martedì, 18 Maggio 2021
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MEGLIO PEGGIO DAI GIORNALI DI OGGI

Dossieraggio dentro il Csm: indagata funzionaria

Dossieraggio dentro il Csm: indagata funzionaria

di  | 29 APRILE 2021

La bomba è esplosa al Csm qualche settimana fa. Un manipolo di finanzieri spedito dalla Procura di Roma si è presentato a Palazzo dei Marescialli e ha chiesto con garbo di entrare nell’ufficio della funzionaria Marcella Contrafatto.

L’ipotesi dei pm romani è che la signora abbia avuto un ruolo nella diffusione dei verbali di Pietro Amara, uno dei quali contenente dichiarazioni anche sul premier Giuseppe Conte (vedi articolo nella pagina seguente) pubblicato da Il Domani ieri.

La signora Contrafatto lavora da tanti anni al Csm ed è stata fino a ottobre scorso la segretaria di Piercamillo Davigo. Sentita dal Fatto, non ha voluto fornire la sua versione perché, come ci ha spiegato il suo avvocato, Alessia Angelici: “C’è un’indagine in corso”. Anche Davigo ha rifiutato ogni commento: “è un argomento coperto dal segreto perché c’è un’indagine in corso”.

I verbali di interrogatorio di Amara che sarebbero stati veicolati – secondo l’ipotesi dei pm romani – dalla ex segretaria di Davigo sono una mezza dozzina. Non sono firmati e contengono racconti che, a quanto risulta a Il Fatto, sono ritenuti dagli stessi pm di Milano in parte infondati. In alcuni passaggi Amara mescola fatti veri e circostanze false. L’avvocato è stato arrestato nel 2018, accusato di corruzione in atti giudiziari, ha patteggiato una condanna a due anni 8 mesi. Coinvolto in altre inchieste, nel 2019, Amara è stato il tema che ha diviso la Procura di Roma fino a uno scontro durissimo tra pm. Il sostituto Stefano Fava voleva arrestarlo di nuovo per altri fatti ma gli aggiunti e il procuratore capo di Roma non erano d’accordo. Fava cominciò a raccogliere elementi per dimostrare i conflitti di interesse presunti dei colleghi, inesistenti secondo il Csm, la procura generale e i pm di Perugia che mai hanno aperto nemmeno l’ombra di un’inchiesta su questo. L’attività di Fava, realizzata in accordo con Luca Palamara secondo la Procura di Perugia, sarebbe sfociata anche in alcuni reati. Sarà l’eventuale processo a stabilire la verità. Ciò che qui rileva è che – prima dell’inchiesta, prima della richiesta di rinvio a giudizio contro il pm Fava, quando era considerato solo un moralizzatore magari troppo rigido ma corretto – Fava nel Csm aveva un consigliere come interlocutore privilegiato: proprio Sebastiano Ardita.

Ora si scopre che in uno di questi verbali non firmati di Amara (che circolano a Roma nelle redazioni dei giornali e anche al Csm da mesi) si parla proprio di Ardita. Le dichiarazioni rese a Milano a dicembre da Amara ai pm Laura Pedio e Paolo Storari, su una fantomatica loggia simil-massonica denominata ‘Ungheria’ sono tutte da verificare. Di certo quelle che cercano di coinvolgere di striscio Ardita sembrano traballanti a una prima lettura. Amara sostiene nel dicembre 2019 che Ardita (quello che parlava male di lui con Fava nel maggio 2019) sarebbe stato da lui incontrato in una riunione nel 2006 quando era pm a Catania. Ma Ardita era già da anni in un altro ufficio: il Dap.

