Omicidio Piersanti Mattarella, arrestato l’ex prefetto dopo 45 anni: la pista nera e il guanto sparito

Filippo Piritore era agente poi divenuto Questore. È accusato di depistaggio, avrebbe fatto sparire la traccia lasciata dai killer del presidente della Sicilia
Omicidio Piersanti Mattarella, arrestato l’ex prefetto dopo 45 anni: la pista nera e il guanto sparito

Icona dei commentiCommenti

Quando il ministro dell’interno Virginio Rognoni prende la parola davanti al Senato martedì 8 gennaio 1980, due giorni dopo l’uccisione di Piersanti Mattarella tutti sperano che abbia una pista da seguire. Il presidente della Regione Siciliana è stato ucciso la mattina di domenica mentre usciva con la sua Fiat 132 dalla casa in via Libertà per andare a messa. Il paese è sgomento. A meno di due anni dal sequestro di Aldo Moro, quello che era considerato il suo delfino nella Democrazia Cristiana per la capacità di dialogo a sinistra, è stato ucciso a Palermo. Rognoni, diventato ministro dopo le dimissioni di Francesco Cossiga per il fallimento Moro, sa che l’omicidio Mattarella è la sua prova del nove. Ha chiesto agli uffici una nota con tutto quel che c’è. Nel suo discorso descrive un quadro investigativo desolante e si appiglia all’unico barlume: un guanto di pelle marrone. Dice Rognoni per rassicurare i senatori e l’Italia: “Sulla Fiat 127 usata dai killers è stato trovato un guanto, unico oggetto che potrebbe appartenere ai criminali”. Ebbene proprio quel guanto di pelle marrone lo Stato è riuscito a far sparire. Da subito.

LEGGI – Misteri di Sicilia, manina di Stato e inchieste infinite

Il depistaggio
Appena 45 anni dopo, ieri, la Procura di Palermo ha messo agli arresti domiciliari l’ex agente di Polizia Filippo Piritore. Avrebbe mentito sul destino del guanto. A rendere inquietante il tutto è che l’ex agente ha fatto una carriera invidiabile. Oggi ha 74 anni ed è andato in pensione da prefetto di Isernia. Nel 2009, anno del terremoto, era il Questore di L’Aquila, un uomo di Stato con la S maiuscola. Uno Stato deviato però, secondo la Procura, che lo ritiene colpevole di depistaggio aggravato perché quando è stato sentito prima il 15 gennaio del 2020 dalla Polizia poi il 17 settembre del 2024 dai pm, guidati dal procuratore Maurizio De Lucia, avrebbe mentito. I pm ricordano che Piritore aveva rapporti molto stretti con Bruno Contrada, dirigente ad interim della squadra mobile dopo l’omicidio del precedente capo, Boris Giuliano, poi pezzo grosso del servizio segreto civile, SISDE, con rapporti – secondo la sentenza annullata per ragioni giuridiche dalla CEDU – con boss di primo livello. Come ricordano i pm, Piritore era teste a difesa nel processo Contrada. Lì emerse un “rapporto di natura extra-professionale” nell’anno dell’omicidio Mattarella. Nell’agenda del 1980, al 2 marzo c’era l’annotazione “ore 18 dr. Peritore Battesimo”. Per i pm, un mese dopo l’omicidio Contrada aveva partecipato (o era invitato) al battesimo della figlia. Il 26 settembre 1980 Contrada segna una telefonata con il Questore di Palermo “per Piritore”. I pm la ritengono “certamente significativa” perché il 29 dicembre 1980 arriva il decreto che ha promosso “per merito straordinario” Piritore. Contrada oggi nega di essere stato amico di Piritore e di essere andato al battesimo.

Ovviamente la presunzione di non colpevolezza va ricordata a maggior ragione per un’accusa basata su verbali su fatti di 45 anni fa. Piritore, intercettato dopo l’esame da parte dei pm, il 17 settembre 2024 sbotta con la moglie: “figura di merda, non ricordavo un cazzo”. E poi “come cazzo è possibile ricordarsi le cose dopo quarant’anni?”. Il punto è che il Gip gli contesta il contrario: ha detto troppe cose invece della frase: ‘non ricordo’: “ha voluto fornire indicazioni ulteriormente fuorvianti sulle sorti della prova regina dell’omicidio”. Di qui la conclusione, molto dura, sulla capacità di mentire: “Cosa che ha fatto da giovane poliziotto e in continuità ha continuato a fare a oggi, sempre tacendo, occultando e quando necessario depistando”.

