lunedì, 10 Maggio 2021
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MEGLIO PEGGIO DAI GIORNALI DI OGGI

 

 

I SOLDI DELLA  NAPOLI STORICA  SE NE VANNO  AL NORD LEGHISTA 

Napoli, Intesa vende il Monte di Pietà (ma si può impedire)

Napoli, Intesa vende il Monte di Pietà (ma si può impedire)

La favola delle banche altruiste

di  | 3 MAGGIO 2021

 

C’è ancora qualcuno che crede alla favola delle banche mecenati dell’arte, amiche della cultura, costruttrici di civiltà? Certo, è un mito un po’ invecchiato se per difenderlo bisogna sempre invocare il mito del Rinascimento “creato” dalla banca dei Medici. E il punto non è tanto che è un po’ curioso difendere il presente attraverso un caso di mezzo millennio fa, quanto che allora l’urgenza morale, la spinta interiore, di Cosimo il Vecchio era quella di restituire alla collettività un denaro che sentiva di averle sottratto. Mentre oggi, al contrario, le banche massimizzano i profitti calpestando allegramente l’interesse pubblico. Ultimo, clamoroso caso: Banca Intesa che vende il Monte di Pietà di Napoli, ricevuto in dote con tutto il patrimonio del Banco di Napoli. C’è una buona dose di ironia, in tutto questo: visto che il Monte di Pietà nasce (nel 1539) per offrire prestiti su pegno senza interessi.

Ora a pagare un interesse altissimo su questa storia di coesione sociale è la città di Napoli, che rischia di perdere un pezzo straordinario del suo corpo, conficcato nei Decumani, carico di storia e di arte: scandito dai monumenti e dalle pitture di Pietro Bernini, Belisario Corenzio, Battistello Caracciolo, Cosimo Fanzago, Giuseppe Bonito, Francesco De Mura e moltissimi altri. Una pietra miliare nella storia del credito, e della sua funzione sociale, una storia in cui miseria e nobiltà, disperazione e generosità si intrecciano in modo indissolubile: e forse proprio per questo ormai estranea a un mondo bancario che di sociale (anzi, di umano) non ha davvero più nulla.

Ci sarà tempo per interrogarsi sulla strategia di Intesa San Paolo, che fonda le pompose Gallerie d’Italia e poi mette sul mercato pezzi unici d’Italia, avviandoli alla privatizzazione, alla lottizzazione, alla rimozione dalla storia e dalla cultura collettiva.

Ora, però, la priorità è salvare il Monte di Pietà: come chiede la Napoli che da giorni manifesta per strada, cercando disperatamente di attirare l’attenzione di un Paese che si è appena messo nelle mani del Banchiere per eccellenza.

La prima cosa che il Ministero della Cultura dovrebbe fare, sarebbe applicare l’articolo 56 del Codice dei Beni Culturali negando a Intesa San Paolo l’autorizzazione a vendere un bene che è ancora sostanzialmente demaniale: infatti, quando (nel 2002) Banca Intesa (soggetto privato) ha ereditato il Monte di Pietà dal Banco di Napoli (soggetto pubblico) l’edificio era già stato vincolato (nel 1995) come bene culturale, e quindi (nel 2003) le sue raccolte furono dichiarate indivisibili e inamovibili. La via maestra è, allora, politica: con quale faccia il ministro Franceschini potrebbe ripresentarsi a Napoli dopo aver autorizzato una banca ricca e potente a privatizzare un luogo simbolo della cultura, della pietà, dell’arte partenopee? È dunque al vertice del Ministero della Cultura che devono indirizzarsi le trasparenti pressioni di chi ha a cuore il futuro di Napoli.

Una seconda cosa che bisogna chiedere, alla Soprintendenza di Napoli e alla Direzione Generale Archeologia e Belle Arti del Ministero, è quella di vincolare la destinazione del complesso: escludendo che vi si possano collocare alberghi o condomini di lusso o centri commerciali, legandolo invece a una destinazione non incompatibile con la sua storia, e cioè ad una destinazione culturale.

