giovedì, 29 Luglio 2021
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MEGLIO PEGGIO DEI GIORNALI DI OGGI

“Giudice Esposito diffamato”. Pm contro i trombettieri di B.

“Giudice Esposito diffamato”. Pm contro i trombettieri di B.

L’offensiva sull’“audio choc” – Verso il rinvio a giudizio per 15 giornalisti e politici

di  | 7 MARZO 2021

Lungo, l’elenco di giornalisti e politici accusati ora dalla Procura di Roma di aver realizzato una violenta campagna denigratoria contro il giudice Antonio Esposito, presidente del collegio della Cassazione che nell’agosto 2013 condannò in via definitiva Silvio Berlusconi a 4 anni per frode fiscale. Si è conclusa l’inchiesta aperta dal pm Roberto Felici dopo la denuncia di Esposito, attaccato e diffamato da una lunga serie di articoli, interviste, interventi, dichiarazioni, talk show televisivi. L’avviso di fine indagini prelude alla richiesta di rinvio a giudizio per quindici persone, giornalisti, direttori, politici.

Tutto è iniziato a fine giugno 2020: Nicola Porro nel suo programma tv Quarta Repubblica manda in onda la voce di un giudice, Amedeo Franco, toga a latere del processo in Cassazione a Berlusconi, che dopo aver firmato ogni pagina della sentenza di condanna era andato dal condannato ad Arcore e – registrato a sua insaputa – gli aveva detto che non era d’accordo e che si era trattato di una sentenza “guidata dall’alto”, “una grave ingiustizia”, “una porcheria”. In una seconda registrazione, la voce di Franco aggiungeva che il giudice Esposito era “pressato” per il fatto che il figlio, anch’egli magistrato, era “stato beccato con droga a casa di…” (notizia falsa: Ferdinando Esposito, allora pm alla Procura di Milano, non ha avuto alcuna denuncia per droga, è stato indagato dalla Procura di Brescia per tutt’altro e poi ha lasciato la magistratura).

Dopo la serata tv di Porro, si scatena la campagna. Intervengono Pietro Sansonetti sul Riformista, Alessandro Sallusti e Stefano Zurlo sul Giornale, Pietro SenaldiVittorio Feltri Renato Farina su Libero, più altri loro colleghi. Si aggiungono al coro i politici intervistati (tutti di Forza Italia) Anna Maria BerniniAndrea RuggieriGiorgio MulèFabrizio Cicchitto. Per il pm della Procura di Roma, hanno tutti realizzato una campagna di denigrazione costruita con commenti di “opinionisti dello stesso orientamento”, “senza dare spazio alle repliche dell’interessato”. Risultato: “Una ricostruzione artificiosa degli eventi” che “offendeva la reputazione del giudice Esposito”, “sulla base di prove non verificabili”.

Undici giudici, in primo grado, in appello e in Cassazione, hanno ritenuto provata la frode fiscale di Berlusconi, che per l’importazione di film dagli Stati Uniti all’Italia aveva costruito un sistema che ha “realizzato maggiorazioni di costo negli anni” di ben “368 milioni di dollari”, nascosti al fisco e infrattati all’estero. Hanno valutato prove, testimonianze, ma soprattutto documenti bancari. A percorso giudiziario concluso, uno di questi giudici è corso dal suo condannato a smentire la sua firma apposta a ogni pagina della sentenza. E un anno dopo la sua morte, le registrazioni della sua voce sono usate per dare la stura a una “campagna giornalistica a contenuto demigratorio” — scrive il pm — in cui Sansonetti accusa Esposito, “dipinto come soggetto prevenuto e condizionabile”, di “aver emesso una sentenza preconfezionata al solo intento di recare danno all’imputato quale capo di un noto movimento politico”. Con espressioni quali: “Sentenza pilotata, metodi vigliacchi, complotto, potere illegale, processo fasullo… Il giudice Esposito è uno scandalo vivente”.

Sallusti non è più tenero: “Plotone d’esecuzione, la magistratura ha fatto un lavoro sporco, la democrazia è stata truccata con una manovra giudiziaria assolutamente spregiudicata, la sentenza è stata taroccata, qualcuno ci ha preso per il culo”. A Senaldi il pm contesta di aver raccontato il falso almeno due volte, scrivendo del “figlio beccato con la droga” e di una “sentenza che assolve Silvio”, inducendo “il lettore a credere che una sentenza del Tribunale civile di Milano avesse smentito la precedente decisione della Cassazione”. Feltri: “Processo manovrato come un’arma da fuoco”. Farina: “La giustizia come un’arma”. E i politici? Per Cicchitto “fu costituito un tribunale speciale… per colpire definitivamente Berlusconi”. Per Mulè “è stato stracciato e calpestato un diritto… plotone d’esecuzione, truffa giudiziaria, montagna d’infamia”. Bernini: “Una violazione di tutti i precetti costituzionali”. Ruggieri: “Una bisca, malfattori in toga, associazione a delinquere, banda della Magliana”. Ora la parola passa ai giudici.

