Il Punto del Corriere della Sera

Buongiorno. Mario Draghi ha firmato il suo primo Dpcm (Decreto della presidenza del Consiglio dei ministri), che regolerà le nostre vite per un mese, da sabato 6 marzo a martedì 6 aprile, con inclusa dunque la Pasqua (4 aprile). La decisione più importante riguarda le scuole: saranno tutte chiuse nelle zone rosse o dove il virus raggiunga un’incidenza di 250 casi per 100 mila abitanti (ma la decisione non sarà automatica e spetterà ai presidenti di Regione). Vuol dire che in 24 province i contagi sono già oltre i limiti e che presto due terzi degli studenti potrebbero essere costretti alla didattica a distanza.

Restano i capisaldi di gran parte dei Dpcm precedenti: la divisione in fasce colorate, il coprifuoco dalle 22 alle 5, il divieto di spostamento tra regioni, anche se in fascia bianca o gialla. Non si può andare nelle seconde case se sono in zona rossa o arancione scuro o se si vive in zona rossa o arancione scuro (qui il dettaglio delle misure). Una novità è che è consentito “l’asporto fino alle 22 dalle enoteche o esercizi di commercio al dettaglio di bevande”, e i sindaci la contestano perché temono che attiri la movida.

Sembra insomma che il “partito della salute” e il “partito dell’economia” abbiano trovato un punto d’incontro: il sacrificio dovrà farlo la scuola, quindi gli italiani più giovani. Ma anche le loro famiglie: l’editoriale di Fregonara e Guerzoni pone l’accento sui ristori che — copiosi e sacrosanti per le attività economiche — faticano a prendere forma per i genitori la cui vita è sconvolta dalle lezioni casalinghe dei figli più piccoli. Per non parlare dei risvolti sociali: Save the Children calcola che da settembre gli studenti del Nord sono andati a scuola il doppio dei giorni di quelli del Sud.

Che la scuola sia un vettore del virus, però, sembra dimostrato dal caso dell’Emilia-Romagna, dove a febbraio i casi registrati dai nidi alle superiori sono aumentati del 70%: da qui la decisione di chiudere Bologna e Modena in zona rossa da domani al 21 marzo.

Ma a preoccupare sempre di più è soprattutto la Lombardia. A Brescia c’è un’incidenza di 482 contagi ogni 100 mila abitanti e si registra il primo caso di variante nigeriana. La battaglia decisiva si gioca ancora una volta a Milano: un virus dilagante nella metropoli farebbe esplodere le strutture sanitarie. L’idea è dunque di proteggerla con altre chiusure mirate nell’hinterland. Ma venerdì, scrive Stefano Landi, “se l’indice Rt superasse quota 1,25 si potrebbero aprire scenari da zona rossa per l’intera regione”.

È d’altronde a livello nazionale, come segnala il fisico dell’Università di Trento Roberto Battiston, che “da dieci giorni l’indice Rt sta aumentando con un ritmo simile a quello di ottobre”. Ieri i nuovi casi sono stati 17.083 (13.114 lunedì) e i morti 343 (contro 246). La nuova flash survey (indagine lampo) dell’Istituto superiore di sanità attesta che il 54% delle nuove infezioni si deve alla variante inglese, il 4,3% a quella brasiliana e lo 0,4% a quella sudafricana.

Quanto ai vaccini, oggi è in programma un vertice al ministero dello Sviluppo economico con Farmindustria, Agenzia del farmaco e il nuovo commissario all’emergenza Figliuolo. Si tratta di verificare se gli impianti italiani possano non solo “infialare” il vaccino, ma anche produrlo direttamente, dopo che AstraZeneca ha dato l’ok all’utilizzo di stabilimenti non suoi.

Intanto si accelera in direzione della dose unica: oggi una circolare ne confermerà l’utilizzo per chi ha avuto il Covid. Ma con il richiamo di AstraZeneca già previsto in 12 settimane, la monodose sarà una realtà di fatto per la maggior parte dei vaccinati, tenendo la doppia (con Pfizer e Moderna) per medici e ultra80enni. L’11 marzo, poi, si attende il via libera della Agenzia europea del farmaco per il vaccino Janssen della Johnson & Johnson, che è monodose di per sé.