Infine, sul medio e lungo periodo la soluzione definitiva potrebbe venire da un acquisto pubblico: evidentemente per un prezzo tenuto ragionevolmente basso grazie al potere dello Stato di proibire la vendita a privati. Se il Ministero della Cultura lo comprasse, potrebbe unirlo al complesso dei Girolamini (che dista 400 metri, e dunque 5 minuti a piedi), appena divenuto istituto autonomo. Si verrebbe così a creare uno straordinario polo della cultura, dell’arte e della storia sociale della città di Napoli: un luogo in cui studiare e conoscere le forme assunte, tra Cinque e Settecento, dalla sollecitudine per la povertà materiale e spirituale della più grande metropoli italiana. Sarebbe anche un modo concreto, per il Ministero, di chiedere scusa a Napoli per il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini scoperto nel 2012, e denunciato da chi scrive su questo giornale. Quel massacro fu possibile grazie alla cecità, alla pavidità e al servilismo dei vertici romani del Ministero: ed è giunta l’ora di riscattarsi.

Certo, potrà sembrare paradossale che sia il tanto vituperato Stato a salvare un monumento messo in pericolo dalla speculazione di una banca: la retorica corrente vorrebbe che fosse vero esattamente l’inverso, e cioè che fossero le generose e buone banche a soccorrere le esangui casse pubbliche, nell’interesse generale. Ma è, appunto, vuota retorica: banche e banchieri non danno, ma prendono. Non salvano nemmeno le loro stesse proprietà: figuriamoci un Paese.

B., zero complotti: l’audio smentisce la sentenza politica

B., zero complotti: l’audio smentisce la sentenza politica
La macchina del fango contro i giudici della Cassazione che, nel 2013, hanno condannato definitivamente Silvio Berlusconi per frode fiscale, processo Mediaset-diritti tv, viene ricostruita questa sera da Report di Sigfrido Ranucci su Rai 3.Una macchina del fango che, l’estate scorsa, ha avuto come cassa di risonanza la tv dell’interessato, Mediaset, dove l’audio di un morto, il giudice Amedeo Franco, relatore di quella sentenza in Cassazione, è stato usato per dimostrare che la condanna di Berlusconi fu politica. Una bufala, già smascherata, e che stasera viene sviscerata nella ricostruzione di Report con parti inedite di quell’audio del giudice Franco, il quale parla, registrato, con Berlusconi, pochi mesi dopo la condanna.L’inedito riguarda Gianni Letta, l’eminenza grigia dei governi di “Mister B.”, che prima del processo sarebbe andato dall’allora presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, anche lui morto. “È andato Gianni Letta da Santacroce e ci ha detto: ‘Ormai avete quel collegio lì e ve lo tenete. Abbiamo un relatore assolutamente sopra le parti’ (Franco, ndr)”. Queste le parole di Berlusconi a Franco che si ascolteranno stasera.Berlusconi, sempre riferendosi a quei giorni del suo processo, racconta un altro fatto: “Il procuratore di Cassazione, andiamo a toccarlo con un nostro amico”. Il riferimento è ad Antonio Mura, oggi procuratore generale di Roma, allora sostituto procuratore generale della Cassazione. Berlusconi, come dice nell’’audio che trasmetterà Report, avrà anche trovato chi si è prestato ad avvicinare il magistrato, ma certamente senza successo. Mura chiese e ottenne la conferma della condanna di Berlusconi, chi scrive ha seguito quel processo, la sua requisitoria fu minuziosa, impeccabile. Stasera andranno in onda anche le interviste, tra gli altri, ai giudici di quel collegio della sezione feriale della Cassazione: il presidente Antonio Esposito e i giudici Ercole Aprile e Claudio D’Isa. Parlano con Report avendo già testimoniato in procura a Roma, che ha chiuso a marzo scorso l’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, stabilendo che la formazione del collegio che giudicò Berlusconi fu regolare, altro che complotto politico. Esposito, Aprile e D’Isa confermano davanti alle telecamere quanto rivelato dal Fatto Quotidiano su cosa successe in camera di consiglio: Franco provò a registrare, ma un clic maldestro mise in allarme i colleghi. Uno di loro, Giuseppe De Marzo, andò in bagno dove era andato in tutta fretta Franco e lì trovò il registratore abbandonato dal magistrato per provare a non farsi scoprire.

