mercoledì, 28 Luglio 2021
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AIL MEGLIO E IL PEGGIO DAI GIORNALI DI OGGI

VENERDì 19 FEBBRAIO 2021
Espulsi quelli del No

Ad andare via, a fare la scissione, non ci pensano neanche. Perché il Movimento, l’originale, sono loro. Lo ripetono allo sfinimento, i “big” finiti nel calderone dei 15 espulsi ieri, dopo aver votato no alla fiducia al governo Draghi. Barbara Lezzi e Nicola Morra soprattutto, ma anche Vilma Moronese, Matteo Mantero: colonne dei 5 Stelle, i primi a entrare in Parlamento nel 2013, gli “amici di Beppe Grillo”, come si chiamavano una volta: solo che loro lo erano davvero. E pure Elio Lannutti, uno dei pochi che poteva ancora vantare il filo diretto con Genova. Ma adesso lui, il Garante che ha scelto di fidarsi dell’ex capo della Bce, li chiama “marziani” e dice che il M5S non è più quella roba lì. Così, mentre il suo blog seguiva in diretta l’arrivo su Marte del “rover” della Nasa chiamato Perseverance, a 470 milioni di chilometri di distanza, nell’aula di Montecitorio un’altra pattuglia di 16 eletti Cinque Stelle voltava le spalle alla “sfida” in cui il grosso del partito ha deciso di imbarcarsi.Anche loro votano “no”, incuranti dell’“avvertimento” che è arrivato ieri mattina con l’espulsione di chi – secondo lo Statuto M5S e il regolamento del gruppo – non ha rispettato l’esito della votazione su Rousseau, finita 60 a 40 per chi sceglieva di turarsi il naso. Ma Morra, Lezzi e gli altri non vogliono accettare il verdetto: lo considerano illegittimo, perché è firmato da quel Vito Crimi che non sarebbe più in carica come reggente; contestano il quesito su cui era basata la consultazione (si parlava di un super-ministero che non è nato); ritengono che il vincolo riguardi il voto di fiducia a un presidente del Consiglio incaricato dal Movimento. Credono, insomma, che dire no a Draghi e all’ingresso in una maggioranza dove siede anche Silvio Berlusconi, sia assolutamente in linea con i principi che dovrebbero muovere l’azione dei portavoce 5Stelle in Parlamento. E dalla loro hanno Davide Casaleggio, il primo a dire – subito contraddetto dal Garante – che la reggenza di Crimi sia bella che finita. E pure Alessandro Di Battista, che da qualche giorno “non parla più a nome del Movimento”, ma parla, eccome, e si mette alla guida dell’opposizione.Per la loro battaglia in tribunale, si sono rivolti a Lorenzo Borrè, lo storico avvocato dei dissidenti grillini, che da anni segue le cause di quelli che – anche Lezzi, Morra &C. – hanno ripetutamente cacciato via per le ragioni più varie, tra cui i voti in dissenso rispetto alle indicazioni del gruppo. Lo ricordano, quelli che ieri hanno detto sì, pur controvoglia: “Molti di noi si sono adeguati, c’è gente che ha pianto in aula! Sapevamo che questa roba non sarebbe stata indolore, ma le regole sono sempre valse per tutti e abbiamo sempre ripetuto quel che diceva Gianroberto: ‘Ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli’”. Il proverbio grillino, va detto, ormai suona parecchio datato: è il paradosso del Movimento che ora si ritrova a cacciare chi fa quello che tutti si aspettavano facesse. Ma è evidente che in questa partita, oltre al fortissimo richiamo di Grillo, ha giocato anche quella forma di “assuefazione” al potere, costruita nei 30 mesi passati al governo e riassumibile così: “Si stanno scannando per chi deve fare il sottosegretario, figurati se pensano ai ricorsi contro le espulsioni”.

La verità è che sperano che se ne vadano e sognano l’irrilevanza a cui verrebbero condannati una volta persa la vetrina Cinque Stelle. Ma solo qualcuno – vedi Mattia Crucioli – crede che la strada del nuovo gruppo sia quella da percorrere. Certo, si è studiata anche quella (c’è il simbolo “in sonno” dell’Italia dei Valori) ma nessuno sta lavorando in quella direzione: restare dentro, questo è l’obiettivo. Per potersi godere da vicino l’effetto che farà vedere gli altri costretti ad ammettere di aver sbagliato. Lezzi addirittura annuncia di volersi candidare a uno dei posti previsti dal nuovo organo collegiale che guiderà il Movimento. Sempre che a quel punto sia rimasto qualcosa da guidare.