Quanto alle mosse dell’Unione europea, Thierry Breton, il commissario al Mercato interno, intervistato da Francesca Basso si difende per i ritardi, promette l’arrivo di 100 milioni di dosi, segnala che un terzo di quelle inviate non è stato ancora somministrato e manda un segnale ai fan dello Sputnik: “Non c’è disponibilità del vaccino russo, che è due volte più difficile da produrre rispetto agli altri. Alla fine credo che Mosca avrà bisogno del nostro aiuto”. In più, scrivono Fabrizio Dragosei e Lorenzo Salvia, il 62% dei russi non vuole il vaccino. La domanda è: comprereste un vaccino non usato da Putin? Perché neanche lui si è ancora deciso a farselo.

Altre cose importanti:

— È cominciato il Festival di Sanremo di Amadeus e Fiorello, e non è stato malaccio. Il più atteso, Zlatan Ibrahimovic, è stato “celentanesco” secondo i nostri Franco&Laffranchi che gli danno un 7,5 (qui le loro pagelle). La vera star è però Matilda De Angelis (nella foto Ansa mentre canta con Fiorello), l’attrice che sarà “il” personaggio italiano dei prossimi decenni (se ancora non la conoscete bene, in questo servizio di Nino Luca c’è tutto quello che serve a convincervene). La classifica provvisoria vede in testa Annalisa. Sotto, trovate il commento di Aldo Grasso (spoiler: gli è piaciuto).

— Ma la notizia del giorno, la più cliccata di ieri, è stata la morte del dj Claudio Coccoluto, che da Gaeta si era preso il mondo facendolo ballare con l’arte del mixaggio. Aveva 59 anni (qui una sua intervista a Maria Egizia Fiaschetti; sotto, Gramellini gli dedica un Caffè sentito).

— Bella, poi, la storia di Riccardo Romiti, 18 anni, toscano di Greve in Chianti, che, racconta Marco Gasperetti, “ha appena vinto il campionato del mondo di Starcraft II, videogioco di strategia che ha stregato milioni di ragazzi (e adulti)”. Ha tutti 9 in pagella, e 400 mila dollari in banca guadagnati in due anni smanettando da fuoriclasse.

— Dal mondo: dopo il trasferimento del dissidente russo Aleksej Navalny in una durissima colonia penale, Unione europea e Stati Uniti hanno deciso di colpire con sanzioni quattro alti funzionari di Mosca protagonisti della persecuzione del principale oppositore di Putin. In America, c’è il primo passo falso di Biden: aveva promesso l’aumento del salario minimo e l’aumento non ci sarà (sotto spiega tutto Giuseppe Sarcina).

— Lo sport: la Juventus ha battuto 3-0 lo Spezia nell’anticipo della 25esima giornata, gol di Morata, Chiesa e Ronaldo (che ha raggiunto Pelè). Bernardeschi ha giocato bene dopo tre anni. Oggi le altre partite: il Milan con l’Udinese prova ad avvicinare l’Inter, che gioca domani sera a Parma nel posticipo. Non si spegne la polemica per il mancato rinvio di Lazio-Torino (ma comunque si giocherà).

— Da leggere: il ritratto di Rupert Murdoch, prossimo ai 90 anni ma non intenzionato a farsi da parte, anzi si riprende tutto (Massimo Gaggi).

— Da ascoltare: il podcast Corriere Daily (lo trovate qui) che ospita il racconto del viaggio di Enea Conti a San Marino, con 7.500 dosi del vaccino russo. Nella seconda parte, Stefania Ulivi ci dà qualche notizia in più su Schitt’s Creek, la serie tv canadese che ha trionfato ai Golden Globe (dopo gli Emmy) ma da noi non è ancora arrivata.

— Il meteo: oggi e domani ancora primavera, da venerdì pioggia e neve.

Sotto, gli approfondimenti. Buona lettura, e buon mercoledì!

E adesso chi si occuperà di ristorare i ragazzi e le famiglie?

editorialista

Gianna Fregonara, Monica Guerzoni

Adesso che la decisione di richiudere le scuole è stata presa, chi si occuperà di ristorare i ragazzi e le famiglie? Non è e non può essere soltanto una questione economica. C’è da capire cosa ancora si può fare per i bambini e gli adolescenti che stanno vivendo un anno scolastico così travagliato. Ma da lunedì ci sarà anche un problema imminente che attende una risposta dal governo: come se la caveranno le famiglie alle prese di nuovo con la Dad, con i bambini confinati al computer e i genitori al lavoro o in smart working?

