martedì, 3 Agosto 2021
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IL MEGLIO E IL PEGGIO DAI GIORNALI DI OGGI

MERCOLEDì 10 FEBBRAIO 2021

Memento Monti

di  | 10 FEBBRAIO 2021

Se anche gl’iscritti 5Stelle gli diranno sì, Mario Draghi avrà la fiducia più larga della storia repubblicana: 596 deputati su 629 e 302 senatori su 321. Gli voterebbero contro soltanto i 33 deputati e i 17 senatori FdI (e meno male che c’è la Meloni: i governi senza opposizione esistono solo nelle dittature). Un record bulgaro che straccerebbe quello dell’altro SuperMario, Monti, “fiduciato” 10 anni fa con 556 voti alla Camera e 281 al Senato (contrari solo i 59+25 leghisti, a cui s’aggiunsero ben presto i 21+12 dipietristi di Idv, che avevano votato solo la prima fiducia per poi passare all’opposizione). Monti per tre mesi fece il bello e il cattivo tempo sull’onda di un’emergenza drammatica: lo sfascio economico-finanziario in cui il governo B.-3 ci aveva precipitati. Poi, dinanzi alle scelte impopolari di massacro sociale dettate dalla lettera della Bce di Trichet & Draghi, che fecero pagare ai pensionati e ai lavoratori l’intero costo della crisi, la luna di miele finì e iniziarono i distinguo dei partiti. B., capo di quello di maggioranza relativa, iniziò a fare il capo dell’opposizione con la grancassa dei suoi media: Monti passò dal consenso al dissenso e fu persino costretto a sloggiare anzitempo. Tentò di vendicarsi fondando Scelta Civica con Fini e Casini, ma nel 2013 prese poco più dei voti degli alleati Fli e Udc. Gli elettori punirono duramente anche i due azionisti principali del suo governo, FI e Pd, che persero 6,5 e 3,5 milioni di voti, regalando il 25,5% ai debuttanti 5Stelle.

Ora, Draghi non è Monti e l’Italia del 2021 non è quella del 2011: grazie a Conte e ai presunti “incompetenti”, lo Stato non ha problemi di cassa, anzi sta per incamerare 250 miliardi dall’Ue tra Recovery e fondi di coesione, non appena presenterà quel Plan che sarebbe già pronto se l’Innominabile non l’avesse preso in ostaggio dal 5 dicembre. E le altre emergenze sono avviate a soluzione da Conte e dai presunti “incompetenti”, con una gestione della pandemia e una campagna vaccinale tra le più efficaci d’Europa. Ma i frutti di quella cascata di soldi si vedranno tra qualche anno, quando anche Draghi sarà passato (forse al Colle). Il suo governo, però, è molto simile a quello di Monti perché tiene tutti dentro. Il che oggi è un elemento di forza. Ma, quando cambieranno i sondaggi e finirà la luna di miele coi partiti, sarà un fattore di debolezza. A meno che qualcuno non creda davvero che il M5S della Spazzacorrotti, delle manette agli evasori, della legge sul voto di scambio politico-mafioso e della blocca-prescrizione possa convivere amabilmente per due anni con un corruttore seriale, pregiudicato per frode fiscale, nove volte prescritto per gravi reati, amico e finanziatore dei mafiosi.

O che Salvini si sia convertito all’europeismo, alla progressività fiscale e all’accoglienza. O che Pd e LeU abbiano archiviato per sempre le differenze destra-sinistra. Più si avvicineranno le elezioni, più ciascun partito riscoprirà le differenze dagli altri, non foss’altro che per trovare qualcosa da dire agli eventuali elettori. Ai quali ciascuno dovrà presentare i propri successi degli ultimi mesi, se ne avrà ottenuti. E sarà un guaio soprattutto per il M5S che, avendo il gruppo parlamentare più ampio e gli elettori più esigenti, avrà suscitato le maggiori aspettative. Nel Conte-1 aveva 9 ministri (più il premier) contro 8 leghisti e 3 indipendenti. Nel Conte-2, 11 ministri (più il premier) contro 9 del Pd, 1 di LeU e 2 indipendenti. Infatti è sua la gran parte delle leggi di questi tre anni. Ma con Draghi, a quel che si dice, avrà 3 o 4 ministri su 20 o più. E nessuno sa ancora quali. Cosa potrà mai ottenere o mantenere? Che senso ha il mantra del “restare dentro per controllare meglio”? Certo, se strappasse ai vecchi e nuovi alleati Giustizia, Lavoro, Ambiente-Sviluppo e Istruzione con l’impegno scritto, in un contratto di governo, di non toccare le loro leggi-bandiera, sedersi a quel tavolo sarebbe giusto, anzi doveroso. Ma non è aria: tra qualche giorno, salvo miracoli, l’ammucchiata degli altri partiti riesumerà la prescrizione con un emendamento al Milleproroghe.

