martedì, 11 Maggio 2021
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MEGLIO PEGGIO DEI GIORNALI DI OGGI

Tabulati, allarme dei pm: “le inchieste a rischio”

Tabulati, allarme dei pm: “le inchieste a rischio”

Servono per capire chi chiama chi e da dove. Ora una sentenza europea ha stabilito che deve essere un gip ad autorizzarli. Riunioni in corso in varie Procuredi Gianni Barbacetto e Valeria Pacelli | 10 APRILE 2021

Forti preoccupazioni nelle Procure italiane: potrebbe essere limitata e resa più macchinosa l’acquisizione dei tabulati telefonici da usare nelle indagini giudiziarie. I tabulati dicono chi telefona, a chi ha telefonato, quando, quante volte, quanto a lungo. Ma anche dove sono quelli che chiamano e quelli che rispondono, perché individuano le “celle” tra cui si svolgono le chiamate. “Sono un insostituibile strumento quotidiano di lavoro per le nostre inchieste”, spiega Laura Pedio, procuratore aggiunto a Milano. Ora a rischio. Il 2 marzo 2021, infatti, si è pronunciata la Corte di giustizia europea, in risposta a un quesito sollevato a proposito di un processo avvenuto in Estonia. La sentenza della “Grande sezione” della Corte chiede che l’accesso del pubblico ministero ai tabulati sia subordinato all’autorizzazione di un giudice, di una “autorità pubblica indipendente”. Avviene già così per le intercettazioni telefoniche e ambientali, in cui deve essere il giudice per le indagini preliminari (gip) a firmare l’autorizzazione al pm per poter intercettare. Nei casi urgenti, il pm dispone l’intercettazione e poi il gip la convalida (o la sospende).

I tabulati, invece, finora sono acquisiti direttamente dai pm senza bisogno di alcuna autorizzazione. “Possiamo chiedere alle compagnie telefoniche i contatti degli ultimi due anni”, dice Pedio, “e anche più lontani nel tempo, in caso di indagini su reati di mafia e terrorismo”. Ora le Procure italiane s’interrogano su che cosa potrebbe succedere dopo la sentenza della Corte europea. In Parlamento c’è chi si è già mosso per introdurre limitazioni anche in Italia: un ordine del giorno presentato alla Camera da Enrico Costa (ex Forza Italia, oggi Azione) e firmato da Lucia Annibali (Italia Viva) e Riccardo Magi (Più Europa) propone di recepire quella sentenza rendendo obbligatorio, per l’impiego dei tabulati, il consenso del giudice.

Resta però aperta una questione preliminare: la sentenza chiede l’intervento di una “autorità pubblica indipendente” e il pm in Italia, a differenza che in Estonia e in altri Paesi europei, non è soggetto al potere esecutivo, ma fa parte dell’Ordine giudiziario; è dunque “autorità pubblica indipendente”. “Nel nostro ordinamento, il pubblico ministero è già indipendente, dunque quella sentenza potrebbe non valere per noi”, argomenta Pedio. Lo aveva già dichiarato al Fatto il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Giuseppe Santalucia (ex capo dell’ufficio legislativo al ministero della Giustizia quando ministro era Andrea Orlando): l’Italia non avrebbe alcun bisogno di una nuova norma in proposito, perché da noi “la pubblica accusa, a differenza che in altri Paesi d’Europa, gode della garanzia e autonomia del pm italiano, che è un magistrato dell’Ordine giudiziario”. “Resta però il rischio”, continua Laura Pedio, “che qualche avvocato possa sollevare in aula eccezione di legittimità davanti alla Corte costituzionale, con il rischio di una pronuncia che sarebbe retroattiva e coinvolgerebbe anche i processi in corso”. Sarebbe un terremoto giudiziario.

Per evitare sorprese, la Procura di Milano ha già provato, per una sua inchiesta, a chiedere al gip l’autorizzazione all’acquisizione dei tabulati. La risposta del giudice è stata, in base alle norme vigenti, un secco “non luogo a provvedere”: non è – per ora – compito nostro, dice l’Ufficio del giudice dell’indagine preliminare. La questione è stata posta anche in un processo davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano: i giudici hanno respinto l’istanza e tenuto nel loro fascicolo i tabulati, perché erano stati comunque acquisiti prima della sentenza europea.