La ministra Mariastella Gelmini ha promesso che aiuti e interventi per 200 milioni arriveranno con il Decreto sostegno. Ma le misure servono da subito per permettere alle mamme e ai papà di riorganizzare le proprie vite familiari e lavorative. Ed è giusto aspettarsi la stessa attenzione che c’è stata per i ristori stanziati a beneficio delle attività economiche: l’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato sin qui 11 miliardi a fondo perduto. Una cifra enorme, che di certo non verrà impegnata per i congedi parentali e i bonus baby sitter.

Sembra un secolo, ma soltanto due settimane fa il dibattito sulla scuola era incentrato se prolungare o meno le lezioni fino a giugno, per recuperare un po’ delle tante ore in presenza perdute in questo anno così duro. Sembrava che il peggio fosse alle spalle e che stesse finalmente arrivando il momento di prepararsi al «dopo». Purtroppo no, improvvisamente l’orizzonte è di nuovo quello di un anno fa, con la chiusura di tutte le scuole nelle zone rosse e la didattica a distanza anche nei comuni e nelle province ad alto rischio delle regioni arancioni e gialle. Gli scienziati del Cts e il governo ci dicono che non c’è altro da fare: i contagi sono in aumento e i giovani sono i più esposti alle nuove, insidiose varianti del Covid-19. Ed eccoci tornati agli stessi sentimenti, alle stesse paure e alla stessa frustrazione della drammatica primavera 2020.

È vero che non sarà una chiusura generalizzata, che ci saranno ancora delle zone di scuola in presenza: però già oggi in 12 regioni ci sono intere aree in rosso, dove le scuole resteranno chiuse e c’è da immaginare che se ne aggiungeranno presto altre. Questo anno di emergenza, che ha portato l’Italia vicina alla cifra dolorosamente simbolica dei centomila morti di Covid-19, non può essere passato senza averci insegnato nulla. Il governo è nuovo, ma nella cabina di regia politica siedono dei «veterani» della guerra al Covid, tra ministri riconfermati, medici, esperti e presidenti di Regione. E siede il premier Mario Draghi, il quale nel discorso alle Camere ha illustrato una strategia di contrasto costruita su due pilastri: la lotta alla pandemia sanitaria e quella alle conseguenze economiche e sociali che stanno mettendo a dura prova la vita delle persone e la sopravvivenza delle attività. Impostazione saggia, che va salvaguardata dalle pressioni di chi spera che l’economia prenda il sopravvento.

Questo anno, che non ha precedenti dal Dopoguerra, ci ha insegnato tra l’altro che le scuole è più facile chiuderle che riaprirle, discorso specularmente valido anche per i bar, i ristoranti, i negozi, le piscine o le palestre. Ma se questi ultimi vengono (giustamente) ristorati, alle famiglie viene chiesto di arrangiarsi. Nei partiti e al vertice degli enti locali c’è anche chi, numeri del Pil alla mano, spinge per tenere chiuse le scuole e aperte le attività, tanto che nella cabina di regia di lunedì con il premier alcuni ministri hanno dato battaglia perché lo stop alla didattica in presenza fosse vincolato alla serrata dei negozi. (Qui l’editoriale completo)

Disabilità e Covid, un doppio dramma

editorialista

Gian Antonio Stella

Alessio e Gianluca Pellegrino, Giovanni Cupidi e tanti altri disabili gravissimi che spesso non sono in grado neppure di soffiarsi il naso hanno preso male la tesi di Guido Bertolaso sull’Eco di Bergamo: «Fermo restando che medici, infermieri e Rsa devono essere vaccinati, ci sta anche che si facciano gli over 80. Ma poi non si può continuare a scendere seguendo la fascia anagrafica. Lo so, mi spareranno addosso, ma questa cosa va detta…». Quindi, visto che occorre procedere «con la premessa che il Paese deve ripartire, sotto con chi lavora, chi sta in fabbrica, chi si muove, chi non ha potuto lavorare in questi mesi come bar e ristoranti». Sic.

«Aberrante», s’indigna Roberto Speziale, presidente dell’Anffas e padre di un figlio down sopravvissuto al Covid-19 dopo settimane di terapia intensiva, «È un’idea della vita che ricorda i tempi più bui». Non bastasse, spiega Pietro Barbieri, presidente del gruppo di studio sui diritti delle persone con disabilità del Cese, «il piano vaccinale è pieno di buchi imbarazzanti. Basti dire che hanno diritto alla priorità i malati di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica) ma non quelli di Sma (Atrofia muscolare spinale), i caregiver (quelli che si prendono cura) degli emofiliaci e non quelli dei malati di Sla… Per non dire dei ragazzi autistici. Scelte bislacche, spesso incomprensibili».

