giovedì, 13 Maggio 2021
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MEGLIO PEGGIO DAI GIORNALI DI OGGI

“B. delinquente e malavitoso”: ecco perché si può dire

“B. delinquente e malavitoso”: ecco perché si può dire

Sì, preferirebbe essere adulato come ‘Cavaliere’ o ‘Presidente’, e un bell’‘Onorevole’ ci starebbe sempre bene, giacché ha riconquistato l’agibilità politica e uno scranno in europarlamento. Silvio Berlusconi, però, dovrà farsene una ragione: definirlo “delinquente” non è diffamatorio, non è ingiurioso, non è sbagliato. Nemmeno se aggiungiamo “terrorista”, “malavitoso”, “pregiudicato” e se ricordiamo che “ha gettato una minorenne nelle braccia di una puttana” ed è “sospettato di avere cominciato la sua carriera di imprenditore grazie ai soldi della mafia” e le tante altre prodezze che sappiamo.

Lo dice il giudice civile di Roma Damiana Colla nelle motivazioni della sentenza con cui il magistrato ha rigettato la citazione civile di Berlusconi contro Massimo Fini, Marco Travaglio, Peter Gomez e la società editrice del Fatto Quotidiano, condannandolo a pagare più di 10.000 euro di spese legali ai nostri avvocati Caterina Malavenda e Valentino Sirianni.

In dodici pagine, il giudice spiega che si può dare del delinquente a Berlusconi purché sia chiaro il contesto della critica generale e politica in cui si inserisce il sostantivo, in un quadro dove si sottolinea che il fatto è vero: delinquente è colui che delinque, Berlusconi è stato condannato con sentenza passata in giudicato per frode fiscale, quindi per sillogismo aristotelico Berlusconi è un delinquente. E i sei articoli di Massimo Fini pubblicati nel 2018 sul Fatto, prima e dopo le elezioni politiche celebrate con lo spauracchio della presenza in campo dell’uomo di Arcore, sono rimasti nel recinto della critica politica.

I legali di Berlusconi invece sostenevano che gli articoli erano “caratterizzati da contenuti non solo diffamatori nella sostanza, ma anche apertamente ingiuriosi e illeciti nella forma, in quanto tutti costellati da gratuite e immotivate offese ad personam, esorbitanti da ogni possibile limite di tolleranza”. Ed è qui che il giudice inizia a fare coriandoli delle tesi dell’ex premier. “Nulla è specificamente allegato da parte attrice – scrive la dottoressa Colla – circa la ‘sostanza’ diffamatoria di ogni articolo, concentrandosi piuttosto l’attore sul requisito formale della continenza espositiva”.

In parole povere: Berlusconi sottolinea i presunti insulti, ma trascura la parte in cui dovrebbe provare di essere vittima di menzogne. E non può fare altro, perché per quanto aspre e urticanti, le parole di Fini si muovono sul terreno di fatti e notizie vere. E quindi sono critiche legittime. Quando Fini dà del “terrorista” a Berlusconi parte dal dato, vero, che B. ha appena definito “criminale” la sentenza che lo ha condannato, “che gli impedisce di fare il premier”. Quindi, come i brigatisti, delegittimando quella sentenza, non riconosce le istituzioni dello Stato. Ecco perché Fini non è sanzionabile quando paragona B. a Vallanzasca preferendo il secondo al primo perché Vallanzasca “non ha mai contestato il diritto dello Stato a punirlo”. È una critica legittima anche questa.

Berlusconi inoltre non può lamentarsi di essere chiamato “delinquente naturale”: lo afferma la sentenza del Tribunale di Milano sulle “enormi evasioni off shore”. Il resto è riferibile alle vicende di Ruby e Nicole Minetti, e al ruolo di Marcello Dell’Utri nel patto tra l’ex senatore e la mafia per proteggere B. e i suoi interessi economici in cambio di fiumi di denaro.

La sintesi migliore della sentenza a nostro avviso è in questo passaggio: “Il giudizio critico manifestato dall’autore è dunque interamente frutto delle numerose vicende giudiziarie che hanno coinvolto l’attore, con gli esiti più diversi, ma dei quali non era necessario dare conto (…), in ragione del fatto che esso non ha a oggetto cronaca giudiziaria, ma l’espressione di un complessivo e ragionato giudizio critico soggettivo”.

