domenica, 9 Maggio 2021
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Il sindaco di Firenze Matteo Renzi durante il convegno "Prossima fermata Italia" alla stazione Leopolda, Firenze, 5 novembre 2010. "La grande scommessa Ë quella di provare a cambiare non soltanto le facce di chi sta lÏ da 30 anni, ma anche di provare a cambiare le idee e portare speranza": ha detto Renzi al convegno ribattezzato la convention dei 'rottamatori' del Pd. ANSA / MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Nascita, splendore e declino di Renzi (e dei suoi renziani)

Nascita, splendore e declino di Renzi (e dei suoi renziani)

Nascita, splendore e declino di Renzi (e dei suoi renziani)

Dettagli del potere. Device Apple ultimo modello, pranzo al sacco di Eataly, la Smart, i Consigli dei ministri alle 7 di mattina, i selfie, i tweet, le slide, i post, il blog, i video

di  | 20 APRILE 2021

Erano giovani, entusiasti, toscani. Si contrapponevano ai dinosauri stanziati a Roma, dipinti come ferraglia da portare allo sfasciacarrozze, sassi umani sul binario delle riforme nell’Italia che ripartiva. “Poche chiacchiere”, intimava il più giovane presidente del Consiglio d’Italia (più giovane pure di Mussolini, battuto di pochi mesi con scaltra manovra effrattiva), citando chissà se involontariamente il motto affisso sulla casa del Fascio. Circondato da una piccola corte di indigeni eredi del Rinascimento (avvocati di provincia, allenatori di squadrette del Valdarno, soci di municipalizzate del Comune che amministrava, vigilesse di Firenze), prendeva possesso delle stanze del potere, cavalcando un’estetica amorale e futurista. C’era un’epica, dietro ai dettagli: device Apple ultimo modello, pranzo al sacco di Eataly, la Smart, i Consigli dei ministri alle 7 di mattina, i selfie, i tweet, le slide, i post, il blog, i video, tutte epitomi della comunicazione rapida, disintermediata, da “premier” a utente, da Matteo a Lucciola85. Con lui, il “Giglio magico”, i giovani riformatori: Lotti, Boschi, Bonifazi e a latere, in un ruolo mai chiaro, Carrai, intervistatissimo dai giornali liberali, affascinati dalle amicizie del “royal baby”, quale prototipo dell’imprenditore del futuro tra il Chiantishire e la Silicon Valley, molto chic perché allergico a tutto, forse celiaco. “Tocca a noi, siamo una nuova generazione”, e intendeva “noi ingenui ma genuini, noi capi-scout d’Italia”, e mai “noi” ha voluto dire tanto “io”. “Non contano le conoscenze, ma la conoscenza”, e intanto piazzava affini e contigui nelle partecipate e ai ministeri; Carrai, console onorario di Israele per Lombardia, Toscana e Emilia-Romagna, lo voleva alla cybersecurity, nientemeno.

Dopo la caduta rinfaccerà: “Gli stessi che prima elemosinavano una parola, un sms, uno sguardo sono spariti”. Impossibile querelarci, lo ha detto lui: “Centinaia di beneficiati hanno ricevuto, osannato, adulato”, stipendiati da noi.

Poi erano i baccanali neolib della Leopolda: una maratona di tre giorni forsennati, lui tedoforo con la fiamma del futuro in mano; ai “tavoli”, imprenditori, banchieri, squali della finanza, astronauti, atleti (che poi cominciarono a declinare: temendo i suoi auguri come la peste) e vip, per lo più compagni di scuderia dell’agente Presta. Compatizione, darwinismo dei “migliori” (la Bellanova, Scalfarotto). E lo “storytelling” deflagrava in epos: il Rolex in regalo dai sauditi (già allora!), le camicie giallo-blu dei partigiani del “25 aprile Tutto blu”, gli aeroporti di Pisa e di Firenze, il dream team per il Giubileo, il trolley, le periferie, i millennials, il modello Scampia, l’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria (20 km: piuttosto l’inaugurazione della Laino Borgo-Campotenese). Nel 2017, già in declino, il già autista di camper prese in affitto un treno, sì, un treno speciale Trenitalia, a spese del Pd cioè nostre, su cui percorse l’Italia in 108 province (quelle che lui voleva abolire). Con lui Bonifazi, Richetti, Rosato, Delrio, persino Zingaretti, e giornaliste in solluchero; trionfo della comunicazione populista, politica accoppata; poi furono costretti a non comunicare più le tappe perché alle stazioni venivano subissati dai fischi e dagli insulti: un calvario. I giovani idealisti si rivelavano vieppiù pescicani, figli di intrighini e di funzionari di banche in declino per cui da ministri trattavano acquisizioni, parvenu del potere, rancorosi, facili alla querela. Oggi un massone dice di aver promesso alla Boschi (e a Renzi, e a Verdini) un milione di voti in cambio della promessa di far cadere Conte. Lotti, ex ministro (dello Sport: era allenatore nella categoria pulcini) ha parecchie grane: Consip su tutte, e ora l’accusa di corruzione per la Fondazione Open (oltre che di finanziamento illecito, per cui sono indagati pure Bianchi, Boschi, Carrai e Renzi stesso). E lui, individuo apicale di questo consorzio, motore primo della fabbrica del nulla che è stato il renzismo, si dà non all’ippica, come da più parti auspicato, ma agli affari con le petromonarchie sanguinarie, e li lascia chi più chi meno nelle pesti. Benché egli neghi (ma piuttosto: siccome nega), potrebbe stare per mollarli. I 45 di Italia viva in Parlamento (renziani Dop più varie figure sopraggiunte, tra cui un massone e qualche 5Stelle), eletti con un altro partito e migrati nel gruppo a cui il Partito Socialista (alla faccia della rottamazione) ha dovuto subaffittare un pezzo di simbolo, temono che si metta a pensare ai fatti suoi, che poi è esattamente quel che ha fatto finora, ma stavolta col 2% invece che col 40 a cui era dato per certo; vanno piagnucolando che costui, che intanto è diventato milionario, li sta per abbandonare al loro destino, che è quello di sparire nel nulla; sentono l’horror vacui di non saper fare altro nella vita che “i renziani”.

Fuoriclasse, purosangue, dicono di lui: perché ha mandato al governo Brunetta, Garavaglia e Gelmini. Da un anno tentava di far cadere tutto, ma nel febbraio 2020 la gente invece che alle sue bizze si è messa a pensare ai parenti intubati. Ha dovuto lavorare di lima sorda, ogni giorno un ricatto, finché, intuendo la caduta psicologica di una nazione, ha provocato la crisi che si è goduto da Riyad, svenevolissimo col mandante di un omicidio, chiedendo il Mes e il Ponte sullo Stretto, che da Draghi, stranamente, non vuole. “Un capolavoro”, dicono quelli smart come lui; e in effetti un numero gli è riuscito, quello di sparire, Houdini del 2%, nel Paese che amava al punto da volerne svecchiare la Costituzione, che a lui e alla moritura e già gagliarda oligarchia gigliata non piaceva (meglio quella saudita): “Piaccia o non piaccia”, “Un passettino alla volta”. Un passettino alla volta, gli italiani hanno capito il grande bluff umano e politico che è stato il renzismo e, quanto al suo artefice, hanno imparato a detestarlo, e i più saggi – tra i quali non siamo – a ignorarlo, come si fa con un rumore molesto.

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