«Qualcuno riesce ad immaginare un ricovero per queste persone?», chiede su La Stampa Gianluca Nicoletti, papà di Tommy, al quale dedicò anni fa un film bellissimo, «Riuscireste a immaginare cosa possa significare per un ragazzo autistico infilarsi in un casco? O avere tubi in gola per respirare?». Ecco: figuratevi quei ragazzi palermitani, Alessio, Gianluca e Giovanni e tanti altri che già hanno sofferto più di tutti quest’anno di clausure, quando hanno saputo che la Regione aveva inviato un’e-mail a tutti gli avvocati siciliani perché si tenessero pronti a essere convocati per il vaccino. «Ma come: pure loro prima di noi?». Rivolta sui social. Finché, all’ultimo istante, l’assessore alla Salute Ruggero Razza ha fatto marcia indrè: da oggi vaccini anche ai disabili gravissimi. Meglio tardi che mai. E tante altre Regioni?

A Sanremo una luce nel buio: il grande coraggio di far sorridere

editorialista

Aldo Grasso

Partenza al buio. Il buio ha il colore dell’attesa, poi è soltanto luce, poi è il 71° Festival di Sanremo, poi è Fiorello travestito da Achille Lauro che intona Grazie dei fiori. Grazie del Fiore, verrebbe da dire. Data l’emergenza, bisognava reinventare Sanremo. Un Festival senza il pubblico in sala, ma un Festival ancora fedele alla sua missione storica: regalarci qualche giorno di svago, con i cantanti al posto dei virologi. Per i cattivi pensieri c’è tanto tempo. La prima reinvenzione riguarda la conduzione: Amadeus, dopo aver aperto la cerimonia con una lettera un po’ piagnona (non si fa mai!) è così avveduto da cedere il posto a Fiorello, che intanto intrattiene le poltrone vuote, senza natiche.

Manca il pubblico in sala. Un pubblico che per anni è stato sbeffeggiato (raccomandati, amici degli assessori, signori e signore del cafonal, claque pagate dai discografici, starlet…) e adesso non c’è. Manca come funzione vicaria del pubblico di casa e come feedback per presentatori e cantanti, l’onda di ritorno da cui trarre energia. Molto ridotta anche la mitica Sala Stampa, il festival nel festival, l’assembramento dei media, la garanzia assoluta dell’abnorme eco mediatica, dalle tiepidezze alle bigotterie aggressive che s’incontrano nell’ininterrotto discorso su Sanremo.

La seconda reinvenzione (in tempi di ricrescita non di rinascita) è che non ci sono precedenti. Bisogna tornare ai tempi radiofonici di Nunzio Filogamo, quando c’era il pubblico ma non la televisione o ai tempi del «Perry Como Show», quando per la prima volta gli italiani hanno conosciuto il Laff Box, lo strumento con cui i network aggiungevano risate e applausi registrati ai loro spettacoli, e si diceva «che ingenui questi americani, ridono di tutto!». Pur di non pensare al Covid siamo disposti ad applaudire, a ridere di qualsiasi cosa. Canta che ti passa. Si consolavano così i soldati al fronte, durante la Prima guerra mondiale. Siamo di nuovo in guerra? Direi di sì. Là dove c’era il red carpet ora c’è un gazebo per i tamponi. Canta che ti passa. (Qui l’articolo completo)

Risorse, decisioni e risultati: ecco cosa significa “fare ricerca”

editorialista

Giuseppe Lauria Pinter, Michele Bugliesi

Non si fa che parlare di ricerca. Forse nell’incertezza di questo tempo flagellato dalla pandemia offre una percezione salvifica, una finestra su ciò che è difficile guarire. Anche la salute economica del nostro Paese ha bisogno di cure intensive e la ricerca è spesso evocata come una chiave di volta per occupazione e rilancio. In effetti questo è il suo ruolo in molti Paesi nel mondo. Poiché così non è (ancora) nel nostro, oltre a discuterne dovremmo essere certi che il significato di “fare ricerca” sia ben chiaro ai cittadini. Così non potrà che esserlo anche ai nostri rappresentanti in Parlamento che sapranno trasformare questo concetto in leggi. Con l’attuale fortuna di avere un governo che come forse mai nessuno in precedenza può essere l’interlocutore ideale, avendo ministri che di ricerca hanno vissuto. Fare ricerca è una professione che vive su precise regole di comportamento entro un perimetro di responsabilità. Nasce dall’esigenza di rispondere a necessità e curiosità, cresce nel confronto e risponde a codici che ne misurano l’impatto.