Pagine gialle

Pagine gialle

Premesso che soltanto gli sciocchi non cambiano idea e chiunque può essere appeso a vecchie teorie tradite dalla pratica, e soprattutto che si approda molto meglio di come si era salpati, premesso tutto questo, laddove si disse «povero paese dove si discute di alleanze…

Noi non ci alleiamo con nessuno… non ci alleiamo, la demolizione è cominciata, li mandiamo tutti a casa… sono io il garante contro la scilipotizzazione della politica… alleanze è una parola terribile… non faremo mai alleanze, né a destra né a sinistra… non facciamo alleanze, è un principio inderogabile… pensare che faremo alleanze è come pensare che un panda mangi carne cruda, è contro natura… non ci alleiamo, sarà la rete a controllare», ora si dica: Lega Nord, Movimento associativo italiani all’estero, Partito liberale italiano, Partito sardo d’azione, Movimento per la sovranità, Partito socialista italiano, Partito democratico, Articolo Uno-Mdp, Possibile, Sinistra italiana, Italia viva, Centro democratico, Centristi per l’Europa, Partito autonomista trentino tirolese, Südtiroler Volkspartei, Patto dei democratici per le riforme-Sicilia futura, Alternativa popolare, Popolo protagonista, Popolari per l’Italia, Moderati, Forza Italia, Azione, Più Europa, Noi con l’Italia, Fare, Scelta civica, Direzione Italia, Unione di centro, Cantiere popolare, Cambiamo con Toti, Identità e azione-Popolo e Libertà, Radicali italiani, Partito socialista-Nuovo Psi, Partito pensionati, Alleanza di centro per i territori, Unione sudamericana emigrati italiani (elenco provvisorio e probabilmente incompleto delle alleanze strette da Beppe Grillo).

Clamoroso

Norme che regolano al momento la pandemia: 450. Senza contare le Faq del governo e gli accorgimenti normativi anti-Covid che, sempre in questo periodo, sono stati approvati anche dalle Regioni e dagli Enti locali [Cavalcoli, CdS].

In prima pagina
• Perseverance, il rover della Nasa lanciato nello spazio 203 giorni fa, alle 21.43, ora italiana, è atterrato su Marte. Servirà ad aiutarci a rispondere alla domanda: c’è mai stata la vita sul pianeta rosso?
• Anche la Camera ha votato la fiducia al nuovo governo. I sì sono stati 535, i no 56, cinque gli astenuti. Tra i deputati grillini, 16 hanno votato contro, 12 erano assenti, quattro si sono astenuti
• Il M5s espelle i 15 senatori (tra i quali Lezzi e Morra) che non hanno votato la fiducia a Draghi. Appello di Beppe Grillo contro la scissione: «I grillini non sono più marziani»
• Rocco Casalino fa sapere che potrebbe candidarsi alle prossime elezioni
• Il Tribunale di Bolzano assolve Alex Schwazer, 36 anni: nel 2016 non ha fatto uso di sostanze dopanti
• In provincia di Vicenza un uomo ha ucciso la moglie e poi si è impiccato, a Milano i carabinieri hanno arrestato un uomo di 28 anni accusato di aver ammazzato la compagna di 49, e vicino a Siracusa la polizia, scavando nel giardino della villa di un sospettato, avrebbe trovato i resti di due persone scomparse dal 2014
• I morti di Covid ieri sono stati 347. Sale ancora il tasso di positività, ora al 4,8%. Cresce il numero di ricoverati in terapia intensiva (+2). Le persone vaccinate (due dosi) in Italia sono 1.315.604 (2,18% della popolazione)
• Quattro casi di variante inglese scoperti ai Mondiali di sci di Cortina, Letizia Moratti fa saltare il direttore generale della Sanità lombarda, Bruxelles lancia l’allarme: allevamenti visoni a rischio in tutta Europa, l’aspettativa di vita negli Stati Uniti è scesa a 77,8 anni, il dato più basso dal 2006
• Facebook, in risposta alla proposta di legge che impone ai giganti del web di pagare gli editori per le news, ha bloccato la condivisione di notizie in Australia
• La Nuova Zelanda garantirà assorbenti gratuiti a tutte le studentesse
• Il nuovo Patriarca di Serbia è il moderato Porfirije Peric, 59 anni. Un’elezione che apre spiragli per uno storico incontro con il Papa
• Si è dimesso il primo ministro della Georgia, Giorgi Gakahria: è contrario all’arresto del leader dell’opposizione
• Il nuovo presidente del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Tokyo è una donna: si chiama Seiko Hashimoto
• Nel gigante mondiale di Cortina Lara Gut-Behrami ha beffato per due centesimi Mikaela Shiffrin. Deludono le italiane

