Campania. Lotta al Covid, ecco il piano per vaccinare 11mila tra detenuti e poliziotti

di Viviana Lanza/ Il Riformista, 6 marzo 2021

Il piano vaccinale per il mondo penitenziario finalmente c’è. Il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Antonio Fullone ha confermato che sono stati fissati i criteri di priorità e concordate le modalità organizzative per la somministrazione dei vaccini al personale che lavora all’interno delle strutture campane e ai detenuti.

C’è anche una previsione sui tempi che saranno necessari per avviare le vaccinazioni, ma la data è l’unico dettaglio su cui è difficile essere sicuri e su cui resta per il momento un velo di incertezza perché bisogna fare i conti con fattori esterni che riguardano tempistiche ed entità delle forniture. La riserva sulla data, quindi, dovrà scioglierla la Regione non appena saranno disponibili i vaccini e si sarà effettivamente pronti per partire con la somministrazione all’interno delle quindici carceri campane. La speranza e il progetto, tuttavia, sono orientati affinché la data di inizio sia molto vicina, questione anche di giorni se non ci saranno intoppi. “Tutto sta nella disponibilità dei vaccini – spiega il provveditore Fullone -L’intenzione è quella di compattare il più possibile l’intervento”.

Si partirà, oltre che dalle categorie più fragili come già accade anche fuori dal carcere, con la vaccinazione degli agenti della polizia penitenziaria e del personale che lavora negli istituti di pena della Campania, perché spostandosi tra fuori e dentro il carcere sono potenzialmente più esposti al rischio di diventare vettori di contagi. In una fase immediatamente successiva – “ma l’idea sarebbe riuscire a partire in maniera contestuale”, chiarisce Fullone – si procederà alla vaccinazione dei detenuti. Per motivi di sicurezza e di organizzazione, i detenuti saranno vaccinati all’interno delle strutture penitenziarie e, laddove non vi siano presidi interni attrezzati per interventi di pronto soccorso sanitario, si procederà con il supporto di unità mobili. Per il personale, invece, le vaccinazioni saranno eseguite in strutture al di fuori di quelle penitenziarie. Nel complesso, si tratta di attuare un piano vaccinale su una popolazione di 11mila persone, ammesso che tutti ne facciano richiesta.

La decisione sul piano è arrivata ieri al termine di una riunione tecnica dell’Osservatorio regionale per la sanità penitenziaria a cui hanno partecipato il provveditore regionale, i dirigenti e i responsabili sanitari penitenziari, il garante campano dei detenuti e i rappresentanti del Dipartimento di giustizia minorile della Campania. Dunque, a un anno esatto dall’esplosione della pandemia, dal primo lockdown e dai primi casi di positività all’interno delle carceri si parla finalmente di vaccini anche per il mondo dietro le sbarre. Il bilancio di questo anno appena trascorso è stato drammatico come in tutto il Paese e in tutto il mondo.

Il Covid è entrato nelle carceri creando nuovi drammi e nuove tensioni. Non sempre, nei mesi scorsi, è stato facile gestire le emergenze, i casi di positività, gli isolamenti necessari perché, si sa, in carcere gli spazi sono minimi e il sovraffollamento è stato più che mai un problema. Oggi i dati sui contagi nelle strutture penitenziarie campane parlano di 22 detenuti positivi al Covid, di cui 8 a Poggioreale, 7 a Secondigliano, 6 a Carinola e 1 ad Avellino (si tratta di un cosiddetto nuovo giunto), e di 53 contagiati tra gli agenti di polizia penitenziaria, di cui sei in terapia intensiva e 22 provenienti dal carcere di Carinola dove si è registrato uno dei focolai più violenti, con tre agenti morti nelle scorse settimane.