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Separiamo le carriere

di  | 23 APRILE 2021

Tra tutte le critiche al suo video, la più grottesca è che Grillo abbia politicizzato il processo per stupro a suo figlio. Infatti dai 5Stelle non s’è levata una sola voce in sua difesa: due o tre hanno solidarizzato sul piano umano, qualcuno ha taciuto, tutti gli altri (Conte in primis) l’hanno criticato. Come dovrebbe accadere in tutti i partiti se fossero comunità di uomini liberi e non cosche mafiose in cui, appena viene toccato il boss, tutti fanno fronte comune a prescindere. Quando qualcuno in FI, nella Lega e in Iv oserà contraddire anche timidamente il suo capo, potrà parlare di Grillo e dei 5Stelle. Nell’attesa, tacete e vergognatevi. Qui, se qualcuno sta politicizzando quel processo, è la legale della presunta vittima Giulia Bongiorno, ultima bandiera del partito trasversale degli “onorevoli avvocati” che si dividono fra le aule di giustizia e quelle parlamentari se non addirittura governative (lei, nel Conte-1, era financo ministra). Se Grillo, per i motivi appena illustrati, non è in grado di intimidire i giudici di suo figlio, non si può dire altrettanto della sen. avv. Bongiorno, responsabile Giustizia della Lega e legale di Salvini. Il quale ha subito chiesto “le dimissioni di Grillo dalle sue cariche” (quali?) e detto la sua sul processo di Tempio Pausania. Il sospetto lanciato dal M5S che sappia qualcosa di troppo è del tutto infondato: il Cazzaro Verde esterna solo quando non sa di cosa parla, altrimenti tace.

Il vero scandalo è il conflitto d’interessi dei parlamentari eletti per “rappresentare la Nazione” e poi ridotti a rappresentare tizio o caio. Lo facevano Previti, Pecorella, Ghedini, Taormina nel centrodestra, Pisapia e Calvi nel centrosinistra, spesso sedendo nelle commissioni Giustizia che riformavano o depenalizzavano i reati dei loro clienti (chissà le parcelle, dopo). I primi invocavano ispezioni ministeriali contro i magistrati dei loro processi, trasformavano in interrogazioni le istanze respinte dai giudici, usavano i loro impedimenti parlamentari per far slittare le udienze dei clienti (soprattutto uno). Taormina, sottosegretario agli Interni, andava in aula con la scorta del ministero a difendere un imputato di mafia contro cui il ministero era parte civile, ma lui almeno ebbe il buon gusto di dimettersi. Bei tempi quando i principi del foro De Nicola e Vassalli chiudevano lo studio appena assumevano pubbliche funzioni. Un giorno di fine anni 70 Scalfaro, vicepresidente della Camera, dovette sorbirsi l’interminabile catilinaria di un avvocato-deputato che spiegava come e qualmente si dovesse riformare un articolo del Codice. Alla fine, esausto, lo interruppe: “Avvocato, s’è fatto tardi: ci dica quale processo vuole sistemare, così la facciamo finita”. Altri tempi, altri stili.

 

Il Morandi è crollato per avidità: un’ispezione di notte in 30 anni

Il Morandi è crollato per avidità: un’ispezione di notte in 30 anni

Autostrade. Tutti sapevano: 69 verso il processo

di Marco Grasso | 23 APRILE 2021

Anno 1993. La società pubblica Autostrade incarica una commissione di tecnici di fare luce sullo stato di salute del viadotto Polcevera. Le condizioni di fragilità del ponte sono già state segnalate in vari report nei precedenti vent’anni. “È stata accertata la gravità del fenomeno di degrado che coinvolge prevalentemente le armature di acciaio degli stralli (i tiranti diagonali, ndr) – si legge nel rapporto finale – durante i lavori di manutenzione si è scoperto, oltre al degrado diffuso sugli stralli dei tre sistemi bilanciati, una serie di degradi concentrati”. Queste conclusioni vengono riprese anche in un successivo paper accademico presentato lo stesso anno a un convegno internazionale a Shangai. Tra i firmatari c’è un giovane ingegnere destinato a fare strada: Michele Donferri Mitelli. Insomma, era già lui a scriverlo. L’uomo che Giovanni Castellucci, amministratore delegato dell’era Benetton, nominerà a capo delle manutenzioni di Autostrade per l’Italia.