Titoli
Corriere della Sera: Fiducia a Draghi. I 5 Stelle frenano
la Repubblica: Vaccini, Draghi accelera
La Stampa: Draghi: modello Genova per il Recovery
Il Sole 24 Ore: Ambiente, 640 progetti in attesa dell’ok
Avvenire: Draghi fa il bis e parte
Il Messaggero: Stretta sui colori, Lazio a rischio
Il Giornale: Dai 5 Stelle alle stalle
Leggo: Regioni arancioni e zone rosse
Qn: Vaccini, i Nas in Veneto e da Arcuri
Il Fatto: I 5 Stelle cacciano chi è fedele ai 5 Stelle
Libero: Il Papa licenzia chi non si vaccina
La Verità: Inchieste, disastri, arroganza / Perché Arcuri deve dimettersi
Il Mattino: Draghi, 5 Stelle a pezzi
il Quotidiano del Sud: Questa volta o mai più
il manifesto: Stelle filanti
Domani: I dati sul Covid restano segreti / Il ministero blocca la ricerca

 

Delitti e suicidi

Domenico Bizzotto, anni 83, e Antonia Rattin, 77, marito e moglie, sono
stati trovati morti nella loro casa in via Ca’ Dolfin a Rosà, in provincia di
Vicenza. Lei, supina, uccisa con un oggetto contundente e coperta con un
lenzuolo. Lui impiccato a una trave in un’altra stanza. Tutto lascia pensare
che l’uomo prima abbia ammazzato la moglie e poi si sia ucciso. Non si
conoscono i motivi del gesto.

Mercoledì notte, in un ostello di viale Doria, in zona Loreto, a Milano, i
carabinieri hanno arrestato tale Alessio Nigro, 28 anni, alcolista senza fissa
dimora. È accusato dell’omicidio della compagna, tale Lidia Peschechera, di
anni 49, capelli tinti di rosso, piercing al naso, svariati tatuaggi, divorziata,
attivista animalista e per i diritti Lgbt, un cane e cinque gatti. Il delitto
sarebbe avvenuto a Pavia il 12 febbraio. La Peschechera, dopo una violenta
lite, aveva deciso di cacciare il Nigro dalla propria casa, un appartamento ai
margini del centro, vicino al fiume Ticino. Lui «ha confessato ai militari di
averla strangolata ed essere rimasto nell’appartamento di lei per tre giorni in
compagnia del cadavere prima di fuggire con chiavi di casa, carte di credito,
contanti, documenti e telefonino della vittima con cui ha cercato tramite
messaggi di non far impensierire chi le scriveva. A Nigro i carabinieri sono
risaliti dopo l’allarme lanciato dal datore di lavoro della donna, che,
insospettito dagli sms, si era rivolto all’ex marito. Così, mercoledì, i vigili del
fuoco sono entrati nell’appartamento pavese da una finestra e hanno
trovato il corpo di lei adagiato nella vasca da bagno, vestito e coperto da un
asciugamano bianco, come si fa con i morti. L’ultimo gesto di rispetto di
una storia tragica e disperata» [Gentile, Mess].
«Ai pm di Pavia, Nigro ha raccontato di aver conosciuto Lidia quando era a Londra e
faceva il barman. All’epoca stava bene, anche se ogni tanto esagerava con l’alcol. Poi
l’anno scorso, per colpa del Covid, il 28enne ha perso il lavoro, è rientrato in Italia ed è
definitivamente caduto nell’alcolismo. Beveva troppo, sempre di più. “Mio padre ha
provato ad aiutarmi”, ha spiegato. Per almeno tre volte è entrato e uscito dalle comunità.
Lidia si è avvicinata a lui, alla fine di ottobre lo ha accolto in casa. Ma il 28enne non la
smetteva di bere, i suoi scatti d’ira erano insostenibili: lei non ce la faceva più, a
un’amica aveva confessato di volerlo lasciare. Venerdì scorso però Lidia era felice: Nigro
aveva finalmente accettato di rivolgersi al Sert di Treviglio, nella Bergamasca. E proprio
quella mattina aveva il primo appuntamento. “Sono uscito presto di casa, subito ho
iniziato a bere”, ha raccontato. Tanto che si è addormentato sul treno e si è risvegliato a
Brescia. Quando è tornato a casa di Lidia, alle 5 del pomeriggio, era completamente
ubriaco. Lei si è arrabbiata, ha urlato, lo ha messo alla porta. “Sono andato in bagno a
prendere le mie cose” e Lidia, disperata, lo ha seguito anche lì. Così Nigro l’ha spinta
nella vasca e le ha stretto le mani attorno al collo» [Serra, Sta].