Negli ultimi mesi i contagiati in Campania sono stati 1.644: 862 agenti, 724 detenuti, 58 operatori penitenziari. E dieci sono state le vittime della pandemia: cinque agenti, quattro detenuti e un dirigente medico. “Anche nella nostra Regione, realisticamente per la metà di marzo, partirà la campagna vaccinale per istituti penitenziari e luoghi di comunità – afferma il garante dei detenuti Samuele Ciambriello – La particolare condizione delle persone ristrette richiede una valutazione equa della vulnerabilità a cui sono esposte. E, dopo il vaccino contro il virus, servirà il vaccino contro l’indifferenza verso quelle misure alternative alla detenzione che alleggerirebbero notevolmente il pianeta carcere da ulteriori vittime di questa pandemia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il diritto di difesa è sacro, anche al 41bis

La protezione della segretezza del rapporto difensivo è parte del volto costituzionale della pena e l’avvocato ne è espressione. Gli agenti del Gom non consentono all’avvocato di portare con sé i propri appunti, i propri oggetti personali, le penne, se non sono trasparenti, perché potrebbero occultare “pizzini”, controllano gli orologi che potrebbero nascondere strumenti di video ripresa o di registrazione. È inaccettabile che il difensore che si rechi in un istituto detentivo dai propri assistiti in 41bis sia investito con violenza dal sospetto che possa fare del colloquio uno strumento per trasmettere messaggi di contenuto criminale.

Il colloquio con il proprio difensore è segreto. Non può essere ascoltato, spiato, videoregistrato. È un incontro costituzionalmente presidiato, nel quale, in un’intesa fiduciaria protetta, l’assistito sa di affidare la propria storia umana e processuale a chi è tenuto a difenderlo, a curare i suoi interessi, in una comunicazione sottratta al controllo ed alla vigilanza del potere pubblico. Ciò vale all’interno di uno studio legale, al telefono e, forse con maggior forza, in carcere, tanto più nei regimi privativi del 41bis dove il soggetto recluso si trova già in una condizione di oggettiva vulnerabilità determinata dalla reclusione di rigore.

La protezione della segretezza del rapporto difensivo è parte del volto costituzionale della pena e l’avvocato ne è espressione. È, allora, inaccettabile che il difensore che si rechi in un istituto detentivo dai propri assistiti in 41bis sia investito con violenza dal sospetto che possa fare del colloquio uno strumento per trasmettere messaggi di contenuto criminale. Gli agenti del Gom (Gruppo Operativo Mobile, un corpo di guardia speciale assegnato alla custodia dei ristretti in detenzione derogatoria) non consentono all’avvocato di portare con sé i propri appunti, i propri oggetti personali, le penne, se non sono trasparenti, perché potrebbero occultare “pizzini”, controllano gli orologi che potrebbero nascondere strumenti di video ripresa o di registrazione.

Il principio di segretezza – Ciò perfino quando, come in tempo di covid-19, il vetro divisore che separa il detenuto dal suo interlocutore, in un locale stretto e asfittico, rimane chiuso. E nel cubo di ferro dove si svolgono i colloqui, anche quando la persona ristretta è protetta dal vetro antiproiettile a tutta altezza, viene chiusa a chiave anche la porta alle spalle del difensore. Quando vorrà uscire dovrà bussare e attendere l’arrivo degli agenti. Piccole e grandi vessazioni che cambiano a seconda del carcere, a seconda dell’agente. Non sono conoscibili, non le trovi scritte in un regolamento consultabile e non sono registrate. Quando si consumano, a danno della dignità dell’avvocato, del rispetto del suo ruolo, della sua funzione e della sua persona, di esse non c’è traccia.

Nessuno redige un verbale dove vengono annotati gli oggetti che il difensore è costretto a lasciare in deposito se vuole accedere, dopo aver affrontato lunghi viaggi e inspiegabili attese, al colloquio con il proprio assistito. Nell’incontro del ristretto con il suo avvocato non possano essere attivati i mezzi di protezione ordinariamente previsti dall’ articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario per impedire il passaggio di oggetti perché è indebito investire il difensore del sospetto. Lede la sacralità del diritto di difesa di cui all’art. 24 della Costituzione.

La Corte di Cassazione ha anche specificato, per le stesse ragioni, che il detenuto dopo avere incontrato senza la separazione del vetro, come avviene normalmente, il proprio difensore non possa essere soggetto a perquisizioni personali. Del resto sarebbe anche del tutto illogico immaginare di impedire la trasmissione di messaggi chissà come occultati quando la comunicazione tra l’avvocato e il suo difeso è per legge segreta. Si deve dedurre che non lo sia? Che indebitamente le conversazioni siano ascoltate? Registrate? O si cerca di intimidire con ottuse restrizioni gli avvocati difensori per indurli a lasciare nell’isolamento e nell’abbandono della loro condizione i detenuti del 41bis?