Ne sapeva di cose Donferri, tra i principali indagati insieme a Castellucci. Non a caso, quando nel 2019 viene allontanato da Aspi per il coinvolgimento nell’inchiesta, fa trafugare un ricco archivio personale sul viadotto: “Io sono intoccabile”, dice di sé al fratello. Ad amareggiarlo è però il fatto di essere stato scaricato proprio dal “capo”: “Se lo incontro fa finta di niente. Ha toccato il cielo con un dito. Un giorno le azioni erano a 25, il giorno dopo eri una merda. Con lui la mia carriera è decollata, la sua è diventata stellare. Non ha accettato sta cosa…”. L’articolo accademico è uno degli episodi più significativi di un lunghissimo j’accuse della Procura di Genova, che ieri, a due anni e mezzo dalla catastrofe del 14 agosto del 2018 e dei suoi 43 morti, ha concluso le indagini nei confronti di 69 persone. Il documento, firmato dai pm guidati dal procuratore Francesco Cozzi, è un atto di accusa durissimo nei confronti di Aspi e della sua controllata Spea, e coinvolge in seconda battuta anche il Ministero per gli omessi controlli. Nella sostanza, scrivono in magistrati, nessun poteva non sapere.

Secondo i periti del tribunale, il ponte Morandi è crollato per il cedimento dello strallo della pila 9. E la rottura è stata provocata dalla corrosione dei cavi. Nel 1991, scrive la commissione di cui faceva parte Donferri, l’intervento si era limitato solo a due pile perché sulla terza “la corrosione era più limitata”. Ma, quante volte è stata poi controllata “quell’unica struttura non rinforzata in precedenza”? “In un’unica occasione – scrivono i pm Paolo D’Ovidio, Walter Cotugno, e Massimo Terrile – Nel 2015”. Una sola volta “in un periodo compreso fra il 13 giugno del 1991 e il crollo (9.924 giorni, 326 mesi, oltre 27 anni)”. E, ancorché le osservazioni vengano effettuate con il buio, “la conseguente relazione evidenziava chiarissimi segnali d’allarme sugli stralli”, “i trefoli (fasci di cavi) risultavano scarsamente tesati e si muovevano con facilità facendo leva con uno scalpello”. Il risultato è che in 51 anni di vita del Morandi sulla pila 9 non viene fatto nemmeno un intervento.

La valutazione sulle condizioni di sicurezza, scrivono gli investigatori, poggiava su prove che fornivano dati “di scarso o nessun significato”. E che, oltre tutto, avevano comunque fornito in più occasioni “esiti di tale gravità da imporre immediate ispezioni visive ravvicinate”, sostituite invece con esami notturni o ispezioni con “binocoli o cannocchiali”. Un protocollo già di suo “del tutto inadeguato”, aggravato da “disinvolti copia e incolla” e “una sistematica sottovalutazione delle condizioni di degrado” nella compilazione dei rapporti.

La ristrutturazione della pila 9 doveva essere avviata nel 2011, al termine di uno studio di Spea, ma Aspi preferisce affidarsi ad altri consulenti esterni. Un primo studio, della società Cesi, invita la società a dotarsi di sensori avanzati. Una prescrizione ignorata. I sensori in essere, vetusti, smettono completamente di funzionare nel 2016 quando vengono tranciati per sbaglio. Aspi si premura anche di cancellare le note tecniche allegate dello studio, in cui Cesi manifesta preoccupazione per il degrado della struttura. Una seconda consulenza, nel 2017, firmata dal Carmelo Gentile, del Politecnico di Milano, scopre “asimmetrie longitudinali” e “comportamenti anomali” proprio sulla pila 9, provocati presumibilmente da un cedimento dei cavi. Elementi “meritevoli di ulteriori accertamenti”, “totalmente omessi”. In una mail privata, inviata agli ingegneri di Spea Emanuele De Angelis e Lucio Ferretti Torricelli, Gentile è anche più esplicito: “Il comportamento del sistema bilanciato 9 mi pare francamente poco rassicurante”. Il degrado del viadotto è talmente noto, secondo i militari del Primo Gruppo della Guardia di Finanza, guidata dal colonnello Ivan Bixio, da essere inseriti nel 2013 nel Catalogo di rischi aziendali, alla voce “rischio crollo viadotto Polcevera causato da ritardate manutenzioni”.

Perché non si interviene? Alla fine, per chi indaga, è tutta una questione di soldi. Nel 2003 Aspi fa fare uno studio per valutare l’abbattimento del Morandi, ipotesi poi accantonata. Nel frattempo rinvia ogni spesa. Il viadotto è costato alla società pubblica Autostrade 24 milioni di euro (il 98%), 1,3 milioni di euro l’anno. La concessionaria privata a guida Benetton ne spende 524mila (il 2%), cioè 24mila l’anno. E macina fino a 1 miliardo di utili l’anno. “Il problema è che le manutenzioni sono andate in calare e i dividendi aumentavano”, sentenzia Gianni Mion, uomo della famiglia di Treviso. I rischi nel frattempo aumentavano. E lo testimonia anche un premio assicurativo che nel 2016 lievita da 100 a 300 milioni.