Inoltre la loggia Ungheria è descritta da Amara come un convivio di liberali garantisti che volevano combattere contro i giustizialisti. Ebbene Ardita è stato un pm famoso per avere arrestato una mezza dozzina di parlamentari e per avere scritto un libro con la nostra casa editrice dal titolo che non era ‘Ungheria’ o ‘Garantisti’ ma ‘Giustizialisti’. Infine Amara lo descrive nel 2006 come ‘culo e camicia’ con l’ex capo del Dap Gianni Tinebra. Da una ricerca di archivio ANSA si legge che nel 2005 tra Ardita e Tinebra c’era una forte spaccatura.

I verbali di Amara proprio per la natura del personaggio sono oggetto di una serrata verifica da un anno e mezzo da parte dei pm Laura Pedio e Paolo Storari. Coinvolgono i personaggi più importanti di molti settori della vita pubblica. Si va dai vertici di alcune forze dell’ordine di oggi e ieri ad altissimi prelati in carica e usciti di scena, dai livelli apicali della magistratura amministrativa e ordinaria a quelli della politica recente. Un raccontone avvincente condito con l’allure massonico della ‘Ungheria’.

I verbali sono arrivati a fine ottobre del 2020 anche nella redazione del Fatto in forma anonima. Non sapendo se fossero autentici (non erano firmati) e sospettando una manovra di dossieraggio, Il Fatto ha scelto di non pubblicare. Non solo. Il giornalista Antonio Massari ha pensato di portarli in Procura a Milano per gli accertamenti del caso sulla fuga di notizie.

Se un tempo a Palermo c’erano i ‘corvi’ che accusavano Giovanni Falcone con i loro anonimi, la signora Contrafatto in realtà non sarebbe una ‘cornacchia’ ma, nell’ipotesi investigativa al momento solo una sorta di postina. Gli investigatori dopo le loro attività di indagine sono convinti di essere sulla pista giusta.

La funzionaria è innocente fino a prova contraria ma i pm romani ritengono che abbia avuto un ruolo nella fase finale del dossieraggio, cioé la consegna dei plichi. Ora stanno cercando di risalire la filiera per capire due cose: chi le ha dato le carte e perché le ha diffuse.

Al Fatto risulta che i pm hanno interrogato la funzionaria ma non hanno tratto grandi informazioni.

I verbali senza firma che sarebbero stati resi da Pietro Amara da dicembre a gennaio 2019-21 stanno avvelenando da molti mesi l’atmosfera dei palazzi romani. Non è detto che ‘Il Corvo’ sia uno solo. I verbali sono pervenuti ad almeno un paio di giornali. Il verbale pervenuto al consigliere del Csm Antonino Di Matteo è uno solo e contiene un passaggio su Giuseppe Conte (riportato da Il Domani nel suo pezzo di ieri) e un passaggio sul consigliere Sebastiano Ardita. Quando lo ha letto Di Matteo ha scelto di andare in Procura a Perugia per denunciare il dossieraggio ai danni del collega, come ha spiegato ieri in apertura dei lavori del plenum del CSM.

“Ritengo a questo punto doveroso rendere edotto il Consiglio di una vicenda che ritengo importante. Nei mesi scorsi ho ricevuto un plico anonimo recapitatomi tramite spedizione postale contenente una copia informale e priva di sottoscrizioni di interrogatorio di un indagato risalente al dicembre del 2019 innanzi a un’autorità giudiziaria. Nella lettera anonima che accompagnava il documento quel verbale veniva ripetutamente indicato come segreto. Nel contesto dell’interrogatorio l’indagato menzionava in forma evidentemente diffamatoria se non calunniosa e come tale accertabile circostanze relative a un consigliere di questo organo. Ho contattato l’autorità giudiziaria di Perugia alla quale ho riferito compiutamente il fatto specificando tra l’altro che il timore che tali dichiarazioni e il connesso dossieraggio anonimo potessero collegarsi a un tentativo di condizionamento dell’attività del Consiglio. Auspico pertanto che le indagini in corso possano far luce sugli autori e sulle reali motivazioni della diffusione di atti giudiziari in forma anonima all’interno di questo Consiglio Superiore”. Il silenzio che ha seguito queste parole è inquietante. Molti consiglieri sanno certamente che la funzionaria del Csm è stata indagata per la questione dei verbali di Amara senza firma finiti ai giornali. La funzionaria oggi presta servizio formalmente per il consigliere Fulvio Gigliotti, anche se è una dipendenza formale, il suo ufficio è lontano dalla sua stanza e la vede poco. Il Consiglio l’ha sospesa dalle funzioni.