“In quell’occasione, racconta Aprile, lui, (Franco ndr), mise la mano alla tasca, si sentì un gracchiare, un… come se stesse registrando. Si alzò in piedi, di scatto, e scappò in bagno. Noi lì per lì rimanemmo gelati”. E D’Isa: “Dopo un po’ di tempo, subito dopo uscì dalla camera di consiglio per il bagno anche un altro collega, il collega De Marzo, rientrò con un apparecchietto, l’ha trovato nel bagno”.

Fedez spacca la Rai e i partiti Battaglia prima delle nomine

Fedez spacca la Rai e i partiti Battaglia prima delle nomine
Primo Maggio. Il cantante denuncia tentate censure. L’ad Salini: “Qui non esiste un sistema”. Fico e Conte: “Riformare la governance”
È bastato Fedez per far esplodere la politica e uno dei suoi campi da gioco, la Rai. Sono stati sufficienti il breve ma drittissimo discorso dal palco del Primo Maggio del rapper, assieme a un suo video, che denuncia il (presunto) tentativo di censura da parte di quella tv pubblica che tutti i partiti giurano di voler cambiare ma che tutti i partiti lottizzano, senza sosta. Quella Rai che a giugno vedrà il rinnovo del suo Consiglio di amministrazione.Ed è la vera partita dietro le note in cui tutti urlano il no alla censura e con cui il Pd, i 5Stelle e Giuseppe Conte invocano una legge di riforma di viale Mazzini, di cui però finora si erano dimenticati pur stando al governo. Ma le schegge del tutti contro tutti tra i partiti si vedranno nella commissione di Vigilanza sulla Rai, dove è stato convocato il direttore di Rai3, Franco Di Mare. Dovrà “riferire” della tempesta provocata dall’intervento di Fedez al concerto trasmesso sulla Rai, in cui ha attaccato la Lega per la sua ostilità al ddl Zan, la proposta di legge del Pd che vuole punire le discriminazioni basate su genere e orientamento sessuale.Un discorso a cui Matteo Salvini aveva provato a fare muro già ore prima: “Il concerto è costato 500mila euro agli italiani, i comizi de sinistra sarebbero fuori luogo”. Ma Fedez ha parlato ugualmente. Anche se è stata dura, ha assicurato: “È la prima volta che devo inviare il testo di un mio intervento perché venga sottoposto ad approvazione politica. Ho dovuto lottare un pochino ma alla fine mi hanno dato il permesso di esprimermi con nomi e cognomi”. E ne ha citati diversi il rapper, partendo con quello di Andrea Ostellari, leghista a capo della commissione Giustizia in Senato: “Lui ha deciso che un disegno di legge già approvato alla Camera può essere bloccato da un singolo, cioè se stesso”. Ma Fedez ha elencato vari esponenti del Carroccio – “forza che lotta contro l’uguaglianza” – citando loro dichiarazioni contro i gay. E così ha spiazzato Salvini, che in una girandola di posizioni diverse ha anche proposto al cantante “un confronto”. Il prezzo più alto però lo paga viale Mazzini, che aveva provato a smentire il cantante. “È scorretto e privo di fondamento sostenere che la Rai abbia chiesto preventivamente i testi degli artisti” aveva sostenuto la terza rete in una nota “condivisa con l’ad Fabrizio Salini”. Fedez però ha subito replicato diffondendo il video della difficile telefonata con i dirigenti Rai prima del concerto, nel quale si sente una voce maschile che lo esorta “ad adeguarsi a un sistema”. E interviene anche il vicedirettore di Rai3, Ilaria Capitani: “Ritengo inopportuno il contesto”. Un filmato che spinge a schierarsi “con Fedez e contro la censura” molti leader politici, dal segretario del Pd Enrico Letta fino a Conte. E proprio l’ex premier rilancia l’idea di una riforma per sottrarre la Rai “alle ingerenze della politica, perché non saranno nuovi nomi a salvarla dagli antichi vizi”. Per questo propone una Fondazione come “azionista di riferimento”, o che almeno si discuta la proposta di legge del M5S. E poi c’è il presidente della Camera Roberto Fico, già al vertice della Vigilanza, che al Fatto dice: “Possiamo liberare la Rai dai partiti con una nuova legge sulla governance, ma non basta prendere posizione se poi non seguono i fatti”. Ma dall’altra parte c’è la destra che può rinfacciare ai giallorosa la governance scelta dal M5S.Con i renziani di Iv che vanno in scia (“I vertici Rai li scelse Conte”). Invece viale Mazzini in una nota accusa Fedez di aver pubblicato una versione tagliata dell’intervento al telefono di Capitani, ex portavoce di Walter Veltroni da sindaco di Roma ed ex caporedattrice del Tg2. Mentre Salini giura: “In Rai non esiste e non deve esistere nessun ‘sistema’, e su questo sarà fatta luce”. Di questo parlerà Di Mare, nominato nel 2020, in piena epoca giallorosa. Perché in Vigilanza lo aspettano i partiti, quelli per cui i lottizzatori sono sempre gli altri.

