Tale pratica ebbe termine verso la fine del XVI secolo, allorquando in Inghilterra si affermò con l’Habeas Corpus il primo atto giuridico volto a tutelare l’incolumità dell’incolpato e il suo diritto a essere giudicato e non detenuto arbitrariamente. Iniziò così anche una nuova forma di tutela della sicurezza e della proprietà dei beni dell’intera società. Se volessimo traslare in politica questa evoluzione giuridica, potremmo trovare un adeguato termine di paragone nell’esercizio del diritto di sciopero. Ai primordi, questa forma di protesta sociale ebbe, come per la giustizia, un’applicazione arcaica, violenta e vendicativa, poiché si trattava di rivalersi in qualche modo dei soprusi e degli abusi che il subordinato subiva dal datore di lavoro. Gli espropri proletari delle fabbriche, agli albori della lotta sociale, si trasformarono poi, attraverso le organizzazioni nate per la tutela dei diritti dei lavoratori, nella moderna lotta sindacale. All’inizio non si trattava tanto di rivendicare diritti o sanare abusi, quanto di abbattere il sistema capitalistico entro il quale essi si verificavano: una lotta senza quartiere, spesso priva di motivazioni specifiche, che partiva dal convincimento ideologico che l’intero sistema economico fosse fondato sulla mera accumulazione di ricchezze nelle mani dei capitalisti. Secondo la dottrina marxista, quella ricchezza veniva prodotta attraverso il pluslavoro, da cui originava un plusvalore economico e finanziario. Il marxismo postulava, o meglio assumeva con fatale presunzione, che la fase finale del ciclo capitalistico avrebbe portato all’accumulazione del capitale in pochissime mani, frutto dello sfruttamento delle masse proletarie, fino a determinare l’estinzione dell’economia stessa. Il contraltare di tale storicismo, profetizzato da Marx ed Engels, era l’edificazione di una società di eguali, nella quale tutti avrebbero lavorato per un unico padrone, lo Stato, proprietario dei mezzi di produzione e determinatore di tutti i fini della vita dei suoi sudditi. La storia si è incaricata di smentire quelle tesi — tragicamente e a caro prezzo — per gli uomini che quella teoria hanno dovuto subire laddove il marxismo è stato applicato come dottrina di Stato. E tuttavia, nel mondo cosiddetto occidentale, dove quelle avventurose ed erronee teorie socio-economiche non furono mai sperimentate, la protesta è la lotta sindacale si è incanalata verso forme meno cruente e radicali. L’adozione del diritto del lavoro ha condotto lo scontro tra capitale e lavoro, o tra Stato e dipendenti pubblici, entro margini di civiltà e di reciproco riconoscimento degli interessi in gioco. Le organizzazioni sindacali svolgono appunto il ruolo di tutori di tali interessi per conto dei lavoratori. Purtroppo, come spesso accade nel Belpaese, sia le vicende giuridiche che quelle sindacali conoscono ritardi, involuzioni e frequenti strumentalizzazioni politiche. Tralasciando la questione della giustizia — non meno urgente, ma meritevole di trattazione a parte — soffermiamoci sulla serie ininterrotta di scioperi, oltre cento e tutti nel fine settimana, che la CGIL, soporosa e inattiva con i precedenti governi di centrosinistra, ha scatenato contro l’attuale governo di centrodestra. Ancorché senza il coinvolgimento CISL e la UIL, ormai la CGIL agisce come una vera opposizione al governo Meloni, spostando nelle piazze ciò che dovrebbe avvenire nell’alveo parlamentare e rimanere di competenza delle forze politiche. Da cinghia di trasmissione, ente collaterale della sinistra, il sindacato di Maurizio Landini si è trasformato da sindacato dei lavoratori in soggetto parapolitico, quasi con funzione vicaria dei partiti d’opposizione che ne escono scornati ed emarginati. Così si è persa per strada la naturale funzione sindacale, quella che tutela in modo specifico gli interessi concreti dei lavoratori. Non esiste più alcun riferimento alle questioni propriamente “sindacali”: tutto si traduce in una critica generalizzata al governo, se non al sistema stesso, nella sua più ampia accezione, con il sinistro richiamo a una “rivolta sociale”. Un ritorno ai primordi storici sopra descritti: alla legge del taglione applicata a una maggioranza politica cui si rimprovera il solo fatto di esistere. Più che azione sindacale, si profila così l’imbocco di una pericolosa china di lotta extraparlamentare. Chissà se Landini ricorderà che, nel secolo scorso, esasperando in tal modo le tensioni, qualcuno passò alla lotta armata contro lo Stato. In fondo passare dalle piazze alla clandestinità, non c’è che un passo.