E per il futuro? Restano le incertezze e le preoccupazioni. Tanto che i pm della Procura di Roma si stanno riunendo proprio in questi giorni per discutere la questione. Nella capitale indicano come problema vero quello dei reati per cui sarà possibile chiedere l’autorizzazione al gip ad acquisire i tabulati. Si ragiona dunque sui “ragionevoli sospetti di gravi reati”. Ma quali sono i “ragionevoli sospetti” – si chiedono i magistrati capitolini – e quali i “gravi reati”? Per gravi reati si potrebbe intendere quelli che prevedono la possibilità di intercettare: ma questo escluderebbe reati come il traffico di influenze, per dimostrare il quale i tabulati sono invece essenziali. Ecco dunque la preoccupazione che una serie di indagini possano cominciare a saltare.

In questa situazione d’incertezza, il procuratore di NapoliGianni Melillo, non è contrario a una regolazione per legge della questione, anche perché altrimenti perdurerebbe un grave stato di dubbio, con il rischio di poter arrivare a mettere in discussione tutti i processi, anche passati, in cui siano stati usati come fonte di prova i tabulati acquisiti senza l’autorizzazione del gip. Una legge metterebbe al sicuro almeno i procedimenti del passato.

Da Milano, Laura Pedio ritiene che sarebbe comunque “una iattura la necessità di chiedere l’autorizzazione al gip: allungherebbe i tempi e ridurrebbe la possibilità di fare indagini”. Suggeriscono una soluzione sia il presidente dell’Anm Santalucia, sia altri magistrati delle Procure italiane: “Le indagini dovrebbero essere protette da una eventuale norma, simile a quella che vale per le intercettazioni, che renda possibile l’intervento d’urgenza del pm, poi eventualmente sottoposto alla convalida del giudice”.

Gaetano Paci, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, aveva spiegato al Fatto nei giorni scorsi che la sentenza della Corte di giustizia amplia la sfera di riservatezza della persona da garantire con un provvedimento del giudice: non solo i contenuti, ma anche i dati estrinseci (tempo, luogo, circuito…) dovrebbero essere protetti e garantiti dall’intervento di un giudice. Anche per lui, la soluzione potrebbe essere quella già in uso per le intercettazioni: decisione d’urgenza del pm e successiva convalida del gip.

Open, ancora guai per Lotti: ora è indagato per corruzione

Open, ancora guai per Lotti: ora è indagato per corruzione

La Fondazione – La cassaforte del renzismodi  | 10 APRILE 2021

L’inchiesta fiorentina sulla fondazione Open (che vede indagati per finanziamento illecito l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, gli ex ministri Luca Lotti e Maria Elena Boschi, il componente del cda Marco Carrai e il presidente di Open Alberto Bianchi, quest’ultimo accusato anche di traffico d’influenze) lavora da tempo su un’ipotesi di reato più grave, la corruzione, contestata in questi giorni a Lotti, Bianchi, all’imprenditore abruzzese Alfonso Toto e a un altro uomo legato al Giglio magico, Patrizio Donnini, creatore di Dot Media, società di comunicazione che ha lavorato anche per la kermesse renziana, la Leopolda. I quattro hanno saputo di essere indagati con la notifica della proroga delle indagini per altri 6 mesi.

Nel documento è contestato il reato, ma non è descritta la condotta illecita. I difensori di Lotti, Ester Molinaro e Franco Coppi, ieri hanno precisato di “non poter offrire, al momento, alcuna ulteriore informazione poiché l’atto non descrive i fatti sui quali vertono le indagini”. I nomi degli indagati, incrociati con gli atti dell’inchiesta, consentono però di delineare il perimetro investigativo nel quale si sono mossi il procuratore aggiunto Luca Turco e il pm Antonino Nastasi. Patrizio Donnini e la società Renexia del gruppo Toto emergono in un altro filone d’inchiesta già nel 2019. In quel momento, Donnini è accusato di autoriciclaggio e appropriazione indebita in concorso con l’amministratore delegato di Renexia, Lino Bergonzi. Il motivo: tra il 2016 e il 2017 la Immobil Green Srl (di cui Donnini deteneva il 5%) vende alla Renexia Spa cinque aziende operanti nell’eolico e, piazzandole al quadruplo del prezzo d’acquisto, incassa una plusvalenza di 950 mila euro in totale.