Gennaro Musella. L’imprenditore ucciso dai clan e il “malloppo” in arrivo dall’Europa

Gennaro Musella. L’imprenditore ucciso dai clan e il “malloppo” in arrivo dall’Europa

E chi se lo ricorda più quel 3 maggio del 1982? Non fa nemmeno cifra tonda. Una specie di numero grigio. Fosse il quarantesimo anniversario… E invece vorrei qui ricordarlo. Per la storia che finì quel giorno. La storia di Gennaro Musella, imprenditore salernitano trasferitosi in Calabria negli anni settanta. Una vicenda esemplare. Musella, padre di quattro figli, aveva portato tutta la famiglia a Reggio, coltivando progetti di sviluppo della sua impresa che avrebbero fatto il bene della Calabria. Si stimava che la sua fosse la seconda impresa di edilizia marittima del sud. In qualsiasi contesto bisognoso di occupazione sarebbe stato accolto come un pubblico benefattore. Ma non era quello il caso. Lo ebbe ben chiaro quando partecipò alla gara per costruire il nuovo porto turistico di Bagnara, mar Tirreno nella provincia di Reggio. Preparò il suo progetto con perizia e amore, convinto di avere qualità, strutture e genio per vincerlo.

Invece lo perse. L’appalto andò a una impresa siciliana. Questioni di prezzo, di massimo ribasso. Musella non era uno stupido e capì d’istinto che quel prezzo non era sostenibile da un’impresa sana. E contestò scientificamente la propria esclusione a opera dell’azienda vincitrice, legata a Carmelo Costanzo, uno dei celebri “cavalieri del lavoro” che allora impazzavano nell’economia meridionale godendo di altrettanto celebri appoggi mafiosi. Come fa a mettere questa cifra per il personale se con il contratto collettivo di lavoro il costo minimo degli operai è molto più alto? Come fa a mettere questi costi delle materie prime se un quintale di qualità minima al più basso prezzo di mercato costa molto di più di quel che figura nel preventivo? Insomma tanto precisamente obiettava e tanto decisamente evocava il broglio che costrinse a rifare la gara. Allora succedeva. Oggi sarebbe impossibile, facce di bronzo crescono. Musella si preparò al nuovo bando. Ma avrebbe vinto un’altra azienda catanese legata al gruppo Graci, di nuovo i cavalieri del lavoro. Stavolta non fece in tempo a verificare i conti della concorrenza perché prima della chiusura della gara, giusto quel 3 maggio, venne fatto saltare in aria, una bomba esplose sulla sua mercedes alle 8 e mezzo del mattino.