Implica quindi un’organizzazione solida e dinamica che sappia intercettare le domande e adattarsi agli obiettivi. Riducendo questi ultimi alla dimensione economica, ad esempio, ogni sterlina investita al Biomedical Research Centre di Oxford rende il 46% in profitti e posti di lavoro, tralasciando i benefici per la salute. La ragione per cui un tale rendimento è possibile in un’istituzione pubblica sta in larga misura nel principio in cui si radica la sua gestione. Accountability, cioè responsabilità su decisioni e risultati. Nei fatti, una delega di gestione attraverso cui la collettività affida risorse pubbliche – non solo denaro evidentemente – a persone in grado di restituirle il massimo beneficio. Un principio di responsabilità individuale e collettiva che ci è culturalmente ancora distante ma che in un anelito riformatore dovremmo fare nostro. (Qui l’articolo completo)

Promesso e non dato: il brutto fiasco di Biden sull’aumento del salario minimo

editorialista

Giuseppe Sarcina

È il primo passo falso di Joe Biden. Il presidente non è riuscito a trovare una mediazione sull’aumento del salario minimo da 7,25 a 15 dollari all’ora. La misura, con tutta probabilità, verrà stralciata dal pacchetto anti Covid da 1.900 miliardi, che da oggi dovrebbe essere messo in discussione al Senato, dopo essere stato approvato la scorsa settimana dalla Camera.

La sinistra del Partito democratico è furibonda. Il senatore Bernie Sanders assicura alla sua base: «Non rinunceremo, l’aumento sarà approvato». Il 25 febbraio l’ufficio garante delle regole al Senato, il «parliamentarian», aveva stabilito che l’incremento del salario non potesse essere votato a maggioranza semplice, seguendo la procedura della cosiddetta «riconciliazione di bilancio». Sanders chiede a Kamala Harris, nella sua veste di presidente del Senato, di superare questa decisione, sostenendo che la «parliamentarian», Elizabeth MacDonough, «non è una rappresentante eletta dal popolo». Ieri anche 22 deputati democratici si sono schierati con Sanders, inviando una lettera a Biden. Tra i firmatari ci sono Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Rashida Tlaib, Veronica Escobar. Ma il presidente respinge l’idea di una forzatura.

Nel frattempo è affondata anche una proposta alternativa avanzata da Sanders e da Ron Wyden, a capo delle commissioni Bilancio e Finanze: imporre penalità alle imprese che non aumentano la paga oraria e premiare, invece, quelle che lo fanno con crediti di imposta. A questo punto non sembra esserci più tempo. La Casa Bianca spinge affinché l’American Rescue Plan sia approvato entro il 14 marzo, quando scadranno i benefici aggiuntivi per i 20 milioni di disoccupati.

La resa di Biden è un fiasco clamoroso. L’8 febbraio il Congressional budget office aveva chiarito i termini del problema. Un incremento graduale della paga oraria a 15 dollari porterebbe fuori dalla povertà 900 mila persone e aumenterebbe il salario di 27 milioni di americani. Nello stesso tempo manderebbe fuori mercato molte piccole imprese e 1,4 milioni di lavoratori perderebbero il posto. Negli ultimi giorni al Senato si sono fronteggiate tre posizioni: quella della Casa Bianca e di Sanders, a favore dei 15 dollari; quella di Manchin e altri moderati che suggerivano un ritocco di 11 dollari e infine quella dei repubblicani Mitt Romney e Tim Cotton, 10 dollari, ma con controlli sulle assunzioni di immigrati irregolari. Tutto ciò significa che al Senato esiste una maggioranza a favore di un salario minimo più robusto. Un dato politico fondamentale. Inoltre, secondo il Pew Research Center, il 67% degli americani appoggia la prospettiva dei 15 dollari. Ma né Biden né Harris sono riusciti a trovare un punto di equilibrio.