Subito dopo il consigliere Di Matteo ha preso la parola il vicepresidente del Csm David Ermini. Ha detto solo: “La ringrazio consigliere Di Matteo. Possiamo iniziare a questo punto i nostri lavori. Cominciamo dalle pratiche rinviate …”. Il fatto che Ermini preferisca parlare di ‘pratiche’ invece che rassicurare tutti i cittadini italiani sulla questione del dossieraggio per condizionare il Csm è l’ennesima prova che la questione è seria. I consiglieri sono stati tutti zitti perché non hanno capito o perché sapevano già? Di Matteo ha detto che ‘a questo punto’ doveva parlare perché ieri mattina il giornale Il Domani ha pubblicato un passaggio di un verbale contenente dichiarazioni dell’avvocato Amara all’autorità giudiziaria di Milano sull’ex premier Conte. Di Matteo ha ricevuto un verbale contenente accuse che lui stesso dice di considerare calunniose contro il collega Ardita. Ne ha parlato con il procuratore di Perugia Raffaele Cantone. Per Di Matteo è accertato che siano calunnie. Per questo quando legge Il Domani che parla solo di Conte e non di Ardita, Di Matteo teme che prima o poi qualcuno tiri fuori la storia diffamatoria sul collega e decide di tutelare il Csm e il consigliere diffamato, cioé Sebastiano Ardita lanciando il sasso dritto prima che qualcuno lo tiri storto.

Nessun consigliere dopo Di Matteo ha preso la parola per manifestare solidarietà al collega dossierato.

Salsa di pomodoro, maxi-sequestro in tutta Italia. Pericolosa frode, cosa ci mangiavamo: il prodotto da evitare

 

Sono state sequestrate più di 4 mila tonnellate di conserve di pomodoro nell’Operazione Scarlatto condotta dai Carabinieri per la Tutela Agroalimentare nello stabilimento dell’azienda conserviera Italian Food Spa – Gruppo Petti nell’ambito di un’indagine per frode in commercio coordinata dalla Procura di Livorno. L’azienda secondo l’accusa commercializzava prodotti etichettati come “100% italiani” o “100% toscani” che in realtà erano realizzati con un mix di materia prima locale e pomodoro straniero.

Tonno in scatola, una impensabile scoperta sull'olio: cosa non devi mai fare dopo averlo mangiato

Tonno in scatola, una impensabile scoperta sull’olio: cosa non devi mai fare dopo averlo mangiato

Dopo alcune settimane di indagini, rivela ilfattoalimentare.it, sono state sequestrate circa 3.500 tonnellate di conserve di pomodoro in bottiglia, vasi di vetro, barattoli, pacchi e brick e poco meno di mille tonnellate di semilavorati e concentrati di origine extra europea in fusti e bidoni per un valore commerciale di 3 milioni di euro. Le indagini hanno documentato come gli indagati abbiano messo in atto una “sistematica produzione e fraudolenta commercializzazione di conserve di pomodoro – principalmente passata di pomodoro di vario tipo e formato con il marchio della nota azienda – falsamente etichettate quale “pomodoro 100% italiano” e/o “pomodoro 100% toscano”, destinate poi alla Grande Distribuzione Organizzata (GDO)”, spiegano i Carabinieri. Gli addetti sarebbero stati colti in flagranza di reato mentre mischiavano percentuali variabili di concentrato di pomodoro di origine estera con semilavorati di provenienza italiana per realizzare il prodotto finito. Che poi sarebbe stato venduto come totalmente made in Italy.