La giustizia chiuse i battenti su quell’omicidio. Secondo un rapporto dei carabinieri vi era di mezzo un potente clan reggino, i De Stefano, voglioso di fare un favore al boss catanese Nitto Santapaola e all’imprenditoria etnea, sua alleata e ormai protesa al di fuori della Sicilia. Fin qui abbiamo però “solo” e giustamente ricordato un imprenditore onesto e coraggioso.

Ma credo che se mi è venuto in mente proprio lui sia anche per un’altra ragione. Ed è che ci stiamo preparando con qualche timore a gestire i fondi in arrivo dall’Europa per rimediare al disastro sociale e sanitario in cui siamo stati precipitati dalla peste cinese. E ci chiediamo (non tutti, in realtà) come evitare che questi fondi finiscano nelle mani dei clan, che siano le loro imprese a vincere appalti e soprattutto subappalti.

Ebbene, io sogno cento, mille Gennaro Musella al servizio della nostra pubblica amministrazione che, in chiusura di ogni gara, ma proprio di ogni gara, quando si metteranno a confronto le varie offerte, impediscano alle oche giulive di andare diritte sulla busta contenente il prezzo più vantaggioso. E prima che sia proclamato il vincitore si mettano a fare il quarto grado ai numeri. Come è possibile la somma “x” con tot operai a questo salario? Con tot quintali a questo prezzo d’acquisto? Questa sarebbe la selezione ideale. Non le scartoffie che stroncano qualunque imprenditore onesto, ma le competenze che stroncano qualunque imprenditore mafioso. Ecco, ora mi è più chiaro perché mi è venuto in mente quel 3 maggio di 39 anni fa. Perché parla al nostro futuro prossimo. Non solo alla memoria.

 

LUNEDì 3 MAGGIO 2021
Clamoroso
Massimo Fini ha sfidato Alessandro Sallusti a duello.
[vedi la Quarta pagina]In prima pagina
• L’Inter ha vinto lo scudetto, il suo diciannovesimo, il primo dopo undici anni. Almeno trentamila tifosi assembrati in Piazza Duomo per festeggiare, la polizia li fa sgomberare
• Ronaldo risolleva la Juventus che aggancia Atalanta e Milan al secondo posto. Il Napoli frena con il Cagliari, risale la Lazio che batte il Genoa 4-3. Pareggio con sei reti tra Bologna e Fiorentina. Sampdoria Roma è finita 2-0
• Fedez accusa la Rai di aver cercato di censurare il suo discorso al concerto del Primo Maggio. La Rai nega ma l’ad Salini chiede scusa. La politica si schiera: Conte e Letta stanno con Fedez. Salvini si dice disponibile a un confronto tv dalla D’Urso
• I morti per Covid registrati ieri sono stati 144, il dato più basso degli ultimi sette mesi. Il tasso di positività sale al 5,8%. Le persone vaccinate sono 6.221.316 (il 10,43% della popolazione)
• In India nuovo record giornaliero di morti: 3.689
• Missione riuscita per SpaceX: ha riportato a Terra quattro astronauti dalla Stazione spaziale internazionale
• Altri naufragi nel Mediterraneo: 11 morti davanti alle coste della Libia mentre un barcone in avaria con 95 migranti è alla deriva
• In Birmania la folla è tornata in piazza contro i golpisti e i soldati hanno sparato: almeno cinque morti
• Kirghizistan e Tagikistan hanno concordato un cessate il fuoco dopo gli scontri lungo il confine dei giorni scorsi
• Alla fine si è liquefatto il sangue di San Gennaro si è liquefatto. «Il popolo napoletano tira un sospiro di sollievo», dice de Magistris
• È morta a 89 anni l’attrice Premio Oscar Olympia Dukakis
• Nel gran premio di Portogallo di Formula 1 trionfa Hamilton su Verstappen. Terzo Bottas. Non bene le Ferrari: sesto Leclerc, undicesimo Sainz
• MotoGp, a Jerez è doppietta Ducati con Miller e Bagnaia. Morbidelli terzo, Marquez nono, Rossi solo diciassettesimo
• Arrestato per truffa in Giappone: aveva 35 fidanzate contemporaneamenteTitoli
Corriere della Sera: Il caso Fedez agita i partiti
la Repubblica: Ciclone Fedez sulla Rai
La Stampa: Fedez: questa Rai è vergognosa
Il Sole 24 Ore: Guida Maturità. Tesina, curriculum e voti: è iniziata la corsa all’esame
Il Messaggero: «L’Italia cresce più del previsto»
Il Giornale: Sinistra in mala-Fedez
Leggo: Amala 19
Qn: Prova d’estate, ma i conti non tornano
Il Fatto: 007, Renzi attaccava Conte e vedeva la spia all’autogrill
Libero: Il marasma giustizia
La Verità: «Così m’hanno stuprato in casa Grillo»
Il Mattino: «Recovery, senza riforme si rischia lo stop dei fondi»
il Quotidiano del Sud: Rimettersi in moto dipende da noi
Domani: I bambini strappati