I numeri in Parlamento e nel governo sono contro i 5Stelle. I media esultano come un sol uomo per la “fine dell’incompetenza”, cioè per la loro fine, preferendo di gran lunga la competenza dei criminali e dei loro compari (nessuno scandalo per la presenza alle consultazioni di B. e del tappetino di Bin Salman). Che senso ha piazzare qualche ministro, magari nei posti sbagliati, per poi assistere impotenti ai nuovi e vecchi alleati che giocano a bowling con le loro conquiste? Se proprio non si vuole dire di no al governo Draghi, cioè a Mattarella che l’ha imposto con la manovra a tutti nota, nulla impone di dire sì, per giunta al buio (a meno che il voto su Rousseau non sia un concorso di bellezza: “Vi piace Draghi?”). Si possono dettare condizioni sui temi del M5S. E, se vengono respinte, ci si può astenere per avere le mani libere e votare di volta in volta su ciascun provvedimento. Per questo il quesito deve prevedere “fiducia” e “sfiducia”, ma anche “astensione”. Se prevarrà la berlingueriana “non sfiducia”, il governo Draghi diventerà pienamente “politico”, perché dovrà scegliere ogni giorno se dipendere dalla Lega o dal partito di maggioranza relativa. E si vedrà anche se la futura coalizione giallorosa M5S-Pd-Leu intorno a Conte esiste ancora, o è soltanto un pezzo di antiquariato o un’esca per gonzi.

Quel fascino discreto di astenersi

Sono convinto che in queste ore decisive per il futuro della Nazione non siano in pochi a meditare sul fascino discreto dell’astensione. Per i grillini più lacerati, tra coloro cioè chiamati a decidere sulla piattaforma Rousseau se il M5S debba concedere oppure no la fiducia al nascente governo Draghi, la terza opzione non sarebbe forse un provvidenziale salvagente? E il nì coniato dal professor Michele Ainis non farebbe un gran comodo ai Fratelli d’Italia, combattuti tra l’orgoglioso isolamento propugnato da sorella Giorgia e il timore di finire inutilizzati nel frigorifero dello storia, come accadde a Giorgio Almirante al tempo dell’onda nera missina? E poi, astenersi in prima battuta per poi decidere quali provvedimenti dell’esecutivo di SuperMario votare e quali no non sarebbe il modo migliore per marcare stretto quell’intruppone di Matteo Salvini? Siate sinceri compagni duri e puri di LeU, esserci ma anche non esserci non è il vostro sogno nel cassetto per evitare contaminazioni con i sequestratori di Ong e gli amici di Casapound? (quanto a Roberto Speranza abbia pazienza e salti un giro).

L’elogio delle mani libere rievoca un antico governo della non sfiducia. Era il 31 luglio 1976, e mentre l’Italia viveva l’ordinaria emergenza del terrorismo e della lira a picco, nasceva il terzo gabinetto Andreotti con il voto favorevole della Dc e dei sudtirolesi, e le astensioni di Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli. Riuscì, pensate, a restare a galla un paio d’anni. Da ciò si ricava la natura multiforme dell’astensione che oltre alla consueta modalità sospensiva può manifestarsi nella veste opportunista (qui lo dico e qui lo nego), cinica (che mi dai in cambio?), intimidatoria (il nì che promette un no), fausta (oppure un sì). Si può dare vita insomma a un ventaglio cangiante di posizioni, a un acrobatico triplo salto con piroetta, o se preferite a un kamasutra di salute pubblica. Va detto infine che nello stretto interesse del premier pervenire (o non frapporre ostacoli) a una scrematura dei più incerti e dubbiosi potrebbe non essere un danno. Per arginare il rischio di un’ammucchiata troppo indistinta e dunque incline alla contrattazione sfibrante e alla politica del rinvio. Ma ecco qui di seguito un paio di massime utili. “Non appena ci manifestiamo in un modo o nell’altro, ci facciamo dei nemici. Se vogliamo farci degli amici o conservare quelli che abbiamo, l’astensione è di rigore” (Emil Cioran). Ma anche: “Nel rischio astieniti” (Marcello Marchesi).