L’eolico però non è il business abituale di Donnini. Che non si limita a fare da mediatore. Rischia in proprio: acquista e poi rivende. Da qui il sospetto degli investigatori: era certo che avrebbe rivenduto a Renexia? E perché?

Bianchi è a sua volta indagato per finanziamento illecito e traffico di influenze. Nel 2016 la Toto Costruzioni affida a Bianchi una consulenza legata a un accordo per una transazione con Autostrade Spa da circa 70 milioni di euro. Una consulenza che però, secondo gli investigatori, è in realtà un finanziamento a Open camuffato, poiché in parte entra proprio nelle casse della Fondazione. Oggi si scopre che anche a Bianchi (come a Donnini) viene contestata la corruzione (una “ipotesi vaga e fumosa” commenta l’avvocato di Bianchi, Nino D’Avirro).

Ma andiamo avanti. La stessa Fondazione Open, sempre secondo l’accusa, è a sua volta il camuffamento di qualcos’altro: nei fatti sarebbe l’“articolazione” di un “partito politico”. Nelle informative della Guardia di Finanza c’è un passaggio in cui si legge di un interessamento di Lotti: “Si rileva l’interessamento dell’onorevole, all’epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, con il quale Bianchi, ai primi del mese di gennaio 2016 (presumibilmente il 4 gennaio 2016), avrebbe avuto una riunione e consegnato l’‘appunto Toto 15.7.15’, riferendogli l’esito di una riunione tenutasi il 5 aprile 2016 in merito alle trattative in corso tra Rti e Aspi”. Aspi è Autostrade per l’Italia Spa. In questo quartetto – Lotti, Bianchi, Donnini e Toto – l’unico a vestire il ruolo di pubblico ufficiale, quindi il potenziale corrotto per un dovere contrario ai propri doveri d’ufficio, è proprio Lotti. Che però non ha ruoli nel ministero per le Infrastrutture, quello più sensibile per Toto, che è retto da Graziano Delrio (non indagato, ndr).

In quei mesi appare in Finanziaria un emendamento che sembra cancellare 400 milioni di euro di debiti che Toto deve all’Anas. Delrio ribatte: “La sentenza di un tribunale dice che quei soldi vanno al ministero delle Infrastrutture. L’emendamento mira a un’altra cosa: garantire da subito la partenza dei lavori per la messa in sicurezza dell’autostrada A24-A25 dove il rischio sismico è altissimo. Abbiamo concesso che questi soldi vengano restituiti più avanti”.

Toto Costruzioni ieri ha precisato che Alfonso Toto ha da tempo lasciato le cariche societarie per far valere le sue ragioni e che l’incarico conferito a Bianchi aveva un solo fine: tutelare la società nelle controversie legali.

In morte di un bastardo

 

In morte di un bastardo

Jovan Divjak raccontava di essere vissuto a Sarajevo sempre nello stesso quartiere, a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo, e salendo la via, poco sopra, c’era il seminario cattolico della Bosnia.

Divjak era un militare, era stato della guardia personale di Tito, era nato a Belgrado ed era serbo, e quando i serbi assediarono Sarajevo decise di diventare il traditore, di guidare la resistenza di Sarajevo per le sue chiese ortodosse, le sue moschee, le sinagoghe, le etnie conviventi in uno scandaloso meticciato e che facevano di Sarajevo, agli occhi dei nazionalisti, la città bastarda. Scelse di essere bastardo e di stare coi bastardi perché vedeva il mondo al contrario, e pensava che gli uomini sono tutti uguali, e ucciderli per la loro fede e la loro nazionalità è la barbarie.

E mentre i serbi ancora sparavano per fare fuori i bastardi, e bruciavano le scuole e le biblioteche, Divjak guardò oltre la guerra e fondò la sua scuola per gli orfani, che fossero croati, bosniaci, serbi, ebrei, musulmani, cristiani, rom, perché nel suo mondo al contrario sono tutti uguali, specialmente gli orfani. Dalla scuola sono usciti ingegneri, avvocati, registi e scrittori, e in un video su internet, mentre l’artiglieria serba infuria dalle colline, lo si vede issarsi sulle mani con le gambe all’insù.