L’affascinante storia dell’elettrone, la forza che trascina l’Universo

editorialista

Massimo Sideri

Leggendo il libro di Vittorio Pellegrini (Il lampo dell’elettrone, Codice edizioni) si può rimanere vittime di un rammarico: come ho potuto vivere fino ad oggi senza conoscere l’affascinante storia dell’elettrone? L’elettrone è la forza che trascina l’Universo, è la ruota dell’atomo senza cui le leggi della Natura sarebbero rimaste lente. La ragione è relativamente semplice: per scriverla ci voleva Pellegrini, non un semplice divulgatore, ma uno scienziato che di questa storia fa parte.

È grazie alla sua passione che la storia dell’elettrone diventa anche la storia della scienza e della tecnologia informatica. Senza non avremmo avuto i transistor, non potremmo sperare sui computer quantistici e non avremmo mai potuto leggere di Atomino Bip-Bip, uno dei tanti personaggi geniali di Romano Scarpa. Senza gli elettroni non avremmo l’elettricità e senza la sua comprensione vivremmo ancora nell’era dell’olio di balena: la Nantucket di Moby Dick sarebbe la Silicon Valley.

L’irresistibile fascino dell’elettrone – che andrebbe promosso tramite questo libro nelle scuole e nelle università – ha anche una sua poesia: se il protone è il Paradiso, solo l’elettrone ha la potente gravità dell’Inferno dantesco. Ci si può smarrire nella scoperta del 1906 di Joseph John Thomson che frantumò la convinzione dell’indivisibilità dell’atomo scolpita nella pietra fin dai tempi di Democrito. Sarà questo uno dei mattoncini che scateneranno il domino del Novecento insieme all’esplorazione della radioattività di Marie Curie e alla rottura dell’atomo dell’uranio di Enrico Fermi. Nascerà in quel momento anche la fisica delle particelle subatomiche, quelle del Cern, del Bosone di Higgs e della materia oscura.

La scoperta dell’elettrone nelle leggi della Natura corrisponde a ciò che Darwin scoprì alle Galapagos. Il libro di Pellegrini, uno dei massimi esperti di fisica della bidimensionalità e del grafene, è però anche qualcosa di più di un intelligente lavoro di storico. È un atto di amore per scienza e scienziati. Si racconta che nel 1978, mentre Arno Penzias e Robert Wilson ritiravano il premio Nobel, gli invidiosi dissero: «Non sanno nemmeno loro perché lo stanno ritirando». Penzias e Wilson nel 1965, senza cercarla, si erano imbattuti nell’impronta preistorica della nascita del cosmo: la prova del Big Bang. Lo scienziato non è colui che trova, è colui che cerca.

Alta fedeltà

editorialista

Massimo Gramellini

La morte di Claudio Coccoluto è stata la notizia più letta del giorno, ma la notizia più grande è stata la sua vita. Specie per chi, fino a ieri, aveva solo una vaga idea di chi fosse. Coccoluto era un disc jockey, forse il più bravo del mondo, certo uno dei più ricercati, da Londra a New York. Però non è stato il mestiere a rendere la sua storia così esemplare, quanto il suo modo di interpretarlo. Coccoluto ha iniziato a mettere dischi in vinile nel negozio di elettrodomestici del padre sul lungomare di Gaeta. Aveva tredici anni, e per i quarantasei successivi non ha fatto altro. Non esiste sirena mediatica che non lo abbia tentato, dalla radio alla televisione. Lui ha resistito a tutte per non correre il rischio di snaturarsi, ma principalmente per rispettare la sua vocazione. Gli artisti rispondono alle chiamate interiori, come le persone di fede. E lui a tredici anni, logorando puntine di giradischi nel negozio di famiglia, aveva capito – anzi, sentito – di essere nato per fare proprio quella cosa lì. Manipolare dischi con eleganza per assembrare corpi danzanti, esercizio oggi scellerato, benché apprezzatissimo fin dai tempi delle Baccanti.

Che uomo fortunato. Tutti abbiamo un talento, ma non tutti riusciamo subito a capire qual è. Spesso ci mettiamo la vita intera, e a volte non basta. Lui aveva una traccia nel cuore, e l’ha riconosciuta e seguita. Dicendo tanti no al mondo per continuare a dire di sì a sé stesso. (Qui la raccolta dei Caffè)

 Fonte: redazione Digital del Corriere della Sera: se vi va scriveteci a gmercuri@rcs.it, langelini@rcs.it, ed etebano@rcs.it