Il procuratore generale di Catania Roberto Saieva ha emesso un decreto di
fermo nei confronti di Giampiero Riccioli, 50 anni, accusato di omicidio e
soppressione di cadavere. La polizia, scavando nel giardino della sua villa, a
dieci chilometri da Siracusa, avrebbe trovato una busta contenente
indumenti nascosta in una sorta di pozzo a un metro e mezzo di
profondità. L’uomo, martedì sera, si era allontanato dalla sua abitazione
(forse aveva capito che per lui le cose si mettevano male). È stato
rintracciato ieri sera. «Il 12 maggio 2014 avrebbe ucciso Alessandro
Sabatino, 40 anni e Luigi Cerreto, 23 anni, casertani, che lavoravano nella
villa come badanti del padre ottantenne: li aveva assunti lui. I motivi,
dicono gli inquirenti, sono da ricercare probabilmente nell’atteggiamento
dei due badanti che avrebbero preso le difese dell’anziano, che secondo
quanto ha riferito l’amministratrice di sostegno veniva lasciato con poco
cibo e senza medicine dal figlio» [Mess].

Pulci di notte

di Stefano Lorenzetto

Classifica dei giornali che, dal 1° gennaio al 15 febbraio, hanno utilizzato per ben 99 volte la stereotipata espressione «leoni da tastiera», qualunque cosa essa significhi: Il Giorno 5 volte, Libero 4, La Tribuna di Treviso 4, La Gazzetta del Sud 4, Il Gazzettino 3, La Verità 3, Il Secolo XIX 3, Corriere Adriatico 3, Corriere della Sera 2, La Repubblica 2, Il Foglio 2, La Nuova Venezia 2. Tralasciamo le innumerevoli testate con una sola citazione, che non saranno costrette a sostituire le tastiere graffiate dai leoni.

A proposito di tastiere. Ecco la lista dei ministri del governo Draghi secondo la pagina Facebook della Repubblica: «Daniele Franco all’Rconomia, Giancarlo Giorgetti sivluppo economico, Stefano Patuanelli all’Agricoltura, Giovanni alle Infrastrutture, Patrizio Bianchi all’Istuzione». Mi si sono intrecciati i diti. Me li streccia?

Firma posta in testa al giro dell’editoriale scritto dal direttore della Verità: «di Mautizio Belpioetro». Devono essersi intrecciati i diti anche a Caio o Sempronio.

Costretto dal Vaticano a sloggiare dalla Comunità di Bose da lui fondata, fratel Enzo Bianchi ha trovato rifugio presso La Repubblica, dalle cui pagine ha offerto un dotto articolo che parla dell’«urgenza di instaurare uno stile sinodale», di «un sinodo come convegno», della richiesta rivolta da papa Francesco ai vescovi «per incominciare un processo di sinodo nazionale», del «dare inizio al processo di sinodalità», della «sinodalità come camminare insieme», della «sinodalità come cammino». Conclusione: «I temi posti sono importanti ma più decisivo è il processo di sinodalità da mettere in moto. Per ora, però, pochi lo vogliono e la maggior parte non sa e non vuole sapere cosa sia!». Fra costoro, i lettori.

Dalla Verità: «Il lapsus linguae è riguardato addirittura il nuovo governo di Mario Draghi». Aggiungeteci pure il lapsus calami: si scrive «ha riguardato».