IN TERZA PAGINA

Quello che Fedez non dice (Lucarelli)
La simpatia in politica (F. Merlo)
Il mio cane voleva la dad fino a giugno (Benini)
Zalone fa ridere, altro che Lol (Grasso)
Il lunedì di Sconcerti

IN QUARTA PAGINA

«SALLUSTI, CHE PARLINO LE PISTOLE»
Il guanto di sfida gettato
da Massimo Fini

Omofobia, bufera Fedez: “La Rai voleva censurare le mie frasi anti-Lega”

Il rapper al concertone difende la legge Zan e attacca. L’azienda nega bavagli, ma si scusa. Lui pubblica l’audio del colloquio. Pd e M5S invocano dimissioni, è già corsa al nuovo Cda

ROMA – Tutto accade venerdì sera, durante i preparativi del concertone all’Auditorium. Dopo aver letto il monologo che Fedez intende recitare l’indomani, i tre conduttori — Stefano FresiAmbra e Lillo — iniziano ad agitarsi. Insieme alla iCompany, la società che produce chiavi in mano la kermesse per la Rai, temono che la manifestazione promossa dai sindacati possa scatenare una guerra politica sui diritti civili. Di cui si farebbe volentieri a meno, ma non certo per ostilità nei confronti del Ddl Zan, anzi: su quel palco non ce n’è uno contrario alla legge sull’omotransfobia impantanata al Senato dall’ostruzionismo leghista.

Quando c’è Salvini di mezzo, si sa come va a finire. Decidono perciò di chiamare il rapper per illustrargli i rischi di un j’accuse senza contraddittorio lanciato in prima serata sul servizio pubblico. Ed è lì che si consuma il pasticcio. Subito, sin dall’esordio di Lillo che per primo prova a spiegare le ragioni di quella telefonata — “Io, Ambra e Stefano siamo d’accordo con te, ma ci sono dei problemi” — Fedez parla di censura, chiede perché hanno voluto visionare prima il testo, attacca chi pretende di imbavagliarlo.

L’organizzatore Massimo Bonelli si difende: “Il testo lo chiediamo a tutti per integrarlo col copione”. Ma Fedez è imbufalito: “Qualcuno mi spieghi perché non va bene e non volete che io lo faccia”. Si inserisce allora Massimo Cinque, capoautore di iCompany, che lo esorta ad “adeguarsi a un sistema che lei probabilmente non riconosce”, sollecitandolo a eliminare le citazioni dei politici. L’altro a quel punto si infuria. “Io sono un artista, mi assumo le responsabilità di ciò che dico. Le asserzioni che riporto sono di consiglieri leghisti che dichiarano “se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno”. Perché non posso dirlo?”.