C’è un ultimo anello di responsabilità e riguarda i tecnici del Ministero. Nel marzo il Mit approva il progetto di retrofitting, una ristrutturazione che non vedrà mai la luce. Tra i documenti ritrovati c’è una “comunicazione informale”, non allegata agli atti, in cui il consulente Antonio Brenchich descrive “uno stato di degrado impressionante”, la “rottura diffusa di cavi e degrado del calcestruzzo” e “un complessivo pessimo stato di manutenzione del manufatto”. Nessuno, neanche in quel caso, si pone il problema se il ponte sia sicuro.

“Una rivoluzione verde”, il programma di Draghi per cambiare l’Italia

Transizione ecologica ed energetica e nuove tecnologie serviranno a muovere investimenti per rafforzare quello che il premier considera “un Paese fragile”

DI ROBERTO MANIA

ROMA – Il premier Mario Draghi ha accettato di chiamarla “la rivoluzione verde”. C’è un intero capitolo del Recovery plan dedicato alla transizione ecologica, ed è quello che assorbirà la quota più importante di risorse europee, quasi 70 miliardi da qui al 2026. Il “verde” e il digitale sono i motori per disegnare l’Italia del post Covid-19, le leve su cui agire per colmare i gap strutturali che da decenni ci spingono in fondo alla classifica continentale per tasso di produttività, per quota di partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, per livello di occupazione tra i giovani. «Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce», ha detto più volte il premier. L’Italia sarà un’altra. Ed è questa l’idea della ricostruzione che ha in mente Draghi.

Sulla realizzazione de Pnrr (il Piano di ripresa e resilienza o Recovery plan) si gioca la sua credibilità innanzitutto in Europa, che per la prima volta ha messo in campo una forma di condivisione del debito. I 221,5 miliardi a disposizione, tra i 191,5 del Next generation Eu e i 30 del fondo nazionale complementare, sono davvero un’occasione storica, irripetibile. Quei soldi, però, vanno spesi bene, altrimenti non arriveranno. L’Italia è stato il Paese più colpito dalla profonda recessione provocata dal virus ed è per questo che è anche il maggiore beneficiario delle risorse disponibili.

Quando Draghi dice, come ieri intervenendo al “Leaders summit on climate”, che «l’Italia è un Paese bellissimo ma fragile» non pensa solo alla difesa dell’ambiente e alla lotta al cambiamento climatico, ha in mente un diverso modello di sviluppo che attraversa tutti i settori della vita economica e sociale: dalla scuola e la formazione ai capannoni industriali. Quei 70 miliardi per la transizione ecologica andranno in investimenti in infrastrutture verdi, nell’economia circolare, nella mobilità sostenibile.

C’è, dunque, un “filo verde” che spinge l’ambizione di un cambio di paradigma nell’economia e che può essere anche lo strumento con il quale cominciare a chiudere le falle delle troppe disattenzioni e pigrizie nel passato sul versante della politica industriale e del ruolo stesso dello Stato nell’economia, che può essere promotore di sviluppo e innovazione e non solo ente assistenziale. Si pensi, ad esempio, agli stanziamenti indirizzati a sostenere la produzione dell’idrogeno e al suo utilizzo nell’ambito dell’industria e dei trasporti locali. Il progetto è tenere insieme la ricerca, alimentata dagli investimenti pubblici e privati, la riconversione di parti dell’apparato produttivo e, infine, il servizio ai cittadini.

Nuove imprese («alcune — è il pensiero di Draghi — dovranno cambiare radicalmente») e nuovo lavoro qualificato perché la sfida digitale accanto a quella dello sviluppo sostenibile richiedono diverse professionalità. Draghi l’ha detta così nelle sue dichiarazioni programmatiche in Parlamento: «La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione; di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito; e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create. Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta».