Lo fece anche davanti a Gigi Riva, allora inviato del Giorno: ho 55 anni, disse Divjak, e per mostrarsi giovane si issò sulle mani con le gambe all’insù. O forse, nel suo mondo al contrario, talvolta provava a vederlo come lo vedono i dritti. Divjak è morto giovedì a Sarajevo.

Da Cingolani sì alle trivelle: sette permessi per 11 pozzi

Da Cingolani sì alle trivelle: sette permessi per 11 pozzi

Gas e Petrolio – Il ministro autorizza progetti per cui non vale la moratoria: uno è per esplorare in Sicilia. Altri sono in fase istruttoria: saranno firmati

di  | 10 APRILE 2021

Ribattezzato in un attimo “ministro della finzione ecologica”, quelle di ieri non sono state ore tranquille per il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e anche le prossime potrebbero non esserle. In poche settimane, infatti, è stato dato il via libera ad almeno sette autorizzazioni per la realizzazione di pozzi estrattivi di gas e petrolio nel mediterraneo e in tutta la Penisola. Si tratta, per essere precisi, di tre concessioni di Eni, due di Po Valley e due di Siam srl, nello specifico delle concessioni minerarie ‘Barigazzo’ e ‘Vetta’, entrambe in Emilia-Romagna, dei progetti di messa in produzione del pozzo a gas naturale ‘Podere Maiar 1dir’ (nella concessione di coltivazione ‘Selva Malvezzi’, sempre in Emilia-Romagna) e del giacimento per la coltivazione di idrocarburi ‘Teodorico’, fra Emilia-Romagna e Veneto. Poi ci sono i progetti di perforazione di tre pozzi: il pozzo ‘Calipso 5 Dir’ nelle Marche, il pozzo ‘Donata 4 Dir’, fra Marche e Abruzzo e infine un pozzo esplorativo, “Lince1”, in Sicilia.

Arrivano in un momento molto delicato in tema idrocarburi: negli ultimi mesi, nonostante i tentativi prima di bloccare per sempre ogni autorizzazione su gas e petrolio e poi di ottenere un prolungamento della moratoria che da due anni tiene ferme tutte le procedure di richiesta di ricerca, prospezione e coltivazione, l’unico risultato portato a casa da 5 Stelle e ambientalisti era stato una proroga fino al 30 settembre di quest’anno del Pitesai, il “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee” che negli ultimi due anni non è stato realizzato e che allo scadere della moratoria sulle trivelle (prevista, dopo qualche proroga, sempre al 30 settembre) avrebbe dovuto dire in quali zone si potesse perforare e in quali no.

I provvedimenti firmati da Cingolani, va detto, non rientrano in questa casistica. Si tratta infatti di autorizzazioni su procedimenti che avevano già ricevuto la Valutazione di impatto ambientale e che ricadono in concessioni e titoli minerari che erano già stati rilasciati prima dello stop e che comunque non rientrano nei termini della moratoria stessa. A dare l’accelerazione è stato il via libera del ministero dei beni culturali Dario Franceschini dopo le svariate verifiche tecniche che si sono susseguite negli anni. Finora si era di fatto provato a rallentare l’iter e a portarlo avanti fino alla redazione del Pitesai (che magari avrebbe stabilito che in quelle zone le trivelle non potevano starci), ma il sì di Franceschini ha fatto cadere ogni possibilità di procrastinare i tempi. La linea di Cingolani, comunque, è che per poter preservare e approdare alla transizione sia fondamentale avere il Pitesai (la proroga al 30 settembre era arrivata anche sotto la sua spinta) e il ministro starebbe compulsando la struttura competente affinché facciano presto.

Di fatto, l’idea di un sistema totalmente sostenibile – soprattutto se basato su idrogeno e sistemi di estrema avanguardia – è più lontano di quanto si possa credere e ogni innovazione tecnologica (si pensi alla già citata fusione nucleare di Cingolani) sposta la palla in là di molti anni, rendendo indispensabili ancora per un tempo indefinito gli idrocarburi. Nelle prossime settimane, inoltre, dovrebbero arrivare altre autorizzazioni simili che attualmente sono in fase istruttoria.