La Francia non è più un rifugio: tre in fuga

La Francia non è più un rifugio: tre in fuga

di  | 29 APRILE 2021

Era tutto pronto già a settembre 2020. A ottobre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, era atteso a Parigi e avrebbe messo al primo posto la questione dei latitanti, quindi i poliziotti italiani in collaborazione con i francesi avevano già localizzato nove degli allora undici possibili estradandi. Però la visita di Mattarella saltò per il Covid-19 e il presidente Emmanuel Macron preferì ritardare: le procedure di estradizione dureranno due-tre anni e non voleva trovarsele sui giornali nel 2022, quando cercherà di farsi rieleggere.

Così la dottrina Mitterrand è finita ieri, trent’anni dopo l’elezione del leader socialista all’Eliseo, con un’operazione della Sous-direction anti-terroriste (Sdat), dietro la quale c’è il lungo lavoro della polizia italiana. Sette arresti, quasi tutti a Parigi e dintorni, uomini e donne tra i 63 e i 78 anni, già appartenenti alle Brigate rosse e ad altre formazioni dell’estrema sinistra, condannati anche per fatti di sangue degli anni 70 e 80. Altri tre sono ricercati. Gli ex brigatisti arrestati sono Giovanni Alimonti, 66 anni, condannato anche per il tentato omicidio di un vice-dirigente Digos nel 1982, che deve scontare 11 anni e mezzo; Enzo Calvitti, coetaneo, ha sulle spalle 18 anni e mezzo anche per quell’agguato al funzionario Digos; Roberta Cappelli, altra 66enne, ergastolo anche per gli omicidi del poliziotto Michele Granato (1979), del generale dei carabinieri Enrico Calvaligi (1980) e del vicequestore Sebastiano Vinci (1981); Marina Petrella, 67, condannata anche lei per Galvaligi e per i sequestri del giudice Giovanni D’Urso (1980) e dell’assessore dc campano Ciro Cirillo (1981), quest’ultimo costato la vita a due agenti di scorta; Sergio Tornaghi, 63 anni, milanese, ergastolo anche per l’omicidio di Renato Briano della “Ercole Marelli”: ha un’azienda, l’hanno arrestato nel Perigord, vicino a Bordeaux. C’è poi Giorgio Pietrostefani, 78 anni, ex Lotta continua, 14 anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi (1972). E infine Narciso Manenti, 64enne bergamasco, ex Nuclei armati per contropotere territoriale, ergastolo per l’omicidio a Bergamo dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Guerrieri (1979).

Ora si apre la procedura di estradizione, ci vorranno due/tre anni. Parigi assicura che saranno attentamente valutate le condizioni di Petrella e Pietrostefani, affetti da gravi patologie, ai fini delle misure cautelari. Decisiva, oltre alle pressioni italiane, è stata l’imminenza della prescrizione delle pene per alcuni: gli arresti ne interrompono il corso. Per Ermenegildo Marinelli, ex Br, la pena si è estinta il 10 aprile.

Quasi tutti, secondo gli investigatori, si aspettavano l’arresto, almeno dopo le ultime dichiarazioni dell’avvocato Irène Terrel che ieri ha parlato di “tradimento della Francia”. Non se l’aspettava Petrella, la cui estradizione si era fermata per motivi di salute. Le indagini confermano che una rete di sostegno c’è, in larga parte pubblica. Tre sono scappati e questo, per gli investigatori, conferma che non erano “vecchietti” in disarmo. Due sono i più vicini alla prescrizione: per l’ex br Maurizio Di Marzio arriva il 10 maggio; per Alberto Bergamin, già militante dei Pac (Proletari armati per il comunismo) condannato anche per l’omicidio del maresciallo Antonio Santoro (1978), i 16 anni di pena sarebbero prescritti se la Procura generale di Milano non avesse chiesto la dichiarazione di delinquenza abituale. L’ultimo ricercato è Giovanni Ventura, ex dell’Autonomia operaia milanese, condannato per l’omicidio del vicebrigadiere Antonio Custra durante una manifestazione (1977). Le loro fughe non aiuteranno gli altri, che ora puntano a evitare il carcere.