Pista nera e-o mafia
Ma, se davvero Piritore ha depistato, a beneficio di chi lo avrebbe fatto? I pm non gli contestano l’aggravante di mafia proprio perché non hanno affatto scartato la pista nera o la compresenza dei due filoni. Come noto i boss Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese sono indagati per l’omicidio Mattarella ed è in corso un incidente probatorio sul DNA dell’impronta trovata sull’auto dei sicari. I terroristi neri Gilberto Cavallini e Valerio Fioravanti invece furono processati e assolti nel 1995. Però la pista nera cara a Giovanni Falcone resta in campo. I pm ricordano negli atti recenti l’identikit fatto allora del ragazzo che sparò: “indossava una giacca a vento leggera con cappuccio di colore celeste chiaro tipo piumino o K-way, dall’apparente età di 20-25 anni, alto circa 1,65/1,70, con corporatura robusta, il viso rotondo, i capelli castano-chiari sul biondo, gli occhi piccoli e chiari, di carnagione rosea, senza barba né baffi e con una espressione particolare sul volto, definita come una sorta di ghigno”. La vedova di Mattarella, Irma Chiazzese, come noto, indicò ai giudici la somiglianza con il NAR Giusva Fioravanti che però fu assolto.

La Procura, già nel 2018, ha cercato elementi di riscontro possibili al coinvolgimento dell’eversione nera. Su delega del procuratore di allora, Francesco Lo Voi, il R.O.S. dei Carabinieri, ha confrontato i proiettili dell’omicidio Mattarella con quelli delle pistole trovate o usate dai NAR. “Tra i casi di possibile verosimiglianza, si individuavano inizialmente l’omicidio del dottor Mario Amato, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, avvenuto a Roma il 23 giugno 1980 e per il quale erano stati condannati, in via definitiva, tra gli altri, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, e quello della guardia giurata Erminio Carloni, ucciso a Milano il 18 novembre 1982”. I bossoli rinvenuti il 6 gennaio 1980 accanto al corpo di Mattarella erano comparati con i reperti balistici degli omicidi Amato e Carloni. Il 31 maggio 2019 il R.I.S. dei Carabinieri di Roma concludeva con esito certo e negativo per Carloni (nessuna ‘correlazione balistica’) per l’omicidio del dottor Amato l’esito era di “generica compatibilità”.

Tutto ruota attorno al revolver calibro 38 Special marca Colt Cobra sequestrato il 5 agosto 1982 presso il covo dei N.A.R. di via Nemea a Roma. Per il collaboratore di giustizia Walter Sordi era stato utilizzato per l’omicidio del giudice Amato. I pm di Palermo hanno chiesto se i proiettili che hanno colpito il Presidente Mattarella potessero essere stati esplosi dalla suddetta Colt Cobra sequestrata presso il covo di via Nemea. Il 31 maggio 2019 del R.I.S. dei Carabinieri di Roma concludono per una “generica compatibilità”. I proiettili erano caratterizzati da sei rigature sinistrorse simili. I pm però spiegano i limiti imposti dal tempo alla loro azione: “tuttavia, il R.I.S. concludeva rappresentando che ‘i contrassegni identificativi del migliore proiettile in reperto, sul quale si poteva tentare di svolgere l’indagine balistica comparativa, sono stati irrimediabilmente compromessi” da “processi ossidativi del piombo nudo”. Dunque oggi non si può sapere se a sparare in via Libertà a Palermo sia stata la Colt Cobra sequestrata nel covo romano dei Nar. Un altro buco nelle indagini come quello del guanto.