I pincopallini

I pincopallini

Spero non vi stiate facendo un’idea sbagliata. Perché lo so, state guardando lo struscio, l’andirivieni di mammasantissima a baciare l’anello, e vi domandate chi, di queste piume al vento, al primo refolo se ne volerà via. Chi, più precisamente, occulti il coltello dietro alla schiena pronto ad alzarlo al momento opportuno. Ma sbagliate. Naturalmente sì, in quella sfilata di adulatori del tramonto, prevedibili e imprevedibili, si nascondono i traditori dell’alba, ma non è di loro che Mario Draghi dovrà preoccuparsi. Loro, al massimo, saranno il sicario. Ma i mandanti? Bè, pensateci su un momento.

Per esempio, dagli incontri di queste ore, scivola da sotto le porte l’ipotesi di prolungare le lezioni scolastiche sino alla fine di giugno, affinché questi ragazzi ai domiciliari da quasi un anno recuperino qualcosa, mettano su un centimetro alla statura di classe dirigente di domani. E subito si sente dire che non serve, anche la didattica a distanza è, appunto, didattica, e poi gli orari, i contratti, i precari eccetera. Nessuno sforzo per capire come fare, ma un immediato mezzo sforzo per dire che non si può fare. E badate, noi quali riforme occorrano lo sappiamo benissimo, lo sappiamo da decenni, della giustizia, della pubblica amministrazione, del welfare, del fisco, e siamo tutti assetati di riforme, purché riformino gli altri. Ogni pincopallino si opporrà con strepito e scandalo alla riforma dei pincopallini, e ogni pincopallino troverà il suo leader di riferimento a riversare lo strepito e lo scandalo nel Palazzo. Come succede da sempre. Ecco di chi deve preoccuparsi Mario Draghi, di noi pincopallini.

Clamoroso

Nella lingua mandarina non esiste nessuna parola per rispondere “sì” e neanche per rispondere “no” e non si possono neanche coniugare i verbi al passato, e però nemmeno al futuro [Gardini, Sole].

In prima pagina

• Da Draghi ieri si sono presentati sia Berlusconi sia Grillo. Il leader di Forza Italia ha parlato di «governo d’unità nazionale». Il fondatore del M5S, invece, con un video postato ieri sera alle 21.44 ha detto cha la votazione sulla piattaforma Rousseau sarà rimandata di qualche giorno: «Prima di farvi votare dobbiamo aspettare un attimo e vedere cosa annuncia pubblicamente, vi chiedo un attimo di pazienza».

• Conte ha smentito l’articolo del Corriere secondo cui Pd-M5S e LeU sono pronti a offrirgli il seggio da deputato lasciato libero da Padoan

• È morto a 87 anni Franco Marini, sindacalista, democristiano, ministro del Lavoro, presidente del Senato. Aveva tentato due volte di farsi eleggere presidente della Repubblica. Era ricoverato per Covid

• A Washington è iniziato il secondo processo di impeachment contro Trump. È accusato di avere incoraggiato l’attacco al Congresso di inizio gennaio

• Ieri ci sono stati altri 422 morti di Covid. Scendono i ricoveri ordinari, stabili quelli in terapia intensiva. Le persone vaccinate (2 dosi) sono 1.209.126 (il 2 % della popolazione)

• Nella seconda fase del piano vaccinale italiano sarà data priorità alle persone di qualsiasi età con malattie come tumori, diabete e obesità gravi

• Per gli esperti dell’Oms in missione a Wuhan il coronavirus è di origine animale e non è nato in laboratorio

• L’Austria limita la mobilità al confine con l’Italia. È stata individuata una seconda variante brasiliana.