McKinsey&C., il ritorno del metodo Draghi

McKinsey&C., il ritorno del metodo Draghi

Recovery plan – Pd e FdI contro l’incarico ai colossi della consulenza, Orlando chiama Franco. Scenario che ricorda quello visto nella stagione delle privatizzazioni

di  | 7 MARZO 2021

L’arruolamento di McKinsey sul Recovery plan imbarazza il governo e il ministero dell’Economia. La notizia che il gigante mondiale della consulenza aiuterà la cabina di regia insediata al Tesoro nel valutare i progetti da inserire nella versione finale del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) ha creato diversi malumori. Fratelli d’Italia, LeU e 5Stelle chiedono chiarimenti e presenteranno interrogazioni parlamentari per chiedere all’esecutivo di riferire alle Camere, ma anche il Pd è molto critico. “La governance del Pnrr è al Tesoro con la stretta collaborazione dei ministeri competenti aveva detto Draghi. Se lo schema è cambiato, va comunicato al Parlamento”, dice l’ex viceministro all’Economia, Antonio Misiani. Stessa linea dell’ex ministro per il Sud, Peppe Provenzano. “Se fosse vero sarebbe abbastanza grave”, dice Francesco Boccia. A quanto risulta al Fatto, il ministro del Lavoro e vicesegretario Pd Andrea Orlando ha chiamato ieri il titolare dell’Economia Daniele Franco per avere chiarimenti sul ruolo del colosso e ha chiesto un incontro quanto prima. Il centrodestra tace.

Nessuno sapeva dell’incarico, anche buona parte della tecnostruttura ministeriale era all’oscuro. Il Tesoro ieri ha spiegato in una nota che gli aspetti decisionali dei progetti restano in capo ai ministeri, ma la società avrà il compito di “elaborare uno studio sui piani nazionali Next Generation già predisposti dagli altri Paesi dell’Ue e fornire un supporto tecnico-operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano”. Un incarico, se possibile, perfino più rilevante. Il contratto è però di 25 mila euro, soglia che non obbliga a fare una gara e nemmeno consultare altri concorrenti.

Lunedì Franco è atteso in audizione alle Camere dove sarà potrà chiarire diversi aspetti. I più critici puntano il dito sui guai del colosso (90 anni di storia, 10 miliardi di fatturato), che negli ultimi tempi è stato coinvolto in diversi scandali, dalla crisi dei farmaci oppioidi negli Usa (ha patteggiato una multa da 400 milioni), agli stretti legami con regimi autoritari come quello saudita di Mohammed bin Salman. McKinsey è stata poi arruolata da Macron per contribuire al piano vaccinale francese. Ma il discorso è più di sistema e riguarda il ruolo dei consulenti privati in una fase decisiva del piano che dovrà spendere 210 miliardi e regolare gli investimenti pubblici dei prossimi sei anni.

Appena insediatosi Draghi ha spiegato che il Pnrr lasciato dal governo Conte sarebbe stato rivisto dalla cabina di regia che coinvolge, tra gli altri, i ministeri della Transizione ecologica e di quella digitale. Il Parlamento sarebbe stato “informato costantemente”, ma le decisioni spettano a questa ristretta task force, supportata dai consulenti privati. McKinsey non è l’unico colosso coinvolto sul piano. Al lavoro ci sono anche i giganti della revisione come Ernest & Young e Pwc e il colosso Accenture, specializzato sul settore digitale (il capitolo vale il 20% dei fondi del Recovery). Molte delle “big four” (Kpmg, Deloitte, E&Y e Pwc) già lavorano con ministeri e Pa con appalti anche milionari. Stessa cosa vale per quelle della consulenza come Boston consulting, il cui managing director, Giuseppe Falco, sedeva nella task force presieduta da Vittorio Colao, oggi ministro della Transizione digitale ma cresciuto proprio in McKinsey, che avrebbe lavorato, insieme alle altre società, anche nella fase di redazione del famoso Piano Colao dell’estate scorsa, un embrione del Pnrr.