“Queste nuove autorizzazioni non vanno proprio bene seppur riferite a procedimenti in corso da anni – hanno dichiarato ieri Greenpeace, Legambiente e Wwf –. Ora più che mai ci attendiamo misure e atti concreti per una emancipazione definitiva dalle fonti fossili, dotandoci da subito di una exit strategy dalle trivellazioni, investimenti per una svolta davvero verde e non lo svincolo di permessi per le fossili”. Critici anche i comitati del forum H2O che sottolineano che le sette autorizzazioni si traducono in undici pozzi: “Auspichiamo che questi interventi siano fermati nel prosieguo dell’iter di approvazione. La moratoria avrebbe dovuto identificare anche le concessioni già esistenti da non rinnovare. Così si vanifica in partenza parte della programmazione, mettendo tutti davanti al fatto compiuto”.

Grecia, assassinato il cronista Karaivaz. Le sue inchieste su criminalità e potere

Grecia, assassinato il cronista Karaivaz. Le sue inchieste su criminalità e potere

Il cronista giudiziario greco, Giorgos Karaivaz, è stato ucciso ieri mentre rientrava a casa nel quartiere di Alimos, a sud di Atene. A esplodere sei colpi di pistola che hanno raggiunto il reporter sono stati due uomini in moto – uno di loro in abiti militari – scappati via velocemente dopo aver ucciso uno dei volti più conosciuti della tv ellenica Star.

Sulla scena del delitto sono stati ritrovati, dopo l’esecuzione, una decina di bossoli e il cadavere dell’uomo riverso nei pressi della sua auto: stava tornando da moglie e figlio al termine di una diretta televisiva intorno alle due del pomeriggio. Secondo i risultati delle analisi balistiche, le armi sono state usate anche in altri crimini, hanno riferito le forze dell’ordine, che non hanno aggiunto però ulteriori dettagli o ipotesi sul motivo del delitto. Karaivaz non aveva riferito di minacce alla sua persona, né aveva richiesto protezione alla polizia, riferiscono gli agenti che hanno lasciato trapelare che l’omicidio è “opera di professionisti” ed è stato “attentamente pianificato”. “Non posso nemmeno elaborare la notizia, lo conosco da 32 anni”, ha detto il suo collega Varios Syrros, spalla televisiva del veterano dell’informazione. Condoglianze delle istituzioni alla famiglia sono arrivate con le parole di Aristotelia Pelonia, portavoce del governo: “Questo omicidio ci ha scioccato tutti, le autorità stanno investigando per assicurare i colpevoli alla giustizia”. Sul sito dove il cronista pubblicava inchieste e articoli adesso si legge: “Il fondatore e proprietario di bloko.gr non è più con noi. Qualcuno ha deciso di silenziarlo, di usare proiettili per impedirgli di continuare a scrivere storie”. Noto per essere coraggioso e imparziale, in passato non aveva avuto paura a riportare di crimini e casi di corruzione di autorità e forze dell’ordine. Ad Atene molti giornalisti sono finiti nel mirino negli ultimi tempi. Solo nel luglio scorso il giornalista Stefanos Chios è sopravvissuto a un agguato simile a quello a Karaivaz. Il suo caso rimane aperto: senza ancora moventi, né colpevoli. Nel 2010 il giornalista investigativo Sokratis Giolias fu colpito a morte dalle pistole degli estremisti della “Setta dei rivoluzionari”, che non furono mai identificati o catturati: il caso di corruzione a cui lavorava il giornalista non è stato risolto, proprio come quello del suo omicidio. Anche lui, come Karaivaz, stava rientrando a casa. “Le indagini chiariscano con urgenza se l’omicidio sia collegato al suo lavoro”, ha dichiarato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli.

Su Autostrade evitiamo l’ultimo regalo ai privati

La storia della società Autostrade è emblematica della debolezza o insipienza della nostra classe politica. Lo Stato ha fallito prima come proprietario, poi come regolatore e ora rischia nuovi passi falsi.

La società Autostrade dell’IRI era ben gestita (inventò anche il Telepass) e non c’era necessità di privatizzarla: la decisione finale la prese il governo D’Alema, forse per accodarsi alla moda delle privatizzazioni e legittimarsi come sinistra “di governo”. Si procedette senza aver creato un’Autorità né un contesto regolatorio soddisfacente: si sostituì un monopolio pubblico con uno privato mal regolato. Per massimizzare il ricavo lo Stato decise di prorogare la concessione per altri 20 anni, un gran regalo pagato dagli utenti. Alla fine, nel 1999, la società fu venduta per un boccone di pane (rimando al mio libro La svendita di Autostrade, PaperFirst). Basti pensare che in appena 4 anni il valore dell’investimento della Schemaventotto, controllata dalla famiglia Benetton, era aumentato di sei volte. Con l’Opa del 2003, tutta finanziata con debiti accollati alla società (e quindi agli utenti) Schemaventotto salì dal 30 all’84% senza sborsare un euro. Difficile immaginare una peggior vendita.