• La sonda Hope degli Emirati Arabi Uniti ha raggiunto l’orbita di Marte

• Il New York Times ha licenziato un giornalista che aveva usato la parola “negro”

• C’è l’ipotesi del killer su commissione per il caso della donna uccisa in casa a Faenza

• Nell’Adige è stato individuato il corpo di un uomo. Potrebbe essere quello di Peter Neumair, sparito il 4 gennaio con la moglie, il cui cadavere è già stato ripescato nello stesso fiume

• Quarto giorno di proteste contro il golpe in Birmania. L’esercito spara proiettili di gomma sui manifestanti, l’Onu ha condannato le violenze e convocato un vertice straordinario

• Secondo l’inchiesta sulla morte di Kobe Bryant «il pilota dell’elicottero entrò nelle nuvole e fu vittima di “illusione somatogravitazionale”»

• S’infittisce il caso della morte di Maradona: tre nuovi indagati per omicidio colposo

• La Juve va in finale di Coppa Italia. Incontrerà la vincente della sfida tra Napoli e Atalanta di questa sera

• Berrettini e Fognini travolgenti agli Australian Open. Passano al secondo turno anche Sonego e Caruso. Eliminati Seppi e Cecchinato

• La nebbia ha fermato i Mondiali di sci di Cortina. Annullato anche il superG femminile

• Netflix aprirà un ufficio a Roma con 40 dipendenti nella seconda metà del 2021

Titoli

Corriere della Sera: Il caos 5 Stelle sulla via di Draghi

la Repubblica: Governo, Draghi detta le condizioni a Salvini

La Stampa: Draghi, l’ultimo ostacolo è Rousseau

Il Sole 24 Ore: Fallimenti, 115 mila aziende ad alto rischio

Avvenire: I leader lanciano Draghi

Il Messaggero: In quarantena anche i vaccinati

Il Giornale: Effetto Berlusconi

Qn: Il piano Draghi per abbassare le tasse

Il Fatto: Rieccolo

Libero: Chiudono 23 caserme / Lo Stato licenzia 3000 navigator

La Verità: Le mascherine cinesi di Arcuri / mettono in pericolo i medici

Il Mattino: De Luca: Dad in tutte le scuole / Sì ai vaccini anche in farmacia

il Quotidiano del Sud: Il capitale della rinascita

il manifesto: Abbiamo svoltato

Domani: L’ambiente è la frattura politica / su cui nasce il governo Draghi

 

Il Foglio

Perché l’arrivo di Draghi potrebbe significare la partenza anticipata di Arcuri

editorialista

Luca Angelini

«Mario Draghi di certo non subirà veti e diktat dei partiti, ma il tema delle vaccinazioni e il rilancio economico sono i punti fondamentali del mandato che gli è stato conferito dal presidente Mattarella. E tenere Arcuri sarebbe un po’ come confermare il Recovery plan di Conte». Luciano Capone, che di Domenico Arcuri sicuramente non è un fan, pronostica così, sul Foglio, la possibile partenza anticipata del manager di Invitalia messo a capo della struttura commissariale sul Covid-19, il cui incarico scadrebbe a fine aprile.

Capone ricorda che Arcuri non piace a molti partiti, ma non è quello il motivo per cui Draghi potrebbe anticipatamente silurarlo e «ringraziarlo per il prezioso lavoro sinora svolto». Un po’ è che «sovraesposizione mediatica, responsabilità crescenti e risultati altalenanti lo hanno fatto diventare (Arcuri, ndr) il parafulmine dell’esecutivo e ora, con il cambio di premier e di maggioranza, il perfetto capro espiatorio». Ma, soprattutto, è che a Capone quel lavoro svolto non sembra esattamente prezioso (qualche dubbio in proposito sarà venuto anche a chi ha letto il Dataroom di Milena Gabanelli e Simona Ravizza al riguardo).

Prendiamo le «primule», i padiglioni temporanei, ispirati da un’idea dell’architetto Stefano Boeri, per le vaccinazioni di massa in piazza. «Rischiano – scrive Capone – di trasformarsi in un simbolo ignominioso della campagna di vaccinazione anti Covid. Insomma, di evocare un po’ ciò che i banchi a rotelle hanno rappresentato per la riapertura delle scuole. È lo stesso bando per le “primule” che, proprio come per i banchi scolastici, è stato modificato e prorogato (degli iniziali tempi troppo stretti avevamo scritto qui, ndr) ad alimentare un senso d’incertezza, anche perché prevede un numero di strutture che va da un minimo di 21 a un massimo di 1.200 (con un costo che va da 8 a 480 milioni di euro), una forchetta talmente ampia che non che può suscitare dubbi sull’avvio di una vaccinazione di massa che è ormai imminente. Le regioni sono scettiche, si stanno organizzando autonomamente come se le “primule” non esistessero, individuando teatri, palazzetti dello sport, palestre, fiere, strutture sanitarie».