Tutto è finalizzato ad alzare il tasso di crescita dell’economia. «Una crescita economica più robusta, sostenibile e inclusiva», c’è scritto nel piano-Draghi. Dopo il tracollo del Pil lo scorso anno (-8,9%), il governo stima un incremento del 4,5% quest’anno e del 4,8% nel 2022, poi + 2,6% nel 2023 e + 1,8% nel 2024. E nel 2026, anno entro il quale dovranno essere impegnate le risorse del Nex generation Eu, la crescita economica nazionale sarà — secondo le previsioni del governo — di 3 punti percentuali più alta rispetto allo scenario privo degli investimenti contenuti nel Recovery plan. Sono questi tassi di crescita che potrebbero permetterci di ripagare il debito che stiamo accumulando dall’inizio della pandemia e che sta raggiungendo il 160 per cento del Pil, senza ricorrere a manovre correttive. Nel rapporto debito/Pil è il denominatore che deve aumentare ed essere costantemente superiore ai tassi ultrabassi per il rifinanziamento del debito che garantisce, e continuerà a garantire, la politica monetaria espansiva della Banca centrale europea. E così si chiuderebbe anche il cerchio del piano-Draghi.

Dal digitale alle infrastrutture, nel Recovery spinta del 3% al Pil

Oggi il governo esamina la versione finale del Piano da 221,5 miliardi, che verrà poi inviato a Bruxelles. Sei “missioni” per superare le debolezze strutturali dell’economia. Confindustria, Pd e M5s criticano il mancato rinnovo del superbonus edilizio

DI ROBERTO PETRINI

ROMA – Il Recovery Plan arriva al traguardo. In tutto 221,5 miliardi in sei anni, di cui 191,5 finanziati direttamente dall’Europa e 30 previsti dal fondo complementare con risorse nazionali. Gli obiettivi del Piano, che oggi il consiglio dei ministri esaminerà per inviarlo al Parlamento e poi, dopo l’approvazione definitiva, a Bruxelles entro il 30 aprile come previsto, sono ambiziosi e necessari. In primo luogo, come spiega la bozza del documento che sarà presentato oggi, “riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica” ma anche cogliere l’occasione per affrontare le “debolezze strutturali” dell’economia italiana che il piano elenca con precisione: divari territoriali, basso tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro, debole crescita della produttività, ritardi nell’adeguamento delle competenze tecniche, nell’istruzione e nella ricerca. Gli effetti sul fronte della crescita, essenziale per il nostro debito pubblico, già sono calcolati: il Pil si incrementerà in media dell’1,4 nel periodo 2022-2026 rispetto a quanto accadde nel periodo 2015-2019. In sostanza nel 2026, anno entro il quale i progetti del Recovery, raggruppati i 6 missioni e in 16 “componenti”, saranno compiuti il Pil avrà una spinta di 3 punti percentuali in più di quanto avrebbe fatto senza gli investimenti del Pnrr. L’Italia scommette su digitalizzazione, green, infrastrutture, istruzione e ricerca, coesione e salute.

La digitalizzazione: tecnologia nelle imprese per aumentare la produttività

La parte del leone la fa l’introduzione dell’high tech nelle aziende per aumentare la produttività del sistema economico, seguita dalla pubblica amministrazione e da turismo e cultura. Lo stanziamento complessivo arriva, tra Recovery e “fondino” (senza considerare il React Eu) a quota 48,63 miliardi. Dentro il pacchetto elaborato dal governo Draghi ci sono i cruciali interventi sulla banda larga e il 5G per potenziare la rete e le telecomunicazioni, con uno scatto in avanti sulla space economy e con 18 miliardi per Industria 4.0, cioè gli incentivi per le aziende che investono in macchinari segnati dalle nuove tecnologie e dal digitale.

Istruzione e ricerca: fondi per asili e tempo pieno, si punta sugli atenei di eccellenza

È una delle missioni che esce meglio dal lavoro compiuto dai tecnici del governo: in tutto 31,9 miliardi. All’interno investimenti e progetti fondamentali e a lungo attesi dal Pese come gli asili, l’estensione del tempo pieno, l’investimento in ricerca, lo sviluppo dell’istruzione professionale, la formazione obbligatoria continua per presidi ed insegnanti, l’estensione del numero dei dottorati di ricerca. Scommessa, sulla quale già si è scatenata la corsa, è quella sui previsti “campioni nazionali” di ricerca di altissimo livello, dove ogni città ed ogni università punteranno ad avere la propria scuola di eccellenza.