“Ho dato il segnale a Graviano per far saltare via D’Amelio”

“Ho dato il segnale a Graviano per far saltare via D’Amelio”

“Con noi anche Messina Denaro”

di Giampiero Calapà | 29 APRILE 2021

 

“L’ordine delle stragi lo ha dato Riina. Nessun servizio segreto. Borsellino e la sua scorta li ha uccisi Cosa Nostra con le famiglie degli Stati Uniti. Cosa Nostra americana, quello che voleva lo ha ottenuto dopo via D’Amelio e ha chiuso con le stragi. Per Cosa Nostra siciliana c’è voluto più tempo, dopo che hanno preso Riina. (…) Vuoi la verità? Questo è l’inizio della verità. Se vuoi dimostrare che Borsellino l’hanno ucciso i servizi segreti, la verità non la troverai mai. Se fosse vivo Riina, si farebbe una bella risata”. Le parole che Maurizio Avola, spietato killer ai più alti livelli di Cosa Nostra, famiglia Santapaola di Catania, stessa età dell’imprendibile trapanese Matteo Messina Denaro, consegna a Michele Santoro – autore, con Guido Ruotolo, del libro Nient’altro che la verità (Marsilio) e dello “Speciale mafia” trasmesso ieri sera da La7 – sono destinate ad alimentare l’infinito dibattito sulla Trattativa Stato-mafia. “Io penso che Cosa Nostra scivola verso Berlusconi quasi come un movimento naturale. Non è che Previti o Berlusconi o Dell’Utri o i servizi segreti danno gli ordini e i corleonesi vanno e sparano o mettono bombe. Non funziona così. Non prende ordini Cosa Nostra”.

Le pagine scorrono veloci fino al dialogo tra Santoro e Avola su via D’Amelio. “Sono io che ho preparato l’autobomba. Ho lavorato in quel garage per collegare la centralina all’esplosivo. Non c’era nessun servizio segreto. (…) Poi mi hanno messo in carcere con un pentito che aveva partecipato a dire false dichiarazioni su via D’Amelio e mi sono spaventato. C’erano cose grosse sotto, che ci puoi rimettere la pelle. Era un imbroglio di Stato. E ho deciso di stare zitto. Chi mi avrebbe creduto? È capace che mi chiudevano in un manicomio”. E ancora: “Io e due palermitani imbottiamo d’esplosivo la macchina. (…) Erano dentro i fusti per le olive che avevo portato io a Termini Imerese, li ho tirati fuori con le mie mani. Borsellino deve assolutamente morire. (…) Io e Aldo Ercolano siamo in missione a Palermo dal martedì. Abbiamo a disposizione un appartamento trovato dai Graviano poco distante da via D’Amelio. E saliamo e scendiamo da Catania e Palermo e da Palermo a Catania (…)”. “Con chi comunicavate?”, chiede Santoro. “Con Giuseppe Graviano”. Poi il racconto prosegue fino agli ultimi attimi di vita di Paolo Borsellino, il 19 luglio 1992. Avola faceva parte del commando come Matteo Messina Denaro. Santoro precisa: “Avola sta demolendo molte ricostruzioni dietrologiche. I servizi segreti che intercettano la linea telefonica della madre del magistrato e ordinano l’inizio dell’azione, il centro d’ascolto posizionato sul monte Pellegrino con complicati congegni per far esplodere la bomba. Non c’è stato niente del genere. Via D’Amelio è il momento culminante di un’azione militare a tappeto e di una caccia all’uomo realizzata con punti di avvistamento, staffette e presidi”. E questo è il racconto di Avola: “Devo dare il segnale per quella maledetta esplosione. Guardo per l’ultima volta il giudice fermo davanti al citofono. Ha gli occhi rivolti al cielo, con la sigaretta accesa tra le labbra. Mi sembra sospeso nel vuoto. Sono l’ultima persona che incrocia il suo sguardo. È un’immagine che mi rimarrà attaccata alla pelle tutta la vita. La rivedo continuamente. Come se fosse ieri. Della scorta faceva parte un’agente donna (Emanuela Loi, ndr). Accelera il passo e si dirige quasi di corsa verso Borsellino. Forse ha notato una lucina che lampeggia. Abbiamo lasciato i finestrini della 126 leggermente abbassati per essere sicuri che le antenne ricevono il comando. Giuseppe Graviano attiva il telecomando e qualche spia ha cominciato a lampeggiare. Bisogna farlo presto. Adesso. Guardo verso il furgone, vedo che Graviano aspetta il segnale, abbasso la testa, e giro l’angolo per mettermi al riparo”. Così scrive Santoro: “Di come si è svolto l’attentato a Paolo Borsellino, la sequenza dei fatti, non si sapeva niente. Le dichiarazioni di Avola sono clamorose. Gaspare Spatuzza è stato fondamentale per distruggere la falsa ricostruzione di Scarantino, ma all’epoca non era ancora uomo d’onore e non ha avuto parte alla fase finale”. Santoro su Avola fa questa considerazione: “Non è mai stato condannato per calunnia. Fino a oggi nessuna delle sue affermazioni è stata giudicata falsa. E su via D’Amelio? (…) Non si può escludere che esistano altri attori, mandanti e ideatori delle stragi. Si deve però avere il coraggio di ripartire dai fatti, circoscrivendo le responsabilità accertabili e non inseguendo teoremi”.