Ma essere vaccinati dentro una “primula” o tra quattro mura, diciamolo, per gli italiani non farebbe una gran differenza. Il problema è che, sulla campagna vaccinale, incombono incognite assai più minacciose. L’attuale collo di bottiglia è, come noto, la disponibilità di vaccini da somministrare. E, su questo, concede Capone, «non c’è alcuna responsabilità di Arcuri, visto che gli acquisti sono centralizzati a livello europeo» (e per diversi aspetti è un bene, come spiega David Carretta in un altro articolo del Foglio e come avevamo argomentato qui). Anche se, aggiunge subito dopo, «la campagna scatenata dal Commissario contro le “multinazionali”, anche usando mistificazioni e insinuazioni, che è partita strombazzando sui giornali denunce a Pfizer in sedi nazionali e internazionali e si è poi tragicomicamente conclusa con “diffida” non è il modo migliore per gestire i problemi in una fase così delicata».

Il vero guaio, però, è che il piano vaccinale, al momento, rimane soltanto «poco più di un canovaccio». Tant’è che le Regioni stanno procedendo in ordine sparso, ognuna per sé. «Ciò che in generale manca – accusa Capone – è un coinvolgimento delle reti professionali che hanno una presenza capillare sul territorio, come i medici di base che sono fondamentali per individuare le persone più fragili e fornire le liste per le priorità». A Capone viene il sospetto che la scarsità (innegabile) di dosi sia tornata utile per scaricare le colpe su altri (le multinazionali farmaceutiche) e celare nodi destinati a venire presto al pettine: «il forte dubbio è che finora le cose sono andate bene perché si stavano raccogliendo i low hanging fruits, le vaccinazioni più semplici da fare, quelle per le persone più informate e più facili da contattare e convocare (medici, personale sanitario e Rsa). Il timore è che non ci sia l’organizzazione necessaria quando si passerà a tutta la popolazione, in particolare anziani, disabili e persone non autonome». Per questo molti esperti spingono per coinvolgere la Protezione civile, «che ha una forte presenza sul territorio e competenze per supportare operazioni del genere».

Un quadro che Mario Draghi ha senz’altro ben presente. Ed è all’interno di quella cornice che farà la sua scelta. Potrebbe scegliere il “modello Bertolaso” suggeritogli da Salvini (basato, appunto sulla Protezione civile), ma anche quello a stelle e strisce, ossia «il coinvolgimento di un professionista della logistica, magari proveniente dal mondo delle forze armate, per depoliticizzare quel ruolo. Il modello usato negli Stati Uniti, che hanno affidato la missione a Gustave Perna, il generale responsabile della logistica dell’esercito americano». In ogni caso, Capone pronostica che Draghi deciderà prima del 30 aprile. E che Arcuri potrebbe ritrovarsi con un incarico in meno prima di quella data.

New York Times

La prova del Dna, 36 anni dopo, per salvare la memoria di un condannato a morte

editorialista

Elena Tebano

Sedley Alley è stato ucciso con un’iniezione letale nel 2006, in Tennessee. Era stato condannato per l’omicidio avvenuto nel 1985 di una soldatessa dei Marine americani, Suzanne Collins, allora 19enne. La giovane era andata a correre dopo cena intorno alla base militare della Contea di Shelby, Tennessee. Non è mai tornata: qualcuno l’ha picchiata selvaggiamente, fracassandole il cranio, poi l’ha stuprata e torturata con una brutalità indicibile, lasciandola a morire da sola. Alley, che aveva problemi di alcol, è stato arrestato il giorno dopo l’omicidio sulla base della testimonianza di due marines che, poco dopo aver incrociato la vittima che correva, avevano visto un’auto simile alla sua. Il New York Times racconta che adesso la figlia di Alley, April, sta cercando di dimostrare la sua innocenza attraverso l’analisi del Dna: sull’auto dell’uomo erano state trovate delle macchie di sangue di tipo 0 (lo stesso della vittima ma anche del presunto omicida), ma all’epoca non si facevano analisi genetiche dei reperti. Anche i vestiti dell’assalitore, trovati nelle vicinanze non erano mai stati testati per il Dna. Una richiesta simile era già stata fatta nel 2001 e respinta da una corte del Tennessee. Ora nuovi precedenti di legge fanno pensare che l’analisi del Dna possa essere autorizzata, anche perché l’argomento usato dalla Procura del Tennessee per opporsi alle nuove analisi è solo che Alley è già stato giustiziato.