Titolo dalle cronache regionali del Corriere della Sera: «Schiacciato da un masso mentre è in macchina. Morto il pittore delle valli». Sommario: «Morbegno, la roccia ha centrato l’auto con precisione millimetrica». Già la parola millimetri riferita a un masso suona surreale. Per il resto, mancano soltanto gli applausi a scena aperta.

Titoli da un’unica edizione del Fatto Quotidiano. Pagina 4: «Ora le riforme volute dall’Ue». Pagina 5: «Ora la Lega gongola». Pagina 6: «Il Pd ora scende dalla Sea Watch». Suggeriamo di cambiare la testata: Le Ore.

La Repubblica fa parlare i gestori degli impianti sciistici di Pian del Munè, in Piemonte, che hanno deciso di aprire le piste nonostante il provvedimento di chiusura disposto tardivamente dal ministro Roberto Speranza: «Dovrebbero chiederci almeno le scuse». Bei tempi quando le scuse si facevano o si porgevano.

Sottotitolo dalla Verità: «Inaugurata in grande spolvero la struttura alla Fiera di Bari “copiata” dalla vituperata Lombardia». In grande spolvero? La locuzione giornalistica di solito si applica alla forma fisica, specialmente di atleti e artisti, non certo a una inaugurazione, che semmai avviene in pompa magna.

Dalla Gazzetta di Mantova: «Ha tentato di farla finita per una delusione d’amore: così un giovane di 24 anni, ieri, è rimasto ferito in uno scontro con un treno, vicino alla stazione di Schivenoglia». Scontri ravvicinati del terzo tipo.

SL

 

IN EDICOLA/CRONACA

“Quel cranio te lo spappoliamo” La mafia dei sinti domina Latina

“Quel cranio te lo spappoliamo” La mafia dei sinti domina Latina

I clan Di Silvio e Travali, tra estorsioni e omicidi

di  | 19 FEBBRAIO 2021

Se tifi per la tua squadra e vuoi una maglietta autografata dai tuoi campioni, devi chiedere il permesso al clan. Se un pusher vuole spacciare in proprio, deve pagare il clan, o rischia botte e pallottole. Se hai un debito e non lo paghi, la tua vita è in mano al clan, fino allo sfinimento. E se il clan viene a sapere che qualcuno ti deve dei soldi, molti soldi, li incassa per te. E se ti va bene ti lascia le briciole.

Latina non è Reggio Calabria né Palermo, eppure vanta una nobiltà mafiosa: ha partorito una mafia tutta sua. Né Cosa Nostra, né ’ndrangheta, né camorra: la Corte d’appello – manca quindi soltanto il sigillo della Cassazione – ha attribuito al clan sinti dei Di Silvio il crisma di associazione mafiosa autoctona. Parliamo di 70 anni di storia, se consideriamo che la famiglia che genera la mafia di Latina giunge in città negli anni 50. L’altroieri è stato il turno di un altro clan sinti, quello dei Travali, che con una sfilza di arresti s’è trovata stampata, nero su bianco, in un’ordinanza di 358 pagine firmata dal gip Andrea Fanelli, l’accusa di aver violato il 416 bis. Quel che colpisce è la capacità d’intimidazione, il terrore che scaturisce e si diffonde dalla loro violenza, in un teatro dove le scene madri sono sempre quelle dello spaccio e dell’usura.

La droga, innanzitutto. Chi vuole spacciare, deve spacciare per loro. Oppure deve pagare. È il caso di un piccolo spacciatore, Luca Parlapiano, che però non ci sta. Un giorno incontra Salvatore Travali – lo racconta un testimone – che lo insulta pesantemente. A quel punto Parlapiano gli punta la pistola e per tutta risposta si sente dire: “Sparami in testa perché se mi pigli e non mi ammazzi sei un uomo morto”. Parlapiano ripone l’arma. Il boss Angelo Travali, quando viene a conoscenza dell’episodio, decide di punirlo: si presentano a casa della fidanzata e le crivellano di colpi prima l’auto e poi le vetrate di casa. Nel capo d’accusa si racconta che altri colpi vengono esplosi alla vetrata del Bar 111, riconducibile alla famiglia della ragazza, ma soprattutto viene intercettata una conversazione tra Salvatore Travali e Parlapiano, nella quale quest’ultimo spiega di essere armato: “Metti ’sta cosa in tasca” gli dice Travali “ah Luchetto ti sto parlando… fa’ l’uomo… vieni qua… mamma te lo giuro… appena ti piglio quel cranio te lo frantumo…” “tu pensi che scappo e tiri fuori la pistola… a deficiente…”. E ancora: “Quel cranio te lo spappoliamo…”. Se non spaccia per i Travali, non c’è altra strada: Parlapiano deve versargli 30mila euro. È la legge del clan. Ed è una legge ancora più spietata quando si tratta di usura.