Dall’altra parte si obietta che finirebbero “in un contesto che non è quello giusto». Il rapper è «scioccato: non ci credo che volete censurare su questi temi qua”. Siamo già al sesto minuto di battibecco quando la vicedirettrice di Rai3 sbotta: “Non c’è alcuna censura”, taglia corto Ilaria Capitani. “La Rai fa un acquisto di diritti e ripresa, non è responsabile della sua presenza né di quello che dirà” sostiene. Per Fedez significa che la dirigente “non ha voce in capitolo, ditemi con chi devo parlare”. Lei però aggiunge: “Ritengo inopportuno il contesto”. E “quindi?”, chiede lui: “Posso salire sul palco a fare quello che per voi è inopportuno e per me opportuno?”». Sostiene inoltre di aver inviato il suo testo anche a Marco TravaglioPeter Gomez e al direttore di Repubblica (ma successivamente ha chiamato Maurizio Molinari precisando di essersi sbagliato).

La telefonata finisce, ma non l’opera di persuasione. È notte fonda quando spiegano al rapper che alcuni regolamenti sindacali impedirebbero il suo intervento. Lui non si convince. E alle 3 del mattino chiama il leader Cgil Landini per domandargli se è vero. No, non lo è.

Alle 9 di sabato Fedez è sul palco dell’Auditorium per le prove. L’incidente sembra rientrato. Ma la Lega, informata da qualcuno di quel che sta per accadere, emette comunicati di fuoco. Alle 21 Fede< canta e recita il suo testo: integrale. Prima però racconta di aver subito un tentativo di censura. La Rai smentisce. E lui pubblica sui social la telefonata di venerdì: 2 minuti tagliati su oltre 11 di conversazione. Una “manipolazione”, denuncia Viale Mazzini.

Si scatena l’inferno. Il segretario del Pd Enrico Letta chiede alla Rai di scusarsi e ringrazia Fedez per aver dimostrato che “occuparsi di pandemia non vuol dire che non si possono fare battaglie per i diritti, ius soli e ddl Zan”. Anche Conte e Di Maio si schierano con il rapper nonostante le scuse dell’ad Salini(“Chi ha parlato di ‘sistema’ ne risponderà”) che proprio i 5S avevano nominato. Si invocano “dimissioni” e “riforma della tv di Stato”. Segno che lo scaricabarile in vista del rinnovo del Cda è già partito, In pole per il ruolo di ad ci sarebbe Eleonora Andreatta (ora a Netflix) e per la presidenza uno fra Ferruccio De BortoliPaola Severini Melograni Alberto Quadrio Curzio. Palazzo Chigi è al lavoro, ma la partita è solo all’inizio.

