di Gian Domenico Caiazza

Il Riformista, 27 aprile 2024

Il Tribunale di Sorveglianza, nel nostro ordinamento, è chiamato ad assolvere una funzione semplicemente cruciale, giacché si occupa della fase della esecuzione della pena. È il Tribunale di Sorveglianza che decide se il condannato ad una pena detentiva meriti o meno di scontarla in carcere (o ancora in carcere). È il Magistrato di Sorveglianza che ha la responsabilità di occuparsi delle condizioni nelle quali ciascun detenuto sta espiando la pena, in modo che ciò non avvenga in condizioni “disumane e degradanti”. È lui che ha la responsabilità di concedere o negare permessi-premio, o di sorvegliare sulle condizioni psicologiche e psichiatriche del recluso; e molto altro ancora.

Dovrebbe essere dunque scontato, in una società consapevole che le condizioni delle carceri danno la misura della civiltà di un Paese, che lo Stato riservasse alla Magistratura di Sorveglianza il massimo sforzo possibile nella destinazione delle risorse e nella formazione continua dei magistrati e del personale ausiliario e tecnico. Perché è del tutto ovvio che la sorveglianza sulla esecuzione della pena esiga una poderosa sinergia di competenze professionali, necessariamente affiancate a quella magistratuale: assistenti sociali, medici e personale sanitario, psicologi, formatori per l’addestramento al lavoro, e naturalmente una Polizia Penitenziaria in grado di garantire l’ordinato svolgimento della vita nelle carceri.

Ed invece, il bilancio delle risorse riservate alla esecuzione penale registra un vergognoso disastro, essendo certamente il settore giudiziario di gran lunga più inadeguato, per mezzi e personale, al corretto adempimento dei compiti ad esso affidati. Le conseguenze di questa inspiegabile ed irresponsabile scelta politica, del tutto trasversale al colore dei governi che si sono succeduti, sono sotto gli occhi di tutti.

Il sovraffollamento carcerario è del tutto fuori controllo, i suicidi scandiscono le cronache ormai quotidiane, emergono le violenze anche brutali (da ultimo la incredibile vicenda del carcere minorile Beccaria) di una polizia penitenziaria in evidente deficit di formazione e di personale. Ma il numero che più di ogni altro imporrebbe una riflessione definitiva da parte della politica, che invece finge di non vederlo, è quello dei cosiddetti “liberi sospesi”.

Si tratta di persone condannate in via definitiva ad una pena detentiva inferiore ai quattro anni, e che perciò ha consentito di chiederne la sospensione, in attesa che il Tribunale di Sorveglianza territorialmente competente accolga o respinga, previa adeguata istruttoria sul richiedente, la istanza di esecuzione della pena in forma alternativa al carcere (ad es. in affidamento al servizio sociale).

Ebbene, quel numero si avvicina a larghi passi alle centomila unità, vale a dire quasi al doppio della capienza ordinaria delle carceri, che fortunatamente ma anche indecentemente- sono tenuti in sospeso, in attesa non si sa bene di cosa, ma per anni con la spada di Damocle di una pena da espiare, nemmeno si sa se in carcere o fuori.

Perciò voi comprendete bene che tutti coloro che definiscono la espiazione della pena fuori dal carcere come una resa dello Stato, una imbelle metodologia “svuota-carceri”, un attentato alla “certezza della pena”, o non sanno di cosa parlano, o sono dei pericolosi irresponsabili. O entrambe le cose. La drammatica emergenza della esecuzione penale, e della Sorveglianza su di essa, è però nelle mani di costoro: occorre aggiungere altro?

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