La visione distorta – Forse è soltanto il consueto dominio di una distorta visione simbiotica tra l’avvocato e il suo assistito. Quella che induce l’ignoranza populista al linciaggio di chi assuma la difesa di persone attinte da gravissime accuse relative a reati di particolare allarme sociale o a condotte estremamente riprovevoli. Una macchina del fango mai paga, veleni mai sopiti e la criminalizzazione delle battaglie di Diritto scomode. Un facile approdo per chi non vuole farsene carico. Sono battaglie di civiltà che richiedono un altissimo senso di rispetto per le Istituzioni, abnegazione, rigore morale, coraggio. I diritti inalienabili appartengono a qualunque uomo nella stessa misura e c’è una linea dell’invalicabile che non può essere mai oltrepassata, pena la confusione tra lo Stato e il criminale. Solo la comprensione autentica di questa premessa consente di eliminare quell’alone fuligginoso che viene impresso addosso a chi tutela i diritti delle persone che hanno commesso reati, a chi indossa con orgoglio la sua toga quale vessillo alto di libertà.

FONTE: di Maria Brucale/Il Domani, 6 marzo 2021

Campania. L’impegno di “Carcere possibile Onlus” per i detenuti

di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 6 marzo 2021

Mercoledì scorso, il Provveditore regionale della Campania Antonio Fullone e la Presidente dell’Associazione “Carcere Possibile Onlus”, l’avvocata Anna Maria Ziccardi, presso la sede del PRAP in Via Nuova Poggioreale a Napoli, hanno sottoscritto un protocollo di intesa che intende valorizzare la condivisione di esperienze, professionalità, risorse e opportunità da convogliare in un modello integrato di buone prassi e sviluppo di azioni finalizzate alla risocializzazione dei soggetti reclusi, avvalendosi della particolare esperienza organizzativa e delle competenze giuridiche dell’Associazione. Il Protocollo è il frutto della collaborazione tra Prap e Associazione che ha già prodotto negli anni numerose e apprezzabili iniziative nelle carceri campane: laboratori di teatro con spettacoli rappresentati anche all’esterno del carcere, come la cornice del maschio Angioino e prestigiosi teatri cittadini, corsi di cucina con chef stellati, laboratori di lettura e artistici, pubblicazione di volumi come “Il carcere dimenticato – Riflessioni sulla detenzione con uno sguardo agli Istituti della Campania”.

L’Associazione nasce come evoluzione del progetto della camera Penale di Napoli “Il Carcere Possibile” del 2003 su iniziativa dell’Avvocato Riccardo Polidoro, all’epoca componente della Giunta dell’Associazione, presieduta dall’ avvocato Antonio Briganti. Il 6 novembre 2006 il “progetto” si trasforma in un’Organizzazione non Lucrativa di utilità sociale dando vita a “Il Carcere Possibile Onlus”, in quanto l’attività svolta, per essere ulteriormente incrementata, richiedeva una forma associativa indipendente ed inoltre si avvertiva la necessità di una partecipazione non limitata ai soli Avvocati.

“Il Carcere Possibile Onlus” persegue il fine della solidarietà sociale, civile e culturale nei confronti della popolazione detenuta, nel rispetto dei principi sanciti dall’art. 27, secondo e terzo comma della Costituzione della Repubblica Italiana. Tra gli scopi dell’Associazione vi è anche quello specifico di tutelare in ogni sede, anche giudiziaria, i diritti dei detenuti e di promuovere azioni, anche legali, in difesa di tali diritti, per pretenderne il rispetto ed eventuali danni causati alla comunità detenuta.

“La collaborazione con “Il Carcere Possibile Onlus” – ha dichiarato Antonio Fullone -, è un esempio virtuoso di “rete” tra l’Amministrazione penitenziaria regionale e il Terzo settore per potenziare gli interventi trattamentali e di sostegno a favore delle persone ristrette. Credo fermamente, ha continuato il Provveditore, nella necessità della cooperazione tra “dentro e fuori” per creare sicurezza e reinserimento sociale”. Commenta la presidente Anna Maria Ziccardi: “L’Associazione “Il Carcere Possibile Onlus” mette a disposizione competenze e impegno per promuovere e coadiuvare la realizzazione dei percorsi e delle iniziative nelle carceri campane impegnandosi a promuovere campagne di sensibilizzazione e attivazione della rete territoriale”.

FONTE: IL DUBBIO