Il signor Simone Gallinaro aveva pensato di aver baciato la fortuna quando nel 2010 grattò il biglietto giusto della lotteria “Turista per caso”. E questo racconta agli investigatori della Squadra mobile di Latina quando viene sentito durante le indagini. Però, nel racconto dell’accusa, si scopre che dal 2012 al 2015 per lui arriva l’inferno. La vincita consisteva in 200mila euro più una rendita di 6mila mensili per 20 anni. In totale: 1,64 milioni. Nel 2012 – probabilmente dopo l’acquisto di un appartamento – chiede però 3mila euro in prestito a un uomo del clan. L’accordo: il mese successivo ne restituirà 8mila. Gallinaro versa i 6mila della rendita. Quindi ne mancano 2mila. Ma non li ha. Viene costretto a cedere l’auto della moglie. E in più – a causa del ritardo – altri 8mila euro per il mese successivo. Con una postilla: se non ce la fa deve cedere l’appartamento. Ed è quello che accade. Gallinaro vende per 88mila euro, cede tutto, e poi va a vivere in affitto. Piccolo dettaglio: l’appartamento l’aveva acquistato l’anno prima a 180mila euro. Più 140mila euro di ristrutturazione. Ma non è finita qui. Si ritrova a dover acquistare, per conto del clan, un arredamento completo da un mobilificio (35mila euro), poi 43mila euro di abbigliamento, e uno scooter TMax per 7mila euro. Il tutto indebitandosi con le cambiali perché non aveva più un centesimo.

Il signor Daniele Parcesepe è il titolare di un’azienda agricola che un giorno fa l’errore della sua vita: confida a un amico di vantare un credito di 350mila euro nei confronti di un’altra azienda. E che non riesce a riscuoterlo. L’amico un bel giorno lo chiama e gli chiede di raggiungerlo nell’azienda in questione, quella del debitore, dove Parcesepe lo incontra in compagnia di quattro uomini che lo “accerchiano”, gli impediscono di andar via e lo costringono a salire nell’ufficio del suo debitore, dove incontrano il presidente del consiglio di amministrazione. L’uomo del clan conduce le trattative per la riscossione del credito: si accorda per 250mila euro, quindi 100mila in meno, che saranno consegnati nel pomeriggio con degli assegni. Condizioni che Parcesepe, però, di suo non avrebbe mai accettato. Fosse soltanto questo. Uscito dall’ufficio, giunto per strada, viene afferrato per la giacca con un messaggio chiaro: 150mila euro vanno al clan, e subito, per l’intervento effettuato. E ovviamente, questi soldi, non ce li ha. Finisce che consegna, di volta in volta, il 75 per cento degli assegni postdatati ricevuti dal suo debitore per un totale, secondo il suo racconto, di una cifra tra i 150mila e i 180mila euro.

Tra i teatri preferiti dal clan c’era anche lo stadio. E secondo l’accusa – l’inchiesta è stata condotta dai pm Luigia Spinelli, Corrado Fasanelli e Ilaria Calò – aveva “di fatto occupato militarmente anche la squadra di calcio del Latina, gestendo la curva, la tifoseria e imponendo con prepotenza e arroganza le proprie regole e le relative sanzioni ai trasgressori”. A trasgredire, un giorno, è Tullio Apicella, che alla Squadra mobile racconta: “Nella primavera del 2015 avevo fatto autografare una maglietta a un giocatore della squadra, e avevo pubblicato un post su Facebook con la foto della maglietta autografata”. E Francesco Viola non ci sta. Viene fissato un appuntamento e secondo l’accusa Viola, con queste parole, spiega al ragazzo come funziona: “Allo stadio comandiamo noi. Noi abbiamo fatto una scelta di vita di strada e sulla strada ’ste cose si pagano”. E così, per la maglietta autografata senza il permesso di chi comanda, chiedendo soldi in prestito salda un conto da ben 12mila euro.