Di norma questi colossi lavorano nelle fasi preparatorie su singoli aspetti dei progetti, ora – ed è la vera novità del governo Draghi – vengono coinvolti nella fase più alta e finale delle decisioni, quella che conta. Si tratta di giganti con fatturati a sei zeri, i contratti poco onerosi per pagare i rimborsi spese mostrano che il vantaggio è di posizionamento: lavorare al più importante piano di investimenti pubblici degli ultimi decenni avendo accesso a un grande patrimonio informativo è il vero valore aggiunto di questi incarichi. Anche perché le grandi società lavorano soprattutto con i privati e i progetti vanno poi implementati e coinvolgeranno centinaia di imprese, dai grandi colossi alle Pmi.

D’altra parte l’uso esteso dei consulenti nelle grandi operazioni pubbliche che determinano le linee programmatiche per decenni è un po’ il modello Draghi da sempre, fin dalla grande stagione delle privatizzazioni di inizio anni 90, quando l’ex Bce – uno dei padri ideologici di quella fase – era direttore generale del Tesoro (lo diventa nel 1992 nel governo Ciampi). Un periodo in cui vennero assunti molti colossi in qualità di consulenti (“contractors”) per gestire le cessioni di pezzi dell’apparato industriale italiano, da Autostrade a Tim passando per l’Iri. Stando ai dati della Corte dei conti, per le 48 privatizzazioni direttamente effettuate dal Tesoro tra il 1994 e il 2008, si ricorse a 32 società a vario titolo (Advisor, Valutatore, Global coordinator, Intermediario) per un totale di 163 incarichi. Le operazioni di cessione dell’Iri furono 36, con dozzine di consulenti. Una lista che comprendeva i colossi del settore (Deloitte, Kpmg, E&y), ma anche società specializzate e numerose banche italiane ed estere, compresi i gruppi Usa Rotschild, Morgan Stanley e Goldman Sachs (che poi hanno aperto le porte ai dirigenti del Tesoro, lo stesso Draghi è finito poi in Goldman uscito dal ministero). Complessivamente, lo Stato spese per incarichi ai consulenti 2,2 miliardi di euro, quasi il 2% di quanto incassato dalle privatizzazioni (120 miliardi).

Analizzando i 15 anni di lavoro del “Comitato permanente di consulenza globale e di garanzia per le privatizzazioni”, dove Draghi sedette dal 1993 al 2002, in una corposa relazione la Corte dei conti nel 2012 ha stigmatizzato l’eccessivo ruolo riservato ai consulenti (“una cerchia alquanto ristretta”), accusando il comitato di essersi appiattito troppo sulle loro valutazioni generando spesso procedimenti caotici: “In alcuni dei casi esaminati – scrissero i magistrati contabili – si è avuta la conferma di una tendenza del Comitato ad avvalorare il parere già espresso dai consulenti dell’Amministrazione, finendo con l’assumere un ruolo quasi formale, senza svolgere sempre quella funzione incisiva di indirizzo che il quadro normativo gli attribuisce”.

Vale la pena di ricordare che oggi la partita del Recovery coinvolge le grandi partecipate statali e ammonta a 210 miliardi di euro. Il 2% stavolta varrebbe quattro miliardi.

Perché non parli?

di  | 7 MARZO 2021

Non siamo così ingenui da meravigliarci se il governo Draghi assolda alcune multinazionali, tra cui l’americana McKinsey, per farsi assistere sul Recovery Plan. E non siamo neppure così sprovveduti da stupirci se i partiti che ieri accusavano Conte di “aggirare il Parlamento” (con la cabina di regia chiesta dall’Ue per monitorare spese e lavori, non per la stesura del Piano) e “sostituire i ministeri e le Camere con task force e consulenti” (dopo che il Parlamento aveva approvato la prima bozza e ricevuto la seconda) e oggi non muovono un sopracciglio sulla privatizzazione del Next Generation Eu. Lo stupore l’abbiamo esaurito e diamo tutto per scontato: anche il doppiopesismo della grande stampa, passata dall’imputare una “gestione personalistica e autoritaria” all’unico premier che parlamentarizzava il Recovery (tutto scritto dai suoi ministri) all’osannare il nuovo premier che “riscrive il Piano tutto da solo” e ora si scopre che si fa dare una mano da consulenti privati e stranieri, come se fosse ancora a Bankitalia o alla Bce.