La transizione ecologica: idrogeno e mobilità elettrica, più facile investire in rinnovabili

Si tratta di 68,65 miliardi per rendere più “verde” l’Italia. Gli obiettivi sono di alto profilo: si va dall’idrogeno (sostegno alla produzione e alla ricerca), all’auto elettrica, all’intervento per sanare il problema del dissesto idrogeologico. Sono previste semplificazioni per le procedure di autorizzazione per l’energia rinnovabile oltre che per la promozione del biometano e dell’agrivoltaico. Polemiche sul superbonus che Pd, M5S e Confindustria giudicano insufficiente per estendere la misura al 2023: servirebbero 30 miliardi, invece ce ne sono 18, e 8 di questi stanno nel “fondino” dove le risorse sono meno garantite.

Inclusione e coesione:dalle politiche per il lavoro alla rigenerazione delle città

Conta su 22,35 miliardi il pacchetto di risorse assegnato alla cruciale missione “Inclusione e coesione”. Parte centrale le politiche attive del lavoro, il sistema di certificazione per la parità di genere, l’introduzione del servizio civile universale. Occhio attento anche alla famiglia e al terzo settore: si investirà in percorsi di autonomia per le persone con disabilità, in housing sociale, in progetti di rigenerazione urbana delle periferie degradate e anche nella riqualificazione degli spazi di vita nel sistema carcerario. Non tutto funziona, perché il Pd ha segnalato di prestare più attenzione “alle clausole per l’occupazione delle donne e dei giovani e al Mezzogiorno”.

Le infrastrutture: ferrovie, alta velocità al Sud e stazioni da ristrutturare

La cifra complessiva assegnata dal Recovery Plan è rilevante: 31,43 miliardi. Le ferrovie, dall’alta velocità al Sud per passeggeri e merci a quella per le connessioni con l’Europa, si accaparrano circa 25 miliardi. Nel pacchetto approntato dal governo Draghi spiccano il rafforzamento dei nodi metropolitani e la ristrutturazione delle stazioni ferroviarie del Mezzogiorno. Polemiche da parte del Pd, con Fabio Melilli, per la mancanza degli investimenti ferroviari nelle linee interne e nelle tratte appenniniche. Previste anche risorse per il progetto strade sicure, per l’innovazione digitale dei sistemi aeroportuali e per il settore della logistica.

La sanità: cure sul territorio potenziate e l’utilizzo della telemedicina

La sanità, settore centrale nel pieno dell’emergenza scatenata dal Covid, tocca quota di 19,7 miliardi (in questo caso il ministro Speranza ha annunciato la cifra tenendo conto anche dei fondi del React Eu). Cruciale il potenziamento con ben 7 miliardi della rete dell’assistenza territoriale che è stata in molte Regioni il fianco debole che ha permesso la corsa del virus. Una grossa scommessa viene compiuta sul campo della digitalizzazione della medicina. È previsto il potenziamento della telemedicina, l’ammodernamento del parco tecnologico degli ospedali, la costituzione di banche dati specifiche. Investimenti per oltre 1 miliardo nella ricerca biotech.

Sdilinquimenti

Sdilinquimenti

Ieri i presidenti delle Regioni hanno scritto a Mario Draghi per sollevare due problemi la cui soluzione è vitale. Primo problema, riaprire le scuole superiori col settanta per cento di alunni in presenza è impossibile, perché sommamente pericoloso. Secondo problema, riaprire i ristoranti col coprifuoco confermato alle 22 è inammissibile, perché sommamente dannoso. Nel primo caso, il conseguente affollamento dei mezzi pubblici rischia di diventare una sagra del contagio, e organizzare gli ingressi negli istituti a orari scaglionati, per ridurre i contatti, è un impegno superiore agli sforzi di presidi e insegnanti. Nel secondo caso, se non si sposta il coprifuoco alle 23 i ristoranti non potranno riempirsi non dico come metropolitane, ma giù di lì, per la ragione che è triste uscire a cena e alzarsi da tavola alle 21.30, e di intristirsi non c’è né voglia né bisogno.

Da un anno ci spacchiamo la testa sul dilemma del contemperare la tutela della salute con quella dell’economia, e lo stratagemma ha del prodigioso: le scuole no sennò riparte il Covid, i locali sì sennò non riparte il lavoro. Fra l’altro l’ingegnosa soluzione era sotto gli occhi di tutti, è infatti da inizio pandemia che le Regioni si dichiarano disarmate se si tratta di riavviare la scuola, ma sono armate fino ai denti se si tratta di riavviare i pub. Un animo vile e meschino potrebbe sospettare che studenti e insegnanti protestano per modo di dire, non bloccano le autostrade e soprattutto non votano, mentre i ristoratori sì, le autostrade le bloccano e poi votano. Ma io ho un animo squisito e nobile e mi sdilinquisco davanti al genio.