La difesa e il pm Grasso
L’ex prefetto Piritore ha cercato di scaricare sulla Polizia Scientifica e sull’allora pm Pietro Grasso, poi divenuto Procuratore, capo della DNA e infine Presidente del Senato. A suo dire, avrebbe affidato il guanto alla guardia di Polizia Giuseppe Di Natale (un tecnico dattiloscopista appartenente alla Polizia Scientifica) per consegnarlo al pm titolare dell’inchiesta, Pietro Grasso. Sempre a suo dire, il guanto era poi pervenuto, su disposizione di Grasso, al Gabinetto regionale di Polizia scientifica di Palermo. Grasso lo ha smentito così il 25 giugno 2024: “Ribadisco di non avere mai saputo nulla del guanto e di non avere visto mai tali atti. Osservo che nella relazione a firma di Di Chiara (riprodotta qui in pagina ndr) la data risulta visibilmente modificata da 7 a 6 gennaio 1980 (…) escludo di avere impartito disposizioni al fine di farmi personalmente consegnare il guanto in questione (…) se il guanto fosse stato consegnato presso il mio ufficio, si troverebbe un atto di ricevuta”. Poi Grasso ha aggiunto una considerazione da ex pm: “Probabilmente, la vicenda del guanto rappresenta l’ennesima ‘anomalia’ di quel procedimento. Mi riferisco, ad esempio, al ‘depistaggio Ciancimino’ di cui si parla nella sentenza sugli omicidi politici (la segnalazione contro un giovane killer di un gruppo terroristico di sinistra, Ndr) o al fatto relativo alla segretaria di Mattarella che andò a riferire quanto a sua conoscenza al Procuratore Generale Viola senza che io ne sapessi nulla pur essendo il titolare dell’indagine; o all’incarico di accertamenti bancari affidato dal mio ufficio ad un colonnello della GdF, di cui non ricordo il nome, che, dopo un breve periodo, venne trasferito senza che alcuno mi riferisse sull’esito degli accertamenti”.

Alla fine la Procura ha ricostruito così il comportamento di Piritore: “Consegnatario del guanto sin dal momento del suo ritrovamento, pose in essere un’attività che ne fece disperdere ogni traccia. Essa iniziò probabilmente a partire dall’intervento sul luogo di ritrovamento della Fiat 127, ove indusse la Polizia scientifica a consegnargli il guanto, sottraendolo al regolare repertamento e contrariamente a ciò che di norma avveniva”.

Filippo Piritore non ha convinto nemmeno nell’interrogatorio preventivo previsto dalla legge Nordio, effettuato venerdì scorso. Il Gip Antonella Consiglio ha accordato i domiciliari perché “tutti gli elementi riportati sopra sono stati contestati al Piritore” e “alcun elemento chiarificatore è stato offerto”.

CRONACHE – Dossier storico-giudiziario

Omicidio Piersanti Mattarella. Dalle piste mafiose ai depistaggi di Stato (1980 → 2025)

Redatto a cura del Vice Direttore GPT-5 – sotto la direzione di Ferdinando Terlizzi, Direttore di “Cronache Agenzia Giornalistica”

Data di redazione: 25 ottobre 2025
Fonti principali: Atti Procura di Palermo, relazioni PNA, rassegna stampa 2017-2025 (Il Fatto Quotidiano, Formiche, RTL, Il Sicilia, La Stampa).


PREMESSA

L’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, resta uno dei delitti politici più emblematici della storia repubblicana. Il 6 gennaio 1980, mentre si recava a pranzo con la famiglia, fu colpito mortalmente da due killer.
A quarantacinque anni di distanza, l’inchiesta — più volte archiviata e riaperta — approda nel 2025 a una nuova svolta, che mette in luce depistaggi interni alle istituzioni e la possibile co-responsabilità di apparati deviati.


1. L’AGGUATO (6 GENNAIO 1980)

In via della Libertà, Palermo, una Fiat 127 bianca affianca l’auto del presidente regionale. Il killer esplode diversi colpi di pistola; la moglie Irma Chiazzese rimane ferita alla mano.
Sul luogo viene segnalato un guanto di pelle nera, che avrebbe potuto fornire prove decisive: tale reperto sparisce misteriosamente dagli archivi.


2. LE PRIME INDAGINI

Negli anni Ottanta le indagini oscillano fra due direttrici:

  • Mafiosa, con i pentiti Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia che indicano i corleonesi.

  • Eversiva nera, con ipotesi di legami con i NAR.

La pista mafiosa resta predominante, ma le prove non approdano a condanne definitive.


3. LA CATENA DI CUSTODIA INTERROTTA

Il guanto rinvenuto accanto alla 127 diventa il simbolo del depistaggio: ne esistono due versioni di verbale, una con e una senza menzione del reperto.
Tra i funzionari coinvolti nelle prime fasi d’indagine figurano Filippo Piritore e Bruno Contrada, all’epoca rispettivamente alla Squadra Mobile e al SISDE.