Servizi: Renzi attaccava Conte e incontrava la spia all’autogrill

Servizi: Renzi attaccava Conte e incontrava la spia all’autogrill
Report. Il 23 dicembre il capo di Iv chiese al premier di cedere la delega. Poi vide Mancini (scandalo Abu Omar) in ballo per una nomina poi saltata
Un incontro in un autogrill sull’autostrada, tra un agente di rango come Marco Mancini e Matteo Renzi. In un momento particolarmente delicato della vita politica italiana, in cui cominciano le manovre per far cadere il governo di Giuseppe Conte. Lo racconta Report in un servizio di Giorgio Mottola che andrà in onda questa sera su Rai3. Il contatto avviene il 23 dicembre 2020, in un parcheggio dell’autogrill di Fiano Romano, nei pressi di Roma, e dura – secondo Report – una quarantina di minuti.Mancini è un agente del Dis, l’agenzia che coordina Aisi e Aise, cioè i servizi segreti che si occupano rispettivamente dell’interno e degli esteri. Ha una lunga storia. Una brillante carriera nel Sismi (il servizio segreto militare predecessore dell’Aise) di cui diventa capo della Divisione controspionaggio, braccio destro del direttore Nicolò Pollari. Una forte esposizione mediatica, quando il 5 marzo 2005 riporta in Italia la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, liberata dopo il suo sequestro in Iraq e dopo una corsa all’aeroporto di Baghdad che costa la vita a un collega di Mancini, Nicola Calipari. Una condanna a 9 anni nel febbraio 2013 per sequestro di persona (l’imam Abu Omar, rapito a Milano dalla Cia), poi annullata dalla Cassazione dopo una pronuncia della Corte costituzionale che interviene allargando i confini del segreto di Stato.Oggi Mancini è caporeparto al Dis. Un ruolo che gli va stretto. Da tempo punta a una funzione più operativa, dentro l’Aise o l’Aisi. In subordine, spera almeno di essere nominato vicedirettore del Dis, accanto al direttore Gennaro Vecchione e al posto di Carmine Masiello che avrebbe potuto essere nominato sottocapo allo Stato maggiore della Difesa. Per alcune settimane, Mancini ha buone possibilità di fare il salto. Ha il sostegno di Vecchione e non gli sono ostili neppure i Cinquestelle, consigliati dal magistrato antimafia Nicola Gratteri. Alla fine però non se ne fa niente: il premier Conte avvia un giro di poltrone dentro i servizi, ma Mancini resta al suo posto. Nei mesi precedenti era esplosa una dura contesa sui servizi di sicurezza. Prima sulle regole per la proroga dei vertici, poi sulla delega affidata dalla legge al premier, infine sulla Fondazione per la cybersecurity. Tutto precipita dopo il consiglio dei ministri sul Recovery del 7 novembre 2020, interrotto per il tampone falso-positivo al Covid della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese prima che si voti.Nei giorni seguenti comincia il bombardamento di Renzi sulla cybersecurity e sulla delega governativa ai servizi. Conte l’ha tenuta per sé, come permesso dalla legge che nel 2007 riforma le agenzie di sicurezza (infatti anche il predecessore Gentiloni non l’aveva ceduta ad altri). Renzi insiste perché la passi a un sottosegretario. A questa richiesta si accoda parte dei dem. Proprio il 23 dicembre Renzi lo ripete all’Aria che tira, su La7. Poi va a Rebibbia a visitare Denis Verdini. Infine incontra Mancini in autogrill.Conte cederà soltanto il 21 gennaio 2021, quando passa la delega all’ambasciatore Pietro Benassi. Troppo tardi. Il 13 gennaio si sono già dimesse le tre ministre di Italia viva. E il 26 gennaio il governo Conte cade. Il servizio di Report nasce per caso. Una insegnante che il 23 dicembre 2020 si era fermata all’autogrill di Fiano Romano filma Renzi con il telefonino. Di cosa parla? Non lo sappiamo. Mancini non ha risposto a Report. Renzi risponde celiando: Mancini gli avrebbe consegnato per Natale i Babbi di cioccolato, specialità romagnole, come romagnolo è Mancini. Poi il senatore adombra versamenti segreti di Report in Lussemburgo. E racconta che è stato l’agente del Dis a raggiungerlo, anche se la testimone oculare, intervistata da Report a volto coperto, sostiene invece che sia arrivato prima Mancini. Ambienti vicini a Renzi spiegano al Fatto che il leader Iv si incontra regolarmente con Mancini dal 2016 e che quel 23 dicembre i due avevano un appuntamento già fissato e saltato perché Renzi se ne dimentica e parte per Firenze; recupera all’ultimo momento, pregando Mancini di raggiungerlo all’autogrill sull’autostrada. Ma – giurano – quel giorno non si parlò di nomine.