(Per inciso: April, la figlia di Alley, è cresciuta con i nonni materni, dopo che sua madre è morta quando lei aveva solo 4 anni. Fino a quando non ne ha avuti 20 non ha avuto contatti con suo padre. Poi lo ha cercato e gli ha chiesto se avesse commesso l’omicidio di cui era accusato. «April, se l’ho fatto, non ricordo di averlo fatto – gli ha risposto lui -. Se sarà mai provato con il Dna che l’ho fatto, non voglio oppormi alla mia esecuzione». È sempre rimasto su questa posizione. April Alley, la cui vita è stata sconvolta da quella condanna, è decisa a riabilitarlo).

Fino a oggi la prova del Dna è stata usata per scagionare persone in attesa di esecuzione, ma mai per dimostrare l’innocenza di una persona che ha subito la pena capitale. Secondo il New York Times se la figlia di Alley riuscisse a dimostrare l’innocenza di suo padre tramite il Dna (può succedere ovviamente solo se le permetteranno di provarci) «potrebbe accelerare la fine della pena di morte in America». È per questo che il caso di Alley è così importante politicamente e che la Procura del Tennessee si oppone così fermamente alla sua riapertura.

La pena di morte, come la cultura giuridica europea sa da secoli, è una inciviltà anche quando viene comminata a persone colpevoli. Ma le indagini sull’omicidio di Suzanne Collins dimostrano quanto possano essere profonde le storture del sistema giudiziario americano. Quando fu arrestato, Alley, che aveva problemi di dipendenza da alcol e droga, era ubriaco. Inizialmente disse di non sapere niente sulla vittima e chiese un avvocato. Dodici ore dopo, firmò una dichiarazione in cui confessava l’omicidio. In seguito Alley ha sempre detto che quella confessione gli era stata estorta (secondo Brandon Garrett, un professore di legge della Duke University, dal 1989 ci sono state almeno 80 condanne a morte dichiarate nulle negli Stati Uniti perché si basavano su false confessioni estorte dalle forze dell’ordine).

Nella sua confessione Alley dichiarava di aver investito la vittima con l’auto, di averla pugnalata con un cacciavite e poi uccisa con un ramo d’albero. «Ma il luogo che ha indicato per la collisione non corrispondeva ai racconti dei testimoni. E il rapporto dell’autopsia ha mostrato che la vicecaporale Collins non è stato investita da un’auto né pugnalata con un cacciavite. Il sangue trovato sulla portiera del guidatore della station wagon di Alley, in piccole strisciate, era di tipo 0, che corrispondeva sia a quello di Alley sia a quello della vicecaporale Collins – spiega il Nyt -. Nessuna impronta digitale, capelli o sangue della vittima fu trovata sul signor Alley o all’interno della sua macchina. Le tracce di pneumatici trovate sulla scena del crimine non corrispondevano all’auto del signor Alley, le impronte di scarpe non corrispondevano alle sue scarpe, e un terzo testimone che ha visto un uomo con una station wagon, vicino a dove la vicecaporale Collins è stata uccisa, ha descritto qualcuno che era diversi centimetri più basso del signor Alley, con un diverso colore di capelli. Ciononostante, il signor Alley è stato condannato ed è stato condannato a morte».

Il fatto che la confessione di Alley non corrispondesse alle prove fisiche del delitto avrebbe dovuto squalificarla, ma in un sistema giudiziario come quello del Tennessee, dove i procuratori distrettuali sono eletti e anche la nomina dei giudici deve essere ratificata dal voto popolare, i magistrati hanno tutto l’interesse a ottenere condanne e a dimostrare così che sono in grado di assicurare «giustizia» ai loro elettori. Anche se molti elementi in questo caso fanno pensare che Alley fosse innocente. C’è di più: nel 2019 è emerso, scrive ancora il Nyt, che «un uomo arrestato per un omicidio e due aggressioni sessuali a St. Louis era sospettato di altri omicidi e che, poco prima della morte della vicecaporale Collins, si era iscritto a un corso di formazione presso la base navale dove anche lei si allenava». È possibile che la Legge americana non solo abbia ucciso un uomo innocente. Ma che abbia lasciato un assassino e stupratore seriale libero di colpire ancora.

 

FONTE: SPREMUTA DI DI DELL’ARTI/ IL FATTO QUOTIDIANO/ LA STAMPA/ CORRIERE DELLA SERA/ IL FOGLIO/ NEW YORK TIMES