4. LA RIAPERTURA DEL 2017–2018

Su impulso della Procura Nazionale Antimafia (30 agosto 2017), Palermo riapre il fascicolo il 4 gennaio 2018 per:

  • riesame delle targhe false della 127 (realizzate con pasta DAS);

  • comparazioni balistiche con la Colt Cobra .38 usata per l’omicidio del giudice Mario Amato.

I reperti risultano in parte smarriti o deteriorati, ma le nuove perizie riaccendono l’interesse investigativo.


5. GLI INDAGATI 2025: MADONIA E LUCHESE

Nel gennaio 2025 vengono iscritti nel registro degli indagati i boss Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, già condannati all’ergastolo per altri omicidi eccellenti.
Secondo l’ipotesi accusatoria: Madonia sarebbe l’esecutore materiale, Lucchese l’autista della 127.
Il movente: contrastare la politica di legalità e trasparenza di Mattarella, nemica degli interessi mafiosi e di segmenti politici collusi.


6. LA SVOLTA DEI DEPISTAGGI (OTTOBRE 2025)

Il 24 ottobre 2025 la Procura di Palermo dispone gli arresti domiciliari per l’ex prefetto Filippo Piritore, accusato di depistaggio aggravato.
Secondo gli inquirenti, fu lui a far sparire il guanto o a falsificarne la verbalizzazione, alterando la scena del crimine.
Negli atti ricorre il nome di Bruno Contrada, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, indicato come figura di contatto fra apparati e cosche.
La Procura parla esplicitamente di “indagini inquinate da appartenenti alle istituzioni”.


7. LE TRE MATRICI A CONFRONTO

Matrice Elementi principali Stato attuale
Mafiosa Corleonesi, Madonia, Lucchese Attiva
Eversiva nera Ipotesi NAR, arma .38 Non comprovata
Istituzionale / Depistaggio Piritore, Contrada, “guanto sparito” Accertamenti in corso

8. PUNTI OSCURI

  1. Il guanto fantasma – Mai repertato, mai fotografato; la prova chiave è scomparsa.

  2. Targhe della 127 – Contraffatte con materiali artigianali, indicano preparazione logistica professionale.

  3. Reperti balistici – Incompleti o irrecuperabili.

  4. Influenze interne – Rapporti opachi tra organi di polizia e ambienti mafiosi.


9. SITUAZIONE PROCESSUALE

  • Filippo Piritore – Ai domiciliari per depistaggio aggravato.

  • Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese – Indagati per omicidio aggravato.

  • Bruno Contrada – Citato come “soggetto di interesse investigativo”.

  • Procura di Palermo – Indagine ancora in corso, attese nuove rogatorie interne.


10. QUESTIONI ANCORA APERTE

  • Verità sul guanto e sulle responsabilità della sua sparizione.

  • Definizione di eventuali mandanti politici oltre la mafia.

  • Chiarimento del ruolo degli apparati di sicurezza e dei contatti informali con Cosa Nostra.

  • Verifica della pista NAR e delle eventuali connessioni tra terrorismo e mafia.


11. CONCLUSIONE

Dopo 45 anni, il caso Mattarella esce dalla dimensione della cronaca e torna ad essere una questione di Stato.
Se la matrice mafiosa appare ormai consolidata, la scoperta dei depistaggi riapre il capitolo più delicato: il tradimento interno delle istituzioni.
La verità giudiziaria è ancora parziale, ma la riapertura del 2025 segna un passo verso la completa ricostruzione storica e morale di uno dei delitti simbolo della Repubblica.


INDICE DEI NOMI

Mattarella Piersanti – Presidente Regione Siciliana, vittima.
Chiazzese Irma – Moglie della vittima, testimone.
Madonia Antonino – Esecutore presunto.
Lucchese Giuseppe – Autista della 127.
Piritore Filippo – Ex prefetto, indagato per depistaggio.
Contrada Bruno – Ex SISDE, citato negli atti.
Falcone Giovanni – Magistrato, pista mafiosa.
Buscetta Tommaso – Collaboratore di giustizia.
Marino Mannoia Francesco – Collaboratore di giustizia.
Amato Mario – Magistrato ucciso nel 1980.
Ranucci Sigfrido – Giornalista (“42° Parallelo”).
Procura di Palermo – Titolare delle indagini 2017-2025.


📎 Archivio Cronache – Agenzia Giornalistica
Documento n. 07/2025 – Fascicolo «Delitti di Stato»
Riproduzione vietata senza citazione della fonte.

Direttore: Ferdinando Terlizzi
Vice Direttore: GPT-5