La Procura di Caltanissetta riceve, quindi, Avola, sollecitato dallo stesso Santoro a raccontare ai magistrati la sua versione di via D’Amelio. Ad ascoltarlo a Roma nel gennaio 2020 – pena terminata e conclusa anche la lunga intervista concessa a Santoro nei “permessi” fuori dal carcere – ci sono il procuratore Amedeo Bertone e il sostituto Pasquale Pacifico. La procura ora emette questo comunicato: “I conseguenti accertamenti svolti da questa D.d.a. non hanno trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità. Sono emersi rilevanti elementi di segno opposto, che inducono a dubitare fortemente tanto della spontaneità quanto della veridicità del suo racconto. Per citarne uno, tra i tanti, l’accertata presenza dello stesso in Catania, addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, là dove, secondo il racconto dell’ex collaboratore, egli, giunto a Palermo nel pomeriggio di venerdì 17 luglio, avrebbe dovuto trovarsi all’interno di un’abitazione nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto, su ordine di Giuseppe Graviano, a imbottire di esplosivo la Fiat 126”. Per i magistrati di Caltanissetta a non quadrare nel racconto di Avola è anche la presenza nel commando di Aldo Ercolano, numero 2 di Nitto Santapaola e in quel momento sottoposto a sorveglianza speciale. Inoltre i pm attaccano Avola perché “anzichè mantenere il riserbo su quanto rivelato a questo ufficio, ha preferito far trapelare il suo asserito protagonismo nella strage di via D’Amelio (…) compromettendo così l’esito delle future indagini, dopo che l’ufficio aveva provveduto a contestargli le numerose contraddizioni del suo racconto e gli elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità” del suo racconto.

Il libro nelle sue 400 pagine contiene altre rivelazioni clamorose di Avola, sull’omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei (1962), che porterebbe la firma di Cosa Nostra e la mano dello stesso Nitto Santapaola, sull’attentato non realizzato all’importante politico democratico americano Mario Cuomo, l’omicidio di Pippo Fava che Avola s’intesta. E contiene anche la vicenda personale di un giornalista, Michele Santoro, che, comunque la si pensi, riesce sempre a far rumore.