Ma lo Stato ha fallito anche come regolatore. La convenzione è stata sempre interpretata in modo incredibilmente favorevole alla società, a partire dal IV atto aggiuntivo del 2002, voluto dall’allora ministro Lunardi e fatto approvare per legge da Berlusconi contro il parere del Nars, l’organo tecnico preposto a esprimere giudizi in materia, sistematicamente scavalcato dal “potere politico”. Inutile elencare gli esorbitanti incrementi tariffari, gli investimenti ritardati senza penali, le mancate verifiche sulle manutenzioni e infine la convenzione del 2007, negoziata dall’allora ministro Di Pietro, che senza motivo ha regalato alla società il diritto ad ottenere indennizzi multi miliardari in caso di revoca della concessione, anche per colpa del concessionario. Per sottolineare il fallimento dello Stato come regolatore basta un dato: nel decennio sino al 2018 la redditività di Autostrade sul capitale proprio è stata del 32% l’anno.

Subito dopo la tragedia del ponte Morandi, il governo annunciò l’intenzione di revocare la concessione. Se come regolatore ne aveva il diritto avrebbe dovuto perseguire quella strada. Ma è mancato il coraggio di affrontare le incertezze e i rischi. Quindi si è pensato di imboccare una facile scorciatoia: riprendere il controllo della società tramite la Cassa depositi e prestiti. Si voleva mostrare di “punire” i Benetton costringendoli a vendere a un prezzo “basso” con una trattativa rapida ed esclusiva, agitando lo spauracchio della revoca. Il governo si è così posto in una posizione equivoca ed intenibile.

Ora il nuovo governo dovrebbe decidere se lo Stato debba fare il regolatore o il gestore. Mi pare chiaro che se la Cdp dovesse prendere il controllo quasi alla pari con fondi “speculativi” esteri, dovrebbe cercare di massimizzare i profitti, in contrasto con lo Stato regolatore. Una posizione equivoca per la Cassa: dovrebbe ubbidire al governo a costo di sacrificare i profitti? O sollevare conflitti tra Stato gestore e regolatore?

Se si dimentica il desiderio del precedente governo di passare il controllo alla Cassa per salvare la faccia, qual è l’interesse pubblico di un intervento di Cdp nel capitale di Autostrade? Come cittadini ed utenti delle autostrade a noi interessa soprattutto che queste facciano gli investimenti e le manutenzioni dovute e che si applichino tariffe che limitino il rendimento sul capitale investito. Tutto ciò si potrebbe ottenere con una forte e severa attività di regolazione, qualunque sia l’azionista. Se poi invece si riconoscesse l’incapacità del regolatore pubblico (ministri e funzionari) di resistere alle molte seduzioni offerte dal regolato, allora il controllo pubblico apparirebbe preferibile.

Cdp ha già presentato un’offerta ferma per Autostrade. Se Atlantia non l’accetta meglio evitare un’altra lunga stagione di negoziati e rialzi di prezzo. Non si vede, ad esempio, perchè lo Stato dovrebbe agevolare questa trattativa concedendo, come pare, un “ristoro” di 400 milioni ad Autostrade per il calo di traffico dovuto al Covid. Hanno sempre detto che i loro profitti erano elevati perché dovevano farsi carico del “rischio traffico”: ora deve essere lo Stato a coprirgli il rischio? Le autostrade non sono mai state chiuse per ordine del governo.

Se l’offerta della Cassa non è accettata, lo Stato faccia il regolatore con tutta la severità concessa dalle norme e annunci l’intenzione di riappropriarsi della rete nel 2038, alla scadenza della concessione, come previsto dal contratto e senza controversie. Basterebbe questo annuncio per ridurre sensibilmente l’appetito dei fondi speculativi esteri per il flusso di pedaggi che da tanti anni intascano senza alcun rischio.