Draghi però è persona seria e uomo di mondo, ergo deve conoscere il significato di “trasparenza”. O, per dirla più chic, “accountability”: il dovere di chi amministra la cosa pubblica e il denaro pubblico di render conto dell’uso che ne fa. Ora, per rendere conto, bisogna per forza parlare. Draghi non l’ha fatto sul suo primo Dpcm, mandando avanti Speranza e financo la Gelmini. Ma ora dovrà farlo su McKinsey&C., possibilmente in Parlamento dove – come gli ha ricordato l’ex sottosegretario Pd Antonio Misiani – aveva assicurato che “la governance è incardinata nel Mef in strettissima collaborazione coi ministeri competenti”. Ora si scopre che ci sono pure McKinsey e altre multinazionali ancora ignote. Contrattualizzate e retribuite con denaro pubblico. Chi le ha scelte? Con quali criteri? Perché quelle e non altre? A quali informazioni strategiche hanno accesso?. Perché non usare le strutture tecniche dei ministeri, della PA e delle partecipate di Stato (da Cdp a Invitalia)? Perché non fare un bando di gara per far emergere i migliori? È un caso che il ministro Colao venga da McKinsey? Perché nessuno l’ha comunicato al Consiglio dei ministri e al Parlamento, che l’hanno appreso da Fatto e da Radio Popolare, e solo dopo il Mef s’è affrettato a precisare l’incarico a McKinsey da 25mila euro (sotto la soglia per le gare), senza dire una parola sulle altre tre società ingaggiate? È vero, come dice il Mef, che McKinsey ha già studiato i Recovery Plan di altri Paesi Ue. Ma, come non dice il Mef, ha redatto pure il piano Saudi Vision 2030 di Bin Salman, quello del Nuovo Rinascimento renziano. Tutto normale?

Soldi della Lega, Salvini vuol cancellare le impronte

Soldi della Lega, Salvini vuol cancellare le impronte

Trasparenza zero – Rendiconti: il ricorso del Carroccio

di  | 7 MARZO 2021

Matteo Salvini ha deciso di andare allo scontro in tribunale. Contro la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti, l’organo da cui dipende l’erogazione del 2 per mille alle forze politiche. Motivo? La Commissione ha preso a pallettate la catena di comando della Lega Nord, che deve allo Stato i famosi 49 milioni di euro di rimborsi non dovuti spariti nel nulla e che ancora percepisce i benefici di legge accordati ai partiti a patto che siano puri come un giglio. La Commissione presieduta dal magistrato della Corte dei Conti, Amedeo Federici, ha imposto l’alt al nuovo statuto voluto dal Capitano e approvato al congresso di fine 2019 che ha rottamato la vecchia Lega e che prevede che la rappresentanza legale del partito sia affidata non già al vertice politico, come previsto dalle Linee Guida redatte dalla Commissione di garanzia, ma all’amministratore federale, in sostanza il tesoriere: quel Giulio Centemero a cui l’organismo di controllo ha chiesto infruttuosamente in passato di esibire i verbali relativi ai finanziamenti alla Editoriale Nord e a Media Padania e pure di certificare la natura dei rapporti tra il partito e altri soggetti come l’associazione Più Voci (di cui è fondatore) sospettata di aver ricevuto finanziamenti per conto della Lega.

Ma cosa c’è scritto esattamente nelle Linee guida tanto invise a Salvini e a Roberto Calderoli che è il deus ex machina del nuovo statuto? Che la famosa rappresentanza legale oggetto del contendere va “unitariamente riferita a un solo organo, esclusivamente quello di vertice del partito, nelle denominazioni usuali di presidente o di segretario generale”. Invece nel caso della Lega Nord il presidente, Umberto Bossi, è stato ridotto a una funzione onoraria, mentre al posto del segretario, carica da cui Salvini si è sfilato, c’è un commissario, Igor Iezzi. Con la rappresentanza legale attribuita all’organo a cui è affidata la gestione economico-finanziaria del partito. Ossia Centemero, lasciato a firmare ogni atto e a fare da parafulmine per ogni grana in sede giudiziaria e non. Con buona pace di quanto prescritto dalla Commissione di garanzia che pretende con chiarezza che a mettere la faccia e la firma sugli atti sia appunto il “soggetto esponenziale degli interessi della formazione politica”.

Di queste pretese della Commissione Federici la Lega non vuole saperne arrivando addirittura a lamentare al Tar, che deciderà il prossimo 17 aprile, una lesione delle proprie prerogative politiche legate all’autonomia statutaria riconosciuta dalla legge. Probabilmente, con i magistrati di mezza Italia alle calcagna del Carroccio, anche per mettere al riparo lo stesso Salvini. Che pur continuando a controllare e governare con i suoi uomini la vecchia Lega, nella stessa non riveste formalmente più alcuna carica essendo ora solo segretario della sua nuova creatura, la Lega per Salvini premier.